Tommaso Caldarelli
La riforma dell’Università voluta dal governo di Silvio Berlusconi e promossa dal ministro per l’Istruzione, Università e Ricerca è legge. Ora inizierà il cammino dei decreti attuativi, ma la firma del presidente della Repubblica ne assicura l’accoglimento nell’ordinamento della Repubblica italiana: e non va sottovalutata la portata di una legge che, in un modo o nell’altro, riesce comunque a mettere mano ad un ordinamento didattico fossilizzato da decenni. L’approvazione, tuttavia – ed è noto – non è stata facile e senza contestazioni. Contro l’avvocato che siede sulla poltrona più alta di Viale Trastevere, in due momenti, si è alzata una rivolta studentesca che molti, all’interno dei movimenti, hanno paragonato alle manifestazioni dei primi anni ’90, il movimento che si chiamò la Pantera. Nel 2008 prima, con l’Onda Anomala, e con le manifestazioni del 2010, il movimento studentesco ha dimostrato di saperci ancora essere, nelle piazze, e con una certa vitalità. Un giudizio strettamente numerico, questo, al di là di ogni valutazione sul merito della protesta. Proviamo dunque ad offrire un ritratto il più possibile veritiero della vasta e nebulosa compagine di ragazzi che hanno animato le piazze italiane e che, riassuntivamente, si suole chiamare movimento studentesco.
Bisogna infatti andare oltre il mero dato numerico. Gli studenti scesi in piazza sono indubbiamente moltissimi, pochi di meno, nel 2010, delle grandi mobilitazioni che si videro ai tempi del 2008; ma di certo con una qualità diversa del protestare, negli ultimi eventi, se è vero che di momenti di difficoltà nell’ordine pubblico quando il centro di Roma è stato messo a ferro e fuoco dagli scontri fra studenti e polizia non c’è stata traccia e risonanza al tempo dell’Onda Anomala, solo 2 anni fa. Indubbiamente il punto da cui partire per raccontare cosa è il movimento studentesco degli anni 2000, quello che viaggia sulla rete Internet, che si fa sociale, che considera, integra e supera i luoghi di aggregazione tradizionale è il sottolineare come una tale resa “di piazza” non sarebbe possibile senza l’impegno di tanti militanti – si chiamano così: persone in carne ed ossa, niente virtualità – che materialmente convocano gli appuntamenti, promuovono la manifestazione, si assicurano che il messaggio della contestazione giunga ai potenziali interessati. Scrivono i manifesti con i pennarelli, fra l’altro. Un lavoro capillare di agitazione e propaganda che occupa le vite, per molti, degli studenti coinvolti, che non aspettano autorizzazioni per studiarsi i materiali e i documenti a disposizione, produrre contenuti critici, costruire piattaforme di mobilitazione e, materialmente, portare in piazza le persone. Ad un investimento di tempo del genere deve andare in ogni caso rispetto, comunque la si pensi.
Il lavoro delle strutture che permettono a tutto ciò di esistere viene da lontano, e cresce parallelamente al rifiuto giovanile delle tradizionali strutture di partito. Nelle università italiane – specialmente nell’ateneo di Roma, La Sapienza, epicentro e promotore delle proteste – essere appartenente ad una struttura di partito organizzata è visto come un demerito. Chi fa politica studentesca “con dietro” i Giovani Democratici, piuttosto che le giovanili del PdL o i gruppi cattolici, non è percepito come affidabile. La retorica delle reti movimentiste picchia duro nel ricordare agli studenti, elettori e potenziali manifestanti, che i ragazzi “dei partiti” non sono altro che la divisione giovanile degli incravattati in Parlamento. Demagogico, ma funzionante; e il problema è che dietro questo tipo di delegittimazione c’è una seria piattaforma d’analisi, da parte delle reti e dei movimenti, che riescono ad argomentare credibilmente il proprio rifiuto della rappresentanza organizzata.
