Marchionne, i sindacati USA e quelli italiani

di Gianluca Galletto

foto: aeneastudio

I Sindacati degli USA e la Fiat.
“Il presidente della United Auto Workers (UAW) Gettelfinger è un fan di Marchionne e di Whitacre”. Comincia così uno dei tanti articoli scritti in questi ultimi due anni su Marchionne negli Stati Uniti (questo in particolare è su egm cartech, una rivista specialistica di settore). Si riferiva a un’affermazione fatta in pubblico su Marchionne e sull’AD di GM.

In questi due anni, soprattutto noi che viviamo negli Stati Uniti, abbiamo seguito le vicende di Fiat e Chrysler con interesse, ma anche con apprensione e a volte con una punta di orgoglio. Era la prima volta che si verificava un’acquisizione così importante da parte di un’azienda italiana. L’importanza era accentuata anche dalla valenza simbolica e politica in un grave momento di crisi. Si trattava di una delle rarissime eccezioni in cui un’azienda di grandi dimensioni facesse un salto globale di tale importanza. Azienda poi con una reputazione piuttosto negativa da questa parte dell’Atlantico.
Anche il nuovo presidente della UAW King ha lodato Marchionne per aver resuscitato la Chrysler, e in particolare “il suo atteggiamento di lets do it together”, cioè lavorare insieme. Non solo, King è stato a capo di una delegazione che comprendeva cariche pubbliche locali che hanno fatto visita presso le aziende fornitrici di componenti con lo scopo di convincerle ad investire e produrre a Detroit. Quante volte questo è accaduto negli ultimi venti anni?

Da noi i toni sono stati ben diversi, e spesso agli antipodi. Sebbene sia normale avere un modo diverso di giudicare persone e scelte, e i contesti siano diversi, è possibile che per i sindacati americani Marchionne sia un salvatore e per una fetta dei sindacati italiani, per non parlare di un pezzo di mondo politico, sia una sorta di vampiro, magari fascista? Penso che, come spesso accade, la verità stia nel mezzo. La vicenda Fiat ha posto al centro dell’attenzione il problema generale di una cultura e di relazioni industriali che va affrontato, insieme a una congerie di questioni strutturali. E va affrontato perché l’Italia è un paese che non attrae investimenti, che scivola su un crinale di inesorabile declino e che dovrebbe porsi il problema di come invertire la rotta molto più degli Stati Uniti. Un paese dove si fa pochissima innovazione, motore della crescita e della competitività. Secondo il governatore della Banca d’Italia Draghi, fra il 1988 e il 2008, la produttività media in Italia è cresciuta del 3%, contro il 22% della Germania e il 18% in Francia. Il costo del lavoro è cresciuto del 29% contro il 20% in Germania.

Siamo ad un cambio di paradigma, gia iniziato un paio di decenni fa, di cui solo ora viviamo gli sviluppi in maniera tangibile: la partecipazione in maniera sempre più massiccia di larghe fette di popolazioni, imprese, lavoratori – e paesi – alla produzione e al godimento di beni, economici e geopolitici.

Non c’è dubbio che le questioni economiche e sociali di oggi non sono solo il frutto di questo cambio di paradigma ma sono dipese anche dallle scelte di chi ha governato i nostri paesi, inclusi gli USA. Le classi medie dei due paesi sono state schiacciate e demoralizzate. Ciò non ci esime dal constatare che l’Italia sia avviata verso la marginalità politica ed economica, ma non sembra voler prendere coscienza di questo fenomeno e dare le risposte necessarie. Anche perché questo cambio di paradigma non è necessariamente solo a svantaggio nostro (a somma zero). Se la torta globale cresce, anche se devo cedere un pezzo della mia fetta, a seconda delle scelte che faremo, il risultato finale può benissimo essere di avere una fetta piu grande di prima.

Il Nodo della Produttività.
La Fiat è un’azienda che prima dell’arrivo di Marchionne era sull’orlo del fallimento. Marchionne l’ha risollevata. Poi è arrivata la Grande Crisi e per la seconda volta sembra essere riuscito a rimetterla su un cammino che potrebbe farla diventare un’azienda sana e solida.
Il settore auto globale è afflitto da sovraccapacità e dalla necessità di avere dimensioni globali per poter competere. I paesi ricchi sono saturi, mentre è nei paesi emergenti che si concentra la crescita futura del mercato. Il mercato italiano in particolare è troppo piccolo e gli stabilimenti italiani sono troppo sotto gli standard di competitività necessaria. Da qui la scelta della fusione con Chrysler per rendere la Fiat un’azienda globale. Tale fusione porterà delle importanti sinergie, ma porta con sé anche la necessità di dover rilanciare un’azienda che ha problemi di competitività tutti suoi, nonostante fosse la più efficiente delle tre di Detroit. La Fiat sta facendo, insomma, una sorta di “lascia o raddoppia”. Che la scommessa riesca è tutto da vedere, ma è tanto audace quanto forse necessaria.

