di Raoul Minetti.
L’annuncio del governo di voler modificare l’art. 41 della Costituzione (sulla libertà di impresa) ha sollevato un polverone mediatico. Verrebbe da dire: tanto rumore per nulla. Sia chiaro, il governo ha puntato il dito su un aspetto cruciale del declino economico dell’Italia: lo scarso sviluppo dell’imprenditoria e, più specificamente, gli ostacoli alla formazione di nuove imprese. Non è d’altronde una scoperta del ministro Tremonti. Si calcola che dal 2003 al 2008 siano state attuate 193 riforme in 116 paesi miranti a ridurre gli ostacoli alla formazione di nuove imprese. C’è quindi una presa di coscienza a livello internazionale che la crescita economica passa anche attraverso l’eliminazione di vincoli distorsivi alla nascita di nuove imprese. Il governo segue giustamente questa tendenza globale. Ma servirà a qualcosa cambiare un paio di righe in un innocuo articolo della Costituzione? O saranno sufficienti i vouchers fiscali con dotazione finanziaria complessivamente modesta e ancora incerta (e a scoppio ritardato, dal 2012) pensati da Tremonti per le piccole e medie imprese?
Cosa ostacola la nascita di imprese in Italia? Certo non l’Art. 41. Per capire un po’ meglio quali sono gli ostacoli alla nascita di nuove imprese in Italia sono andato a guardarmi un eccellente database che la Banca Mondiale ha predisposto a partire dal 2003. Si chiama “Doing Business” e fornisce dati dettagliati sui vincoli che fronteggiano gli imprenditori in 183 economie del mondo. Nella classifica generale della Banca Mondiale sulla “Facilità di Fare Impresa”, nel 2011 l’Italia si colloca all’ 80esimo posto nel mondo, superata da Zambia, Bahamas, Vietnam e Tonga. L’Italia ha una performance modesta (e a volte pessima) in tutte e 7 le categorie che contribuiscono a determinare la classifica generale: è 68esima, tra Madagascar e Mozambico, per la “Facilita’ di Iniziare un’ Attività Imprenditoriale”; 92esima per “Efficienza nelle Procedure per la Concessione di Permessi di Costruzione”; e sprofonda al 157esimo posto su 183 paesi per “Efficienza del Sistema Giudiziario nel far Rispettare i Contratti”.
L’Italia si colloca al 68esimo posto nel mondo per “Facilità di Iniziare un’Attività Imprenditoriale”, si diceva. Nel nostro paese per aprire un’impresa ci vogliono in media 6 giorni, 6 procedure e si deve sostenere una spesa pari a1 18,5% del prodotto interno lordo pro capite (piu’ del triplo della media OCSE, che è del 5,3%). In Danimarca ci vogliono 4 procedure, 6 giorni e non si spende praticamente nulla. In Slovenia ci vogliono 2 procedure, 6 giorni e si spendono praticamente zero euro.
Costi altissimi per aprire un’impresa. I dati della Banca Mondiale rivelano che ci sono ancora dei margini di miglioramento per quanto riguarda il numero di pratiche da effettuare e quindi il numero di giorni necessari per aprire un’impresa. Su questo fronte sono stati fatti indubbiamente passi importanti negli ultimi anni: nel 2004 ci volevano in media 23 giorni per aprire un’impresa in Italia, oggi ce ne vogliono 6. L’entrata in vigore nel 2010, dopo varie traversie, della Comunicazione Unica telematica a vari enti dei documenti di registrazione di una nuova impresa ridurrà questi tempi ulteriormente.
Dove l’Italia appare invece vistosamente indietro rispetto a molti altri paesi è sul fronte dei costi per aprire un’ impresa. Come detto, il costo medio è intorno al 18,5% del PIL pro capite italiano, il che colloca il nostro paese dietro non solo a Danimarca e Slovenia (costo zero) ma anche drammaticamente distante da Francia (costo per aprire un’impresa pari a circa lo 0.9% del PIL pro capite), il Belgio (5.4%), e persino il Portogallo (6.5%). Perché è così incredibilmente costoso aprire un’impresa da noi? Secondo i dati della Banca Mondiale, gran parte dei costi consiste nelle spese notarili di registrazione, che in media ammontano a circa 3600 euro. L’obbligo della procedura notarile non esiste in Francia, Inghilterra, Danimarca, Slovenia, Portogallo, e l’obbligo di rivolgersi al notaio è stato recentemente abolito anche in Romania, Ungheria, Bosnia Erzegovina. Nei paesi europei in cui tale obbligo permane, la Banca Mondiale stima spese significativamente inferiori. In Germania ed in Belgio, ad esempio, la procedura notarile per la registrazione di una nuova impresa costa in media meno di un terzo che in Italia, poco più di mille euro; in Spagna il costo dell’intervento di un notaio pubblico si aggira sui 500 euro.
Ci si potrebbe chiedere se l’Italia è speciale rispetto alla Danimarca, alla Francia o all’Ungheria, e ha da guadagnare in maniera significativa da queste costose procedure notarili. Sarebbe molto utile l’intervento di un esperto di funzioni notarili, ma non posso fare a meno di segnalare che secondo Simeon Djankov, uno dei massimi studiosi internazionali dei problemi dell’imprenditoria, già capo economista della Banca Mondiale per la Finanza e il Settore Privato e oggi vice primo ministro Bulgaro, “il ruolo dei notai è fornire un semplice servizio di verifica […] che potrebbe essere facilmente svolto dai funzionari ed impiegati del registro delle imprese già coinvolti nel processo di registrazione (p. 189)”.[1]
Le conseguenze: le imprese italiane non crescono e non innovano… La riduzione dei costi per l’apertura di un’impresa potrebbe avere effetti significativi sull’imprenditorialità italiana. In un noto articolo scientifico pubblicato sul Journal of Financial Economics nel 2006,[2] Klapper, Laeven e Rajan hanno stimato che dimezzare le spese per la creazione di una nuova impresa comporterebbe un aumento di circa il 10% del tasso di formazione di nuove imprese.[3] Non solo, Klapper, Laeven e Rajan (2006) hanno anche dimostrato che barriere e costi quali quelli fronteggiati dagli aspiranti imprenditori italiani non si traducono affatto in una migliore selezione delle imprese, ma rappresentano un puro spreco sociale. In particolare, le barriere all’entrata di nuove imprese producono due effetti distorsivi. Rendono le imprese italiane di dimensione eccessiva al momento della loro nascita (difatti, in Italia si decide di avviare una nuova attività solo quando questa ha una dimensione sufficiente per sostenere i costi di entrata). Una distorsione che rende le nuove imprese restie ad innovare per il rischio di non riuscire a raggiungere una dimensione sufficiente. Ma, soprattutto, Klapper, Laeven e Rajan (2006) dimostrano che le barriere all’entrata di nuove imprese deprimono anche la crescita della dimensione e della produttività di imprese già esistenti.[4] Infatti, riducendo la competizione di nuove imprese, le barriere all’entrata proteggono le imprese già operanti nel settore, indebolendo i loro incentivi ad incrementare la produttività. Klapper, Laeven e Rajan (2006) stimano che ridurre i costi di entrata innalzerebbe notevolmente il tasso di crescita del valore aggiunto per lavoratore delle imprese già esistenti.[5]
… e i più penalizzati sono i più qualificati e i più motivati. In conclusione, uno dei motivi fondamentali per cui in Italia ci sono troppe micro-imprese che non crescono di dimensione e non innovano sarebbero proprio i costi e gli ostacoli alla nascita di nuove imprese. E queste conclusioni assumono contorni ancora più preoccupanti se si considera che, come mostrato di recente da Silvia Ardagna e Annamaria Lusardi (2009),[6] le barriere all’entrata scoraggiano la creazione di nuove imprese specialmente da parte di persone altamente qualificate, di persone che non hanno già un lavoro, e di studenti. Cioè proprio le persone più abili e motivate.
Nessuna impresa o lavoratore italiano ha mai perso il sonno per colpa dell’art. 41 della Costituzione. Le imprese e i lavoratori italiani attendono ben altre risposte dalla politica.
[1] S. Djankov (2009) “The Regulation of Entry: A Survey”, The World Bank Research Observer 24, p. 183-203.
[2] L. Klapper, L. Laeven e R. Rajan (2006) “Entry Regulation as a Barrier to Entrepreneurship” Journal of Financial Economics 82, p. 591-629.
[3] Piu correttamente, ridurrebbe del 10% il divario nei tassi di entrata tra due industrie, una caratterizzata da un alto turnover di imprese, l’altra con un basso turnover.
[4] Nel Regno Unito all’età di dieci anni le imprese sono circa due volte più grandi di quelle italiane.
[5] Come sopra, in realtà gli autori stimano gli effetti sulla differenza nel tasso di crescita tra industrie con alto turnover e industrie con basso turnover di imprese.
[6] S. Ardagna e A. Lusardi (2009) “Explaining International Differences in Entrepreneurship: The Role of Individual Characteristics and Regulatory Constraints,” in “International Differences in Entrepreneurship”, Editori: Joshua Lerner (Harvard Business School) e Antoinette Schoar (MIT).iMille.org – Direttore Raoul Minetti






In Australia i notai non esistono
segnalo una cosa strettamente collegata, ma che sfugge a tutti gli osservatori.
per le imprese non c’è solo un ostacolo alla formazione, ma anche alla crescita. perché se si vuole aumentare il capitale sociale si deve tornare dal notaio e spendere una cifra proporzionale all’aumento.
anche qui si ragiona sulle migliaia di euro.
e poi tutti dicono che le aziendine italiane sono sottocapitalizzate…
ah, a riguardo della costituzione non hai detto che oltre ai costi c’è anche l’obbligo di avere un capitale minimo, per le srl sono 10.000 da versare immediatamente, per una spa non ne parliamo (ma in effetti è un altro tema).
quindi o si è ricchi di famiglia o una srl non la si apre…
Il notaio era necessario anche per l’auto e venne abolito. Perche’ non abolire l’obbligo anche per registrare le imprese ?
La modifica che il governo vuole apportare al testo costituzionale è pericolosa dove prescrive che i controlli (a tutela della collettività) siano solo successivi. Ciò significa che, dato il fatto che non ci sono risorse per organizzare una rete seria di controlli, aumenteranno molto i rischi; in special modo quelli di danni ambientali.