Sarkozy, Rom, Repulsioni

di Riccardo Spezia

(Milano 27/3/2007)

Sarkozy “caccia” i Rom, gli zingari, i nomadi. Rom, rumeni, popoli slavi. Molto differenti per storia, religione, lingua eppure accomunati nell’immaginario occidentale.
Le “istituzioni” europee stigmatizzano (giustamente) questo atteggiamento che, senza mezzi termini, è razzista e prevaricatore. Proto-nazista. E’ sempre infatti bene ricordare che le popolazioni zingare sono state decimate dal nazi-fascismo. La persecuzione contro di loro non è stata seconda a quella contro gli ebrei. Eppure nell’immaginario occidentale gli ebrei sono riusciti, fortunatamente e giustamente, ad “uscire dal ghetto culturale” in cui li avevano condotti secoli di stigmatizzazioni religiose e sociali (gli ebrei non erano solo “deicidi” ma anche “usurai”, “commercianti”, “ricchi sulle spalle degli altri”). Al contrario gli zingari sono sempre restati ai margini, in una nebulosa confusa di etnie, lingue, religioni. Ci sono zingari con la nazionalità italiana e spagnola, anzi con qualcosa di diverso di una nazionalità. Con l’abitudine a vivere nelle terre d’Italia e Spagna vagando come clan, come gruppo. Ci sono poi zingari dell’Est. Zingari, Rom, nomadi. Per definizione, ma più per gli eventi della storia senza una nazionalità forte a preservarli formalmente, pur accomunati dall’emarginazione. Popolo, anzi popoli, senza stato. Per questo quando le nazioni si ripiegano su loro stesse e cercano un nemico per identificarsi e non possono sfogare la propria frustrazioni in guerre tra nazioni allora si genera il disagio verso i corpi estranei che possono definire al proprio interno. Un corpo estraneo che in questo caso non è minoranza nazionale all’interno di una nazione e per questo ancora più debole. Non sono i Baschi di Spagna o gli Ungheresi di Slovacchia. Sono una non-nazione. E sono anche persone che vivono separati non solo dal concetto di stato-nazione (ma non di comunità, anzi sono molto più “con” nel quotidiano di tanti abitanti delle grandi metropoli del luminoso occidente) ma anche da quello di residenzialità. Nomadi che si confondono con poveri. Nomadi e poveri, anzi, uno affianco all’altro, spesso forzatamente. E non poche sono infatti le tensioni tra i gruppi che involontariamente si ritrovano gli uni sugli altri. Guerre tra poveri, echi di scontri secolari tra popoli. Con nazioni perse o senza nazioni. Infatti la guerra dei benpensanti ai cosiddetti Rom è la repulsione verso un diverso che è vicino. Contro una delle possibile strade che avremmo potuto perdere. E’ anche la repulsione verso il povero, verso chi non è inserito nella società. Non distinguendo chi ha una storia secolare di nomadismo e chi è semplicemente povero, disperato, che viene nella ricca parte d’Europa per fare il muratore, per vivere, mangiare, e trova da dormire sotto un ponte, in una stazione, negli anfratti dimenticati delle città, in quella zona di frontiera tra i centri cittadini fatti di antichi palazzi e le periferie delle ridenti villette autonome.
Rifiutati da tutti, senza esclusioni. Per questo, Sarkozy e Berlusconi possono contravvenire al politically correct perbenista, possono prendersi senza alzare un sopracciglio gli attacchi e le critiche di Barroso, della Merkel, di una commissaria europea che viene da un paese ultra-ricco come il Lussemburgo. Infatti, lavatasi la coscienza con una critica, chi veramente difenderà i Rom, gli zingari, i nomadi, i poveri, i senza casa? Chi accetterà che il nostro sistema può produrre nel suo seno le bidonvilles che sembrano esotiche manifestazioni di Africa, Asia, Sud America? Qualche gruppo isolato sicuramente, e meritevolmente. Ruota di scorta della coscienza di una società che nel profondo ha bisogno di vedere i paletti che la identificano e riconosce gli zingari come al di là del confine che definisce il proprio essere.

