Rivendico il mio diritto a essere adulto

di Emidio Picariello
per ilpolitico.it

We were small and thought we knew nothing
Worth knowin
Seamus Heaney – The Railway Children

Guareschi scrisse un libro molto divertente sulla propria famiglia e nell’introduzione disse
che raccontava di sé per permettere al lettore di vedere nel racconto la propria vita. Io faccio un po’ la stessa cosa, ma non temete: senza esagerare. Mi sono capitate un po’ di occasioni in questa estate di essere ospite a delle feste del PD. E in tutti i caso si faceva riferimento a me come a una “giovane promessa”, “giovane dirigente” o comunque “giovane qualunque cosa” del Partito. E io mi sono tutte le volte trovato costretto a fare una precisazione, la faccio qui, una volta per tutte e così consideriamo chiuso l’argomento.

In questo dannato (sic!) Paese e segnatamente nella sua politica è scomparsa l’età adulta. Quella fra l’inizio del ministero di Cristo e la sua crocefissione, per intenderci, quella in cui i nostri padri hanno fatto figli e lavorato e accumulato la pensione, aperto aziende, comprato case, vissuto gli anni più produttivi, insomma. Si è passati senza colpo ferire dall’essere giovani (fino a quaranta anni) all’essere vecchi. Si è persa completamente traccia dell’età adulta. Ecco io, a trentadue anni appena compiuti, rivendico il mio diritto a essere adulto e a essere trattato come tale.

Questa situazione per la quale i trentenni non devono aspirare a responsabilità sopratutto politiche è figlia di un patto scellerato fra le generazioni: da una parte in questo modo gli uomini – e le donne – possono ritardare il momento in cui si devono assumere le proprie responsabilità, dall’altra parte i padri possono mantenere i fili del potere perché i giovani non hanno esperienza a sufficienza per gestirlo.

Così il candidato segretario provinciale del partito è troppo giovane per trattare con le parti sociali quando ce ne sarà bisogno, il candidato a Sindaco è troppo giovane per governare una città come Firenze e così via. I troppo giovani trentenni stanno nella loro bambagia e i sessantenni continuano a gestire le cose. Il problema è che la vittima di questa situazione è la società che rimane bloccata nello schema che chi è al potere ha creato.

La questione dell’inesperienza è ridicola. Vi faccio una domanda, pensateci un momento e poi rispondete: quanti anni aveva Scalfaro quando ha scritto la costituzione? E Andreotti? E Moro? E Pajetta? Provate a fare un’ipotesi, provate a pensare se oggi a tanti venticinquenni – trentenni sarebbe stata affidata una responsabilità del genere. E provate a pensare quanto meno lungimirante sarebbe stata la nostra Carta se fosse stata scritta da persone con più passato che futuro.

Il ricambio della classe dirigente non è un capriccio: come dice il mio amico Maurizio è una questione di credibilità: quando sento Veltroni discettare su come organizzerebbe bene lui il partito – aggiungo io – non posso che chiedermi perché non l’ha fatto, dato che lui segretario è stato. Io no, se me ne date la possibilità vi posso dimostrare se sono capace o meno: ma Veltroni che non ha polso a sufficienza per governare le correnti mi pare che l’abbia abbondantemente dimostrato.

Il problema è che in Italia ci piacciono le cose che conosciamo, ci danno sicurezza. E poi ci innamoriamo degli altri Paesi quando si comportano proprio in modo opposto. L’anno scorso Marino era inesperto per fare il Segretario del PD. Ve lo giuro, “inesperto” è la parola che da coordinatore della sua mozione nella mia provincia ho sentito più spesso. Nel 2005 il Senatore Barack Obama era un completo sconosciuto tanto che il primo ministro cambogiano non ne ricordava il nome. Tre anni dopo – tre, non venticinque – era il Presidente.

