La parte giusta

di Marco Simoni (per il Post)

(Afghanistan Giugno 2010. Militari Italiani in trincee e fortificazioni in prima linea nell’area di Bala Murgab, al confine con il Turkmenistan. Foto di ivmontis)

“Da una parte la politica che ha perduto ogni ideale, dall’altra gli alpini caduti a Farah. Non è difficile decidere qual è la parte giusta”. Sono di Miguel Gotor sul Sole24Ore di domenica le parole che esprimono con maggiore efficacia questo momento non facile che attraversa il nostro Paese.

Le polemiche politiche di queste ore e le dichiarazioni seguite alla morte dei quattro soldati sono la misura della pochezza di cui continua a dar prova di sé la politica italiana. Sia la maggioranza che l’opposizione, anziché semplicemente riconoscere il valore degli uomini che prestano servizio in Afghanistan hanno farcito le loro dichiarazioni con commenti sulle “strategie da rivedere” o sulle nuove tattiche difensive da adottare. Dopo avere ammorbato per mesi gli italiani con questioni di nessuna importanza collettiva, maggioranza e opposizione sono state riportate alla realtà dalle bombe dei talebani e la reazione è stata proporzionale alla profondità del dibattito politico in corso. Da un lato c’è il coro irresponsabile dell’opposizione, sia pur con una diversa gradazione negli stili retorici, che ha pensato di usare il dolore collettivo per lucrare visibilità o consenso. Fa abbastanza impressione leggere i risultati di una rapida ricerca su Google dopo aver inserito chiavi come «Afghanistan» e uno a caso dei leader dell’opposizione: l’ultima dichiarazione – peraltro identica – sul tema si trova a ridosso della morte del tenente Romani a metà settembre. Non sembra dunque che l’Afghanistan sia davvero in cima all’agenda, sembra al contrario che questa si riempia in maniera improvvisata, solo quando emergono eventi straordinari.
La reazione del ministro della Difesa è stata anche peggiore, soprattutto per la responsabilità che ricopre. Io non sono certo un esperto di strategie militari, ma non può essere un singolo tragico episodio a far mutare una tattica, a meno che questo episodio abbia fatto emergere un errore di valutazione da correggere rapidamente. Se fosse così, se il ministro ritiene di dover correggere un proprio errore, dovrebbe trarre da questo conseguenze più serie rispetto alla semplice apertura di una discussione in Parlamento, dato che sono morti quattro soldati. Se, al contrario, un cambio di tattica si impone per ragioni più ampie che non hanno nulla a che fare con la tragedia recente, bisognerebbe evitare di usare il coraggio e il valore dei nostri militari per le proprie piccole agende politiche. Bisognerebbe limitarsi, controllarsi, rispettare non solo il dolore dei familiari, ma soprattutto le semplici e determinate azioni di uomini che non hanno scelto di sacrificare la propria vita, ma non l’hanno escluso, e hanno compiuto senza tentennamenti il proprio dovere.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. Filippo

    Quello che sta succedendo è che un cambio di tattica “si impone per ragioni più ampie”, non a caso Karzai proprio in questo momento sta dialogando con i vari capi tribali. Dietro ci deve essere un input americano. Il cambio è in corso in realtà. Solo che occore tempo.

    Ora è vero c’è il tempo del dolore e non si devono strumentalizzare avvenimenti così. Ma se dei giornalisti ti chiedono insistintemente se ci saranno “cambi tattici” può succedere che si risponda alla domanda.

    Detto questo, io ho trovato più che dignitosa la reazione di persone come Fassino.

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