Riforma Gelmini: 3 parole

di Riccardo Spezia.

Foto: Sinistra Ecologia Libertà

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Tra mozioni di sfiducia, manifestazioni per governi tecnici e medicine alternative decisive per le sorti della stabilità del governo e “la tenuta del paese”, si è riusciti, un po’ rocambolescamente, ad approvare in via definitiva la riforma Gelmini del sistema universitario. Si tratta di una legge lunga ed elaborata, che non staremo qui ad analizzare in tutti i suoi aspetti. Ma voglio prendere in considerazione tre punti che possono servire per iniziare a costruire un giudizio e per stimolare le future azioni e proposte affinché l’attuazione della riforma sia la migliore possibile. Esaminando la legge, voglio comunque anticipare, si ha l’idea generale di un testo che enuncia principi sicuramente da condividere e istituisce un quadro generale appropriato. La messa in pratica è molto demandata a future normative ministeriali e forse comunque troppo timida. Veniamo però ai tre aspetti specifici, che sono poi tra i più contestati.

1) L’istituzione di un consiglio di amministrazione (CDA) e l’obbligo di un numero minimo di componenti esterni all’Università (3 nel caso di un CDA di 11 membri, 2 per un CDA con un numero inferiore di membri). Questo provvedimento viene commentato dai suoi critici come: “l’entrata forzata dei privati nelle Università”. Da nessuna parte è scritto che questi tre membri rappresentano i privati, anzi non vi è scritto nessun legame di rappresentanza, tranne un vago richiamo a competenze gestionali o elevata competenza professionale con particolare rilievo dato alla qualificazione scientifica e culturale. Quello che, al contrario, mi sembra manchi non è la “privatizzazione” delle Università tramite l’istituzione di un CDA ma la mancanza di legami tra i finanziatori e la composizione del CDA. Questo chiaramente può essere introdotto negli statuti locali. Ma per il momento così non è e si rischia di far diventare la “privatizzazione” (falsa) dell’Università il solito sistema all’italiana per pagare (falsi) managers pubblici con stipendi da privati prosciugando risorse senza migliorare l’efficienza del servizio.

2) Diritto allo studio. Vengono istituite delle borse al livello nazionale, che affiancano e non sostituiscono quelle eventualmente presenti al livello locale. A parte la polemica sul comma “leghista” che vincola una parte di queste borse alla regione di provenienza (cosa che in sé non sarebbe neanche illogica in un sistema federale, negli USA le Università pubbliche hanno tariffe più basse per gli studenti provenienti dallo stesso stato), in sé la legge fissa degli standard nazionali di “merito” per gli studenti e quindi assegna le borse. Viene anche istituito il prestito d’onore (ovvero quel sistema per cui si prestano i soldi per pagarsi gli studi da restituirsi poi quando si inizia a lavorare). Anche qui pochi fanno notare che gli studenti che si laureano in tempo e con il massimo dei voti non dovranno restituire più nulla. Si ha a volte l’impressione che si confonde il “diritto allo studio” con un più prosaico “diritto al diploma”. Cosa c’è di più ingiusto di dare un diploma a tutti? A parità di titoli cosa sarà più importante se non la rete di conoscenze familiari? Che si promuovano i migliori studenti e si fermino i peggiori è sacrosanto e da aiutare anche con incentivi e disincentivi economici. Perché non c’è nulla di peggio che creare aspettative, elargendo roboanti titoli, che non potranno essere attese in futuro.

3) Cursus honorum. Sono annullati i concorsi come li conosciamo oggi e si costituisce un percorso di carriera (a regime) abbastanza chiaro e che in tempi abbastanza definiti consente l’ingresso a tempo indeterminato nel sistema universitario, o, per chi non è ritenuto adatto, fornisce una via di uscita obbligata relativamente presto. O meglio, dopo un tempo che va dai tre ai nove anni dopo il dottorato. Questo dovrebbe essere uno stimolo a finire (e iniziare) il dottorato da giovani (come nel resto del mondo). Un vantaggio non indifferente (quando il sistema sarà andato a regime) è quello di impedire la formazione di “code” infinite di chi è in attesa. Viene introdotta una abilitazione nazionale e una scelta “locale” basata sulla disponibilità locale dei fondi e sulle competenze e sul progetto di ricerca del futuro professore. Uno schema molto simile esiste in Francia (quello dell’abilitazione) mentre il sistema della tenure-track è tipico dei sistemi anglosassoni. Chiaramente le regole non bastano, è necessario che il sistema al suo interno cambi il proprio modo di pensare. Ma questo non si può fare per legge, ai professori universitari ora la responsabilità di applicare lo spirito della riforma, una responsabilità dura per chi è all’origine delle distorsioni del sistema. Al ministero la responsabilità di scegliere le commissioni nazionali che sono previste funzionare come supervisione nazionale affinché il sistema inizi un circolo virtuoso. A quegli studenti che dopo la laurea vogliono intraprendere la carriera accademica, il dovere di far valere la propria dignità e di accettare i giudizi (positivi e negativi) delle proprie capacità e non confidare solo nell’attesa e nella benevolenza.

