Trent’anni di politiche di contrasto del lavoro nero

di Maurizio Bovi (Senior Economist ISAE)

Secondo la contabilità nazionale si parla di lavoro irregolare per quelle prestazioni lavorative che non rispettano la normativa vigente in materia fiscale-contributiva. L’Italia è uno dei pochi paesi a poter contare su una stima ufficiale (la fonte è l’Istat) del lavoro nero che, oltretutto, parte dal 1980.
Anche se dalla stima rimangono escluse tutte le diverse forme di irregolarità parziale (il cosiddetto lavoro grigio: ridotto pagamento dei contributi, retribuzione fuori busta e simili) e anche se è impossibile pretendere la perfezione in casi simili, i dati dell’Istat consentono comunque di farsi un’idea sufficientemente fondata di quali effetti hanno avuto le politiche di contrasto del lavoro nero implementate negli ultimi decenni. Mentre si sono succeduti svariati interventi direttamente volti a ridurre il lavoro nero, è intuibile che qualunque politica inerente il mercato del lavoro (e non solo, si pensi al Fisco) può potenzialmente interferire nella scelta di ricorrere al sommerso.

Ad esempio, le riforme del mercato del lavoro finalizzate all’aumento della flessibilità erano anche pensate come un potenziale mezzo per far riemergere il lavoro nero: se l’impresa domanda flessibilità e può contare su forme contrattuali ad hoc, allora il lavoratore sommerso può divenire un lavoratore flessibile regolare. Insomma, il nero come primo (necessario?) gradino sociale verso l’agognata stabilizzazione, via part-time e simili. Vediamoli, dunque, questi dati Istat.


Fonte: Istat. Il tasso di irregolarità è il rapporto tra il numero di unità di lavoro standard (Ula) irregolari e quelle totali

Il grafico evidenzia che nell’ultimo trentennio il tasso di irregolarità complessivo non si è discostato di molto rispetto al valore medio del periodo 12,5%). La più notevole rottura della serie si è avuta in coincidenza delle (circa 600mila) legalizzazioni degli immigrati irregolari susseguenti alla cosiddetta legge Bossi-Fini (implementata nell’ultima parte del 2002 e con effetti fino al 2003).

Certo si può sempre dire che siamo al di sotto del picco pre-legalizzazione registrato nel 2001 e/o che in alcuni settori l’azione di contrasto ha funzionato (ad esempio, i dati più recenti relativi al settore delle costruzioni mostrano un miglioramento: forse l’introduzione del DURC ha stimolato la regolarità). Tuttavia, a meno di considerare la legalizzazione di massa una politica (intervento che, oltretutto, si scontra con il fatto che la quota degli irregolari non residenti è inferiore al 13%), sembra che gli interventi di riemersione non siano stati in grado di incidere né sensibilmente né permanentemente sul fenomeno nel suo complesso. Ciò dovrebbe far riflettere sull’esistenza di elementi strutturali particolarmente resistenti agli interventi attuati, vale la pena di ricordarlo, nel corso di un periodo di trent’anni. Se siamo davvero di fronte ad un tasso sistemico (naturale?) di sommerso, solo politiche/riforme a spettro altrettanto ampio possono ottenere risultati validi e duraturi. In questo senso è ingiusto dire che le politiche di emersione hanno fallito: è una questione di sistema-Paese.

In effetti, il grafico suggerisce che ultimamente si sta ritornando al valore di lungo periodo. Rimanendo in ottica congiunturale si può notare come, prima della crisi in corso, venivano “assunti” sia lavoratori flessibili che irregolari. Successivamente, a fronte della forte contrazione subìta dai primi, il tasso di irregolarità è cresciuto. In termini assoluti, nel confronto tra il 2008 e il 2009, gli irregolari sono cresciuti di ottomila unità. E’ naturalmente possibile che ci siano state delle retrocessioni dal precariato al nero (i gradini sociali anzidetti possono anche essere scesi), però il numero di lavoratori flessibili che hanno perso il lavoro è di gran lunga superiore a ottomila. Ovvero: si può scendere la scala sociale fino alla disoccupazione e, passando dallo scoraggiamento, all’inattività. Sembra dunque anche plausibile ritenere che, sempre a livello aggregato, durante le crisi un lavoratore flessibile abbia minore sicurezza financo di un lavoratore sommerso.

Paternità e responsabilità dell’articolo sono dell’autore e solo dell’autore. Per saperne di più: Bovi, M. (2005) “The Dark, and Independent, Side of the Italian Labor Market”, Labour, 19, 4.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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