La verità è che le strutture di rappresentanza studentesca negli Atenei – e questo, va detto a voce alta; ovvero i luoghi dove agli studenti, in teoria, sarebbe concesso di far sentire la propria voce (Consigli di Facoltà e d’Ateneo) sono sostanzialmente fasulli, malfunzionanti ed in definitiva, inutili. Il rapporto politico è a favore dei docenti in maniera ingiustamente schiacciante; docenti che monopolizzano la discussione relegando i famosi rappresentanti degli studenti al ruolo di portatori di proposte, da vagliare e in linea di massima quasi sempre da rigettare. Le reti degli studenti da tempo dunque portano come un vessillo il rifiuto di questa rappresentanza studentesca – e, per estensione, della rappresentanza politica come metodo dell’agire – rivendicando l’azione diretta “per il cambiamento”. Le liste della sinistra estrema si candidano, si, alle elezioni universitarie, ma mettendo bene in chiaro allo studente-elettore che il seggio nel consiglio è solo un veicolo per ottenere più facilmente le informazioni necessarie sulla vita della facoltà. Ed è vero, fra l’altro.
Così, il vero luogo pulsante che ha organizzato questa – ed altre – proteste è e resta il collettivo universitario. Struttura composita e che, nel migliore dei casi, riesce a mantenersi aperta e democratica, avendo come solo limite politico il rispetto dell’antifascismo. Nel collettivo universitario, almeno nelle intenzioni, ognuno parla per sé. Sarebbe tuttavia miope – se non cieco – non sottolineare come innanzitutto, per spontanea vicinanza politica, il collettivo universitario sia frequentato da persone che si riconoscono in forze politiche attualmente nella sinistra extraparlamentare (da Rifondazione a Sinistra Critica). In ogni caso questa affermazione non va estremizzata: possiamo dire che il mondo dei collettivi universitari riproduce nel piccolo la vasta ed eterogenea gamma di posizioni politiche che animarono il movimento, addirittura, del 1977: cattolici di sinistra – moltissimi gli impegnati nelle parrocchie; e tutte le forme di sinistra tradizionale, dalla più moderata, con elettori del Pd (pochi), dipietristi – a qualcuno non piacerà la loro associazione con la parola sinistra, ma qui l’intento è solo riassuntivo – comunisti più o meno ortodossi ed organizzati (Rifondazione, Comunisti Italiani, Sinistra Critica: non pochi gli appartenenti a quest’ultima). Il collettivo si presenta così come luogo cavo, in cui chiunque entra porta la sua esperienza politica e il suo contributo alla lotta, nei modi e nei tempi che ritiene. Sta poi ai rapporti di forza politici all’interno della singola cellula – mi si passi il termine – imporre un’idea piuttosto che un’altra, difendere una prassi radicata da una proposta nuova, guidare la discussione e il dibattito. Somiglia molto ad un partito politico che funziona: certamente nel metodo.
I collettivi, realtà in un certo senso molto più strutturata di quello che si pensi, spesso si coordinano a livello di ateneo. Ma non sono le sole forze che operano all’interno delle università: fondamentale diventa il collegamento con gli animatori delle proteste all’interno dei licei (“i medi”), con le reti in lotta per il lavoro e i diritti: cassintegrati, precari, ricercatori; acqua pubblica, reti del terremoto Aquilano, collettivi di genere, femministi o LGBT che siano: e chi più ne ha, più ne metta, in base alle iniziative politiche spontanee che sorgono nel territorio. “Chi va all’assemblea della rete dei precari, per trovare un punto comune di lotta?”, si sente dire di quando in quando: e così via.
Importante poi sottolineare quella che, nel movimento studentesco, può essere raccontata come una vera e propria scissione. All’indomani dell’Onda Anomala, nella fase definita del riflusso, il movimento si divise in due: le reti autonome e disobbedienti, che diedero vita al coordinamento Uniriot; e le reti, più strutturate, dei coordinamenti dei collettivi universitari, che si raccolgono intorno ad Atenei in Rivolta. E’ difficile rintracciare una dirimente diversità ideologica fra i due gruppi, se non che gli appartenenti ai collettivi accusano gli esponenti delle reti autonome di eccessiva volatilità ed inconsistenza programmatica, mentre, per contro, gli appartenenti alle reti disobbedienti accusano i frequentatori dei collettivi di non aver capito fino in fondo il tempo che vivono, continuando ad appoggiarsi a strutture, come i collettivi, fin troppo…strutturate per l’epoca della modernità liquida (rubiamo un fin troppo abusato termine a Zygmunt Bauman, comunque adoperato anche dagli studenti).
