di Raoul Minetti
L’ Innovazione e’ il motore primo dello sviluppo sociale ed economico di un paese. Un’ economia che non innova, declina; uno stato che non ammoderna le sue istituzioni quando la societa’ evolve, diviene una prigione per la societa’ stessa. Eppure, quando non impegnate nel dibattere di vicende avvilenti, la classe politica italiana e le nostre “elite” culturali vanno di rado oltre la tradizionale dicotomia “novecentesca” tra liberta’ individuale e equita’ sociale. O, anche peggio, si cimentano in dibattiti su “cosa e’ di destra e cosa di sinistra” (e’ nella memoria di tutti una settimana dei maggiori quotidiani nazionali dedicata ad un gioco “destra-sinistra” in TV). Dimenticando che il motore primo dello sviluppo, l’Innovazione, non e’ probabilmente ne’ di sinistra ne’ di destra, ed e’ il piu’ forte propulsore sia dell’equita’ sociale che della liberta’ di mercato e della meritocrazia. Dimenticando cioe’ che la sfida piu’ difficile che probabilmente si trova oggi a fronteggiare l’Italia e’ come tornare a far prevalere l’innovazione sull’istinto di conservazione di un paese che sta invecchiando e declinando.
E’ per questo che il primo mese dei nuovi iMille sara’ dedicato al tema “Innovare l’Italia”, nelle sue molteplici forme.
Innovazione, Imprese e Lavoro. Parleremo di innovazione economica, con riferimento sia al lavoro (Gianluca Galletto) che all’impresa (Raoul Minetti). Cercheremo quindi di capire perche’ un recente studio OCSE[1] calcola che nel 2008 il sistema imprenditoriale italiano era solo al 28esimo posto (su 38 paesi) per rapporto tra spese in Ricerca e Sviluppo delle imprese e Prodotto Interno Lordo. O perche’, sebbene abbia un tasso di nascita di micro-imprese tra i piu’ alti tra i paesi industrializzati, l’Italia sia all’ultimo posto di 13 paesi studiati dall’OCSE per percentuale di brevetti realizzati da nuove imprese (eta’ inferiore ai 5 anni). L’Italia e’ anche il paese OCSE che tra il 2001 e il 2007 ha registrato sia la piu’ bassa crescita del reddito pro-capite che la piu’ bassa crescita della produttivita’ del lavoro. Un dato che fa riflettere, e che assume contorni ancora piu’ desolanti se andiamo a suddividere la crescita della produttivita’ del lavoro nelle sue componenti. L’OCSE rivela infatti che la modesta crescita della produttivita’ del lavoro in Italia e’ in gran parte frutto di investimenti tradizionali mentre il nostro paese viene superato anche dalla Grecia in termini di contributo che l’investimento in nuove tecnologie e conoscenze fornisce alla produttivita’ del lavoro. E’ anche alla luce di questi dati che rivisiteremo quindi il problema della perdita di competitivita’ dei nostri stabilimenti e ci interrogheremo su dove vada il mercato del lavoro in Italia dopo la vicenda Mirafiori.