L’ultima cosa, poi, come si dice a Firenze, mi cheto. Ed Miliband, 41 anni, David Cameron 44 anni. Ma in generale il sistema del ricambio delle classi dirigenti di tutti i Paesi democratici tranne l’Italia. Nel 1996 Bersani era Ministro, negli States il Presidente era Clinton – che adesso non ricopre ruoli di rilevanza politica, ma fa conferenze e parla di ambiente – in Inghilterra John Major (e dopo di lui Tony Blair, anche lui adesso lontano dalla politica del suo Paese, ricopre un ruolo ONU). In Spagna Gonzàles terminava un lunghissimo periodo alla guida della sinistra del suo Paese. Ma lo terminava davvero, tanto che non ne abbiamo più sentito parlare. In Italia Bersani avevamo, Casini avevamo, Fini avevamo e questi abbiamo ancora.

La maggioranza delle persone che mi considerano un “giovane” nell’accezione negativa dell’inesperienza crede in una religione che si basa su cose dette da un uomo nel periodo fra i trenta e i trentatre anni e mezzo, gli altri vivono in un Paese la cui costituzione è stata scritta da persone che non avevano raggiunto i trent’anni. Però io sono un giovane e ho ancora tanto da imparare. Tanto da non sapere niente degno di esser noto. Ma io non smetto di provare a far capire che le mie idee devono essere valutate per quel che valgono. Sarà perché godo ad attaccare il sole con una pistola ad acqua.

PS. Anche l’ultima frase è una citazione, di Buckowsky, stavolta, e sì, lo so che solitamente scrivo di politica e non di poesia, ma è il mio trentaduesimo compleanno: lo festeggerò con gli amici nel week end, ma stasera me lo godo in solitudine e con un bicchiere di Lagavulin invecchiato(sic!) di 16 anni e questo alimenta la mia vena romantica.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

19 Commenti

  1. Emidio, hai firmato il ritratto di un’intera generazione. Grazie per questo post.

  2. Gianni

    Io ho l’impressione che tutti valutino le tue idee per quello che valgono, e che ti trattino da giovane solo per gentilezza.

  3. Andrea B.

    Il problema e’ a mio avviso quello della ridotta apertura, in Italia, di diversi sistemi di potere o interesse. Il sistema politico e’ uno di questi. Il problema e’ pero’ poco correlato con l’eta’. La questione della scarsa apertura non e’ solo legata ai giovani ma a tutti quelli che non fanno parte di quel sistema di potere, indipendentemente dalla loro eta’.
    E’ bene ricordare che fanno parte della cosiddetta “casta” politica persone di tante eta’ diverse, anche giovani. I giovani in Italia non mancano in politica. Il parlamento italiano e’ piu’ giovane di quello Americano e di tanti altri parlamenti del mondo. Purtroppo alcuni dei giovani che siedono nel nostro parlamento sono di scarsa qualita’ nonostante siano giovani. Il governo di destra italiano e’ sicuramente giovane ma questo non gli impedisce di essere un pessimo governo.
    Il PD solo un anno fa aveva un segretario nazionale piu o meno dell’eta’ di Obama (meno di tre anni di differenza). A sua volta il presidente americano, eletto a 47 anni, e’ nella piccola minoranza dei presidenti americani eletti sotto i cinquanta anni.
    L’assemblea costituente che ha dato alla luce la costituzione della repubblica italiana era fatta in netta maggioranza da persone nate nel XIX secolo (e quindi con oltre 46 anni), con moltissimi sopra i sessanta e con una sparuta minoranza di persone sotto i quaranta. I giovanissimi Scalfaro ed Andreotti erano quindi una vera anomalia per quell’assemblea. In effetti la carta costituzionale italiana e’ lungimirante e lo e’ proprio perche’ scritta da persone mature.
    Perche’ la costituente italiana e quasi tutti gli organi di governo nel mondo sono stati composti in modo prevalente da persone sopra i quaranta, cinquanta e sessanta? La ragione non e’ quella che in tutto il mondo gli anziani ce l’hanno con i giovani ma che, piu’ semplicemente, per alcuni mestieri serve esperienza e le persone che hanno la sufficiente esperienza prima dei quaranta sono veramente poche (appunto delle eccezioni, come Andreotti e Scalfaro nella costituente).
    E’ sicuramente importante ed utile che ogni maggiorenne voglia essere adulto ed essere considerato tale dagli altri. La giovane eta’ e’ spesso associata a dinamismo, passione e visione delle cose che sono sicuramente di fondamentale importanza per la societa’ e la politica. E’ allo stesso tempo importante che i giovani si rendano conto che l’esperienza si costruisce per tutta la vita, conta moltissimo e non e’ una invenzione degli anziani. Le persone piu mature che trattano i trentenni da “giovani” a volte lo fanno quindi in buona fede perche’ genuinamente pensano (a ragione o a torto) che questi debbano acquisire altra esperienza. A volte lo fanno invece in cattiva fede perche’ usano il pretesto dell’eta’ solo per difendere il proprio piccolo sistema di potere dal quale vogliono comunque allo stesso modo escludere anche persone coetanee.
    Il problema della scarsa accessibilita’ di alcuni sistemi italiani non e’ quello che siano poco aperti ai giovani ma quello che siano poco aperti a tutti quelli che non ne fanno parte.