Si, va bene: ma che cosa chiedevano e chiedono gli studenti? Perché tutta quella gente in piazza? Non avevano da studiare, qualcuno ha chiesto? E’ vero innanzitutto quel che si sente dire in giro: l’attivismo politico spesso e volentieri fa il paio con un ottimo rendimento accademico. Gli animatori del movimento studentesco sono ragazzi con una buona media: niente matusa coi barboni fuori corso e, anzi, a tutti i militanti è chiara l’immagine di un’università come luogo di passaggio, da cui a un certo punto si esce per andare a fare altro, e si lascia il lavoro politico a quelli che sono venuti dopo. I ragazzi nelle università hanno voglia di studiare: studiano. E, anzi, la sensazione è che se a proporsi come leader fosse qualcuno che ha troppi scheletri nell’armadio in termini di voti ed esami, la sua autorevolezza politica ne risentirebbe.
Questo va capito e considerato: la lotta per la qualità e il merito non sono aliene al movimento degli studenti del 2000. Nessuno mette in dubbio che a chi è più bravo debba essere concesso di correre di più. Il nocciolo della protesta è il rifiuto dell’università non come esamificio ma come “produttificio”. Un’università che sia schiava della logica del mercato, un’università che non dia spazio ad un ipotesi di carriera nello studio della cultura che piace al singolo – una carriera accademica, si direbbe; un’università che non investe su se stessa, accettando il fatto che qualcuno, nella vita, possa essere pagato per scoprire nuove cose, inventare, pensare. Tutti a lavorare in ufficio dobbiamo finire? Questo è il modello di università che, allo stesso tempo, viene percepito dagli studenti come imposizione dalle varie riforme che si susseguono e che viene strenuamente combattuto.
Da questo assunto discendono tutti i dettagli della lotta contro la riforma Gelmini. Perché il de-finanziamento alle borse di studio per reddito, che vengono ancorate solo al merito? Non ha il diritto di provarci anche chi risorse per dimostrare di potercela fare non ne ha in partenza? Perché l’abolizione del ricercatore come figura professionale? Se la riforma avesse previsto dei contratti di ricerca a medio termine (10 anni, un tempo del genere) e non solo a 3 anni rinnovabili a 3, la protesta sul punto sarebbe stata molto minore. La presenza nei CdA degli Atenei dei privati, poi (e nello specifico, molto spesso, fondazioni bancarie) è stata percepita dalla protesta come un esproprio dell’università da parte dei gruppi di pressione privati, abilitati a mettere bocca nella scelta della didattica.
Non si è trattato, dunque, di rifiutare qualsiasi ipotesi di riforma possibile, nel pensiero degli studenti; si è trattato e si tratta di rivendicare una certa lettura del nostro tempo: la necessità di spazi per lo studiare; una democrazia sostanziale all’interno degli atenei, con un vero potere decisionale per la comunità degli studenti. Un’investimento sulla cultura e sulla ricerca – ma veramente. Un’università di cui si possa andare fieri. Spesso ci si dimentica che l’Alma Mater Studiorum, a Bologna, prima Università del mondo occidentale, nasce come associazione di studenti che commissionano corsi di studio ai vari dottori erranti: sono gli studenti a scegliersi il professore. Si era nel medioevo, certo: ma l’impressione di essere piombati in un peggior viceversa, dove lo studente ha solo il diritto di pagare la rata di iscrizione – a proposito, è vero che non fa che salire di anno in anno: giusto per la cronaca. L’unico muro – e non è poco – contro cui la protesta si infrange è quello delle istituzioni democratiche: le riforme le decide il Parlamento, per fortuna, e non la piazza. Magari, se quello ascoltasse più quella, capendo se il messaggio inviato possa o debba venir considerato, si potrebbe fare un passo avanti verso una pacificazione nazionale anche sui temi dell’Istruzione e dell’Università, che sono i mattoni del nostro futuro.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Tommaso la tua parte di analisi di come il consenso si forma è importante. Io vedo le idee che dai collettivi percolano fino ai licei ed arrivano fin a mia figlia 15enne in un classico di Roma. Quest’autunno ha partecipato agli scioperi ed alle mobilitiazioni tuttavia con un livello di consapevolezza molto bassa. Ieri voleva pure fare uno sciopero perchè qualcuno gli ha spiegato che si deve comabattere contro quel tiranno di Marchionne. Oggi mi prendo un po’ di tempo io per raccontargli i dettagli della storia (giustamente è il mio ruolo).
