di Anna Ryden.
Su Al-Jazeera ci sono decine di video con testimonianze sulla rivolta della Libia contro Gheddafi. Tripoli sarebbe ancora tranquilla mentre le città di Benghazi e al-Baida (dove c’è molto meno supporto per Gheddafi) forse sono già nelle mani dei manifestanti. Non si riesce a sapere con esattezza perché internet è stato spento. I giornalisti stranieri non sono ammessi, i giornalisti libici non possono andare a Benghazi, e anche la rete di telefonia mobile è stata spenta in parte del paese. I numeri ufficiali parlano di 200 morti.
Storia recente: da dove viene la rivolta in Libia.
Fino a giovedi 17 nessuno sulla stampa accennava alla Libia, ma forse doveva essere il primo paese a venirci in mente dopo la rivolta in Egitto. The Economist nel suo Arab League Index of Unrest pone la Libia al secondo posto dopo lo Yemen.
Per creare il grafico The Economist ha dato pesi diversi a vari fattori: 35% per la popolazione sotto i 25 anni, 15% per gli anni dell’ attuale governo, 15% per il grado di corruzione, 10% per il PIL pro capite, 5% per la censura, e poi ancora una volta, 5% per il numero assoluto di persone sotto i 25 anni.
Il paese conta come ricco, con uno dei PIL pro capite più alti in Africa, con già 6 anni di timide riforme alle spalle, con programmi di sicurezza sociale e educazione, e quindi nessuno se ne è preoccupato più di tanto in questi giorni. Ai libici non doveva mancare il pane, si pensava.
Per il popolo libico il punto invece è che tutta quella ricchezza derivante dal petrolio non lo ha mai raggiunto. Un perfetto esempio di “La storia si ripete”. Nel 1969 il Re Idris venne rimosso da Gheddafi proprio perché accumulava tutta la ricchezza petrolifera in chissà quale conto svizzero di sua scelta, mentre il paese era in pieno medio evo. 41 anni di Gheddafi non hanno cambiato molto, i ceti più bassi non hanno visto aumentare il tenore di vita, hanno solo cercato di aumentare il loro tenore di vita, perdendo lungo la strada il vecchio modo di vivere da nomadi e le loro tradizioni.
Secondo il CIA factbook la disoccupazione è del 30% ormai, che facilmente si traduce in 40% di disoccupazione giovanile, quindi migliaia di giovani uomini molto arrabbiati. Uomini che fino a 60 anni fa sarebbero vissuti nel deserto come nomadi (oggi solo il 2% della popolazione è nomade).
Nel 2010 i libici erano 6.700.000. Metà della popolazione è sotto i 24 anni, e la popolazione cresce a più del 2 % l’anno.
La piramide demografica è quella critica, dove le fasce di età di uomini giovani superano di gran lunga le fasce più anziane.
Le paure dell’Italia.
Gheddafi nei giorni scorsi aveva pronunciato parole di dolore per la sorte di Ben Ali, dicendo che Ali avrebbe comunque lasciato il governo nel 2014: “La Tunisia ora vive nella paura”. Ora penso che sia Gheddafi a vivere nella paura. E forse anche le autorità italiane. Perché la relazione italiana con la Libia può solo essere descritta come “strategica”. Nessun altro paese fornisce così tanto petrolio all’Italia. La Libia è responsabile del 2% delle esportazioni mondiali; l’Italia si prende una parte notevole di questo petrolio. Nel 2009 l’Italia ha consumato 1.580.000 barili al giorno, di cui il 22% arrivava dalla Libia, quindi circa 347.600 barili al giorno; la Libia nel 2009 produceva 1789 Kb al giorno, esportando 19% della sua produzione in Italia. Per il 2010 mancano ancora i dati EIA per gli ultimi tre mesi di produzione, ma l’Unione Petrolifera da’ la quota di fabbisogno petrolifero italiano coperto dalla Libia al 25%. Qusto significa un aumento del 5,6% rispetto al 2009. Mentre l’Italia negli ultimi 10 anni non ha mai consumato così poco come nel 2010, il nostro paese è quindi riuscito a rendersi ancora più dipendente dalla “Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya”.
E’ in tal senso interessante come al secondo posto per esportazioni di petrolio in Italia sia il politicamente instabile Iran:

Insomma, una serie di paesi poco democratici, e molto instabili, sono responsabili per il Business As Usual italiano. Se l’esportazione libica viene interrotta, non ci saranno molti fornitori alternativi. Ognuno sta già producendo al massimo della sua capacità, le popolazioni crescono e richiedono sempre più energia, e tranne qualche eccezione, le curve dell’esportazione sono calanti.
