di Ivan Scalfarotto (per il Post)

(Roma 16 ottobre. Foto quicksilv3r)
Non sono andato al corteo della Fiom. Non ci sono andato per un paio di ragioni: una di metodo, l’altra più schiettamente legata al merito politico della manifestazione.
La prima ragione è che penso che un partito politico non debba andare a un corteo sindacale e che in genere non debba provare a “mettere il cappello” su chi legittimamente interpreta e difende gli interessi di una singola categoria. Sovrapporsi a un interesse particolare non fa bene né al partito né agli interessi rappresentati: il partito in qualche modo si declassa a portatore di interessi particolari abdicando a tenere insieme le complessità che una visione più generale fatalmente comporta, chi difende quegli interessi corre invece il rischio di essere etichettato politicamente e in quanto tale diventa meno efficace. Il messaggio che passa è che stia in realtà conducendo una battaglia politica e che il lavoro di tutela sia solo strumentale all’affermazione di una determinata visione politica, magari stabilita dall’esterno.
Sarà per questo motivo, o forse più prosaicamente per la difficoltà ormai atavica di trovare una sintesi tra le nostre varie anime, fatto sta che il PD ha comunque deciso di non essere presente ufficialmente, al contrario di IdV e SeL che hanno deciso di sfilare in quanto tali. Molti miei colleghi di partito hanno però partecipato a titolo personale e ne ho certamente capito le motivazioni: il lavoro è probabilmente l’emergenza numero uno di questo paese in questo momento e i bisogni che si sono manifestati in quel corteo sono una voce che di certo non può essere ignorata, come molti hanno giustamente sottolineato.
Il punto è che ci sono domande secondo me fondamentali a cui questo corteo non rispondeva e che anzi ha probabilmente reso più urgenti e gravi: siamo sicuri, per esempio, che di tutti i modelli di relazioni industriali sia quello proposto dalla Fiom quello che assicura maggiore e più efficace protezione ai lavoratori e maggiore sviluppo? Un’idea delle relazioni industriali polarizzata in una dialettica di contrapposizione tra lavoratori e imprese, insomma, è quello che ci serve? In questa economia globalizzata, inoltre, l’approccio della Fiom rende l’Italia un paese più o meno attraente per gli investimenti stranieri e per il mantenimento delle produzioni in Italia, e quindi per il mantenimento nel nostro Paese di posti di lavoro? E poi: un sistema di relazioni sindacali così nettamente diviso tra lavoratori subordinati e imprese è davvero quello che meglio descrive il modo del lavoro in questo secolo? Non siamo forse rimasti a una rappresentazione che andava bene per il passato ma che si è persa per strada pezzi interi di mondo produttivo? C’era davvero in quella piazza la voce di chi – soprattutto giovani – lavora in questo paese in schemi giuridici diversi dal lavoro subordinato? Di chi opera magari per anni con contratti precari o temporanei, o con partita iva, o facendo il praticante in uno studio professionale, e senza nessuna garanzia né alcuna forma di rappresentanza collettiva?
L’idea che una maggiore collaborazione del sindacato e dei lavoratori allo sviluppo delle imprese, e una maggiore partecipazione dei lavoratori alle vicende delle stesse, costituisca una svendita dei diritti è secondo me sbagliata. Nessuno pensa che si debbano aprioristicamente e permanentemente spuntare le armi del conflitto come extrema ratio ma nemmeno pensare il mondo del lavoro in modo stabilmente conflittuale credo possa più essere una risposta in questo nostro tempo. In un’economia moderna non può sfuggire a nessuno che la prima garanzia, e la più effettiva, per i lavoratori è quella di lavorare in un’economia sana e che la collaborazione del lavoro alla crescita economica sta diventando via via parte integrante delle responsabilità di cittadinanza. L’unico ruolo e il motivo di esistere di un partito come il PD è difendere i diritti e la dignità del lavoro avendo l’abilità di sintetizzare risposte assai più complesse, insomma, di quelle che si sono proposte sabato scorso a Roma. O ce la si fa, o si è persa la sfida per la modernizzazione di questo Paese.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Ottimo pezzo.
