“Pensioniamoli tutti!”. Anzi, no.

di Francesco Cerisoli.

Young & Old, Let's Get it On!

Young & Old, Let's Get it On! by Adam Baker

Tra maggio e luglio 2010, nel pieno delle polemiche sui tagli alle Università e sul decreto di riforma voluto dal centrodestra, una delle piùappassionanti discussioni era stata quella intorno alla possibilità di abbassare l’età di messa a riposo dei prof universitari dai 70-75 anni a 65 anni (come avviene in altre parti d’Europa).

Il PD aveva lanciato la sfida dopo che le proiezioni dei bilanci universitari avevano mostrato il pericolo reale che in conseguenza dei tagli operati da Tremonti ci si trovasse ad una paralisi del reclutamento e ad un “commissariamento” sine die delle Università pubbliche  da parte del Governo. Già allora era infatti evidente che il peso degli stipendi, specie di quelli più consistenti proprio per anzianità, avrebbe portato molti atenei a sforare i limiti imposti dal MIUR, con il conseguente blocco delle assunzioni e la necessità da parte degli atenei di tirare la cinghia sulle diverse voci di spesa. La proposta del PD partiva dall’emergenza finanziaria che, lo si accetti o no, ha a che fare sia con l’atteggiamento “punitivo” del governo di centrodestra, sia con la voragine infinita dei conti pubblici riacutizzata dalla crisi internazionale. Ma come fine ultimo si proponeva di sottoporre l’Accademia ad uno “shock generazionale” per ridare slancio e competitività allo stagnante sistema italico.

Su queste pagine sia Maria Chiara Carrozza che Marco Simoni avevano difeso la bontà della proposta, che aveva subito incontrato opposizione da parte di accademici come Pirani, Diamanti, Salvati ed altri. Il numero elevatissimo di commenti raccolti da iMille in quei due post testimonia quanto “sentito” fosse il problema nel campo del centrosinistra.

A sorpresa, il Ministro Gelmini raccolse la sfida in luglio dichiarandosi favorevole all’iniziativa ed attirandosi una valanga di proteste da accademici di entrambi gli schieramenti politici. Comprensibile, dato che in quei mesi si discuteva della riforma (poi approvata il dicembre scorso) col rischio che un tale provvedimento vi fosse inserito.

Al dibattito in Senato sulla riforma Gelmini, l’argomento è stato abilmente scavalcato, cosicché nel testo definitivo della legge si prevede che i professori associati ed ordinari andranno in pensione a 70 anni, come era stabilito del resto dalle normative più recenti. Questione chiusa, quindi, con qualche mugugno da parte di quelli che speravano addirittura in un posticipo a 72 o 75 anni (numerosi gli emendamenti presentati in sede di discussione parlamentare), possibilità che rimane per un numero non trascurabile di prof che hanno “acquisito il diritto” alla proroga in base alla legislazione precedente.

Purtroppo il quadro finanziario degli Atenei resta altamente compromesso, con il Fondo di Finanziamento Ordinario bloccato dai ripetuti tagli operati dal Governo e la spesa per gli stipendi in aumento. Già adesso molti atenei superano la fatidica “quota 90” (ovvero oltre il 90% del budget se ne va  in stipendi dei dipendenti). Inoltre per il calcolo della “quota 90” da quest’anno non si applicheranno più gli sconti per il personale sanitario che svolge attività lavorativa nelle aziende ospedaliere universitarie, mettendo in crisi quasi tutti gli atenei che hanno una facoltà di Medicina.

Dove esistesse un senso di responsabilità, ormai ignoto a gran parte delle istituzioni italiane, di fronte all’incapacità di ottenere dalla politica “sorda e grigia” quei finanziamenti necessari alla sopravvivenza e al rilancio dell’Accademia italiana, la messa a riposo a 65 anni dei dipendenti più “costosi” sarebbe lo strumento principale per recuperare risorse ed aprire le porte ad una nuova generazione di studiosi. Purtroppo tale soluzione non piace (ce ne siamo accorti) a quell’Accademia che tenta a tutti i costi di pepetuare se stessa non come istituzione, ma come gruppo di persone, sempre le stesse. Le “ragioni” ufficiali le conosciamo:

Gli over 65 possono ancora dare contributi significativi”: infatti nessuno pensa di mandarli al confino, semplicemente di far godere loro una pensione che in molti casi sarà cospicua e, per chi lo vorrà,  mantenere la collaborazione con le Università attraverso meccanismi come, ad esempio, l’associatura in uso all’INFN o contratti da “prof emerito”.

Se si mandano in pensione gli over65 l’INPS fallisce”: se qualche migliaio di pensionati in più potesse provocare il collasso di un sistema che paga 13 milioni di pensioni ci sarebbe di che preoccuparsi…

Ma se la richiesta oggigiorno è quella di aumentare l’età pensionabile!”: ma nessuno pensa certo di portarla a 70 anni! Facciamo ora 65 anni, se poi aumenteremo l’età pensionabile per tutti, l’aumenteremo anche ai prof.

Così si perdono posti di lavoro perché c’ è il blocco del turnover”: a parte che con la legge Gelmini le cose cambiano, poi con il budget che libera un prof ordinario a fine carriera ci si pagano due o tre nuovi assunti. E se posti di lavoro devono essere persi (senza soldi non si assume nessuno), non è meglio che siano quelli di chi comunque ha una cospicua pensione garantita?

In questo modo ci si arrende a chi vuole ridimensionare l’Università pubblica”: oppure si cerca di farla sopravvivere in attesa che salga al governo qualcuno che abbia voglia di ricominciare ad investirci.

