La politica si è fermata a Pompei

di Marco Simoni (per L’Unità)

C’è un rischio che mi sembra incombente nel dibattito pubblico italiano. Quello di fare di Berlusconi il capro espiatorio di vent’anni di immobilismo economico e sociale, e nello stesso tempo inaugurare un nuovo ventennio gattopardesco in cui tutte le energie continuano ad essere impegnate per salvaguardare le più diverse posizioni di rendita e potere. Certo, Berlusconi è un capro espiatorio piuttosto grosso ed efficace e, al pari di altri capri espiatori collettivi, Craxi in primis, ha un non invidiabile carico di responsabilità politiche dirette per la condizione in cui è giunta l’Italia, riassunta con dolore dal crollo della Domus dei Gladiatori di Pompei. Anche nel caso di questa vera tragedia nazionale, trovo irrealistico e superficiale – e lo dico da non esperto di beni culturali, ma da italiano ferito – attribuire la responsabilità del crollo ai tagli delle ultime due finanziarie. Come se la cura e la tutela del patrimonio artistico sia soggetta a volatilità di ventiquattro mesi. Davanti a reperti millenari si tratta, io credo, di affermazioni che rifiutano esplicitamente di confrontarsi seriamente con i problemi veri. Io penso che la dignità politica imporrebbe a Bondi di dimettersi, il fatto che non sia accaduto suggerisce che gli sfugga la gravità dell’accaduto. Ma allo stesso tempo, da parte di tutti gli operatori culturali, dei ministri precedenti, dei soprintendenti, ho solo sentito incolpare dell’accaduto scelte politiche di questo governo, e qualche volta anche dei precedenti. Io non ci credo.

(foto: John Williams)

O meglio, è evidente che la politica negli ultimi vent’anni si è dimostrata incapace di approvare riforme che avviassero l’Italia in un cammino di progresso e sviluppo. Ma sono altrettanto certo che esistano delle responsabilità specifiche, in capo a chi delle diverse istituzioni nazionali aveva ed ha la responsabilità. Pompei non è uno “qualsiasi” dei reperti del nostro patrimonio, è Pompei. E non si arriva al crollo di un muro per due anni di tagli, perché anche a trovare una responsabilità diretta, quei due anni di tagli sarebbero stati solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso. Allo stesso modo, un paese senza Berlusconi non farà un solo passo in avanti se la politica prima di tutti, ma con lei le persone che hanno responsabilità nel paese, se ne servirà da capro espiatorio per continuare ad evitare di compiere scelte urgenti, per dedicarsi esclusivamente alla difesa di sé, e al rifiuto istintivo di confrontarsi con la realtà e le ragioni della decadenza. Perché, come accadde alla sinistra italiana dopo il 1989 e al paese dopo il 1992, se non si fanno i conti con le vere cause di una crisi, è impossibile trovare soluzioni e crescere, e si finisce per rimanere impantanati.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. Andrea B.

    Punto molto importante quello trattato da Marco. La politica dei “capri espiatori” ha fatto danni ed e’ stata usata per non cambiare tante cose.
    Aggiungo solo un paio di cose.
    La prima e’ in merito alla questione delle dimissioni di Bondi. Bondi avrebbe ovviamente tantissimi altri motivi per doversi dimettere. Dovrebbe invece dimettersi per il crollo a Pompei solo se venissero accertate responsabilita’ reali ministeriali. Il fatto che una materia sia di competenza di un ministero non significa automaticamente che qualsiasi cosa avvenga sia colpa del ministero (come Marco ha accennato). Il principio di “accountability” e’ sacrosanto e purtroppo molto poco presente in Italia ma si dovrebbe sempre usarlo in modo serio e scientifico. Andrebbero sempre evitate le dimissioni di facciata solo per soddisfare la fame di capri espiatori (e qui si torna al discorso di Marco sui capri espiatori). Non entro nella questione tecnica scientifica delle responsabilita’ della caduta del muro perche’ non ne ho le competenze.
    La seconda cosa e’ legata al discorso Berlusconi. Sara’ giusto e cruciale, come dice Marco, non farne l’unico capro espiatorio. Allo stesso tempo dovremo a mio avviso evitare l’errore opposto e cioe’ quello di non portare a termine un giudizio complessivo sulla sua persona e sul suo operato politico ed imprenditoriale. Se vorremo voltate pagina ed imparare dai grandissimi errori di questa seconda repubblica, l’analisi del fenomeno berlusconismo dovra’ essere determinata e senza sconti; ed il giudizio finale non potra’ ovviamente che essere durissimo.
    Dopo il ’92 e’ vero che c’e’ stato chi ha voluto fare di Craxi l’unico capro espiatorio ma dall’altro lato c’e’ anche stata una vergognosa (e spesso riuscita) opera di revisionismo e riabilitazione della figura craxiana.
    Ecco, in attesa che Berlusconi esca di scena (speriamo prima possibile) dovremo secondo me prepararci a non commettere questi due tipi di errore.

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