  4. Grazie Marco.
    Andrea: Il fatto che i giovani siano completament esclusi dalla possibilità di decidere del proprio futuro è esattamente una conseguenza del blocco della società che esiste nel nostro paese. Basta pensare al fatto che l’ereditarietà del titolo di studio è arrivata al 50 per cento. Vuol dire ch su due avvocati il padre di uno è a sua volta avvocato. Sui numeri, io non direi che nei posti di potere ci sono molti giovani, come non ce ne sono fra i professori e non ce ne sono fra i parlamentari. Il merito dovrebbe discriminare, non l’età invece è proprio questo quello che accade.

  5. Antonio

    Tutto l’articolo parte da un pressupposto dell’autore, e cioe’ che quel “giovane” con viene appellato sia denigratorio o limitante. Presupposto indimostrato e indimostrabile, a meno di non possedere il dono della telepatia o della chiaroveggenza. Vuole essere un adulto, Picariello? Si limiti ad esserlo, senza fare precisazioni stucchevoli sul fatto che ha 32 anni e giovane non e’ piu’. Basta questo.

  6. Emidio

    Allora, dato che il problema sono io, mi dite cinque trentacinquenni figli di nessuno che hanno incarichi di responsabilità? E cinque quarantenni ai vertici di qualcosa? Io problemi non ne ho, ho una famiglia, un lavoro a tempo indeterminato, una casa, ma se non vedete quanto il nostro paese sia bloccato, non posso fare molto per voi.

  7. Antonio

    “trentacinquenni figli di nessuno”

    Ha centrato, involontariamente, il punto, Picariello. Di trentacinquenni al potere gliene ne posso citare almeno una decina, ma sono tutti “figli di”. Perche’ il nodo fondamentale italiano non e’ l’eta’, quando essere “figli di”. L’Italia e’ una aristrocrazia, con una conseguente mobilita’ sociale bassissima. Le vagheggiate battaglie generazionali a cui fa riferimento lei sono per cui fuori bersaglio e hanno l’effetto di scavare nei solchi delle divisioni sociali. Inutilmente.

  8. Gianni

    Un applauso commosso ad Antonio.
    Questa indimostrabile idiozia del blocco generazionale e’ il massimo di analisi sociale a cui giungono i Picariello del PD. Gente che ha scoperto la politica quando la hanno fatta inciampare sul proprio ego, e che sono contenti di farsi chiamare “dirigenti”, seppure dell’ aria fritta. La dimostrazione pratica che la partecipazione alla vita politica, in Italia, e’ eccessiva.