Sarkozy e Berlusconi sanno bene che le società occidentale sentono “repulsione” verso il mondo vasto degli zingari. Chi quando sale in autobus non si tocca istintivamente la tasca dove ha riposto il portafogli, o non stringe la borsa, quando un bambino zingaro sale in vettura? Chi non prova sollievo quando una mamma, giovanissima, vestita con larghe gonne sovrapposte e un bambino che allatta, non ci si siede affianco ma passa oltre? Pochi forse lo ammetteranno in pubblico, e questo non è diverso dall’ipocrisia di Barroso, Merkel, Reding, ma non provoca disagio la povertà? Non provoca disagio la vita nomade? Nomadi, zingari. Vivere senza casa, in movimento. Un ideale romantico che frana in baracche, roulottes, sporcizia.
Repulsione. Qualcuno ha detto che quando proviamo nei confronti di qualcosa una repulsione e un disgusto fisiologico, spesso è perché questo è la proiezione negativa dell’immagine di noi stessi. Negativa rispetto al nostro schema di valori: lavoro, casa, igiene, benessere. Ma anche negativa rispetto a un fondo di delusione. Il sogno romantico dell’avventura che finisce in rivoli maleodoranti tra fango e lamiere. Il disagio che provochiamo verso zingari e poveri all’interno della nostra società, disagio che spesso si tramuta in violenza, che viene dal profondo di noi stessi, individualmente e collettivamente. Il “pericolo” viene trasfigurato in paura per le cose, per furti, violenze (ricordiamo la violenza del rumeno a Roma che fece pendere definitivamente la bilancia verso Alemanno?) da chi sapientemente manipola l’opinione pubblica, sapendo che nel profondo ci sono paura e disagio, repulsione, che vengono da lontano. Dalla definizione stessa di “normalità” che ci siamo dati come società benestante occidentale.
Repulsioni che facilmente, inevitabilmente, diventano espulsioni. Nell’inevitabile silenzio collettivo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Lorenzo

    Mah

  2. Gabriele Boccaccini

    Rimango un po’ perplesso, non perche’ pensi che intollenza, razzismo e pregiudizi non esistano (esistono, eccome!, ed oggi si indirizzano specie verso gli “zingari”, gli “stranieri” e i musulmani). Mi lascia perplessa l’assenza di una riflessione su cosa significhi al contrario essere civili e tolleranti. Vuol dire forse accettare le cose come stanno, l’assenza di legalita’, le violenze, la mancanza di lavoro, casa, igiene, benessere, in nome di una diversita’ culturale addirittura da preservare?! La debolezza della risposta all’intolleranza e al razzismo a mio giudizio sta proprio nell’incapacita’ di offrire una risposta che non significhi semplicemente passiva accettazione di ogni cosa in nome di una malintesa accettazione del diverso. Le leggi devono essere rispettate da tutti e “lavoro, casa, igiene, benessere” sono valori universali. Il razzismo vorrebbe l’eliminazione del diverso, la sua completa “assimilazione”. Il suo contrario non e’ l’accettazione passiva (quasi fatalistica) di tutto, ma un processo di integrazione della diversita’ nell’unita’ collettiva. L’integrazione non si produce semplicemente invitando la maggioranza a “tollerare” anche le cose che ci sembrano ripulsive. Perche’ mai si dovrebbero “tollerare” fenomeni cronici di illegalita’, di sfruttamento dei minori e delle donne, o la mancanza di “lavoro, casa, igiene, benessere”? Cio’ che manca e rende debolissima oggi la risposta al razzismo e all’intolleranza e’ una strategia alternativa di integrazione del diverso. L’integrazione non e’ un processo facile; occorrono misure precise che evitino fenomeni di emarginazione e ghettizzazione o una specie di “doppia morale” per cui dal “diverso” aspettiamo comportamenti “inferiori.” L’integrazione si produce quando le leggi sono rispettate con rigore da tutti ed esse a loro volta rispettano le varie identita’, con un giusto equilibrio di diritti e doveri. Non ci sono persone o gruppi che hanno solo diritti o nessun diritto. Persone e gruppi hanno tutti diritti e doveri all’interno di una societa’ integrata. Fino a quando la sinistra non elaborera’ una strategia alternativa di integrazione dello straniero e del “diverso” che non appaia solo come una difesa e accettazione passiva delle cose come stanno, saremo sempre perdenti nei confronti della Lega, di Berlusconi e di ogni iniziativa razzista. Insomma, lasciamo da parte un inconcludente “buonismo” e cominciamo seriamente ad affrontare i problemi dell’integrazione e ad elaborare una seria politica alternativa che concili il pieno rispetto della legalita’ e delle norme comuni del vivere civile con il pieno rispetto della diversita’ etnica, culturale e religiosa.

  3. No Gabriele. Non sono d’accordo e sotto diversi aspetti della questioni (alcuni antitetici tra loro):

    1) L’integrazione è assimilazione, è inutile nascondercelo. Come si sono integrati gli italiani in USA? Diventando americani. Come vogliamo far integrare popolazioni che non vogliono “casa, benessere, igiene”? Dandogli casa igiene benessere. Come quando diciamo che africani o arabi si devono “integrare” nella nostra società. Come? Vestendosi in giacca e cravatta? Parlando la lingua del luogo? E chi decide chi si deve integrare verso chi? Per come la penso io l’integrazione è sempre una violenza psicologica. Una violenza del più forte, il paese ospitante, che in cambio di pane, lavoro ti chiede l’anima.