Interessante, però…
1- C’era chi lavora in schemi giuridici diversi dal lavoro subordinato? Sì, c’era, e non a caso. Quella manifestazione era anche per loro.
2- L’approccio conflittuale della FIOM rende l’Italia un paese meno attraente per gli investitori? Certo. Ma un partito di sinistra direbbe anche che lo rende più attraente per i lavoratori. Ma soprattutto
3- La manifestazione del 16 non era a favore delle posizioni della FIOM, ma (per loro stessa scelta) contro la deriva uber-liberista a cui si è consegnata inerme l’Italia negli ultimi 15 anni, accettando acriticamente tutto quel che la manifestazione vorrebbe rimettere in discussione
4- E le domande fondamentali a cui il corteo non rispondeva? I cortei non rispondono alle domande, LE SOLLEVANO! Tutti i cortei, di destra o di sinistra, etero o omo, laici o confessionali, sollevano domande.
(Oppure sostengono a voce alta una risposta predefinta. Quello si chiama populismo)
Si d’accordo, anzi no.
Provocazione: se domani, invece che la Fiom “a spaventare gli investitori stranieri” fosse il popolo viola, cosa dovremmo fare? Togliere il saluto anche a loro.
La fiom è tante cose , alcune bone, altre cattive. se non vogliamo capirlo è per partito preso. anzi partito perso
Scalfarotto non puo’ saperlo perche’ non si occupa di politica, ma, come ha ribadito Bersani a Repubblica, il piu’ grande partito della sinistra italiana non aderisce mai alle manifestazioni sindacali. Non c’entra niente la “difficolta’ ormai atavica di trovare una sintesi tra le nostre varie anime”.
Il resto e’ il solito articolo sgangherato pieno di luoghi comuni, con una visione del mondo ferma agli anni novanta clintoniani. Speriamo nei giovani.
Partecipiamo, non partecipiamo, andiamo, non andiamo … ma facciamo qualcosa!!
Siamo un partito nosferatu!! non morto e non vivo!!!
Saluti!!
@Gianni
In realta’ Scalfarotto all’inizio del post riconosce proprio quel punto. Purtroppo sul resto hai ragione: l’elaborazione politica e’ rimasta ferma al “non possiamo far paura agli investitori e poi la Cina la Cina…”
Che e’ vero, ma quello e’ il problema. La politica i problemi li elabora, per fornire soluzioni che massimizzino il benessere collettivo.
Stefano, in realta’ non lo riconosce. Lo cita, ma evidentemente senza capirlo, dato il commento sulla “difficolta’ di sintesi delle nostre molte anime”, che e’ poi il comprensibile tentativo di ridurre alla dimensione del proprio ombelico, che almeno e’ visibile, quelli che sono oscuri temi epocali .
Sul resto siamo d’accordo. L’ idea che “what is good for capitalism is good for America” non e’ piu’ credibile. Il capitalismo globalizzato degli anni 90 ha portato benessere (o almeno sopravvivenza) a centinaia di milioni di persone, ha ridiscusso equilibri di potere atavici e cristalizzati basati sul totalitarismo, sulle caste, sul sessismo. Ha liberato energie democratiche e di partecipazione, ha favorito la comunicazione e la conoscenza tra popoli lontani.
Ma la sua crisi ha portato ad un aumento delle disuguaglianze all’ interno dei singoli paesi, al dumping e alla contrazione dei diritti, ad una riduzione della democrazia (chi lo ha eletto Marchionne, che decide della mia vita piu’ di Berlusconi?). La favola che in una economia che cresce piu’ in fretta si diventa tutti piu’ ricchi e si ha piena occupazione (quella a cui crede ancora Scalfarotto) si e’ rivelata, appunto, una favola. Dal dopoguerra non e’ mai stato cosi’ evidente il divario tra chi possiede capitale e chi possiede lavoro, divario sia sul piano degli interessi che dei diritti. I capitalisti vogliono appropriarsi giustamente della compensazione del rischio di impresa, lasciando pero’ agli altri il rischio. Perche’ un lavoratore di Pomigliano dovrebbe essere incentivato sul profitto della FIAT se FIAT decide da sola come usare quel profitto e dove portare le fabbriche e il lavoro? Il conflitto sociale mi semba oggi nelle cose, strutturale, a non viene colto solo da coloro il cui orologio si e’ fermato con il crollo di Lehman Brothers, che ha fatto piu’ rumore del muro di Berlino.
scusa, ma non andando alla manifestazione il PD conclude qualcosa in termini di una sintesi che possa aiutare l’unità sindacale e la ricomposizione del mondo del lavoro?