  9. Andrea B.

    Emidio,
    senza alcuna polemica il senso del mio commento era proprio quello di dire che l’eta’ non c’entra nulla (o quasi) con la chiusura di alcuni sistemi anche se tu rispondi, forse sbaglio, come se non avessi colto questo punto. Il punto da capire e’ proprio che l’eta’ non e’ un elemento di selezione. Come ho detto nelle due righe finali del mio commento, il problema della scarsa accessibilita’ di alcuni sistemi italiani non e’ quello che siano poco aperti ai giovani ma quello che siano poco aperti a tutti quelli che non ne fanno parte, indipendentemente dall’eta’.
    Penso che Antonio abbia ribadito perfettamente, ed in modo piu’ sintetico, il concetto e mi trovo perfettamente d’accordo con quello che lui ha scritto.
    Con amicizia.

  10. Emidio

    Antonio e Andrea, del fatto che il sistema sia bloccato in un meccanismo di clientelismo veramente dannoso per il paese è cosa nota. Quello che volevo far notare con questo pezzo è che essendosi questo meccanismo fortemente cristallizzato negli ultimi decenni, ci sono delle energie che per motivi anagrafici sono automaticamente escluse. Quando si parla dei quattro milioni di precari che ci sono in Italia possiamo anche fare finta che non siano in prevalenza trentenni, ma questo non cambia la realtà dei fatti: la cristallizzazione della società penalizza prevalentemente una generazione. E questo però peggiora tutta la società anhe quella composta da chi non è direttamente penalizzato.

  11. Emidio

    Ah, Antonio, non ho centrato il punto invlontariamente, tanto che ho parlato anche di ereditarietà del titolo di studio. Ho centrato il punto volontariamente, anche se sono giovane ;)

  12. Antonio

    “la realtà dei fatti: la cristallizzazione della società penalizza prevalentemente una generazione.”

    E perche’ mai? Lei da’ per scontata questa connessione tra eta’ anagrafica e penalizzazione per la cristallizzazione della societa’. Peccato che quest’ultimo sia un fenomeno che colpisce trasversalmente tutte le eta’ – i giovani restano in casa fino a 40 anni (la famiglia aiuta), gli operai in catena di montaggio a 1200euro a mese continueranno a percepire 1200euro al mese senza possibilita’ di miglioramento (la famiglia aiuta) e gli anziani con la pensione minima restano nell’indigenza coatta fino al trapasso (la famiglia aiuta). La mancata crescita penalizza tutti, indistintamente, e non in relazione alla quantita’ di futuro disponibile. Altrimenti ne dovremmo concludere che i bambini ancora in utero sono quelli che sopportano il maggior danno, avendo tra tutti la massima quantita’ di futuro disponibile (ben piu’ delle giovani promesse).

  13. Antonio

    Aggiungo, Picariello, che non si capisce perche’ della cristallizzazione della societa’ siano responsabili i “vecchi”, quando tale cristallazione colpisce anche loro. Quel che e’ vero e’ che in Italia c’e’ uno scarissimo accesso al capitale di rischio (non solo denaro, ma anche credibilita’, fiducia, etc), che favorisce chi ha una rendita di posizione a scapito di chi non ce l’ha. Questa sperequazione e’ ingigantita da un sistema legislativo che lascia voragini in favore dei primi, e genera mostri quali il precariato – dei cui effetti soffre chi cercano lavoro, tutti, per lo piu’ giovani ma anche molti cinquantenni che hanno perso il posto durante la crisi. Francamente non si capisce da dove esca questo manipolo di sessantottini cattivi sta tenendo in scacco le giovani promesse nostrane e il futuro del paese.

  14. Per aggiungere qualcosa al dibattito vi consiglio la lettura (leggete tutto pero’) di questo articolo su Time http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2024136,00.html
    Che si conclude con “So the country is caught in a vicious circle. The economy will continue to fade as long as it stifles innovation by excluding its young. Meanwhile, every young person driven away is one less voice calling for reform.” E la storia dell’inizio che si conclude con “It’s something in Italy I would never get, unless I was 45 and somebody’s daughter or cousin or mistress,” she says.

