Dottori di massa

di Riccardo Spezia

(Atraindo Olhares; di Aline Scaravelli)

Oggi (ieri n.d.c.) su Repubblica c’è un articolo di quelli che vanno molto di moda, dove si denuncia qualcosa di molto “all’italiana” (nell’accezione negativa e un po’ buffonesca del termine). E questo articolo porta la firma “illustre” di Umberto Eco, noto per i suoi romanzi ma anche membro dell’accademia italiana da moltissimi anni. “Il paese dei dottori laureati al parcheggio” (il titolo dell’articolo) ha un forse unico punto di interesse, che è nella conclusione: “in Italia si diventa dottore tre volte, una volta dopo tre anni, l’altra dopo due e l’altra ancora dopo tre o quattro.” Per il resto però denota una arretratezza e ignoranza della società (nonché dei sistemi esteri, per la Francia si riferisce ancora a quello in vigore 20 anni fa …) che è preoccupante non tanto per l’illustre semiologo, ma perché è impossibile pensare di migliorare una situazione critica partendo da presupposti sbagliati. La maggiore carenza di Eco è quella di non aver metabolizzato il passaggio dall’Università aristocratica (quella da lui frequentata negli anni 50) all’Università di massa (quella del mondo occidentale nel XXI secolo). Oltre a quella di denotare una certa ignoranza (o meglio assoluta autoreferenzialità) quando descrive i corsi precedenti al 3+2 che non erano tutti di 4 anni, anzi Ingegneria, Architettura, molti corsi di Scienze erano di 5 anni (e quindi qui il 3+2 si sarebbe potuto applicare sic et simpliciter senza grandi cambiamenti), per non parlare di Medicina.

L’Università degli anni 50 aveva pochi studenti (pochi andavano al liceo, pochi studiavano, era una società meno scolarizzata) e quindi pochi professori. I “laureati” costituivano naturaliter l’élite della società. In un contesto dove l’analfabetizzazione era ancora elevata chi aveva una laurea era ovviamente parecchie spanne sopra. Viveva in un mondo diverso, come fa Eco ancor oggi.
Solo che la società è (fortunatamente) cambiata. L’obbligo scolastico ha aperto le scuole superiori a tutti e il diritto allo studio ha spalancato le porte dell’università che, oramai da più di 20 anni, è un’università di massa. Tanti studenti e tanti professori. Il “livello”, per dirla come i nostalgici, del laureato medio è più basso? Giusto e normale se si hanno più laureati. Inevitabile. Come succede in tutto il mondo.
Il problema, casomai, non è quello di avere laureati medi con conoscenze minori (anche se è un esercizio intellettualmente disonesto misurare il livello di cultura con i canoni degli anni 50) ma è quello di livellare tutti su uno standard.
Nei paesi occidentali, ognuno in modo differente, seguendo la cultura e l’evoluzione storica di ogni società, il passaggio da università d’élite a università di massa è avvenuto differenziando i curricola e differenziando i luoghi. Un po’ ovunque questo ha voluto dire Università (o equivalenti) per “pochi ma buoni” e Università per gli altri, con vari livelli di difficoltà, in modo da differenziare l’offerta e dare di più a chi vuole studiare di più ma dare comunque qualcosa che è meglio dell’ignoranza a chi vuole studiare “normalmente”.
Mantenendo invece un “sistema unico” o si mantiene alta la barra creando un problema sociale (quello dei fuoricorso storici, per esempio, o dell’abbandono) o si abbassa la barra perdendo la possibilità di creare laureati che possono (e lo fanno molto bene per ora) competere con i migliori degli altri paesi occidentali.

Non guardare quindi al passato, ma interpretare la realtà di oggi, la sua evoluzione e non restare intrappolati. Per questo l’unica cosa sensata è il paradosso dei tre dottori. Nel mondo si è dottori dopo il dottorato perché il dottorato è il vero titolo che genera l’élite. Ma non tutti possono accedervi. Quando avremo il dottorato di massa dovremo inventarci un altro modo per selezionare le élites, ma magari quando verrà quel momento starò a pontificare come il vecchio Eco di quanto erano più bravi i dottori di ricerca degli anni 2000.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Il problema è la diversificazione dell’offerta formativa, e la necessaria e conseguente canalizzazione delle masse studentesche (in entrata) verso tipologie di formazione e di corsi che – pu rimanendo di livello superiore – siano piu’ adeguati alle necessità tecniche e professionali dell’ambiente socio-economico, anche locale.

    Per fare questo il modo migliore (in Italia) sarebbe quello di costituire un settore di istruzione superiore non universitario, espandendo il monco troncone dell’IFTS, ma il punto è sempre quello della volontà, anche politica, ma soprattutto da parte del settore Universitario stesso.

    In alternativa, le Università avevano cercato di fare esse stesse il mestiere della formazione terziaria professionalizzante (c.d. “proliferazione” dei corsi, peraltro assai meno reale di quanto raccontato) non avendone però in realtà le capacità e non sapendo o non riuscendo attrarre masse studentesche sufficientemente interessate (pur eventualmente in presenza di prospettive professionali ben individuate). In questo senso, i veri corsi “proliferati” dovrebbero essere additati come quelli classici, tradizionali, come Giurisprudenza o Scienze Politiche, che annoverano centinaia di migliaia di iscritti, molti dei quali – per certo – destinati alla inoccupazione o alla sotto-occupazione.

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