Polemicamente, voglio ribaltare il discorso: CISL e UIL sono anni che fanno da sponda al governo: risultati in termini di occupazione, salari, politica industriale, innovazione tecnologica, fisco? La scelta è se misurarli solo con i numeri negativi o con la loro radice quadrata, i numeri immaginari.
Una volta si sosteneva che un sistema conflittuale era positivo perché il costo del lavoro spingeva l’innovazione tecnologica mentre l’aumento dei salari creava nuova domanda: gli operai di Tronti, la “rude razza pagana che vuole più soldi e meno orario”. Adesso siamo alla mite razza cristiana che porge l’altra guancia e le tasche…e quanti precari e c. possono andare avanti grazie a qualche garantito simil-Fiom in famiglia?
@Gianni:
Forse Scalfarotto sara’ agli anni ’90, ma la FIOM non si e’ mai mossa dagli anni ’70….
Caro Ivan,
“siamo sicuri, per esempio, che di tutti i modelli di relazioni industriali sia quello proposto dalla Fiom quello che assicura maggiore e più efficace protezione ai lavoratori e maggiore sviluppo?”
Siamo sicuri che il modello “far-west” ovvero “modello cinese” proposto dal governo sia migliore? Oppure il PD ha un modello alternativo da proporre?
Secondo me il sistema di relazioni sindacali è come la democrazia: non è un sistema perfetto ma è il migliore che abbiamo. Attendo proposte concrete.
“In questa economia globalizzata, inoltre, l’approccio della Fiom rende l’Italia un paese più o meno attraente per gli investimenti stranieri e per il mantenimento delle produzioni in Italia, e quindi per il mantenimento nel nostro Paese di posti di lavoro?”
Un “posto di lavoro” che non permette di condurre una vita dignitosa cos’è, se non una limitazione della libertà? Un ambiente di lavoro disumano e degradante cos’è, se non riduzione in schiavitù?
Se oggi stesso tutti gli italiani si dimezzassero lo stipendio e lavorassero dodici ore al giorno riceveremmo molti investimenti dall’estero? Sulla base di quale piano industriale? Sulla base di quale politica di sviluppo? Scherziamo o diciamo sul serio?
Pensi veramente che il problema dell’industria in Italia sia il costo del lavoro (fra i più bassi dell’unione)? Ha ragione Marchionne? Dalla crisi si esce solo cinesizzando i lavoratori italiani per acquisire competitività? E allora come mai la Germania è la prima ad uscire dalla crisi?
“E poi: un sistema di relazioni sindacali così nettamente diviso tra lavoratori subordinati e imprese è davvero quello che meglio descrive il modo del lavoro in questo secolo? Non siamo forse rimasti a una rappresentazione che andava bene per il passato ma che si è persa per strada pezzi interi di mondo produttivo?”
Beh, caro Ivan, secondo me dovresti smettere di vivere nel tuo mondo radical-chic di buona famiglia e vedere in che condizioni lavora e vive la gente comune. Magari tu che sei sempre stato dirigente puoi pensare ad un sistema di relazioni sindacali diverso, ma ti assicuro che in azienda e in fabbrica il datore di lavoro pensa solo ad una cosa: i soldi. Sono solo i sindacati che pensano alle condizioni di lavoro, alla sicurezza ed ai livelli di reddito.
E tutte le volte che ai sindacati viene chiesta “responsabilità” significa una cosa sola: più lavoro e/o meno soldi.
