di Corrado Truffi.
La prima sensazione che ho quando raggiungo la periferia romana – con vista su officine dismesse, capannoni, magazzini commerciali e condomini di rara bruttezza sistemati con lo stesso ordine geometrico di un lancio di Shangai – non è estetica ma economica. Vedo soprattutto un immenso spreco di spazio, di materiali e di energia: l’energia inutilmente consumata per percorrere chilometri di vuoto e di spazi abbandonati.
*****
Le case consumano energia. Le città consumano energia. Meglio, le case e le città uscite dall’urbanesimo industriale del XX° secolo sprecano energia, perché sono disorganizzate e perché sono costruite con le tecnologie dell’abbondanza energetica dell’epoca fossile.
Le case e le città dell’urbanesimo industriale del XX° secolo, inoltre, sono in genere brutte da vedere e da vivere. E, forse, questa loro caratteristica non è affatto indipendente dal loro essere così inutilmente energivore.
Fare qualcosa per invertire questa tendenza alla bruttezza e allo spreco è impresa sicuramente complessa. Servirebbero norme efficaci di pianificazione urbanistica, sistemi di incentivi alla trasformazione, risorse e volontà politica. E senso del bello. Tuttavia, non è impresa impossibile, se si considerano realisticamente vincoli e opportunità.
Prima di tutto bisogna agire sulla base costruita più che costruire ex novo, perché l’Italia è già piena di cemento. Inoltre, con la nostra proprietà immobiliare frammentata e la qualità architettonica ancora esistente nei centri storici e nella città consolidata, è difficile praticare il distruggi/ricostruisci tipico di altri paesi. Insomma, c’è poco spazio per sogni di nuove case passive ad impronta ecologica nulla.
In compenso, ci sarebbe grande spazio per un piano di ristrutturazione ecologica ed energetica degli edifici, possibilmente governato anche dal disegno urbanistico e dal recupero della bellezza.
La domanda è se le risorse necessarie possano essere trovate e se ci siano capacità, idee e strumenti per attivarle nella giusta direzione.
E la risposta è positiva. Provo a dire come.
Le risorse. In primo luogo, è bene partire da un dato di fatto positivo e sottovalutato. L’esperienza degli incentivi alla ristrutturazione edilizia con la detrazione Irpef del 36%, e quella degli incentivi all’efficienza energetica degli edifici con la detrazione del 55%, hanno dato e continuano a dare risultati assai positivi, senza costare molto alla finanza pubblica grazie al perdurante effetto positivo in termini di emersione del nero. Tra l’altro, anche grazie a tali incentivi, gli interventi di manutenzione straordinaria rappresentano già ora oltre il 50% del mercato delle costruzioni. In secondo luogo, a fronte di una pressione fiscale molto alta sul reddito e sul lavoro, il sistema fiscale italiano presenta una tassazione sugli immobili decisamente più bassa della gran parte dei paesi europei e degli USA: una composizione del gettito già molto squilibrata prima dell’abolizione completa dell’ICI sulla prima casa, ed ora divenuta ancora più insostenibile.
Se l’obiettivo è orientare la gran parte del mercato delle costruzioni verso la manutenzione straordinaria, ossia verso la qualità e non a nuove quantità, si dovrebbe affiancare agli incentivi esistenti, agenti sugli interventi di trasformazione, anche un meccanismo di incentivo/disincentivo di tipo strutturale, che agisca in modo costante sul possesso: una nuova tassazione patrimoniale sugli immobili, da sostituire all’ICI, con aliquote significativamente sensibili anche al consumo energetico dell’immobile, dove l’edificio che consuma di più, paga più tasse. Inoltre, se si tiene conto che si parte da una situazione di relativa bassa tassazione, è evidente che operando in modo intelligente si potrebbero recuperare risorse utili per programmi di incentivazione e pianificazione urbanistica e, in particolare, non solo per finanziare le buone pratiche di trasformazione ecologica da parte dei privati, come già in parte si fa, ma anche per contribuire a finanziare progetti di riqualificazione urbana pubblica, sempre associata alla riduzione dei consumi energetici negli edifici pubblici.
Un ulteriore incentivo alla trasformazione, finanziato sempre rendendo fiscalmente onerosa l’inefficienza energetica, potrebbe essere realizzato vendendo come servizi – ossia tramite leasing a tassi incentivati – certe operazioni di trasformazione, quali l’installazione di pannelli fotovoltaici, o di pompe di calore geotermiche, ecc. In tal modo, si ridurrebbe la barriera all’ingresso dell’innovazione, che oggi è elevata per l’alto costo iniziale di investimento e i tempi dell’effettivo ritorno.