Il futuro del petrolio libico.
Per quanto riguarda la produzione libica di petrolio, sembra che regga ancora. Dopo che le sanzioni contro il paese sono state eliminate completamente nel 2006, il settore energetico ha visto un afflusso di investimenti destinati ad aumentare la produzione a 3 milioni di barili al giorno nel 2012. Non e’ credibile che la Libia riuscira’ a raddoppiare la produzione, perché già tra il 2006 e il 2008 si registro’ un rallentamento della crescita della produzione, nonostante i prezzi del petrolio fossero in forte aumento.

In tal senso, la Libia non sembra essere immune all’export land model. In apparenza le curve di produzione ed esportazione sono quasi parallele, ma in effetti la produzione libica dal 1981 è cresciuta del 52%, l’esportazione solo del 43% (per l’esportazione non ci sono dati, quindi ho preso la produzione meno il consumo come approssimazione).
E’ plausibile che il consumo interno verrà spinto al rialzo non solo dalla nuova industria chimica o metallurgica, o dal semplice aumento della popolazione. I prezzi dei prodotti alimentari nel mondo sono aumentati così tanto in un solo anno che anche un paese relativamente ricco coma la Libia, che importa il 75% degli alimentari, deve pensare come produrre più cibo localmente. Per la Libia il grande problema è l’acqua, e sicuramente ci sono programmi di desalinizzazione sull’agenda. Perfettamente realizzabili, estremamente urgenti, ma con enormi consumi di energia.
Se guardiamo poi alle riserve di petrolio, la Libia continua ad aumentarle. Impossibile sapere se i numeri sono giusti o no. Sulla base dei dati libici, il Reserve Life Index della Libia sarebbe più di 60, al ritmo di estrazione di oggi.

RLI crescente addirittura, nonostante il paese dovrebbe essere abbastanza maturo per quanto riguarda i giacimenti trovati. C’è la tipica sconnessione opechiana tra produzione e riserve, la produzione è cresciuta circa del 50% dal 1981, mentre le riserve sono cresciute quasi del 100%.
Il moderato ottimismo dell’ENI.
L’ENI è presente in Libia dal 1959, e ha contratti per rimanerci fino al 2042 (petrolio) e 2047 (gas). L’azienda ha investito miliardi nei giacimenti libici, quindi l’Italia è addirittura riuscita ad aumentare l’importazione dalla Libia. Leggendo sul sito Libia dell’ENI deduco che il futuro sarà più complicato.
Area A, dal 1984: “Per i prossimi anni è stata pianificata un’intensa attività di esplorazione per valorizzare il potenziale residuo dell’area.”
Area B, dal 1972: “È in corso un’intensa attività di perforazione di pozzi di infilling per il recupero del potenziale minerario residuo del giacimento.”
Area C, dal 1988: “Sono in corso studi per lo sviluppo delle riserve residue del giacimento attraverso attività di perforazione nell’area occidentale del reservoir.”
Area D, recente: In pieno sviluppo. Tra l’altro esporteranno 18 miliardi di metri cubi di gas verso l’Europa.
Area E: Il famoso Elefante, che verrà sviluppato insieme alla Gazprom. Ma “Sono in corso le attività di mantenimento del plateau produttivo che prevedono l’applicazione di tecniche di recupero assistito (water injection).”
Area F: In sviluppo. “Il programma prevede anche la fase successiva a quella di natural depletion con l’applicazione delle tecniche di recupero assistito (Water Alternative Gas Injection) per mantenere la capacità produttiva.”
Tutto sommato sembra che i giacimenti di partecipazione ENI siano ancora produttivi, ma con rare eccezioni sono tutti nella fase in cui bisogna usare tecnologie aggiuntive costose per continuare ad estrarre.
Per ora Scaroni è convinto che la situazione libica è sotto controllo e che ENI non avrà bisogno di interrompere le operazioni. Si vede che si fidano che Gheddafi riesca a tenere tutto sotto controllo.
La situazione libica merita grande attenzione. Il petrolio in Tunisia non viene prodotto, in Egitto solo abbastanza per il consumo nazionale. Come visto sopra, la Libia invece è un paese chiave per l’Italia. Un paese che ha 100 anni di storia in comune con il vecchio stivale, dove ancora oggi vive una grande comunità italiana, che riceve il 20% dell’esportazione italiana, vendendo all’Italia 20% del petrolio prodotto. La stampa italiana dovrebbe occuparsene molto, oltre a commentare il numero di morti.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Tutte le considerazioni di ordine economico-strategico si scontrano con i principi dei quali ci facciamo portatori in quanto cittadini democratici: il popoli hanno diritto all’autodeterminazione secondo metodi realmente democratici. Ricordiamoci che abbiamo mosso guerra all’Iraq (2 volte) e all’Afghanistan col fine dichiarato di “esportare la democrazia”, ed ora che in Egitto, Tunisia, Giordania, Yemen, Bahrein, Libia sono gli stessi cittadini a mobilitarsi per eliminare dittature decennali e ottenere una vera democrazia, come possiamo chiamarci fuori?
