La libertà in rete, da mito a strategia politica

di Stefano Minguzzi.

Illustrazione: Schwan Campbell

Sono passati pochi giorni da quando il segretario di stato americano, Hillary Rodham Clinton, ha lanciato la nuova crociata degli USA contro i regimi del pianeta: il campo di battaglia non è più quello della guerra tecnologica o dello spionaggio, bensì quello dei diritti su internet. Come scrivevano i cyberpunk una trentina di anni fa: l’informazione vuole essere libera.

L’amministrazione Obama scommette forte sul tasto dei cyber-rights anche per distinguersi, almeno qui, con le precedenti politiche repubblicane di Bush che con il Patriot act aveva invece privilegiato la sicurezza nazionale innanzi tutto. Il ritorno alle origini di Clinton-Obama è anche un tentativo di riprendere in mano il testimone mondiale di campione della libertà e dell’innovazione.

Hillary Clinton, durante un discorso alla George Washington University, ha confermato che gli Stati Uniti difenderanno la libertà di accesso alla rete e che questa decisione è in continuità con quanto già fatto nel 2010: dai 5 milioni di dollari già stanziati per la difesa dell’accesso all’informazione fino all’attività diplomatica in difesa di giornalisti, blogger e attivisti imprigionati a causa del loro lavoro. Per quest’anno però la Clinton ha deciso di imprimere un’accelerazione e ha stanziato altri 30 milioni di dollari per difendere e far crescere la possibilità di accedere alla rete in tutto il mondo e soprattutto sostenere gli attivisti e combattere la repressione da parte dei regimi autoritari. A capo delle Cyber issues, ha nominato Christopher Painter che avrà il compito di coordinare tutte le attività.

I recenti fatti in nordafrica, ma prima in Iran e in Cina, hanno evidentemente convinto che la strada per spezzare il cosiddetto asse del male passi più che per le bombe intelligenti per i media democratici che consentono la comunicazione dal basso. Un ritorno al mito primigenio degli Stati Uniti d’America, oltretutto.

La Clinton però non ignora certo che la libertà genera spinte sociali dal basso e che queste vanno comunque governate. Non stupisce quindi che da un lato stanzi 30 milioni di dollari per finanziare tecnologie capaci di aggirare filtri e censure e per addestrare i mujaidin del terzo millennio, guerrieri digitali impegnati a minare le basi dei regimi nemici. Dall’altro lato gli USA sono anche il paese che demonizza Julian Assange che con il suo WikiLeaks mina le loro basi di consenso. Come dire: una guerra non è mai giusta se non la combatti contro il giusto nemico.

C’è chi avanza un parallelo tra Wikileaks e il Watergate, il che è simbolicamente allettante, almeno per i baby-boomers nostalgici dei “mitici” anni ’60. In entrambi i casi una fuga di notizie mette in forte imbarazzo il governo degli Stati Uniti, in entrambi i casi la reazione è quella di richiedere maggiori controlli, in entrambi i casi le rivelazioni superano di gran lunga i tentativi di censura. La grande differenza rispetto ad oggi è che quel mondo era ancora piccolo e anche uno scandalo planetario come il Watergate ricadeva sotto la giurisdizione nazionale USA. La Corte Suprema garantiva nei fatti al NewYork Times la libertà e il diritto di informazione. Oggi invece Wikileaks non ha dalla sua nessuna Corte mondiale che ne difenda il diritto a informare. E’ la mancanza di regole e istituzioni che riduce la libertà (in rete e non solo), non la presenza di regimi nazionali più o meno repressivi.

Il paradosso della libertà in rete è che non c’è alcuna differenza con la libertà fuori dalla rete. Come osserva Michele Ainis sul Sole24ore, se in un quadro internazionale frammentato è ancora lo Stato il più forte difensore dei nostri diritti, non c’è alcun bisogno di cambiare le nostre Costituzioni per difendere i dritti in rete, sono già tutelati come diritti tout cour. Semmai dobbiamo interrogarci quanto sono diventati fragili queste istituzioni e quanto effettivamente sono ancora capaci di difendere alcunché.

La questione dunque non è cambiare le regole, o le istituzioni, ma garantire i diritti classici delle democrazie liberali con mezzi adeguati. Ed infatti la svolta USA sulla libertà in rete suona come un nuovo capitolo della guerra fredda tra loro e i loro nemici. Usare internet contro Cina e Iran, come negli anni ’80 si sono usati i fondamentalisti contro l’impero sovietico. Il rischio però è che si sottovalutino gli effetti della globalizzazione e si apra un pericoloso fronte interno.

A livello pratico gli USA sosterranno siti che non sembrerebbero proprio strumenti di guerriglia hacker: Facebook, Twitter. Non possiamo nemmeno dimenticare la quasi rottura diplomatica tra USA e Cina per la difesa senza se e senza ma del motore di ricerca Google. Viene da pensare che i social network siano molto meno innocenti di quanto si creda e il loro uso non è solo un momento leggero passato in rete. Forse, nel profondo, il loro modello di comunicazione e di relazioni implica dei cambiamenti. La cosa potrebbe essere interessante anche per i paesi democratici occidentali travolti da una crisi di sistema che sta creando molta irrequietezza “dal basso”.

Senza voler drammatizzare le rivolte nelle banlieu parigine, la diffusione della delinquenza giovanile nelle città britanniche, la rinascita di gruppi neonazisti composti da ragazzini in Germania e nell’Est Europa, ma persino i caratteri distruttivi di alcune manifestazioni tradizionali (si pensi agli scontri di Roma durante le proteste contro la riforma Gelmini) sono tutti campanelli d’allarme di un malessere profondo che sta anche dentro le nostre democrazie occidentali. Le nostre città sono piene di contraddizioni tali da poter dire che esistono bolle di privazione di ogni diritto in un tessuto prevalentemente democratico.

Cosa succederebbe se la nuova guerra per la libertà in rete facesse scoppiare qualche contraddizione anche sotto casa nostra invece che solo in Iran? Intendiamoci non si vuole mettere in dubbio la bontà di una scelta per la difesa della libertà in rete, ma mettere in evidenza che la strategia politica che sta dietro non è per forza lungimirante. L’Egitto non era tra gli stati canaglia, anzi. Idem Tunisia, Algeria e persino la Libia alleggerita dalle sanzioni ONU e riammessa nel circolo della finanza europea grazie ai servigi dell’Italia. I primi regimi a vacillare sono stati quelli alleati agli USA, che vivevano più da vicino la contraddizione di difendere la libertà a livello mondiale, abolendola a livello nazionale.

Viviamo in un mondo così interconnesso che, come diceva il detto, un battito di ali di farfalla può causare un tornado in Texas.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Qualcuno sostiene che la politica estera sia “gestione dell’emergenza”, e come tale non permetta la definizione di linee strategiche di lungo periodo; pur non condividendo affatto questa idea, noto come spesso sia di fatto proprio così.
    Purtroppo, sulla libertà di Internet, la battaglia USA è assolutamente strumentale, mi pare.. è ovvio che ogni libertà comporta un prezzo da pagare. Dovremmo essere in grado di accettarlo, altrimenti saremo sempre incoerenti e non credibili; l’incriminazione di Assange è uno di questi casi di incoerenza. La libertà di stampa comporta, per il potere, il rischio che certi segreti non rimangano tali, e questa è una garanzia di trasparenza per il cittadino. Se riteniamo che la libertà di stampa debba essere in qualche modo limitata da interessi prevalenti, abbiamo già fatto il primo passo verso il baratro di un mondo senza diritti.

    http://trueagora.splinder.com/post/23703280/wikileaksgli-albori-di-una-crisi-globale

  2. Esatto, il punto di Wikileaks è che si colpevolizza Assange per nascondere le mancanze della propria organizzazione. Le fughe di notizie ci sono sempre state, con media orizzontali come il web fanno ancora più male. L’amministrazione USA e con essa tutte le democrazie dovrebbero da un lato mettere in sicurezza le proprie comunicazioni che non possono essere più tutelate con gli strumenti classici e dall’altro dovrebbero semplicemente ridurre il numero di informazioni da tenere segrete. Una società più aperta e trasparente è anche più sicura.

    La cosa interessante è che la Clinton, volente o nolente, si trova nella situazione di finanziare gente e progetti che un domani potranno diventare come wikileaks. Il corso degli eventi non può essere previsto e i valori anarchici o libertari della rete emergeranno sempre anche dai progetti più embedded. Secondo me l’hanno messo in conto nel lungo periodo solo che ora non se lo possono ancora permettere. Assange paga l’essere stato il primo.

  3. Luigi Cannavò

    Il politico distrugge ogni cosa pur di rubare.

    Festeggiamenti ed Impeachment Napolitano

    http://www.lagazzettadellosporco.it/150/

  4. Come volevasi dimostrare sul Washington Post un interessante articolo che spiega come gli USA (e l’UE) mentre erano alleati ai vari Moubarak gli stavano scavando il consenso da sotto i piedi:
    http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/03/12/AR2011031202234.html

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