di Stefano Minguzzi.
In Italia anche un investimento in infrastrutture che tutti i soggetti politici, imprenditoriali ed i cittadini ritengono fondamentale, incontra rallentamenti e ostacoli che rischiano di far segnare il passo al sistema paese. Parliamo delle reti NGN (Next Generation Network) che dovrebbero aumentare la connettività alle utente domestiche e professionali aprendo nuovi scenari produttivi e di consumo oltre che consentendo di modernizzare i rapporti con le PA. Ad oggi, infatti, sono solo 2,5 milioni le abitazioni cablate in Italia e 348.000 gli abbonati ai servizi di connettività in fibra ottica (fonte FTTH Council Europe).
Nei primi mesi del 2010 lo scandalo che ha coinvolto Telecom Italia tramite la sua controllata Telecom Sparkle ha seriamente rischiato di intaccare le possibilità di sviluppo della rete voce e dati italiana dell’ex monopolista pubblico. La divisione tra gestione dei servizi e possesso della rete è infatti un tasto dolente che ostacola gli investimenti sull’infrastruttura che oggi come oggi può essere utilizzata in chiave anticoncorrenziale. La proprietà della rete deve essere pubblica, mentre su di essa più operatori privati, pubblici o misti possono competere sui servizi offerti.
E’ infatti questo il nodo che non ha consentito alle imprese TLC italiane di mettersi d’accordo su un piano di sviluppo della nuova rete a fibra ottica. Da un lato Telecom Italia che possiede la vecchia rete in rame che vorrebbe ammodernare, dall’altra i suoi concorrenti, che attualmente pagano un affitto a Telecom stessa, che vorrebbero sviluppare una rete ex-novo a proprietà mista. In mezzo il Governo che riduce da 800 a 100 milioni gli investimenti e che con il ministero allo Sviluppo economico prova a trovare un accordo tra operatori. A complicare il quadro c’è l’Authority alle Comunicazioni (AgCom) che deve definire un sistema di regole condivise che assicuri all’Italia uno sviluppo infrastrutturale al passo con i paesi OCSE e che massimizzi i pochi capitali disponibili.
In questo quadro l’AgCom deve fissare le regole che impongono a Telecom di concedere ad altri operatori l’utilizzo della sua rete in fibra come già avviene per quella in rame adattando l’offerta alle condizioni di mercato. Questo sistema è noto agli addetti ai lavori come “unbundling local loop” (ULL) e cioè la possibilità offerta dagli operativi di telefonia di appoggiarsi, per la fornitura dei propri servizi, alle infrastrutture di proprietà di un altro operatore versando a quest’ultimo una sorta di canone d’affitto. Ad oggi le regole non sono pubblicate, ma sono note grazie all’attività del blogger del Sole24ore Daniele Lepidi.
A scanso di equivoci le regole pensate dall’AgCom sono già state duramente criticate dai blogger (su tutti Stefano Quintarelli) perché ridurrebbero drasticamente la possibilità di sviluppare nuove infrastrutture. In pratica si fotografa la realtà, si trova un equilibrio sulle tariffe tra ex monopolista e nuovi concorrenti e si blocca di fatto lo sviluppo della rete. Uno scenario preoccupantemente simile a quanto successo nel 1992 con il mercato televisivo.
Inoltre si mantiene in vita un rapporto ambiguo tra le imprese TLC: da un lato in competizione sui servizi, dall’altro legate da contratti di affitto con Telecom in grado di guidare lo sviluppo della rete così come già fa con la rete in rame.
Non sorprende dunque se pochi giorni fa Telecom Italia sia partita con la presentazione della propria offerta commerciale su fibra ottica in 13 città in attesa che l’AgCom dia il via libera. In questo caso però Telecom arriva seconda in quanto Fastweb, non a caso proprietaria di una propria rete a fibra ottica, ha già lanciato la sua offerta di connessione a 100 mega con una campagna pubblicitaria di cartellonistica stradale e ora con il testimonial George Clooney. L’AgCom pare decisa entro i primi di febbraio a dare disco verde a Telecom in modo da non far accumulare troppo ritardo nei confronti della società che fa a capo a Swisscom.
Il momentaneo stop ai box dell’offerta Telecom tiene ferma anche l’altra partita: la vendita all’ingrosso ai singoli internet provider. Telecom aspetta di conoscere dall’AgCom le modalità con le quali costruire la propria offerta. Nel frattempo i tempi si allungano e il timore dell’associazione degli Internet Provider (AIIP) è che si vada a sostituire il monopolio sul rame con un duopolio sulla fibra. Uno scenario che, ancora una volta, ricorda la riforma del mercato televisivo dei primi anni novanta.
A distanza di un anno dall’inizio di questo nostro excursus, siamo ancora al punto di partenza: dai primi di febbraio 2011 l’Agcom inizierà l’iter, che dovrebbe concludersi entro maggio, per scrivere le nuove regole per la costruizione delle reti di nuova generazione, che dovranno essere sottoposte a consultazione pubblica e avranno bisogno di un passaggio anche in sede di Commissione Europea.
Al Ministero dello Sviluppo economico è nel frattempo riunito il tavolo composto dai responsabili di tutti gli operatori TLC in Italia per individuare la governance della newco per la costruzione della nuova rete in fibra ottica. Finora si è fermi ad un semplice memorandum che raccoglie le intenzioni e poco più.
Nel frattempo in Italia la vera battaglia è tra tv satellitare e digitale terrestre, internet non riesce a penetrare nel restante 40% della popolazione italiane, il digital-divide generazionale, ma anche sociale, corrisponde a quello tecnologico in modo preoccupante e imprese e PA rimangono ai bordi della rivoluzione telematica che l’Agenda digitale della UE quantifica nel 100% dei cittadini dell’UE raggiunti ad una ADSL entro 2 anni (2013), una connessione pari o superiore a 30 Mbps per tutti entro il 2020 e il 50% degli utenti domestici abbonati a servizi con velocità superiore a 100 Mbps.
Se il ritardo di oggi si accompagnerà con l’indolenza finora dimostrata dal governo Berlusconi per altri 3 anni sarà difficile se non impossibile recuperare il tempo perso e si metteranno le basi per creare una gabbia digitale per l’Italia che non potrà continuare a reggersi sullo sviluppo della sola rete mobile.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








http://www.agendadigitale.org
Ho sottoscritto quell’appello anche se è un po’ vuoto. Perché non ipotizzare 2-3 interventi anche simbolicamente forti (come fatto da WIRED rinunciamo al ponte sullo stretto per finanziare la banda larga) e cercare consensi trasversali nel mondo politico? Sulla semplice manifestazione d’intenti tutti d’accordo nessuno escluso, poi però nei fatti non è mai il momento giusto per investire davvero in futuro.
Ad ogni modo qualsiasi cosa si muove in questo panorama è bene.
L’AGCOM ha appena dato il via libera all’offerta di Telecom per i 100 Megabit per 40 mila utenti in sette città italiane tra cui Roma, Milano, Catania, Bari, Venezia e Torino:
http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/09/news/arriva_internet_a_100_megabit_via_libera_all_offerta_telecom-12254559/
Telecom dovrà offrire ai concorrenti il medesimo servizio con uno sconto del 12% rispetto a quanto farà pagare agli utenti finali (noi). Il tutto senza bitstream e quindi ingessando le varie offerte. Secondo AIIP alla velocità nominale di 100 Megabit corrisponderà una banda garantita di appena 200 kbit
L’offerta Telecom affianca quella già sul mercato di Fastweb. Da vedere se le offerte dei concorrenti alle condizioni suddette saranno sufficienti per scongiurare la nascita di un nuovo duopolio.