Le capacità e le idee. Anche su questo versante esprimerei un cauto ottimismo, sempre che si riesca a fare di questa faccenda una battaglia politica e culturale, un luogo dove provare a sperimentare nuovi modi di fare politica locale. Mia convinzione, infatti, è che “vendere” il risparmio energetico come un buon affare per il privato che investe in efficienza della propria abitazione sia condizione necessaria ma non sufficiente. Sarebbe infatti utile “vendere” anche la possibilità di abbinare alla pura efficienza la qualità urbana. Insomma, toccare con mano che la vita urbana può essere migliorata.
****
Ecco, forse si può fare qualcosa perché un posto così (quel che ammiro ogni giorno dalle finestre del mio ufficio) non possa più esistere.
*****
Piccola appendice tecnica
- Il settore civile (residenziale e terziario) è l’unico settore in Italia in cui il consumo energetico continua a crescere, come si vede plasticamente dalla figura qui sotto. Intervenire su questo comparto, quindi, è davvero importante.
Consumi interni di energia in Italia in Mtep – Fonte Enea su dati MSE.
- Le tecnologie disponibili per rendere “quasi passivi” edifici esistenti ci sono, e sono ben consolidate, nulla di fantascientifico. Ad esempio: isolamento e coibentazione delle pareti e delle finestre; ventilazione meccanica controllata con recupero di calore; pannelli solari termici per cogenerazione di acqua calda; pannelli solari fotovoltaici per produzione energia elettrica; motori con recupero di calore per riscaldamento e microgenerazione elettrica; geotermia a bassa entalpia; centralizzazione di alcuni impianti a livello condominiale; riduttori di flusso idrico; contabilizzazione separata dei consumi termici centralizzati; uso di lampadine ed elettrodomestici a basso consumo; domotica per l’ottimizzazione dell’uso degli impianti elettrici e termici nelle case; uso di vernici ecologiche per abbattere gli inquinanti. Inoltre, come ho già notato sopra, si tratta di tecnologie che danno lavoro diffuso e che possono offrire una buona e seria alternativa a un comparto produttivo, quello dell’edilizia, in grande ed inevitabile sofferenza se continua ad operare secondo un ormai impossibile Business As Usual.
- Tutti i dati sulla tassazione degli immobili e sul mercato dell’edilizia cui si fa riferimento sono tratti da questo recente studio della Banca d’Italia.
- Tempo fa avevo immaginato gli aspetti tecnici ed economici di possibili interventi pubblici dimostrativi su piccola scala – un isolato di un quartiere. Chi vuole, può curiosare qua.
- Il PD ha depositato in Parlamento due proposte di legge sulla pianificazione e sui meccanismi di perequazione e compensazione che, se attuati, fornirebbero il quadro regolamentare per superare le difficoltà che vivono gli enti locali e darebbero, finalmente, qualche colpo allo strapotere della rendita fondiaria italica, una delle tante persistenze corporative del belpaese.
(Ringrazio Filippo Taddei che mi ha segnalato i dati sulla tassazione e sul mercato immobiliare, e soprattutto mi ha stimolato con il suo intervento sul mito dell’anzianità alla Leopolda, e con la sua idea degli immobili che devono muoversi)iMille.org – Direttore Raoul Minetti






C’è un punto che mi sembra sempre poco affrontato nelle proposte per incentivare la trasformazione e la riqualificazione del patrimonio edilizio: nel nostro paese le risorse dei privati sono state spesso esaurite nell’aquisto della prima casa. Se il patrimonio edilizio esistente si trova con pessime performances qualitative è sia perchè il proprietario della propria casa spesso non ha i mezzi per una riqualificazione radicale, sia perchè il commercio di immobili prescinde dalla qualità di essi ed è finalizzato a gonfiare i prezzi, senza bisogno di migliorarne lo stato. Aggravare il carico fiscale sui piccoli proprietari spesso privi i risorse per migliorare le caratteristiche dei propri immobili, non credo che sia la strada giusta. Obbligare invece le società di patrimoni immobiliari ad innalzare la qualità del costruito che gestiscono sul mercato, mi sembra invece più sensato. Per la piccola proprietà servirebbero non solo incentivi, ma veri e propri “programmi” di riqualificazione rivolti a coloro che aderiscono a forme di aggregazione a tal scopo finalizzate. La parcellizzazione degli interventi sul costruito, quel che avviene normalmente, presenta infatti notevoli difetti: si “rinnovano” gli appartamenti senza incidere sulla qualità complessiva del fabbricato o dell’isolato; si favoriscono interventi superficiali e non sostanziali; si favorisce la dispersione delle imprese e la loro riduzione in termini di addetti (imprese di manutenzione da 1-2 addetti); non si favorisce l’incremento delle capacità e competenze professionali degli addetti (manutenzione di bassa qualità); infine si ottengono molto spesso interventi separati irrazionali che modificano persino le caratteristiche strutturali degli ediifici d’abitazione… Mi sembra che la bassa qualità dei nostri immobili e le difficoltà a innovare siano lo specchio della struttura della proprietà in Italia, non crede anche lei?