@Francesco. io non vedo una contraddizione fra il post e quello che dici tu. spiega cose che non si leggono in giro sui rapporti fra Italia e Libia, e fa capire perché questo Governo non abbia il coraggio di dire qualcosa, ma non si schiera a favore di Gheddafi.
No, certo, ho trovato l’articolo molto chiaro e informativo e non “schierato” in difesa dello statu quo. Col mio commento volevo rimarcare che nonostante dai numeri emerga che a noi non conviene una Libia destabilizzata per lungo tempo, dobbiamo fare di tutto perche’ la dittatura di Gheddafi cada al piu’presto. Chi ha fino ad oggi dipinto Gheddafi come un potenziale alleato contro il terrorismo islamico, come un partner commerciale affidabile e una sentinella contro l’immigrazione clandestina deve fare i conti con quello che succede a Bengasi, dove sparano razzi e granate sui manifestanti. E abbiamo ben presente CHI ha lavorato con piu’zelo allo “sdoganamento” di Gheddafi neglis corsi anni.
Forse, ossessionati come siamo dal nostro ombelico berlusconiano, non ci rendiamo conto che quel che sta succedendo in tutta la zona del petrolio arabo – certo, la LIbia ci riguarda più direttamente – è probabilmente un evento che cambierà il corso della storia, proprio perché è direttamente correlato alla grande crisi mondiale. Grande crisi che, ora si vede anche più bene, è prima di tutto crisi energetica e da fine delle risorse fossili, più che crisi dei mutui subprime.
La miopia politica e strategica dell’occidente si vede proprio da qui: ostinarsi a sostenere dittature “amiche” per assicurarsi presunta stabilità e petrolio, senza fare quasi nulla – o comunque facendo troppo poco – per sviluppare fonti alternative e rinnovabili, e senza provare ad aiutare le popolazioni e la libertà di quei paesi, si sta dimostrando una real politik al contrario. A forza di business as usual, richiamo di trovarci senza petrolio e senza stabilità.
nel frattempo, le dichiarazioni del nostro ministero degli esteri sono abbastanza vergognose
http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150142688425715&comments
Parecchio vergognose, ridicole e grottesche se non fossero tragiche. I razzi dagli apaches sui manifestanti, in compenso Mubarak era un democratico, ma anche Deng Xiaping, Stalin, Ahaminedjad etc … pari forse solo Pinochet quando bombardò con gli aeroplani Allende …
@ Corrado
Possiamo fare finta di nulla, e lo abbiamo fatto egregiamente, finche’ il conflitto rimane “sotto traccia”. E’ ipocrita e miope, certo, ma spesso la politica, a livello internazionale, e’ costretta a muoversi cosi’ a causa dei maledetti equilibri. Pero’ nel momento in cui l’equilibrio interno ai paesi non democratici si rompe bisogna senza indugio appoggiare e favorire il cambiamento. E bisogna farlo anche in modo da “non cadere dalla padella nella brace”, noi e loro. UK, Germania, Francia e USA hanno gia’ dimostrato di essere pronti (almeno in questo ultimo caso della Libia) a scaricare il dittatore e cogliere l’occasione per orientare nella giusta direzione le proteste. Non e’ abbastanza ancora, e i rischi sono grandi: ma nemmeno e’ il tempo di sacrificare quel poco di ideale che ci rimane (eguaglianza, autodeterminazione, democrazia, liberta’ di pensiero e parola…) in nome delle risorse petrolifere…
@ Francesco.
Concordo. E aggiungo che le politiche dei diritti umani sono fondamentali, ma la real politik non è in sé una bestemmia, anzi è un modo utile e corretto di approcciarsi anche alle dittature e al commercio internazionale. E’ la nostra real politik recente che fa ribrezzo e rischia pure di essere autolesionista a prescindere perfino da ogni considerazione morale.
Per dire, Willy Brandt o Helmut Kohl hanno praticato una paziente real politik verso la Germania dell’est, e hanno avuto ottimi risultati….
Infatti ormai tutti hanno capito che se la rivolta non arriva in fondo al piu’presto perdono tutti: i libici perche’ vengono bombardati, l’Europa perche’ gas e petrolio, finché’cadono le bombe, non arrivano piu’.