Ti assicuro che da parte dei lavoratori ci sarebbe disponibilità ad un rapporto più collaborativo. Ti faccio due esempi: una volta alcuni miei colleghi hanno lavorato duro per mesi per terminare un progetto importante, ricevendo in cambio una bel niente (la risposta è stata “Un premio? Ma non prendono già lo stipendio?”), un anno tuta l’azienda ha fatto un utile stratosferico (dichiarazione ai giornalisti: “l’anno migliore degli ultimi trent’anni”), alla richiesta di un premio la risposta è stata “non è in budget”, due anni fa incomincia la crisi l’azienda comunica un calo del fatturato del 40% per cui si prepara ad una riduzione dei dipendenti del 40%. Ha detto proprio così riduzione del 40% (chissà cosa sono io, magari 0,023% o forse valgo di più, diciamo 0,032%, speriamo che il prossimo anno io sia ancora nel budget, altrimenti chi gliela spiega ai miei figli di cinque anni che il loro padre è disoccupato a causa di un -0,023% nel bilancio riclassificato?).
(continua)
(seconda parte)
“C’era davvero in quella piazza la voce di chi – soprattutto giovani – lavora in questo paese in schemi giuridici diversi dal lavoro subordinato? Di chi opera magari per anni con contratti precari o temporanei, o con partita iva, o facendo il praticante in uno studio professionale, e senza nessuna garanzia né alcuna forma di rappresentanza collettiva?”
Certo che c’era. C’era chi si è reso conto che così il Paese non può sopravvivere. Perché non può sopravvivere un paese in cui tutti lavorano con contratto a tre mesi rinnovabile a piacimento dell’impresa. E’ un concetto che ripeto spesso: La flessibilità non può funzionare in Italia, come in Italia non funzionano le tasse, che invece funzionano negli altri paesi sviluppati.
In Italia “flessibilità” non significa “flessibilità” ma “precariato”. Precariato significa dover pregare per avere un lavoro, che diventa una concessione (“e ringrazia che hai un lavoro” mi sento dire spesso).
E’ il solito ricatto: se righi dritto ti do’ il lavoro, se no vai a chiedere l’elemosina assieme ai tuoi figli.
Marchionne dice che senza fabbrica non ci sono gli operai. Caro Ivan, allora ti dico una cosa di sinistra: senza operai non c’è la fabbrica (me l’ha insegnato mia nonna, è uno slogan di inizio novecento).
Fabio dice che la FIOM è ferma agli anni ’70, allora Marchionne a cosa è fermo? All’800?
Così non si può più andare avanti, della flessibilità si è abusato per ridurre in schiavitù una generazione di giovani, e piano piano si vogliono appiattire a quel livello anche le generazioni più anziane.
Qual’è la proposta del PD? Qual’è la tua proposta?
Ti dico l’unica proposta che secondo me ha un senso (è una frase di Prodi): la flessibilità si paga. La mia (la sua) proposta è la seguente: vuoi un lavoratore con contratto flessibile? Va bene, però paghi più contributi, anche perché il precariato porta a problemi sociali che quei contributi devono in qualche modo coprire. I contributi devono diminuire in proporzione alla durata del contratto. Ai contratti a tempo indeterminato vanno dimezzati, ai contratti che durano pochi mesi o meno vanno raddoppiati. Secondo me così si ha la flessibilità che le aziende chiedono senza sfruttamento da parte dei soliti furbi.
“L’idea che una maggiore collaborazione del sindacato e dei lavoratori allo sviluppo delle imprese, e una maggiore partecipazione dei lavoratori alle vicende delle stesse, costituisca una svendita dei diritti è secondo me sbagliata.”
Nessuno ha mai detto questo, tanto meno la FIOM. Semmai il contrario: la FIOM dice che la svendita dei diritti non costituisce una maggiore partecipazione dei lavoratori alle vicende delle aziende.
Chiarisco per chi non è al corrente della vicenda Pomigliano: qui si parla di diritto di sciopero (sì, è previsto il licenziamento per chi sciopera, proprio come nell’800).
“In un’economia moderna non può sfuggire a nessuno che la prima garanzia, e la più effettiva, per i lavoratori è quella di lavorare in un’economia sana”
E come fai a garantirlo nel mondo globalizzato di cui parli sopra?
Oggi siamo al paradosso, le imprese italiane vanno a produrre all’estero anche quando il fatturato aumenta, come per esempio nel settore orafo di Valenza: fatturato quasi raddoppiato, produzione ugualmente trasferita in Cina, margine centuplicato, lavoratori italiani licenziati, crisi economica nella regione da cui non si sa come uscire.