Scuola e Universita’. Ragioneremo poi con Marco Campione, Riccardo Spezia e Francesco Cerisoli sulla capacita’ del sistema scolastico e universitario italiano di formare capitale umano per l’innovazione tecnologica ed economica. Lo faremo cercando di capire chi sono gli innovatori e chi i conservatori nel dibattito sulla scuola e sulla riforma universitaria recentemente approvata. Perche’ molte cose non funzionano nel nostro sistema formativo se, secondo i dati del Programma OCSE per la Valutazione Internazionale degli Studenti (PISA), nel 2006 l’Italia era 30esima su 39 paesi per percentuale di studenti 15enni “top performers” in matematica.[2] E, nel 2007, aveva un tasso di entrata all’universita’ (percentuale stimata di nuovi iscritti rispetto alla fascia di eta’) al di sotto della media OCSE (tra la Repubblica Ceca e la Slovenia). O, ancora, si collocava al 24esimo posto su 36 paesi in termini di percentuale di dottori di ricerca rispetto alla fascia di eta’ (circa l’1%, poco piu’ della meta’ della media UE). Ed evidentemente in questi anni meccanismi non-standard di formazione delle classi dirigenti devono aver prevalso sulla scuola e l’universita’ se, tra 31 paesi studiati dall’OCSE, l’Italia contende a Malta e alla Repubblica Ceca il podio per il piu’ alto “tasso di sottoqualificazione”: il numero di persone che occupano una posizione lavorativa ad alta intensita’ di conoscenza e professionalita’ e’ piu’ del doppio del numero di laureati. Come dire, le classi dirigenti vengono selezionate piu’ per caso (o per raccomandazione?) che tra i banchi delle nostre universita’…
Un declino, quello del sistema scolastico e universitario, che si manifesta in un sempre piu’ difficile rapporto tra scuola, universita’ e mondo del lavoro, specie a svantaggio delle donne. Nel 2007 il tasso di disoccupazione delle laureate italiane era al 6to posto tra i paesi OCSE e, su 20 paesi studiati dall’OCSE, l’Italia e’, dopo la Francia, quello in cui e’ piu’ ampio il divario tra uomini e donne nel ritorno atteso netto da un’istruzione terziaria.
La Domanda di Innovazione e il Ruolo dello Stato. Da dove nasce l’ incapacita’ dell’Italia di innovare? Per provare a capirlo esamineremo se c’e’ “domanda” e “consumo” di innovazione in Italia. E, piu’ nello specifico, esamineremo quanta domanda di innovazione c’e’ in settori come i trasporti (Filippo Zuliani) e l’edilizia residenziale (Corrado Truffi), ma anche in settori tradizionali del “made in Italy” quali il turismo (Emanuela Marchiafava) e l’industria culturale e cinematografica (Lucio Scarpa). Nel 2008 l’Italia era sestultima tra i paesi OCSE per domanda di consumi in industrie innovative. Ogni tre famiglie norvegesi che tra il 1998 e il 2008 hanno investito in prodotti e servizi energetici a basso impatto ambientale, solo una famiglia italiana ha fatto altrettanto. E, al 30 Giugno 2009, la percentuale di italiani con una connessione a banda larga era pressoche’ la stessa che in Portogallo e nella Repubblica Ceca. Alla luce di questi dati non dovrebbe quindi sorprenderci che tra le 20 regioni mondiali leader per brevetti nelle energie rinnovabili e tra le 26 regioni leader per nanotecnologie e biotecnologie non ve ne sia una con i nostri colori. E se il numero di brevetti piu’ rilevanti in tema di energie rinnovabili (cioe’ i brevetti depositati congiuntamente presso lo European Patent Office, il Japan Patent Office, e lo US Patent and Trademark Office) e’ lo stesso per l’Italia e per paesi di gran lunga piu’ piccoli, come la Finlandia o il Belgio. O, ancora, non dovrebbe stupirci che nel 2007 le domande di brevetti per tecnologie finalizzate a mitigare i cambiamenti climatici (tra cui veicoli ibridi ed elettrici, o edifici e illuminazione a basso consumo di energia) siano state meno in Italia che nella ben meno popolosa Danimarca; e la percentuale di brevetti per tecnologie di riduzione dell’inquinamento e smaltimento dei rifiuti sia piu’ bassa in Italia che in Messico.