  15. Andrea B.

    Articolo interessante anche se non penso aggiunga molto. Che ci sia un problema di chiusura dei sistemi in Italia si sa e siam tutti d’accordo. Che molti giovani siano sfavoriti da queste chiusure si sa. Che i giovani siano sfavoriti piu’ di altre classi di eta’ e’ argomento di discussione a cui non saprei rispondere (Antonio sopra ad esempio pensa di no).
    L’errore invece sta nel pensare che la chiusura dei sistemi sia un atto di discriminazione verso i giovani in quanto giovani. Non e’ cosi’ e proprio per questo e’ inutile e socialmente dannoso parlare di scontro generazionale (come Antonio ha magistralmente ricordato sopra). Di nuovo, il problema della scarsa accessibilita’ di alcuni sistemi italiani non e’ quello che siano poco aperti ai giovani ma quello che siano poco aperti a tutti quelli che non ne fanno parte, indipendentemente dall’eta’. E’ ovvio che anche i giovani siano vittime di questa situazione ma non e’ perche’ ci sia una specifica chiusura nei loro confronti.
    Purtroppo anche nell’articolo di Time viene da alcuni riproposto la tesi della chiusura verso i giovani solo perche’ giovani. E’ la solita falsa percezione.
    Ad esempio l’epidemiologo che si e’ trasferito da Pisa suggerisce che ci sia un discriminazione verso chi, come lui, ha meno di 40 anni. Non e’ cosi’. La discriminazione e’ invece contro chi e’ fuori dal sistema, indipendentemente dall’eta’. Se quell’epidemiologo fosse figlio di qualcuno alla “giovane” eta’ di 30 anni avrebbe avuto la strada spianata a Pisa. Analogamente, se lui fra dieci anni dovesse tornare a Pisa si accorgerebbe che sarebbe discriminato anche all’eta’ di 48 anni. E proprio per questo potrebbe rimanere all’estero anche fino alla pensione e sara’ sempre discriminato (a meno che le cose non cambieranno) cosi’ come lo sono i trentenni. Gli over40 all’estero discriminati come i trentenni sono una marea. Appunto, la discriminante non e’ l’eta’. L’eta’ puo a volte essere usata come scusa ma non e’ il vero criterio discriminante.
    Secondo me e’ importante capire questo punto perche’ solo in questo modo si possono trovare le soluzioni piu’ appropriate al problema dell’ immobilita’ del sistema Italia.

  16. Sono d’accordo Andrea. Quello che forse bisogna anche considerare è il “feed-back” negativo, partendo dal presupposto (da dimostrare) che una società con più “giovani” (o meglio esterni al sistema in senso lato, i giovani, tranne poche eccezioni dei “figli di”, che sono numericamente eccezioni, patologicamente la regola) invece instaura un feed-back positivo.
    Chiamarli “giovani” o “esterni al sistema” cambia poco la sostanza delle cose.
    Resta la domanda: come rompere il circolo vizioso?