Qui se non attuiamo alla svelta una qualche politica protezionistica (o industriale, come hanno fatto in Germania, ma qui siamo in Italia, ci credo poco) non ne usciamo, va a finire che i consumi interni crollano e il Paese va in malora.
E’ inutile che Confindustria continui a parlare di competitività (intendendo per competitività il rapporto produttività/costo del lavoro), con la Cina non possiamo competere, siamo di un’altra categoria. Per questo dobbiamo costituire un’altra categoria: la categoria dei paesi sviluppati e quella dei paesi che sfruttano la gente. E regoliamo l’accesso alla nostra categoria come abbiamo fatto per l’unione monetaria: o rientri nei parametri che diciamo noi o paghi dazio.
“e che la collaborazione del lavoro alla crescita economica sta diventando via via parte integrante delle responsabilità di cittadinanza.”
Qui non ti seguo, non ho mai visto richiesta di collaborazione da parte delle aziende verso i lavoratori. Le aziende italiane sono le prime a volere una netta separazione fra subordinanti e subordinati, ripeto: si parla di “assunzione di responsabilità” solo quando si chiede più lavoro e meno soldi.
“L’unico ruolo e il motivo di esistere di un partito come il PD è difendere i diritti e la dignità del lavoro avendo l’abilità di sintetizzare risposte assai più complesse, insomma, di quelle che si sono proposte sabato scorso a Roma. O ce la si fa, o si è persa la sfida per la modernizzazione di questo Paese.”
Su questo sono finalmente d’accordo. Volgiamo elaborare queste proposte? Oppure ci basta dire “salario cinese e flessibilità selvaggia”?
Come può l’Italia affrontare la crisi e la globalizzazione?
Come facciamo a mantenere decente il tenore di vita degli italiani?
Come facciamo a non far fallire lo Stato se quelli che pagano le tasse (i lavoratori dipendenti) calano continuamente, anche se il PIL cresce a causa dell’arricchimento di quelli che non le pagano (gli imprenditori)?
Ciao,
Roberto
Sono d’accordo con Roberto. Aggiungo che l’ idea di una “imposta sui diritti”, ossia di forme di protezionsimo legate al rispetto dei dirri e della dignita’ dei lavoratori e’ una idea promossa da Clinton nel 1998. Magari nel suo caso era un po’ strumentale (si trattava di ridurre la competitivita’ cinese) ma penso andrebbe rivalutata.
Inoltre faccio notare che la proposta del PD sul lavoro dice testualmente:
“1. incentivazione del contratto a tempo indeterminato, definito dall’UE “forma normale del rapporto di lavoro”, attraverso il minor costo della stabilità rispetto alla precarietà, ossia mediante l’allineamento e la riduzione del cuneo contributivo.”
Il testo completo e’ qui: http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/100227/sviluppo_lavoro_welfare_le_proposte_del_pd_per_il_diritto_unico_del_lavoro
Magari Scalfarotto farebbe bene a visitare qualche volta anche il sito del PD. Lo dico per lui, eh.
Il discorso sugli anni ’70 riguardava il fatto che mi stupisco sempre molto di come parte dei sindacati abbia spesso un’ottica difensiva, a quadrato attorno al corpus del ditirro del lavoro che data, appunto agli anni ’70.
Ogni tanto mi piacerebbe vedere un sindacato che se la gioca in attacco, facendo battaglie tese a stanare il liberismo un po’ patocco di casa nostra.
Per non restare nel vago ti faccio due esempi:
- monetizzazione del precariato:
il lavoro a TD deve costare DI PIU’ dell’equivalente a TI. Punto. Poi vediamo quanto interessa ancora la flessibilita’…. Ho come il sospetto che la domanda stessa di flessibilita’ calerebbe di un bel po’.
Purtroppo questa non e’ la strada maestra delle strategie sindacali. Si preferisce lottare contro la flessibilita’ a colpi di conversioni, stabiizzazioni, ecc ecc. Non so bene spiegarmi perche’, forse perche’ non piace vedere precari (di solito giovani) guadagnare di piu’ di colleghi piu’ anziani, o forse perche’ il lavoro a TI ha comunque un’attrattiva enorme. Boh… l’ho chiesto spesso a vari sindacalisti, ma non ho mai avuto una risposta convincente.