In questo quadro, è fondamentale portare a livello degli altri grandi competitori globali il livello di efficienza produttiva. Gli italiani però continuano a considerare la Fiat un’azienda nazionale, sebbene ormai da ben prima della Crysler gran parte della sua produzione e la maggior parte dei suoi profitti derivino dall’estero, e precisamente dal Brasile. La joint venture della Fiat in Russia con Sollers dovrebbe diventare il secondo produttore di auto in quel mercato in crescita. Le 500 vendute in Europa sono fatte in Polonia.

Gli stabilimenti italiani sono tra i meno efficienti fra tutti gli stabilimenti Fiat (con Pomigliano il più inefficiente). Lo stabilimento polacco di Tychy produce circa 100 unità per addetto, quello brasiliano di Betim 80, quello di Pamplona 60. In Italia in cima troviamo Melfi con poco più di 50, poi Mirafiori con 30, per finire con Pomigliano con meno di 10. Se si guarda poi all’utilizzo della capacità produttiva, di nuovo, negli stabilimenti italiani è a livelli di circa la metà che negli stabilimenti più efficienti in Brasile e Polonia. C’è poi da tenere presente che Mirafiori e Melfi nella comunità di analisti finanziari sono considerati comunque ottimi stabilimenti relativamente alla media europea non emergente, ma che hanno grande spazio per divenire più efficienti, attrarre in futuro nuovi lavoratori e aumentare le remunerazioni.

La Strategia Fiat e l’Approccio dei Sindacati.
La strategia della Fiat, sintetizzando molto, si fonda sulle seguenti linee:
Aumentare la produzione e portarla a livello di un’azienda globale (da 2 a oltre 4 milioni di auto prodotte entro il 2014 per la sola Fiat Auto e 6,6 milioni come Fiat/Crhysler).
Aumentare l’offerta di modelli di gamma più alta perche rendono di più per unità di prodotto (ora Fiat è troppo dipendente da modelli di bassa gamma).
Portare tutte le fabbriche a livelli di efficienza globale (cioè a medie di 70-80 unità per addetto e livelli di utilizzazione della capacità produttiva dell’80%).

Il successo di questa strategia dipenderà molto dall’aumento della domanda in Europa e negli Stati Uniti e dalla capacità di vendita. Al tempo stesso dipenderà da quanto Fiat riuscirà a mantenere una presenza di leadership in America Latina, da dove per ora vengono la maggior parte dei profitti ma dove la quota di mercato sembra essere in discesa. Quando si critica la Fiat chiedendole di produrre modelli che si vendono di più, non ci si rende conto che tutta l’impalcatura si regge solo se si vendono più modelli e che la strategia punta proprio a quello. Non avrebbe infatti senso aumentare il numero di auto prodotte per addetto e il livello di utilizzo di capacità senza un aumento dei volume di vendita.

Se guardiamo a come normalmente le altre grandi aziende automobilistiche europee hanno cercato di aumentare la loro efficienza produttiva, la Fiat è anche in controtendenza. Generalmente negli ultimi 20 anni la scelta è stata di delocalizzare la produzione ove possibile in zone del’Europa con costo del lavoro più basso e con produttività maggiori. La Fiat decide di fare esattamente l’opposto: portare in Italia l’efficienza di stabilimenti di paesi emergenti e investire risorse ingenti nel paese. Questo è uno dei punti per cui diventa meno comprensibile l’atteggiamento di chiusura di una parte del nostro sindacato.

