di Emidio Picariello.
Aprire una discussione su quanto migliore sia un sistema operativo rispetto a un altro su un blog può avere il solo scopo di provocare molti commenti, tutti argomentati, tutti giusti, su quanto sia tecnimente migliore Ubuntu, bello esteticamente Mac OS o affidabile Windows Seven. Non è questo lo scopo di questo pezzo. Qui si cerca di rispondere alla domanda – beh, non esageriamo, di aggiungere elementi, è più corretto, alla risposta alla domanda: è auspicabile e vantaggioso – nonché possibile – introdurre – o aumentarne la presenza, più correttamente – l’open source nella Pubblica Amministrazione?
Vale la pena ricordare che quello del software è un ambito complesso e articolato, per cui è necessario scindere i vari elementi e fare diverse considerazioni per i diversi punti. Il settore dei sistemi operativi server, per esempio, è un settore che da lungo tempo ha abbracciato la filosofia open source, e da questo vorremmo cominciare.
Però prima di tutto, per quelli che non hanno voglia di aprire wikipedia, facciamo un rapido sunto di quello che l’open source. Si tratta di un un modo di distribuire il software prodotto che si basa su una licenza – ce ne sono di diversi tipi, con diverse sfumature – che consente l’uso e la modifica del prodotto gratuiti. Uno degli errori fondamentali e comuni è quello di pensare che chi produce software open source non sia interessato a fare la spesa, a comprare la macchina, o a passare i propri week end sul divano. No, non è così, quasi mai: molte delle aziende o delle persone che producono questo tipo di software non lo regalano, lo distribuiscono senza farsi pagare il programma, ma vendendo tutta una serie di servizi e di valore aggiunto che sta intorno al software e creando rapidamente un indotto che non potrebbero creare così velocemente con la vendita. E’ un modello economico a tutti gli effetti, insomma, non un regalo di qualche genio da cantina. Questa precisazione serve anche per rendere chiara una cosa: ci sono persone che lavorano ai progetti Open come persone che lavorano a progetti chiusi, e sono professionisti. La differenza sta nel modello di distribuzione, quasi mai nello scopo, ovvero il business: da una parte il business del mercato, dall’altra il business del dono, comunque sempre – ci sono delle eccezioni, a dire il vero – di affari si tratta.
Ora che siamo tranquilli, che sappiamo che non si sta parlando di giocattoli, ma di prodotti ad alta professionalità possiamo anche dire che lato server si sono già fatti molti e molti passi avanti. Secondo il P.A.O.S il 55% dei server che forniscono i siti della pubblica amministrazione sono Apache – quindi open source – e il 40% Microsoft, contro un mercato mondiale che ha penalizzato ancora di più Microsoft (21%) in favore di soluzioni meno importanti di Apache ma quasi sempre ancora Open Source.
Insomma, lato server si sono fatti progressi, stiamo andando nella giusta direzione e il pensiero che prevale è: se non c’è un motivo per avere un software proprietario, meglio un Open Source.
Il secondo ambito vive una situazione decisamente più difficile. Parliamo dell’ambiente utente e della produttività individuale, che è una cosa alla quale tutti siamo abituati. Stiamo parlando di Windows, di Office, di posta elettronica. In questo caso la situazione è abbastanza statica: la stragrande maggioranza delle postazioni utente utilizza Windows come sistema operativo. Si stanno facendo dei progressi nell’uso di Firefox come Browser e di Thunderbird come applicativo per la posta elettronica. Invece sembra fortemente radicato l’uso di prodotti Microsoft di produttività individuale – parliamo di Word e Excel, per intenderci. E’ possibile sostituire questi prodotti con Open Office, il progetto open source nato da SUN? Nella maggior parte dei casi il Total Cost of Ownership è decisamente più basso, nonostante la politica di licenze a prezzi agevolati che Microsoft fa nei confronti dell Pubbliche Amministrazioni. Il prezzo iniziale di licenza è completamente abbattuto, i file precedentemente creati sono assolutamente compatibili, le funzioni estremamente simili, anche nell’utilizzo. La PA deve solo investire nella formazione del personale e anche in modo non particolarmente pesante. I casi in cui è necessario ancora usare applicativi Microsoft – e ci sono senza meno – sono circostanziabili. Sulla questione della scelta fra Microsoft Office e Open Office ci sentiamo di sbilanciarci: nella maggior parte dei casi è una scelta possibile, tecnicamente ed economicamente vantaggiosa. E infatti alcuni comuni hanno già dato indirizzo si propri uffici informatici di cominciare questa migrazione e qui si auspica che sempre più pubbliche amministrazioni facciano questa scelta.
Più difficile la valutazione quando invece si parla di sistema operativo. Nel mondo linux, frastagliato in mille distribuzioni, ne è emersa una stabile negli anni, per la quale esiste una comunità molto estesa e che ha alle spalle una importante azienda – la Canonical – ed è la distribuizione Ubuntu. In questo caso, sostituire Windows con Ubuntu non è così semplice e anche la questione economica, soprattutto per gli enti più piccoli, non è così immediata. Windows infatti è installato OEM – direttamente sulla macchina acquistata – e acquistare computer senza sistema operativo non sempre è possibile. Inoltre, anche se il tempo di apprendimento di Ubuntu è mediamente molto basso migrare una intera struttura può essere costoso in termini di formazione del personale. Nella quasi totalità dei casi, inoltre non si trovano computer con Ubuntu preinstallato e quindi c’è anche un lavoro di installazione e di preparazione dell’ambiente utente da considerare nel costo iniziale.
In ultimo, la migrazione a un ambiente utente open source deve tenere conto degli applicativi dell’ente esistenti: non sempre infatti si possono far funzionare su una macchina che non ha Windows, ma di questo parleremo anche nel prossimo articolo, quando andremo ad affrontare la questione dello sviluppo e del riuso del software.
Queste considerazioni fanno pendere la bilancia dalla parte del “non tocchiamo niente, Windows va benissimo”? Non del tutto. Ubuntu è un potenziale sistema operativo sostitutivo, che può far risparmiare soldi e tempo all’ente e che gode di alcuni vantaggi tecnici in termini di solidità e sicurezza. Ubuntu allunga la vita dell’hardware, per esempio, perché necessita di minori risorse di sistema rispetto a Windows. Le versioni di Windows sono completamente differenti l’una dall’altra per cui spesso ci si trova con parchi macchine con sistemi operativi diversi, a differenza di quello che accadrebbe con Ubuntu. Però non è un investimento a costo zero: è un investimento a tutti gli effetti. Ne vanno valutati attentamente vantaggi e svantaggi. In un ottica di lungo periodo i primi sono, a nostro avviso, maggiori dei secondi.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