Chiedersi perche’ l’Italia non innova significa anche riflettere sul ruolo dello stato. Ci aiutera’ a farlo Emidio Picariello, valutando quale e’ lo stato di avanzamento tecnologico della nostra pubblica amministrazione. Le Nazioni Unite calcolano che in Italia l’“E-government readiness index” (una misura della capacita’ dell’amministrazione pubblica di fornire servizi di e-government, basata su utilizzo di internet, infrastrutture di telecomunicazione e livello di capitale umano) e’ piu’ o meno al livello di Portogallo, Polonia e Messico. Se si guarda poi al rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, si scopre che nel 2008 l’Italia era al penultimo posto tra 22 paesi studiati dall’ OCSE per percentuale di cittadini che usano internet per interagire con la pubblica amministrazione, allo stesso livello del Belgio e al di sopra della sola Grecia.[3] Insomma, la fila alle poste e’ una tradizione che resiste…
Il Flusso di Innovazione tra Italia e Europa. La capacita’ di innovare di un’impresa o di un’istituzione e’ spesso legata alla sua capacita’ di cooperare, sia con altre imprese e istituzioni nazionali che con istituzioni estere. Analizzeremo quindi la capacita’ del nostro paese di partecipare a progetti scientifici all’estero (Federico D’Ambrosio, Massimiliano Lincetto), e la sua capacita’ di cooperare con partners europei e di incanalare efficacemente le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea (Simona Milio). L’Italia e’ l’ultimo tra 25 paesi esaminati dall’ OCSE per percentuale di imprese innovative che collaborano con altre imprese nazionali o estere: con un modesto 12%, nel 2006 la percentuale di collaborazioni era circa un quinto della Finlandia (57%) e un quarto del Cile. E, quando si guarda ai flussi internazionali di tecnologia, si ottiene che nel periodo 1997-2008 e’ stato l’unico di 27 paesi studiati dall’OCSE a registrare un tasso di crescita negativo dei flussi internazionali di tecnologia (definiti come trasferimenti di brevetti, marchi e design).
L’Innovazione nella Societa’ e nella Politica. Un peso di grande rilievo nella nostra analisi lo avranno naturalmente il tema dell’innovazione sociale e del ricambio generazionale in politica. Gabriele Boccaccini affrontera’ la questione del multiculturalismo e di come la societa’ italiana sta rispondendo alla sfida dell’immigrazione e dell’integrazione. Tocchera’ invece a Stefano Minguzzi occuparsi di innovazione nella comunicazione, un argomento evidentemente molto sentito se si e’ recentemente addirittura avvertita l’esigenza di fondare un settimanale per dare voce agli italiani under 40. Ivan Scalfarotto discutera’ poi dell’assenza di turnover nella nostra classe politica. E, soprattutto, si chiedera’ quanto lo svecchiamento della classe politica sia funzionale all’innovazione del paese. Ma probabilmente uno degli interventi che sara’ piu’ istruttivo leggere sara’ quello di un “giovane impegnato”, Tommaso Caldarelli, che ci accompagnera’ all’interno del movimento studentesco, spiegandoci quali sono le posizioni di questo movimento multiforme, se e in cosa si differenzia dai movimenti precedenti, e soprattutto cosa c’e’ di innovativo in questo movimento. Quali sono gli obiettivi dei giovani che hanno “invaso” le piazze italiane durante il dibattito sulla riforma Gelmini?
“Uomini Nuovi”? I commenti di Ivan e Tommaso, sotto due prospettive apparentemente molto diverse – le assemblee della politica e le piazze degli studenti – ci porteranno a quello che e’ probabilmente il cuore del problema. Sosteneva Joseph Schumpeter, uno dei piu’ grandi economisti e pensatori del ’900, che l’innovazione di una societa’ non si puo’ realizzare senza l’impulso di “uomini nuovi”. In altre parole, ci vogliono si’ le idée, ma le idée non bastano se non vi sono “uomini nuovi” che antepongono alla difesa delle loro rendite il desiderio di innovare.
[1] L’OCSE ha pubblicato nel 2010 “Measuring Innovation: A New Perspective” (OECD, Parigi), un volume approfondito che raccoglie i risultati di un decennio di ricerche dedicate allo stato dell’innovazione nei paesi OCSE.
[2] Top performers in matematica sono identificati come gli studenti che ottengono i Livelli 5 e 6 nella valutazione PISA.
[3] Indice di “E-government uptake for individuals”.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






aspettiamo con impazienza!
Molto interessante, la vedo dura pero’
Conto di non dover mai leggere nel prossimo mese “Ci vogliono più investimenti”, sai che innovazione…