Innovazione e università: quando lo Stato è assente

di Maurizio Iacopetta

foto Matthijs Rouw

Dal 2000 l’Italia è entrata in un preoccupante periodo di (quasi) stagnazione economica. La situazione è diventata allarmante con il recente tonfo del prodotto interno lordo (PIL): in termini pro capite tra il 2008 ed il 2010 il PIL è sceso del 7%, un dato negativo mai registrato in Italia nel dopoguerra. La caduta a picco dell’attività economica in Italia arriva dopo un lungo periodo di stagnazione che è iniziato agli inizi dello scorso decennio. Tra il 2000 ed il 2007 la crescita è stata inferiore all’1%. Per mettere le cose in una prospettiva storica, nei decenni del dopoguerra l’economia italiana cresceva ad in ritmo superiore al 5%, cioè ad un passo non molto dissimile da quello della Cina di oggi.

La prospettiva storica: crescita con poca innovazione. Perché l’economia italiana si è fermata? Ovviamente la risposta è alquanto complessa. Ma un buon punto di partenza è porsi una domanda al contrario: come mai l’Italia è cresciuta ad un ritmo cosi sostenuto nel dopoguerra (in realtà con fasi altalenanti dei lunghi periodi di crescita si registrarono anche tra l’unificazione e la prima guerra mondiale)?  Un decennio fa sembrava normale che gli standard di vita fossero simili a quelli francesi o tedeschi , ma la nostra economia in principio aveva poco di ciò che a prima vista fa la ricchezza di un paese (tra le risorse naturali le uniche che poteva vantare in grandi quantità era il marmo). Circolava una storiella – che si diceva raccontata da un imprenditore ad un giornalista sul finire degli anni Cinquanta – conosciuta come la teoria del calabrone. Esaminando l’anatomia di quest’insetto, gli studiosi di scienze naturali hanno affermato, tutti d’accordo, che non può volare perché pesa troppo, ha le ali troppo piccole e deboli. Eppure smentendo gli studiosi, il calabrone vola. E lo stesso avveniva per il capitalismo italiano. Ma ora non è più così.

Per spiegare le ragioni della perdita di competitività dell’italia, spesso si citano gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, che in Italia in rapporto al PIL  sono poco più dell’uno percento e cioè un punto meno che negli Stati Uniti o in Germania. Bisogna dire che è da decenni che l’Italia spende relativamente poco in ricerca e sviluppo – anzi la caduta del PIL paradossalmente farà apparire in aumento la percentuale di R&S negli ultimi due anni.  Negli anni del ‘miracolo economico’ del dopoguerra la spinta alla crescita non veniva dalle nuove invenzioni nei campi più avanzati della tecnologia. La forza propulsiva originava nei distretti industriali del nord-est e del centro dell’Italia. La nuova imprenditoria piccola e media, che traeva dalle locali tradizioni artigianali e mezzadrili l’humus culturale per mettersi in affare, usava l’innovazione tecnica solo per consolidarsi. A ciò si affiancò una vigorosa politica dell’offerta del governo attraverso l’impresa pubblica. L’intervento dello stato si fece sentire con una serie di grandi progetti infrastrutturali delle imprese pubbliche, dall’acciao a ciclo integrale della Finsider ai telefoni della STET, dalle autostrade dell’IRI alle joint venture petrolifere dell’ENI con i paesi in via di sviluppo, dalle linee aeree alla televisione pubblica.

L’innovazione e il ruolo dello Stato: la lezione USA. Chiaramente le condizioni sono cambiate notevolmente nell’ultimo decennio. Da un lato la globalizzazione ha svuotato molte delle imprese dei distretti industriali, e dall’altro l’Europa non permette di intraprendere politiche di crescita protezionistiche come in passato. La ripresa della corsa è possibile ma con un nuovo piano di sviluppo che abbia al centro l’azione del governo nel promuovere ed indirizzare l’innovazione e le università verso settori strategici. Nonostante un gran parlare nei circoli accademici e non sul ruolo dell’iniziativa privata nel generare innovazione, in realtà il paese che ha di più contribuito alle innovazioni negli ultimi decenni lo ha fatto con un enorme impegno pubblico. In una delle sue memorabili orazioni degli anni novanta, Alan Greenspan spiegò i miracoli del mercato basato sull’iniziativa imprenditoriale e la scelta dei consumatori facendo un elenco di innovazioni tecnologiche: internet, computer, tecnologie per elaborare l’informazione, lasers, satelliti ed il transistor. Una analisi più approfondita della storia di queste tecnologie rivela esattamente il contrario. Questi sono esempi di creatività sviluppate per lo piu’ nel settore pubblico, ed in particolare nel Pentagono, e nei laboratori di ricerca delle università finanziati in gran parte dal governo. Le imprese si sono inserite solo nella fase finale di marketing di prodotti più adatti all’economia civile e comunque sempre con il sostegno del governo nella fase di adozione della tecnologia. Internet è rimasto per uso esclusivo del governo, cioè dei militari, per 30 anni. I primi computer prodotti dall’IBM costavano così tanto che solo il governo fu disposto a comprarli. Il transistor venne sviluppato in un laboratorio privato, quello della Bell Telephone, ma di nuovo usando risorse della casa madre, la AT&T che godeva di un monopolio nei servizi telefonici. In generale, tutte le grandi innovazioni radicali sono così rischiose che il capitale privato non è disposto ad investirvi nelle prime fasi di sviluppo. Semmai ne trae vantaggio sviluppandone delle applicazioni quando le opportunità di profitto sono chiare ed i rischi contenuti.