L’osservazione è molto interessante e in gran parte ben fondata, e mette in luce altre importanti sfaccettature del problema.
Osservo due cose.
1) E’ chiaro che una manovra che modifichi la logica con la quale sono tassati gli immobili (l’attuale ICI, la futura IMU, o altro), da una base imponibile calcolata sul solo valore immobiliare ad una che incorpori il consumo energetico dell’immobile, va effettuata con una certa cautela per non tartassare i troppo piccoli. E tuttavia non esagererei con la retorica del piccolo proprietario perché – al netto di chi di fatto non possiede la casa perché ha ancora un mutuo consistente – si tratta pur sempre di persone con una situazione più solida di quelli che la casa non l’hanno, i quali in Italia sono certo pochi ma non inesistenti.
2) Trovo invece molto corretta la correlazione che lei propone circa il rapporto fra la bassa qualità edilizia e la frammentazione della proprietà (che è l’altra faccia del basso numero di persone che vivono in affitto, e che ha molti altri effetti negativi quali la minore mobilità ecc., ma questo è un altro discorso). E così mi sembra assai acuta l’osservazione circa gli effetti negativi della frammentazione sulla qualità dei fornitori di servizi di ristrutturazione edilizia. E, infine, trovo altrettanto utile il suggerimento di pensare a “programmi di incentivazione” per i piccoli proprietari da realizzare a livello di condominio e/o di isolato. Ed infatti, è proprio quello che avevo immaginato un po’ di tempo fa e che cito nell’articolo (https://docs.google.com/View?docid=azz7chbr7w5_20cpdk5h).
3) Tuttavia, qui ho tentato anche di fornire qualche idea sulla praticabilità effettiva di simili politiche in presenza di pesanti vincoli di bilancio come gli attuali. Perché qualsiasi programma di incentivazione, per quanto meritorio e conveniente nel medio periodo, deve purtroppo essere finanziato. E l’idea di fondo dell’articolo è appunto di operare per affiancare agli incentivi diretti un meccanismo stabile di incentivo/disincentivo che in buona misura consenta l’autofinanziamento dell’operazione senza troppi effetti distorsivi dal lato della tassazione.
Un mdo di favorire la riqualificazione energetica degli immobili dei singoli proprietari, attualmente agevolata con il recupero del 55% delle spese mediante credito d’imposta in dieci anni, potrebbe essere la TRASFERIBILITA’ del credito d’imposta, ad esempio a imprese del settore edilizio certificate per la capacità di intervenire secondo criteri di sostenibilità delle costruzioni (attualmente tale certificazione non esiste). Nell’attuale situazione, infatti, il singolo proprietario deve comunque accollarsi tutta la spesa dell’intervento, per poi recuperarla nel tempo pagando meno tasse. La trasferibilità del credito potrebbe consentire forme di contratti privati-imprese per la compartecipazione alle spese d’intervento al 50% per ciascun soggetto e incentiverebbe le imprese a specializzarsi nel settore dell’efficienza energetica degli edifici.
Qualcosa di simile è stato proposto in USA da Architecture 2030, fondata dall’architetto Edward Mazria nel 2002. Architecture 2030 ha proposto una Programma per la riqualificazione del Patrimonio edilizio terziario esistente in termini di programma triennale di riduzioni fiscali che incoraggi i proprietari a condurre piani di riqualificazione efficienti. La riduzione coprirebbe il totale degli interventi di riqualificazione fino a una soglia massima e può essere ceduta o trasferita a un nuovo proprietario per tutto il periodo dell’incentivo. La trasferibilità del credito è stata suggerita da Mazria a Obama in una audizione sul piano del presidente denominato “Better Buildings Initiative” (http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2011/02/03/president-obama-s-plan-win-future-making-american-businesses-more-energy).