- Meritocrazia e valutazioni:
Qui’ l’esempio e’ piu’ legato alla mia professione di ricercatore. Mi sono chiesto spesso come mai vi sia una cosi’ diffusa allergia nei sindacalisti attivi nel mio campo all’idea di essere valutati per la qualita’ e quantita’ del lavoro svolto. In realta’ essere equamente valutati e, nel caso, essere promossi in base al proprio merito e’ un DIRITTO che dovrebbe essere, come tutti gli altri diritti, difeso e promosso dalle OO.SS.
Anche qui’ in realta’ mi sono spesso sentito rispondere che “per come vanno le cose un sistema del genere premierebbe solo i raccomandati”. FOrse e’ anche vero, per carita’, ma non puo’ essere la persona deputata a difendere i miei diritti a dirmelo. Altro che politica difensiva: questa e’ una resa senza condizioni e senza neanche aver lottato!
Io dal mio sindacalista ideale pretendo che tuteli il mio diritto a essere valutato e che si adoperi a che la valutazione sia equa in almeno due modi: lottando contro la promozione del raccomandato e assicurando pari opportunita’ a tutti.
Mi pare che, a partire appunto dall’ articolo di partenza, si faccia confusione tra il ruolo del sindacato e quello della politica. Il sindacato non fa norme, non da’ risposte: il sindacato, nell’ ambito delle norme esistenti, deve solo massimizzare il vantaggio della categoria che rappresenta. Punto. Se il diritto del lavoro e’ quello degli anni ’70 a quello si riferisce, ed e’ compito casomai della politica adeguare le norme alla societa’. In questo ambito e con questi costraint mi pare che il sindacato non abbia fatto poco per la rappresentanza del lavoro precario. E lo stesso discorso vale per la promozione del merito, cosa c’entra il sindacato? Non puo’ promuovere un diritto che non e’ ancora ne’ norma ne’ cultura. Quello che puo’ fare e’ promuovere, come fa, l’accesso a mezzi di miglioramento individuale e formativo.
Sul merito, poi, voglio dire una cosa, visto che siamo in ambito di ridiscussione dei paradigmi. E’ vero, in Italia ma anche altrove riconoscere il merito aldila’ della affiliazione e dei nepotismi e’ un elemento di progresso. Ma vediamo di non farne una ideologia. Rimane il fatto che chi nasce in una famiglia economicamente, socialmente o culturalmente privilegiata avra’ piu’ opportunita’ di sviluppare il proprio talento rispetto a chi nasce peggio. E che hanno diritto ad una vita decente, dignitosa e realizzata anche gli imbecilli, gli sfortunati e persino i pigri.
Scusa, ma dire che il sindacato in Italia non fa politica mi sembra un po’ azzardato, quanto meno. E per fortuna che invece la fa.
Fortunatamente la parola dei sindacati conta (di piu’ o di meno a seconda del governo in carica) anche e soprattutto quando le norme le si fanno, non solo nella loro applicazione. Altrimenti saremmo senza Articolo 18 da dieci anni, tanto per fare un esempio.
Quelle che dici tu che “devono solo massimizzare il vantaggio della categoria che rappresentano. Punto.”, sono le corporazioni.
Per la promizione del merito, sinceramente non mi sembra che nella situazione italiana media il primo problema sia non farne un’ideologia…. ma non sei certo il primo che solleva questa obiezione, purtroppo.
E’ vero, non sono il primo:
“Tutti i cittadini hanno uguali libertà e diritti e che questi sono concetti fondamentali, proprio come il concetto di merito’. “La meritocrazia però –ha allertato Bersani – non deve suonare come il mercato, che è considerato inalienabile, perché il mercato non è un obiettivo, serve solo a misurare l’efficienza di un sistema’. Questo per ribadire che ‘siamo tutti esseri umani anche quelli che non meritano, e il Pd deve considerare anche questo concetto, altrimenti se non sentiamo questa corda andiamo per un’altra strada.”
Acuti e consistenti i commenti di Roberto e Gianni. Interessante leggere i commenti al post. Un po’ meno il post che ho trovato allineato e coperto e superficiale in merito al Marchionne ocosìomenevado.