Ma in Italia lo Stato non supporta l’innovazione… L’Italia, nel senso di governo, non ha mai seguito una politica pubblica d’innovazione di questo tipo. Per lo più le imprese italiane hanno preso invenzioni sviluppate altrove e ne hanno migliorato il design, cosi come hanno cambiato le tecniche di produzione per renderle più adatte alla scala di produzione delle piccole e medie imprese.  Ma ciò che ha funzionato bene in passato non sembra più adatto al presente.

Oggi un paese può sperare di essere leader technologico solo in un piccolo segmento di mercato. La competizione tecnologica è diventata cosi globale che anche i paesi in via di sviluppo riescono a produrre in modo competitivo prodotti ad alto contenuto tecnologico. In quale tecnologia un paese eccelle è il risultato della storia, della fortuna, e soprattutto del tipo di investimenti. E se in passato l’investimento chiave era in infrastrutture quello di domani è in capitale umano. Su questo punto un dato dovrebbe far riflettere. La percentuale di titoli di studio (lauree, master, e dottorati) in scienze, matematica, e scienze informatichein Italia è solo del 7% sul totale (anno 2005). In Francia e Germania la percentuale è più del doppio. Questo dato associato ai risultati deludenti degli studenti italiani delle scuole medie e secondarie in scienze e matematica — discusse altrove in questo sito — non fanno presagire un cambiamento di tendenza nel futuro prossimo.

Ci sono molte questioni che bisognerebbe discutere. Come raccogliere maggiore risorse per creare centri di formazione uiversitari di eccellenza dove sviluppare nuove tecnologie? E’ auspicabile che le regioni, o i comuni intervengano con le loro risorse? Come sviluppare un rapporto virtuoso e duraturo tra università ed industria? Quali sono i modelli stranieri più adattabili alle condizioni di sviluppo in Italia?

L’inutile dibattito sull’articolo 41. Purtroppo il dibattito politico sulla crescita si è impantanato sulla riforma dell’articolo 41 della costituzione, che bloccherebbe l’iniziativa privata, e quindi lo sviluppo. E’ chiaramente una battaglia contro i mulini a vento, iniziata da parlamentari o poco interessati alla questione dell’innovazione o semplicemente ignari della storia e di ciò che sta avvenendo attorno a loro. Lo stesso articolo era in vigore durante i decenni del ‘miracolo economico’ del dopoguerra. Perché oggi sarebbe inadeguato? Quale effetto magico dovrebbe produrre una modifica di tale articolo? I due principali motori della crescita del futuro sono l’innovazione le scuole e queste hanno poco a che vedere con l’articolo 41. Semmai bisognerebbe rivedere l’ indifferenza del governo nei confronti dell’economia.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Volevo segnalare la vicenda dell’”Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’Innovazione” che, creata con la Legge Finanziaria del 2006 dal Governo Berlusconi di allora, e con sede a Milano, è stata via via ridimensionata nel ruolo e nelle prerogative, tanto che a Milano è rimasta solo un po’ di amministrazione, e la “testa” sta – ben custodita! – presso la Presidenza del Consiglio
    http://www.aginnovazione.gov.it/

    Cioè tutto il discorso che usualmente si fa in questi casi di scindere le Agenzie finziatrici dei progetti rispetto al livello politico (la stessa idea di farla a Milano poteva inquadrarsi in tal senso) ha fatto motori indietro, tant’è che il sistema studiato dal primo Commissario dell’Agenzia, Ezio Andreta (ex Direttore alla Commissione Europa) è stato smantellato, e i primi bandi sono stati fatti con scelte interne, di nuovo, ai Ministeri interessati…
    L’attuale Presidente, Davide Giacalone, sarà anche un giornalista capace di fare il sito web, ma che c’entra con il ruolo dell’Agenzia?

  2. Oh, se è per questo il precedente governo Berlusconi, ministro Tremonti, fece gran baccano sull’Istituto Italiano di Tecnologia, con sede a Genova, che di fatto avrebbe dovuto quasi sostituiire il CNR per la ricerca applicata. Una cosa di cui si parla non molto bene qui: http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/12/05/istituto-italiano-tremonti/

    Ma a parte queste miserie, l’articolo qui sopra dice cose davvero importanti: sarebbe davvero ora di smettere di confondere le politiche della libertà di impresa, della concorrenza, della lotta ai monopoli privati e alle corporazioni (tutte cose sacrosante, per carità…), con le politiche vere di sviluppo, che sono politiche pubbliche, e richiedono uno stato attivo e pensante.

    E tra l’altro, se le politiche pubbliche sono serie, anche il senso dello “sviluppo” non sarà semplicemente trovare il modo per affastellare più merci, ma qualcosa più utile al bene comune.

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting