Modelli di integrazione ovvero il senso della lasagna

di Cristiana Alicata

Foto: Clarita82

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C’era una volta la sinistra che viveva il senso di colpa per il colonialismo e quindi apriva le porte a tutti.

C’era una volta la destra che diceva che la razza esiste ed ogni destra sanciva la superiorità della propria e chiudeva le porte a tutti.

I primi dimenticarono di organizzare gli arrivi, non studiarono le evoluzioni del proprio paese e nemmeno quelle dei paesi di provenienza.

I secondi non riuscirono a chiudere tutte le porte e in ogni caso non volevano gestire gli arrivi perché semplicemente li negavano come se non accadessero.

C’è gente che studia la risoluzione dei conflitti sociali e li risolve. Lo fa per lavoro. Considero il tema dell’integrazione uno dei temi più sfidanti che un’amministrazione di una grande città – e comunque di una nazione europea – debba affrontare. Ci sono flussi legati a comunità che scelgono luoghi (vedi i cinesi a Prato o a piazza Vittorio), compongono catene di solidarietà, ma anche di isolamento. Ci sono aspetti di conflitto legati al disagio autoctono che trova sfogo nell’odio del diverso, spostando l’attenzione dalla vera matrice del problema: io sono povero, se ti aggiungi anche tu, io sarò ancora più povero.

Il caso olandese mi ha sempre lasciato perplessa. Le comunità straniere sono state “chiuse” in scuole e quartieri dove potevano “coltivare” la propria cultura. Non si mischiava nulla. Interessante sapere che chi “governava” le scuole straniere era comunque olandese.

Le stesse riflessioni le sta facendo il nuovo premier del Regno Unito, Cameron che si interroga se il multiculturalismo, nascosto nel rispetto delle differenze, non acuisca invece il divario, l’odio reciproco, lasciando terreno fertile al terrorismo fondamentalista.

In Olanda il leader omosessuale di destra, Pym Fortuyn lanciava l’allarme “omofobo” connaturato nei flussi migratori dai paesi di religione mussulmana: accogliere significava un paese meno sicuro per chi aveva “guadagnato” diritti.

La Norvegia ha deciso che per poter venire accolti, tutti i rifugiati che chiedono asilo dovranno assistere alla proiezione di un filmato sull’omosessualità. Lo scopo, secondo quanto sostiene la direzione Centrale per l’Immigrazione che lo ha fatto realizzare, è quello di far capire, e accettare, ai rifugiati uno degli aspetti della società norvegese che nel Paese è comunemente accettato. Il documentario si sofferma sull’esperienza vissuta ad esempio da un immigrato gay e da una coppia lesbica con bambini. Molti rifugiati provengono da Paesi estremamente omofobi così, l’obiettivo è anche di far sapere ai rifugiati con un’omosessualità nascosta che esiste un’organizzazione in grado di aiutarli.

L’Italia come al solito nella sua disorganizzazione e totale assenza di linee guida è una nazione a macchia di leopardo in tema di integrazione. Da una parte il totale abbandono o il ricorso a mezzi di grande impatto – ma di poca sostanza – come lo sgombero dei campi nomadi abusivi senza però avere un’alternativa e quindi con la consapevolezza che si sta solo “spostando” il problema, nel vero senso della parola. Dall’altra casi eclatanti come “l’asilo dei neri” a San Salvario, quartiere fortissimamente abitato da stranieri, come è tipico per i quartieri a ridosso delle stazioni dei treni.

L’asilo di San Salvario invece di arrendersi e di erogare bassa qualità (tanto sono stranieri) ha chiesto aiuto al comune, trasformando quegli aiuti in un’offerta didattica elevata e creando un paradosso: oggi molti “italiani” vogliono mandare i propri figli lì, dove la gestione della diversità diventa un riconosciuto patrimonio di ricchezza.

E’ evidente che parlando dell’Italia siamo passati ad interventi legati alla capacità delle singole amministrazioni, se non addirittura dei singoli assessori contro le vere e proprie strategie dei Paesi europei con grande tradizione coloniale alle spalle.

Da una parte nazioni che hanno dovuto accogliere e gestire per motivi di antico legame imperialistico.
Dall’altra una nazione, l’Italia, a forma di molo nel mediterraneo, più povera del resto d’Europa, ma logisticamente ed inevitabilmente al centro dei flussi migratori.

In ultima analisi e alla luce della profonda crisi economica ed occupazionale in cui versa l’Europa, il miglior modo di affrontare l’immigrazione non è nella costruzione di bolle separate che sanciscono la distanza culturale, amplificano il gap sociale, culturale ed economico. La miglior soluzione non sono quartieri ghetto e scuole dedicate. E neanche campi nomadi in cui fare finta che i nomadi stanziali siano ancora nomadi. In questo il modello svizzero è un caso a parte: la Svizzera rispetta il trattato europeo della libera circolazione e lo applica alla lettera. Il nomadismo può avvenire, ma in quanto nomadismo non è accettata la stanzialità, quindi c’è un limite alla permanenza, fissato per legge.

Il ruolo della donna nella famiglia o la questione omosessuale non possono essere relegati al privato delle mura familiari, nascosti dal rispetto per la diversità. Guardate l’ossimoro: il rispetto della diversità (puoi venire in Europa, ma tra le mura di casa considerare tua moglie inferiore o disprezzare fino al ripudio i tuoi figli che si scoprono omosessuali) diventa lasciare che la diversità non venga rispettata. L’Italia ha un gap con il resto d’Europa, è una nazione machista fondamentalmente ed è quindi portata a non cogliere profondamente i pericoli di un’immigrazione mal gestita su quei temi.

Se vogliamo costruire modelli di integrazione sani, dobbiamo ad ogni costo pretendere che alcuni paletti siano rispettati, proprio per garantire la convivenza pacifica ed, anzi, l’apprendimento reciproco delle diverse culture, senza paura alcuna di perdere le proprie origini. Non dobbiamo avere paura da una parte di sancire che certe cose sono giuste e non si tratta di diversità culturale (appunto la donna, gli omosessuali, il diritto sui figli che poi sono le basi elementari della cultura contemporanea europea) dall’altra mangiare eritreo non significa perdere il senso della lasagna.

Significa semplicemente conoscere un sapore in più. Un mondo più mischiato è un mondo più sano e meno conflittuale, perché un mondo mischiato è un mondo che si conosce, non si stupisce, non ha paura e sa cosa aspettarsi e conosce i codici di reazione e di risposta. Non dobbiamo avere paura di vivere insieme a tutti gli effetti e dobbiamo gestirne il processo in modo saggio.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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