In America il sindacato, in cambio di concessioni in termini di pause più lunghe, riduzioni di vari benefit, si è assunto la responsabilità di salvare la Chrysler, migliaia di posti di lavoro e mantenere nel paese un pezzo di industria e di storia dell’industria. Se la scommessa riesce, e questo vale anche per l’Italia, aumenteranno posti di lavoro e remunerazioni. L’accordo del 29 aprile 2009 fu ratificato con l’82% dei consensi, e il vice presidente della UAW disse: “Hanno contribuito tutti cosí che possiamo essere autosoffucienti e operativi nel futuro” . Anche in Italia una fetta importante dei sindacati ha avuto un atteggiamento simile. Esiste un pezzo di sindacato che però ha fatto una battaglia campale, di vita o di morte, legittima, sui nuovi accordi, prima per Pomigliano (lo stabilimento più inefficiente della Fiat) e poi per Mirafiori arrivando ad usare toni che onestamente sono sembrati più che eccessivi. E’ possibile che tutti i sindacati che hanno firmato siano dei “servi del padrone”? E’ possibile arrivare a dire che siamo di fronte al fascismo e allo squadrismo? Ci rifiutiamo di pensare che i sindacati e i lavoratori che hanno sottoscritto gli accordi, in Italia come in America, siano degli incoscienti o servi. Sebbene certe considerazioni di merito e certe critiche siano non solo legittime, ma anche meritevoli di essere considerate, il tono le rende meno credibili. Non si tratta di fare la lode di uno o di un altro modo di pensare e agire. È il contrasto estremo fra due posizioni che ci appare quantomeno strano.

Le Relazioni Industriali.
In Italia il quadro normativo non dà la possibilità di stipulare contratti aziendali in condizioni di sufficiente certezza del diritto. È così scandaloso che la contrattazione avvenga a livello aziendale invece che a livello nazionale come da tempo accade negli USA? Come può il livello nazionale essere un vestito che va bene per tutte le aziende? Senza andare negli USA, già la Germania offre un chiaro esempio di come il livello nazionale possa valere come benchmark mentre vi è un livello aziendale di contratti.

Il nostro sistema mostra una notevole inconcludenza, per cui non è chiaro chi abbia il potere di contrattare un piano industriale con effetti vincolanti per tutti. Come riporta Ichino, la domanda cruciale è: “la coalizione sindacale maggioritaria può negoziare al livello aziendale un accordo di contenuto difforme rispetto al contratto nazionale? Se sì, entro quali limiti e a quali condizioni? E se l’accordo contiene una clausola di tregua, l’impegno a non scioperare contro il contratto vale o no per tutti i dipendenti dell’azienda?”. La mancanza di regole che diano risposte chiare a questi interrogativi è dannosa per tutti. Lo è per il sindacato minoritario che – come la Fiom alla Fiat – legittimamente ritiene di non dover firmare il contratto collettivo voluto dalla coalizione maggioritaria: con la norma oggi in vigore, quel sindacato perde il diritto alla rappresentanza riconosciuta in azienda.

Il Ruolo del Governo.
Il vero assente di questa vicenda è il governo. Al governo non si richiede di intervenire nella contrattazione fra parti sociali, ma in un quadro dove una contrattazione in corso mette in luce problemi che riguardano tutto il paese, le sue relazioni industriali, la sua produttività, gli si richiede di avere una visione e un impegno a rendere le negoziazioni e le transizioni le più fluide possibile e meno dolorose per tutti. Al di là delle considerazioni e delle convinzioni di politica economica del governo attuale, esiste una debolezza intrinseca di questo e di tutti i governi come istituzione che non gli permette di affrontare davvero i nodi del paese.

L’azione del governo e del parlamento sarebbero anche utili nel cominciare a instillare una cultura, che spesso si è dimostrata vincente negli USA, ma soprattutto in Germania, del sindacato come partner dell’azienda; o nell’ incentivare l’uso di forme più avanzate di partecipazione agli utili e di coinvolgimento dei lavoratori nel successo dell’azienda.

Siamo un paese con molti tabù, fra cui quello del contratto nazionale. Non è affatto detto che la contrattazione aziendale si traduca semplicemente in una riduzione delle tutele che il contratto nazionale offre. Nella realtà ci sono deroghe al contratto nazionale che producono anche aumenti di produttività e aumenti negli standard di trattamento e remunerazione. Essendo un paese conservatore, per non rischiare ciò che già abbiamo (ma che ci porta al declino), rinunciamo a qualcosa che potrebbe essere migliore. Senza una riforma delle relazioni sindacali e vere riforme strutturali, che comportano un atteggiamento responsabile da parte di tutti, il destino è chiaramente segnato.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Marco

    Il post e’ molto interessante, offre una prospettiva, quella dei sindacati americani, di cui si parla molto poco in Italia. Negli Stati Uniti durante il dibattito tutti hanno fatto un passo indietro e guardato con realismo e poca ideologia alla situazione. cosa che non e’ avvenuta in Italia

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