    2) Il discorso integrazione è poi fuorviante e non troppo calzante in questo caso. Perché dobbiamo ricordare che in realtà molti di questi che il chiacchiericcio corrente chiama “zingari” non sono altro che poveri. Sono i rumeni (non sempre, anzi quasi mai, “rom”) che vengono in italia per fare i muratori, ma sono sottopagati (e in nero) perché i bravi italiani amanti di “igiene, casa, benessere” possano rifarsi il cesso a basso prezzo. E allora dormono sotto i ponti della stazione tiburtina, o nelle baracche lungo il tevere e l’aniene, nascosti tra la vegetazione.
    Pensiamo invece perché le società occidentali producono sempre una sorta di risposta violenta verso i poveri, verso i barboni? L’integrazione non c’entra nulla. C’è il disprezzo ignorante verso chi è povero, chi non è riuscito, chi non ha “le belle cose”. Perché nel mondo occidentale essere poveri è una colpa.

    3) Mi pare che non si è colto molto il senso del post. Non c’entra nulla il buonismo. Al contrario era una accusa contro noi stessi che tutto sommato non sopportiamo chi non ha “igiene, benessere, casa”. E per questo le destre hanno gioco facile a risolvere il problema in modo infamante. Perché deportare delle persone solo in base alla loro appartenenza etnica è nazismo. Perché i discorsi sul “comune vivere civile” anglosassoni sono gli stessi che hanno portato la ghettizzazione dei neri in USA fino agli anni sessanta (del 1900 non del 1800 …). Perché nella nostra bella società i geni degli orrori sono sempre presenti e possono riaffiorare. E la cosa più triste è che sempre più spesso chi accusa questi atti infami viene in fondo visto come un ingenuo, un “buonista” che non propone una soluzione.
    “L’aspetto sinistro della cosa è che misure simili siano prese in considerazione in tutta innocenza”. H. Arendt.

  4. Gabriele Boccaccini

    E’ giustissimo denunciare i pregiudizi della nostra societa’ verso i poveri, gli emarginati e i diversi, ma il problema politico e’ come fare a superare tali pregiudizi e ad evitare che diano il pretesto a politiche razziste.
    Non e’ vero che l’integrazione e’ assimilazione. L’assimilazione e’ la perdita completa della propria identita’, cosi’ come la segregazione significa il rifiuto di ogni integrazione (con la costituzione di societa’ parallele e non-comnicanti e il rifiuto di leggi comuni). L’integrazione significa che gruppi diversi coesistono nel rispetto reciproco delle proprie diversita’ ma sotto leggi e regole comuni. Vivo in America e so cosa vuol dire vivere da straniero in una societa’ oggi fortunatamente incamminata in un cammino di maggiore integrazione rispetto ad un passato (anche recente) fatto di segregazione o di assimilazione forzata. La comunita’ italiana qui ha sperimentato sulla propria pelle il dramma della ghettizzazione nella Little Italy e dall’altro lato il dramma dell’assimilazione forzata e della vergogna delle proprie origini. Questo e’ un problema che le nuove generazioni fortunatamente non hanno piu’; i nostri figli non si sentono “stranieri” ne’ “assimilati”, sono “integrati”, ovvero orgogliosi di essere al tempo stesso americani e italiani e si sentono a perfetto agio nei due mondi e nelle due culture.
    Prendiamo il problema della lingua. L’assimilazione vorrebbe che noi stranieri dimenticassimo la nostra lingua il piu’ in fretta possibile. Il mantenimento puro e semplice della nostra diversita’ linguistica d’altro lato produrrebbe solo la ghettizzazione nella societa’ e nella scuola e l’isolamento culturale. Il modello integrativo indica nel bilinguismo la soluzione piu’ idonea a unire identita’ diverse attraverso l’acquisizione della lingua comune e il mantenimento della propria.
    Il vivere comune richiede di sottostare a leggi comuni, tutti noi ci assoggettiamo come individui a doveri. E’ violenza ritenere che le leggi in un paese siano uguali per tutti e che ci siano regole comuni di convivenza?
    Quello che mi premeva sottolineare e’ che alla denuncia (sacrosanta) dei nostri pregiudizi dovrebbe sempre accompagnarsi un chiaro disegno politico di integrazione alternativo alle politiche solo repressive della destra. L’integrazione non e’ un cammino facile. Tutti sanno cosa vuol fare la destra. Ma la sinistra, cosa vuol fare? Quale modello propone? La pura denuncia del pregiudizio non e’ sufficiente.

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