di Giorgio Gualberti.
Questo articolo parla di energia, ma non parla di noi, che ne consumiamo troppa e quasi tutta da fonti dall’incerto futuro, ma degli altri.
Gli altri sono quelli che non ne consumano niente, o quasi, e quasi tutta quella che consumano viene dalla biomassa. Solo che questo non è un sogno ecologico di una società futura altamente sostenibile ed efficiente, ma piú semplicemente povertà e arretratezza. L’altro lato di un mondo sempre piú energivoro e connesso è uno che è ancora costretto a legna e candele.
Ma chi sono questi altri? e dove sono? Innanzitutto gli altri sono ancora tanti: circa un quinto dell’umanitá non ha accesso all’energia elettrica: sono un miliardo e quatrocento milioni di persone: come dire, tre volte la popolazione dell’Europa oppure 25 volte l’Italia. Sono essenzialmente concentrati in due regioni, l’Africa Sub-Sahariana, dove poco più della metà dei cittadini urbani hanno accesso all’elettricità, e circa il 15% di quelli nelle aree rurali, e nell’Asia meridionale, dove è un problema soprattutto delle zone rurali (che però sono molto popolate). L’India da sola ha 400 milioni di persone senza accesso all’elettricitá e ci sono alcuni stati africani in cui l’elettricità non arriva praticamente a nessuno, il Chad, per esempio, o l’Uganda. Per aggiungere paradosso al paradosso alcuni di questi stati sono dei grandi esportatori di energia, come la Nigeria, che non riesce ancora fornire elettricitá a ben 76 milioni dei propri cittadini, pur esportando un paio di milioni di barili di petrolio al giorno. Per gli amanti dei dati statistici qui e qui ci sono i dati per quasi tutti i pesi del mondo.
Ma l’elettricità non è tutto, anzi. L’energia delle famiglie nei paesi meno avanzati è fatta sopratutto di energia per cucinare e per scaldarsi. La fonte energetica regina è la biomassa, ovvero legna o carbon di legna, o quel che si trova da bruciare, spesso in modi non efficienti. Sono circa 3 miliardi di persone, poco meno della metà del mondo, che cucinano e si scaldano con combustibili solidi, e il problema sta nel fatto che solo una piccola parte di questi (circa 800 milioni) ha a disposizione cucine e stufe moderne, che consumano meno e soprattutto non infestano le case con fumi tossici. Perché quando pensiamo a cucinare con la legna non dobbiamo pensare a un romantico barbecue o a un caminetto, ma a case e capanne avvolte nel fumo, e a donne e bambini che lo respirano. L’atmosfera di molte case povere è peggio di quella della Londra della rivoluzione industriale e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanitá l’inquinamento dell’aria domestica dovuto all’uso di energia tradizionale è responsabile per circa un milione mezzo di morti premature per anno, circa 4000 al giorno, perlopiù dimenticate. Le donne e e i bambini sono le prime vittime, perché passano più tempo a casa e perché, soprattutto le donne e le ragazze giovani, sono costrette a spendere molto tempo e fatica per raccogliere la legna per la famiglia.
Aumentare l’accesso ai servizi energetici moderni in pratica ha tre effetti: da un lato migliora il benessere diretto una famiglia. Poter avere luce elettrica per studiare o una stufa efficiente per scaldarsi migliora direttamente la qualità della vita. Poi l’utilizzazione di energia elettrica (o di forza motrice, tipo un mulino) aumenta la produttività del lavoro e quindi potenzialmente il reddito. Infine il fatto che una comunità non sia isolata energeticamente porta con se numerosi miglioramenti nel campo della salute, o dell’educazione.
Molti paesi stanno facendo, e hanno fatto, sforzi per aumentare l’accesso e la situazione è sicuramente migliorata rispetto a qualche decenno fa. Ma non basta: l’Agenzia internazionale per l’energia calcola che, in assenza di nuove politiche specifiche, il numero di persone senza accesso a forme moderne di energia elettrica continuerà a diminuire, ma poco, e nel 2030 sarà ancora di un miliardo e duecento milioni di persone, un numero chiaramente inaccettabile (1).
La comunità internazionale da alcuni anni sta tentando di mettere il problema della povertà energetica al centro del dibattito internazionale sullo sviluppo, e sembra finalmente esserci riuscita. L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha appena proclamato il 2012 come “International year of sustainable energy for all” e l’idea di puntare all’accesso universale ai servizi energetici moderni si sta facendo strada e consensi (2) così come la convinzione che senza un miglioramento dell’accesso all’energia i famosi 8 Obbiettivi del Millennio saranno difficilmente raggiunti in molti paesi (3).
La proclamazione del 2012 come anno dell’energia mette quindi fine ad un ritardo ventennale, e pone le basi per il riconoscimento dell’accesso ai servizi moderni dell’energia come uno dei diritti basilari per l’uomo, come l’accesso all’acqua potabile (cui tra l’altro la diffusione è tecnicamente legata). Nella speranza che i proclami e i progetti si trasformino presto in risultati sul campo che riavvicinino un po’ gli altri al secolo XXI.
(1) http://www.worldenergyoutlook.org/docs/weo2010/weo2010_poverty.pdf
(2) http://www.un.org/wcm/webdav/site/climatechange/shared/Documents/AGECC%20summary%20report%5B1%5D.pdf)
(3) http://esa.un.org/un-energy/pdf/UN-ENRG%20paper.pdfiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Il tema dell’accesso all’energia è sicuramente importante, come sicuramente lo è quello della riduzione dell’accesso (nel senso del dover ricondurre ad un livello ecosostenibile e equo l’utilizzo dell’energia nei paesi sviluppati; soprattutto negli Stati Uniti dove il consumo procapite è sicuramente eccessivo).