Perché in fondo è di questo che si tratta: far sopravvivere a Gelmini e Tremonti quell’istituzione grazie alla quale tutti noi siamo qui a scrivere, e che vorremmo consegnare se possibile migliore a chi verràdopo di noi. Anche a costo di mandare in pensione qualche migliaio di ultrasessantacinquenni. Che dite, ci riproviamo?iMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. Come elemento di azione, in questa fase, proporrei di portare l’attenzione sulle scale stipendiali, che devono essere riviste/riformate, e cercare di fare qualcosa per alleviare l’insostenbibile “pendenza” della progressione, che, oltre a penalizzare i giovani, ha comunque come conseguenza il fatto che a questi ultrasessantacinquenni diamo attualmente una barca di soldi – relativamente, e per qualcuno anche in termini assoluti.

  2. marcolino

    assolutamente hai ragione.
    il problema è che nel Paese quando si parla di università si pensa sempre che sia qualcosa di complicatissimo che riguarda pochi eletti e d’altro canto non c’è nessuno DENTRO al sistema universitario che è in grado di recepire la proposta.
    E l’azione di lobbying che tutte le componenti universitarie, CRUI, CNRU, ANDU, etc. etc. sono in grado di portare avanti è pesante visto lo stuolo di docenti universitari presenti in parlamento.
    Quindi che si fa?

  3. Francesco Cerisoli

    @Renzo
    Sulle scale stipendiali si puo’ ragionare “in emergenza” (mancano fondi, troviamoli in qualche modo). Limare in alto in maniera stabile e’invece ingiusto, non nei confronti di chi percepisce gli stipendi ma nei confronti del sistema in generale: i nostri ordinari guadagnano come gli ordinari dei paesi europei piu’ “ricchi”, mentre i nostri ricercatori ed associati, specie ad inizio carriera, guadagnano molto meno che i colleghi europei. Se togliamo attrattivita’ anche in alto non c’e’ speranza che riusciremo, un giorno lontano, a reclutare studiosi di valore.
    @Marcolino
    Che si fa? Beh, per cominciare bisogna riportare il dibattito all’attenzione della politica, e poi, specie se andremo ad elezioni, cercare di far inserire la proposta nei programmi elettorali. Come vedi PD e PDL avevano, magari anche solo propagandisticamente, raccolto la sfida.
    A livello di atenei poi sarebbe auspicabile che le associazioni “volenterose”, penso a Rete29Aprile per dirne una ma anche altre, raccogliessero la proposta e cercassero di farla introdurre nei regolamenti d’ateneo che proprio a seguito della riforma Gelmini stanno per essere modificati. Purtroppo non puo’ essere vincolante, ma sarebbe gia” un buon segnale se le Universita’ spingessero per il pensionamento a 65 anni. E’ dura, ovviamente….

  4. Limare “in alto” serve per ridare “in basso” – questo era il senso del mio intervento, in un sistema dove hai una scala stipendiale molto pendente.
    Per ridare attrattività alla carriera devi cominciare a correggere gli squilibri. E, proprio per quanto scritto, gli over-65 sono i primi a cui guardare.

  5. Fabio

    Comcordo con la limatura “in alto”: devi poter attirare la gente quando e’ giovane offrendo loro un buon primo stipendio. Quando si raggiunge una certa eta’ ci sono altri motivi che ti convincono a rimanere.

    Sull’eta’ pensionabile, l’anno scorso l’ENEA ha deciso di applicare strettamente la regola del pensionamento obbligatorio per chi aveva 40 anni di contributi versati.

    Qualche effetto sull’eta’ media (..pur sempre cospicua..) dell’ente si e’ visto
    e qualche risorsa per assunzioni di giovani e’ in effetti uscita:
    http://www.enea.it/ente/risorse_umane/PersonalePerAnzianita.html

  6. Francesco Cerisoli

    Diciamo che lavorare sulle scale stipendiali limando in alto e ridistribuendo in basso lo condivido nella situazione attuale (mancanza di fondi, scarsa attrattivita’ “economica” delle figure in entrata, necessita’ di un detereente a rimenare in cattedra fino a 70 ae piu’ anni al solo fine di fare cassa etc..). Nel lungo termine si dovrebbe allineare tutta la scala stipendiale alle medie europee (mentre ora siamo alla pari in alto, molto svantaggiati in basso).
    Sui 65 anni: a livello di singoli atenei si potrebbe, per esempio, cercare di inserire negli statuti dei limiti di eta’ per le cariche elettive, tipo gli over 65 non possono essere eletti rettore, direttore di dipartimento, preside di facolta’, senatore accademico etc… Poi si potrebbe spingere perche’ al MIUR introducano un simile criterio per i commissari per l’abilitazione nazionale.

  7. Fabio

    Un altro punto da indagare sarebbe quello delle progressioni di carriera: in Italia c’e’ un fattore 1:1:1.5 fra ordinari, associati e ricercatori. Di fatto chi entra sa che ha ottime probabilita’ di diventare ordinario entro fine carriera. Sinceramente non so se questo e’ cosi’ normale in altri paesi…

  8. Francesco Cerisoli

    Non lo e’, e da noi e’ léffetto nefasto delle regole introdotte da Berlinguer nel ’96. Nel nuovo sistema, consioderato che i ricercatori a vita scompaiono, i rapporti rimarranno intorno all’ 1:1 fra associati e ordinari;sui ricercatori a tempo detrminato e assegisti e’difficile fare previsioni, molto dipendera’ dalle disponibilita’ economiche (adesso molto scarse…)

Lascia un commento

Subscribe without commenting