Prima di terminare, è necessario chiarire un aspetto che ritengo centrale: la differenza tra leggi e azioni governative. Le leggi devono fornire un quadro, dare i riferimenti e fornire gli strumenti. I governi devono poi agire, mettendo i “mezzi” in denari e persone (nel caso specifico ma questo è valido quasi sempre) e quindi prendersi le responsabilità che ne derivano. Si potranno quindi contestare se si reputano i mezzi insufficienti (a posteriori) e le persone non adatte ai compiti assegnati, mentre mi sembra meno intellettualmente onesto criticare una legge perché “non mette i soldi”, quando l’esecuzione è, chiaramente e inevitabilmente, demandata al governo, di oggi e di domani. La divisione tra “legislativo” ed “esecutivo” è troppo spesso dimenticata nel turbinio mediatico in cui l’Italia è caduta negli ultimi venti anni.

Una delle maggiori critiche è la mancanza di fondi. Questo chiaramente è un aspetto che non compete ad una “legge quadro”, ma alla sua attuazione. Invece mi pare più grave il fatto che non vi è una vera “rivoluzione” sui criteri di assegnazione dei fondi. Se pure nell’enunciazione dei principi si fa appello all’eccellenza e all’internazionalizzazione, se pure esistono valutazioni ex post ed ex ante, non si esce dall’ambiguità dei fondi di funzionamento ordinario. Non viene, per esempio, istituito un sistema di “contratti” tra lo Stato e le Università in base ad un progetto didattico e scientifico con cui essere finanziate e alla scadenza del quale essere valutate ed eventualmente rifinanziate. Si rischia perciò che la “responsabilizzazione” e la possibilità di perdere fondi da parte di rettori e, a cascata, dei dipartimenti, legata ad una cattiva gestione scientifica non avvenga. Questo è un principio chiave perché i dipartimenti siano veramente obbligati ad assumere “i migliori” e a fare una vera politica scientifica di sviluppo dei temi di ricerca. In questo la legge sembra aver creato il CdA più per una “moda imprenditoriale” che perché si rendono le Università dei soggetti diversi da come le conosciamo ora. Non si delinea chiaramente un modo diverso di recuperare i fondi, non più in base alle amicizie politiche dei rettori e ai bacini demografici, ma in base alla qualità dell’insegnamento e della ricerca. Il problema dei fondi non resta inevaso perché nella legge non si danno fondi, quindi, ma perché non cambia radicalmente il rapporto tra Stato e Università.

Viene dato però un ruolo potenzialmente detonante il sistema attuale alla commissione nazionale di valutazione, ANVUR. Qui si vedrà il coraggio del governo nel nominare i membri più moderni e fuori dal sistema baronale. La contrarietà dei rettori, veri prìncipi del nepotismo e primi rappresentanti di una concezione mafiosa del mondo dovrebbe essere, già da sola, il segnale che in sé la legge contiene i germi per una trasformazione in meglio del sistema, soprattutto per quanto riguarda le assunzioni. Bisognerà però stare molto attenti a due aspetti nel tempo (lungo) che intercorrerà tra qui e l’andamento a regime della riforma: (1) la composizione delle commissioni e (2) evitare che gli attuali ricercatori abbiano il monopolio dei nuovi posti di professore universitario. Evitare cioè che il sistema, come fu dopo la nefasta riforma Berlinguer, si auto-promuoverà in massa, bloccando l’ingresso di elementi culturalmente diversi rispetto al sistema nei ruoli cardine. Il muro di gomma del sistema baronale che promuove chi poi farà perpetrare il sistema. In questo la mano del governo è importante nella commissione nazionale ma certo non può entrare in tutte le commissioni e nei dipartimenti. Può però agire con una distribuzione dei fondi che penalizzi le realtà meno produttive. Se fallimento sarà quindi, per quanto politicamente la responsabilità sarà tutta in Gelmini, il suo staff e il governo, altrettanto responsabili saranno i professori che l’avranno (scientemente) affossata.

Quindi, ora è il momento di vigilare affinché le risorse siano assegnate secondo i progetti scientifici e didattici e i risultati poi conseguiti e non in base alle amicizie di rettori e cordate di potere accademico. E’ il momento di fare in modo che i sistemi di controllo funzionino come tali e non si trasformino in altri centri di potere che deprimono la ricerca italiana. Vigilare non contro il finto nemico della “privatizzazione” ma contro quello ben più concreto dello sperpero di risorse in finti managers che non fanno crescere le Università ma solo i loro conti corrente.

Per fare questo è bene abbandonare le contestazioni che derivano dall’opposizione a priori al ministro e al governo che è stato motore di questa riforma e cercare di far fruttare al meglio quegli aspetti positivi (e sono tanti) che si trovano nella legge. Proporre cioè azioni di governo vere (e non sempre e solo legislative) che spronino la ricerca universitaria italiana a diventare più simile a quella degli altri stati occidentali. E non solo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti