La difficile e confusa strada dell’ANVUR

di Renzo Rubele.

Foto: Julia Manzerova

La notizia è di alcuni giorni fa: il Ministro Gelmini ha formalizzato la proposta di nomina dei membri del Consiglio Direttivo dell’ANVUR, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Siamo quindi vicini all’effettiva messa in opera, attesa e invocata da molti. La polemica sulle scelte è sotto gli occhi di tutti, e vedremo cosa succederà con il passaggio nelle Commissioni Parlamentari per il prescritto parere, comunque non vincolante. Quello che invece è poco noto, o trattato in modo superficiale, è il contesto storico e istituzionale relativo alla nascita dell’ANVUR, alla valutazione e al suo ruolo. Proviamo a fare un po’ di ordine.

La discussione politica per la creazione dell’ANVUR venne iniziata nel corso del 2005 dall’allora responsabile per l’Università dei Democratici di Sinistra, Sen. Luciano Modica, il quale, assieme all’On. Walter Tocci, presentò anche, prima della fine della legislatura 2001-2006, un disegno di legge dal titolo «Istituzione dell’Autorità per la valutazione del sistema delle università e della ricerca». Il fondamento venne posto nella legislatura successiva, all’interno di un decreto collegato alla Legge Finanziaria per il 2007. Che poi il Ministro Gelmini, con il sostegno di larghi settori della stampa, abbia voluto accreditarsi come “grande promotrice” del merito e della valutazione, anche attraverso la nascita dell’ANVUR, è più che altro un elemento di propaganda ideologica, abbondante anche in questo campo. Al contrario, si dovrebbe ricordare che l’attuale Ministro ha bloccato il processo di nomina del Consiglio Direttivo all’inizio del proprio mandato, quando il Regolamento predisposto sotto l’égida del precedente Governo – con Ministro Mussi e Sottosegretario Modica – era già stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, poco prima delle elezioni politiche del 2008. Il punto di contrasto stava in un presunto «tasso di burocrazia e rigidità» dell’Agenzia creata da Mussi e Modica; alla prova dei fatti il nuovo Regolamento partorito dopo altri due anni di travaglio non è poi così diverso da quello precedente, e la verità è che tutta l’operazione è stata congegnata come ancillare all’immagine di “grande riforma” promossa attraverso la legge sull’Università ora approvata. Che introduce, peraltro, ulteriori modifiche (si potrebbe dire in zona Cesarini) ai compiti e alle prerogative dell’ANVUR, e altre ancora se ne vedranno con le leggi-delega, il tutto in un processo che rivela più che altro una certa confusione di pensiero della nostra classe politica.

Ma di valutazione, per il sistema universitario e della ricerca, non hanno cominciato a parlare per primi né la Gelmini né Modica. Questa fase, segnata dalla creazione dell’ANVUR, è solo lo sviluppo di un percorso giuridico-istituzionale iniziato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, e caratterizzato, in particolare, dalla concessione di maggiore autonomia alle singole Università, specialmente sul versante della gestione di bilancio. Il supporto istituzionale della valutazione, in quel periodo, venne introdotto come complemento funzionale dell’amministrazione. Fu il Governo Ciampi che, nelle more dell’approvazione della Legge Finanziaria per il 1994, istituì i “Nuclei di valutazione” delle Università, che dovevano fornire un ausilio tecnico-professionale agli organi di gestione degli Atenei per quel ruolo. Ma la valutazione, come sanno gli esperti, e coloro che la praticano in sistemi ben più avanzati (da questo punto di vista) del nostro, può essere una valutazione “interna”, o auto-valutazione, in funzione della migliore comprensione dell’istituzione da parte di se stessa, o una valutazione “esterna”, il cui giudizio può eventualmente servire alla presa di decisioni da parte di terzi, con ripercussioni strutturali sulla stessa istituzione – ad esempio quelle di tipo autorizzativo, di status, o di finanziamento. Ebbene, il ruolo dei “nuclei” fu da subito poco chiaro su questo versante, perché i membri erano nominati, e continuano ad esserlo, dall’Università stessa – situazione tipica delle valutazioni interne, o di quelle valutazioni esterne senza conseguenze immediate sull’istituzione (in quanto commissionate con il fine di ulteriore ausilio al miglioramento organizzativo) –, ma certe loro attribuzioni, ed anche le attese di chi “guardava da fuori”, sembravano essere quelle corrispondenti a tradizionali valutazioni esterne. Tuttavia in tali casi nessuno dei componenti della commissione giudicatrice fa parte della stessa Università, e tutti sono nominati da un’autorità diversa – ad esempio quella incaricata di svolgere quel compito a livello di sistema, con una (o più) delle finalità di “giudizio sommativo” sopra ricordato.

La situazione non mutò in modo sostanziale con l’istituzione del CNVSU (Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario) e del CIVR (Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca), sul finire degli anni ’90. Questi organismi, che hanno di fatto “presidiato” la valutazione a livello nazionale – e che infatti “confluiranno” nella costituenda ANVUR –, hanno in parte assolto dei compiti di valutazione esterna, ma in modo alquanto disorganizzato.

Del CNVSU si ricordano soprattutto la definizione dei ben noti requisiti minimi per l’attivazione dei corsi di studio, ed i Rapporti Annuali sullo stato del sistema universitario, giunti ora all’undicesima edizione – presentata recentemente. I “requisiti minimi”, e in futuro anche quelli “necessari” (cfr. il Decreto Ministeriale n. 17 del 22/09/2010), sono tutti informati dall’idea che dei parametri numerici – ad esempio quelli che si riferiscono alle risorse di docenza, o degli studenti frequentanti – possano catturare in modo rilevante la qualità “minimale” accettabile dei corsi di studio. Peraltro lo stesso Comitato ha parlato di risultati «deludenti» dell’operazione “requisiti minimi”, ma ha poi rilanciato con i “requisiti necessari”, che ne sono uno sviluppo lungo la stessa filosofia.  Più che altro il CNVSU sembra aver sempre fatto riferimento all’efficienza amministrativa, per quanto riguarda la “sostenibilità strutturale” dei corsi. Ma le valutazioni esterne di cui abbiamo parlato poc’anzi, e che in tutto il mondo caratterizzano il ruolo di un’agenzia di valutazione di quel tipo, non si pongono di fronte all’istituzione con il bilancino del farmacista, o per dare giudizi di tipo economico, o facendo la vece dei revisori dei conti. Esse hanno il compito di fornire giudizi sulla qualità dell’offerta formativa o sulla capacità dell’istituzione di garantirla, ed i loro rapporti di valutazione servono, da un lato, al miglioramento della gestione da parte della singola Università, e, dall’altro, ad eventuali decisioni di accreditamento, anche propedeutiche ad autorizzazioni amministrative. Gli stessi “Rapporti Annuali”, ai quali l’undicesimo non fa eccezione, forniscono una serie di informazioni, di tabelle e di indicatori nello stile di un Ufficio Statistico, non di un istituto di valutazione. Nessuno dubita che quei dati siano necessari e quei rilevamenti vadano fatti, ma davvero, senza valutazioni puntuali a livello di istituzione, una rassegna di quel tipo è tutto ciò che ci si può attendere dalle attività di un comitato di valutazione?

Il CIVR è stato l’altro attore nazionale di questo decennio, ed è anzi alla sua Valutazione Triennale della Ricerca (condotta per il periodo 2001-2003) che molti politici e molti commentatori fanno riferimento quando pensano alla “valutazione esterna” delle Università. A questo proposito va chiarito quanto segue:

1) la valutazione della ricerca è solo una delle valutazioni possibili (e doverose) per una Università;

2) la valutazione della ricerca delle Università non è necessariamente una valutazione “comparativa”, ed anzi tipicamente non lo è;

3) la valutazione comparativa della ricerca può essere usata per un finanziamento selettivo strutturale delle Università, ma:

a) questo non è necessario, né “automatico”,

b) qualora lo fosse, dovrebbe esserlo nel contesto di una politica di sistema e di condizioni giuridico-istituzionali del tutto assenti o inadeguate oggi in Italia.

Invece, per quanto possiamo trarre dal dibattito politico-giornalistico di questi anni in Italia, la concezione della “valutazione” tout court è stata schiacciata sulle opzioni qui sopra descritte come possibili ma non necessarie, e senza mettere in campo il parallelo lavoro di costruzione politica e giuridica, segnalato come pre-condizione.

Si vuole una controprova? In questi 15-16 anni di gestione economica “autonoma” si è più volte proposto un modello teorico-generale di finanziamento del sistema che rimpiazzi la “traslazione” delle allocazioni alle singole Università fatte nell’anno precedente. Ma è stato tutto uno stop and go, e le rigidità pensate per una certa forma organizzativa (funzione pubblica distribuita su tutto il territorio della Repubblica) non si sono mai combinate con un cambiamento del metodo di finanziamento basato su “formule” o “premi selettivi”. Si veda cosa sta succedendo nelle Università più penalizzate dai tagli di questi ultimi anni: si riducono (id est: si possono solo ridurre) le spese per nuovi assegni di ricerca, per i dottorati, per gli abbonamenti alle riviste nelle biblioteche, per le missioni di studio e di ricerca; non si possono diminuire gli stipendi né licenziare alcuno (eventualmente identificato come “responsabile” di cattive prestazioni). Si taglia, effettivamente, la possibilità di cambiare e migliorare per le Università, anche per quelle che lo volessero. Che poi lo “vogliano” veramente, nei momenti che contano, se hanno finanziariamente l’acqua alla gola, è un assunto più volte reiterato ma non certo dimostrabile come un teorema: i comportamenti delle persone, specialmente in un ambiente socio-istituzionale come quello delle Università italiane, non si determinano così meccanicamente.

E tutto ciò, peraltro, senza aver ancora iniziato a discutere della validità e della robustezza delle valutazioni messe in campo, sia di quelle eseguite con il VTR 2001-2003 da parte del CIVR, sia di quelle “quasi anonime” inscritte nei criteri della cosiddetta “quota premiale” del fondo di finanziamento ordinario delle Università, istituita più recentemente dal Ministro Gelmini. Su entrambe nutriamo grandi dubbi, ma per discuterli nel dettaglio ci vorrebbero spazi diversi, ben maggiori di quelli concessi a questo articolo. In ogni caso non condividiamo il tipo di consenso apparentemente raggiunto su questi punti nel dibattito corrente, e lo facciamo – si badi bene – nel nome delle politiche e delle prassi esistenti a livello Europeo ed internazionale. Non vogliamo certo dei passi indietro nella valutazione, ma dei passi avanti nella giusta direzione. Per questo parliamo di strada difficile e confusa per l’ANVUR, perché vediamo dei punti rilevanti irrisolti, dei compromessi raggiunti confusi e deboli, dei temi essenziali affrontati poco e male. E non abbiamo parlato delle questioni riguardanti l’indipendenza formale e sostanziale della nuova Agenzia. Temiamo quindi che la giusta transizione verso l’ANVUR non rappresenti ancora quell’auspicato passaggio di assestamento per il radicamento di un valido e sostenibile sistema di valutazione della qualità dell’istruzione superiore e della ricerca nel nostro Paese.

Aspettiamo, e intanto continuiamo a scrivere e commentare quello che vediamo.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

9 Commenti

  1. Per esempio, come le vedi le nomine del direttivo dell’ANVUR? Il fatto che le materie umanistiche non siano per niente rappresentate, ad esempio: e’ una minaccia nei confronti di quei settori che non contemplano parametri “internazionali” per la valutazione oppure una resa incondizionata all’impossibilita’ di una seria valutazione dei settori umanistici?

  2. Il direttivo dell’ANVUR avrebbe dovuto essere basato essenzialmente sulla professionalità (in materia di valutazione, NdS), visto l’impegno a tempo pieno ed uno stipendio pari almeno all’80% di quello di un Direttore Generale di un Ministero. Tuttavia eravamo pronti ad arrenderci all’evidenza che nel medesmo Regolamento (di funzionamento dell’ANVUR) era fissata la prerogativa del Ministro di scegliere fra una rosa di nomi, e che ci sarebbe stato il passaggio consultivo alle Commissioni Parlamentari: nel linguaggio di fumo della politica italiana queste cose hanno significati ben precisi.

    Cio è un segno del fatto che in Italia non siamo maturi per riconoscere e valorizzare le professionalità, al di là delle “appartenenze” alle varie Nazioni in cui siano divisi (in questo caso, sia quelle geografiche, sia quelle disciplinari). Mi piacerebbe anche vedere l’elenco dei 300 candidati, per capire se nei 15 prescelti dal “Search Commitee” siano effettivamente finiti i migliori professionisti del settore, o se non ci siano state pressioni di vario tipo, come è trapelato qua e là. Certamente esistono professionisti del settore che non stavano nei 15, e, conversamente, fra i 15, e fra i 7, ci sono distinti accademici che non sono particolarmente professionisti nel settore della valutazione.

    Quindi mi riservo di tornare sulla materia fra qualche giorno, visionato il comportamento degli attori politici. A fra poco.

  3. Maria Chiara Carrozza

    Io credo che i passi necessari per dare significato alla costituzione dell’ANVUR siano:
    1. Definizione delle risorse che l’ANVUR avrà a disposizione per poter svolgere i propri compiti (se non si costituisce una struttura, non potrà lavorare)
    2. L’ANVUR deve essere indipendente dal MIUR e dalle università, senza risorse non sarà certamente vero.
    3. Trasparenza, così come dovrebbe essere trasparente il meccanismo di selezione del comitato scientifico dell’ANVUR, dovrebbero essere trasparenti e disseminati i lavori e gli atti.
    4. Chi fa parte dell’ANVUR deve essere automaticamente escluso dalle attività di ricerca e di didattica, per essere valutatore bisogna essere terzi, e non parte del sistema, qui non si tratta di peer review ma di definire i criteri validi per tutti.
    In Italia manca completamente la cultura della terzietà.
    5. Ci deve essere un legame certo fra FFO e valutazione, se non ci sono effetti sui fondi dell’ateneo la valutazione non ha senso.
    6. Deve essere possibile migliorarsi, posto che ci saranno dei ranking, questi devono avere lo scopo di promuovere i comportamenti virtuosi e di migliorare le posizioni, lo scopo della valutazione è premiare il cambiamento.

  4. Grazie del contributo; una brevissima replica, per ovvi motivi di spazio, solo sui punti 5 e 6.

    Noi non riteniamo che la valutazione “abbia senso” solo se ci sono effetti sui fondi dell’Ateneo – questa è una visione ampiamente propagandata, ma che è parte del problema e non parte della soluzione. Comunque pensiamo che sia opportuno mettere nel conto anche questa possibilità, ma nel quadro di una politica di sistema e di condizioni giuridico-istituzionali oggi ancora non ben definite – o confuse, appunto.
    E’ la stessa legge, e la posizione politica e accademica maggioritaria, ad assegnare come scopo generale delle Università quello di fare didattica E ricerca. Se togliamo a metà di esse i fondi di funzionamento ordinario per mantenere biblioteche, laboratori, assegni di ricerca, dottorati, missioni di studio e di ricerca, abbiamo contraddetto le premesse della posizione menzionata (e che peraltro, personalmente, non approvo).

    Circa le “classifiche”, non siamo d’accordo con il loro ruolo – in primis perchè non condividiamo l’estremismo positivista della visione epistemologica sottostante, tanto è vero che ci sono tante classifiche che girano per il mondo quanti sono i loro compilatori, e poi perchè valutare le università con lo scopo di promuovere la qualità e il cambiamento è spesso in contrasto con l’idea stessa di “classifica”. Per alcuni elementi di riflessione rimando all’intervento di Piero Cipollone sulla scuola, pubblicato oggi, che condivido pienamente, e che vale in larga parte anche per l’istruzione superiore.

  5. d’accordissimo con maria chiara carrozza, quello che proprio manca nella riforma è il superamento del FFO e il non collegamento chiaro tra qualità e fondi, sia per quello che riguarda la ricerca (quantificabile con i meccanismi di valutazione), sia con la didattica (che è difficile da valutare, ma è possibile farlo incrociando la valutazione della ricerca, con cosa fanno gli studenti dopo, a quanti iscritti etc …).

    Forse levare in un colpo anche il FFO e introdurre una sorta di “contratti” tra lo stato e le sue università (con valutazioni ex ante ed ex post) sarebbe stato un colpo insostenibile, ma spero che sarà il prossimo passo.

  6. Una breve apostilla per consigliare caldamente lo studio delle attività e della metodologia della parigina AERES, l’”Agence d’évaluation de la recherche et de l’enseignement supérieur”
    http://www.aeres-evaluation.fr/
    che è Agenzia di valutazione per un sistema politicamente ed amministrativamente analogo a quello italiano, e viene esplicitamente menzionata nei documenti accompagnatori del Regolamento dell’ANVUR.

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