  17. Gianni

    Riccardo, perche’ ti incancrenisci su una analisi palesemente farlocca? Dire “giovani” o “esterni al sistema” la cambia la sostanza, eccome. Ripeto: abbiamo uno dei parlamenti piu’ giovani tra i grandi paesi occidentali, ci sono trentenni a capo delle piu’ grandi aziende del paese.
    Il circolo vizioso riguarda appunto la appartenenza, il nepotismo, la mancata valorizzazione del merito.
    Come uscirne? Con riforme strutturali, non con piagnistei alla Picariello. Antonio parla di capitale di rischio definendolo non solo come misura finanziaria, ma io mi fermo solo alla definizione piu’ ristretta. Una riforma del sistema finanziario che faciliti l’accesso di tutti a capitale di ventura premierebbe le idee e il merito. Potrebbe farsi valere chi ha delle idee buone, non chi ha un parente a Banca Intesa o il papa’ che gioca a golf con chi decide letterlmente “a simpatia” a chi dare credito e a chi no. Sarebbe costretto a innovare per garantire gli alti ritorni attesi da investitori di questo tipo, anziche’ rimanere prudente per restituire il capitale alle banche. E sopratutto dovrebbe mettere ai vertici delle persone capaci, e non potrebbe imporre i rampolli di famiglia sulla base di un pacchetto azionario (o di quote, nel regno delle Srl) che si tramanda di generazione in generazione. E questo e’ solo un esempio. Ne ho letti altri per le carriere universitarie, per esempio. Un altro e’ sulla abolizione degli ordini professionali, vere caste nelle quali si tramandono le professioni come nelle corporazioni medioevali.
    Ripeto, la questione generazionale e’ una stronzata, e lo pensavo anche da giovane quando i giovani erano piu’ numerosi, anche se magari non dicevano appunto stronzate del genere (o le dicevano in misura minore). State proprio sbagliando bersaglio. Va bene la politica ridotta a tecnica di comunicazione, ma almeno prendersi un sabato mattina ogni tanto per studiare e provare a capire la societa’ non sarebbe male.

  18. Antonio

    Fa poi ridere che Picariello ce l’abbia coi vecchi. Quegli stessi vecchi che lo presentano come “giovane promessa del PD” (ok, giovane per Picariello e’ un insulto, ma promessa no) dandogli uno scranno da cui parlare e a cui lui chiede, educatamente, di farsi da parte. Mah.

  19. Filippo

    Gianni mio:

    - Nessuno si sbaglia in realtà, e come sai di questo fatto già se ne è parlato. Sottolineando che il problema è più aristocratico (d’elites) che generazionale. Pubblicando pure due interventi “tuoi” (in realtà trattavasi di un dialogo).

    Un esempio? Vedi il caso Alfano, il “giovane” ministro della giustizia che altro non è che un ministro “figlio di papa”.

    Detto questo e riconosciuto che la matrice del problema è fonadamentlamente elitista (ok?), una componente generazionale esiste, non si può negare. Il resto l’ha scritto Andrea B.

    - E poi vabbene il confronto, pure duro, di idee ed opinioni, ma evitiamo gli sproloqui e gli insulti (“stronzate”), plis. Ci vuole tanto? Temo di sì.

    - Quanto ai piagnistei cui ti riferisci, vorrei far notare che pure i politici che forse consideri “veri” sono una vita che non smettono di pubblicare nei principali quotidiani nazionali “editoriali”(in reàlta “sfogatoi”) insopportabili, dove in sostanza non smettono di lamentarsi che quì e che là. Senza apportare poi granchè al dibattito. Du’ palle. Solo che chi il potere costoro l’hanno avuto o ce l’hanno tuttora, ragion x cui non si capisce di che cosa frignano.

    - PS.: Che nell’uso attuale della lingua italiana esista un chiaro abuso dell’aggettivo “giovane” è pure un fatto. Ho sentito dare del giovane a settantenni e financo ad ottantenni (e ti aasicuro che non lo dicevano spiritosamente). D’accordo che l’allungamento della speranza di vita le prospettive sono un pò son cambiate, ma è vero che sentire quell’aggettivo affibbiato a persone di tutte le età (dai 15 ai 70 anni) fa un pò ridere.

    Ora sottolineato che l’uso dell’aggettivo giovane conosce una sua “deriva” nell’italiano parlato, è pur vero che fenomeni simili si possono riscontrare il altre lingue. Com’è per gli spagnoli con la parola “chico/a” (ragazzo/a). Dicono “un chico”, ti immagini un ventenne, e poi ti si presenta davanti un cinquantenne.

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