Cmq, tornado ai movimenti Antigelmini la tua tesi che siano dei movimenti positivi di riforma non mi convince affatto. Non voglio difendere la Gelmini ma mi sembra abbastanza evidente che ci sia un cortocircuito nel pensiero di questi movimenti.
Qui su imille avevo guardato due anni fa alle loro proposte. Vedi il secondo punto che è illuminante (http://www.matteorizzolli.net/files/onda-no-riforme.html, l’ho ripostato qui perchè sul sito de imille si è perso))
1. La meritocrazia va bene come concetto vago e buono per tutti. quando si tratta di concretizzare gli studenti diventano subito guardinghi e conservatori.
Meritocrazia significa premiare i bravi e punire i non bravi. questo vale per i professori che sono la mia categoria ma anche per gli studenti. Vuol dire penalizzare i fuoricorso. Vuol dire far pagare piu tasse a quelli con le medie basse. Vuol dire chiudere le sedi periferiche scarse. Davvero pensi che gli studenti siano meritocratici?
La riprova che non lo sono è nel punto seguente del tuo ragionamento. tutta questa retorica dell’ “università che sia schiava della logica del mercato”. E’ una retorica che trovo sempre vacua dal momento che all’orizzonte non ci sono università for profit ma solo università forse gestite un po meglio. Ed allora cosa è la paura per il mercato se non la paura per il meccanismo che premia chi è bravo e fa chiudere chi non lo è?
L’analisi è interessante, però estromette totalmente una realtà di coordinamento influente e presente, questa: http://www.coordinamentouniversitario.it/
Inoltre mi piacerebbe che nell’articolo venisse definito il termine ‘collettivo’. Non credo che tutto sia ‘collettivo’ o rete di ‘collettivi’. Infine, l’aspetto di rappresentanza sì, consente in primo luogo l’accesso diretto alle informazioni ma, e non è da sottovalutare, una linea di comunicazione diretta con il consiglio di Facoltà, la presidenza, le commissioni.
Tommaso
Per quanto ho capito “se la riforma avesse previsto dei contratti di ricerca a medio termine (10 anni, un tempo del genere) e non solo a 3 anni rinnovabili a 3″, per gli studenti e la loro rpotesta non sarebbe cambiato nulla. Sono complottista di natura, chiedo perdono, ma su questo aspetto influivano altri fattori. Gli studenti, anche i piu’ informati, non avevano e non hanno presente la problematica dei “contratti di ricerca”, ed hanno quindi sposato sommariamente le tesi proposte dal movimento numericamente piu’ consistente, quello dei ricercatori universitari (non i precari, ma quelli gia’ stabilmente assunti, for life, dalle Universita’). La Rete29Aprile, egemonizzata dai ricercatori universitari, ha infatti contestato l’abolizione del ruolo dei ricercatori a vita e i contratti a tempo determinato (che sono di 3+2+3, senza contare gli assegni di ricerca). Ufficialmente per “combattere la precarizzazione della ricerca”: meno ufficialmente perche’ con l’abolizione del ricercatore a vita per loro si apriva una concorrenza diretta per le promozioni a professore associato da parte dei precari e dei, futuri, ricercatori a tempo determinato.
Ora di queste “beghe” gli studenti non hanno capito quasi nulla, ed hanno adottato gli slogan piu’ adatti allo scontro frontale sulla riforma Gelmini.