Gli effetti positivi del trasferimento (ad altri proprietari, a imprese o investitori) del credito nel settore dell’efficienza energetica in edilizia sono vari : riducono la spesa immediata dei proprietari, permettono alle imprese di investire nella riqualificazione energetica (la green economy ha bisogno degli investimenti), stimolano la trasformazione delle imprese da generiche a specializzate, consentono da subito risparmi energetici per i proprietari, incrementano la creazione di nuovi impieghi specializzati, rendono molto più rapida la trasformazione qualitativa degli immobili. In pratica, la trasferibilità dei crediti in riqualificazione energetica edilizia possono trasformarsi in “crediti verdi” per lo sviluppo della green economy nel settore delle costruzioni.
Potrebbero persino formarsi delle società d’investimento per l’utilizzazione dei crediti in riqualificazione edilizia energetica….
Si, anche queste osservazioni mi sembrano molto utili a completare il quadro delle politiche che un governo sensato potrebbe avviare. In qualche modo, sono molto in linea con quanto scrivevo dicendo che un ulteriore incentivo “potrebbe essere realizzato vendendo come servizi – ossia tramite leasing a tassi incentivati – certe operazioni di trasformazione”. L’idea infatti è sempre la medesima: trovare il modo di finanziare il capitale iniziale necessario alla trasformazione, in modo da abbattere il costo psicologico e reale di un ritorno dell’investimento troppo differito nel tempo per le “tasche” di molti privati cittadini.
Mi piace molto anche l’idea che accanto alla certificazione energetica degli edifici dovrebbe esserci anche un “bollino qualità” per i fornitori di servizi di ristrutturazione ecologica. Osservo però che in entrambi i casi in Italia vi sono oggettive difficoltà in termini di “credibilità” da parte dei cittadini rispetto a questi (e non solo a questi) meccanismi di certificazione. Credo che anche lei abbia constatato spesso lo scetticismo sistematico profuso a piene mani sul fascicolo di fabbricato o su simili strumenti in qualunque assemblea di condominio….
Grazie!
Mi sbagliavo relativamente alla mancanza di qualità certificata nel settore delle imprese di costruzione, vedo che invece esistono varie iniziative in Italia, tra le quali quella del Consorzio per l’edilizia di qualità della pianura bergamasca…:
http://www.casedoq.it/
Qui invece l’esempio di un’industria modello, inglese, che produce edifici a basso consumo energetico da realizzare con componenti prefabbricati prodotti con materiali ecologici provenienti dal territorio circostante e a alto contenuto di risorse rinnovabili, con inoltre una buona componente relativamente all’intensità di lavoro umano:
http://www.modcell.com
Qui a questo link, Confindustria descrive la proposta di un ECOPRESTITO: http://www.confindustria.it/Aree/NewsPub.nsf/0/38AA0026645EB717C12576880032EFED?OpenDocument&MenuID=E92F05BCEE7F890AC12573A9004F62EF
“Essa si inquadra nel percorso volto alla riduzione del 20% delle emissioni climalteranti nonché all’incremento di una analoga percentuale in relazione al risparmio energetico ed all’uso di energia rinnovabile come da Direttiva europea e che è oggetto di dibattito a dicembre nel summit di Copenhagen. La proposta Finco prevede – in sintesi estrema- l’accesso a prestiti agevolati a tasso 0 per 10 anni fino ad un massimo di 30.000 euro per ciascun beneficiario.
Onde accedere a tale “eco prestito” occorrerebbe certificare – attraverso un progettista iscritto all’Ordine – di aver effettuato almeno due interventi che vanno dall’ incremento dell’efficienza energetica delle coperture e delle pavimentazioni a quello dei muri perimetrali e delle finestre, porte esterne e schermature solari, all’installazione di apparecchiature e sistemi per riscaldamento e produzione di energia elettrica ed acqua calda utilizzanti fonti rinnovabili o assimilate.
La misura concorrerebbe all’abbattimento delle emissioni di CO2 del patrimonio costruito e potrebbe essere finanziata fino alla concorrenza di una cifra da individuare dalle Fondazioni Bancarie, e/o dalla Cassa Depositi e Prestiti.
L’Ecoprestito potrebbe essere rimborsato in dieci anni, ma i lavori dovrebbero iniziare entro il 2010 e terminare al massimo entro l’anno successivo.”