di Francesco Cerisoli
Il DDL di riforma dell’Università è stato approvato dal Senato prima della pausa estiva. Si può scrivere un piccolo trattato sulle conseguenze che avrebbe il testo se entrasse in vigore così com’è: per sommi capi, vengono dati maggiori poteri ai Rettori, vengono aperti i Consigli di Amministrazione a soggetti esterni all’Università, si ridimensionano le rappresentanze dei “soggetti interni”, si cancellano di fatto le Facoltà mentre vengono potenziati i Dipartimenti, si prevede una allocazione dei fondi che premia gli Atenei valutati migliori (per una quota risibile del 3 per cento del finanziamento globale), si aboliscono di fatto i concorsi vecchio stile, sostituiti da una abilitazione nazionale a lista aperta e “chiamate dirette” deliberate a maggioranza dai Dipartimenti stessi.
altro si potrebbe elencare, su cui accendere infuocate discussioni. Ma non si può ignorare cosa sta succedendo nella maggioranza in questi giorni, e quali saranno le conseguenze dello scontro fra Fini e Berlusconi. Il governo potrebbe cadere (subito o fra qualche mese), potrebbe arrivare un governo tecnico, potremmo tornare di nuovo alle urne (a novembre o a marzo). Che ci si può aspettare quindi, riguardo al DDL in questione?
Per prima cosa, bisogna riconoscere che su questo DDL si gioca gran parte della sua credibilità uno dei personaggi in ascesa del PDL, Maria Stella Gelmini. Qualunque sia il destino del governo e del PDL, aver dato il nome all’ultima riforma dell’Università è certo un titolo importante. Con la Gelmini, tutto il governo, che fin qui non ha realizzato nulla di quanto annunciato, ha interesse a “portare a casa il risultato”, quale che sia. Da tenere conto che la Gelmini e Tremonti hanno più volte affermato che daranno risorse solo in cambio di riforme: che significa Università in bancarotta nel caso le risorse
non arrivino, subito.
L’opposizione non è in trincea, per questo DDL. UDC e ApI hanno espresso giudizi favorevoli. Nel PD, anche se non lo ammetteranno mai, molti parlamentari (specie accademici) sono propensi a far passare il DDL, magari con lievi modifiche, pur di far rimuovere i pesanti tagli ai bilanci. L’IdV, al momento, tace.
Conferenza dei Rettori e dirigenza accademica in genere sono così alla canna del gas che approvano qualsiasi riforma, basta che poi il governo tiri fuori i soldi. E in fondo sulla governance delle Università il DDL li accontenta tutti.
Tra gli scontenti, in primis i ricercatori universitari non precari (RTI), che si sentono minacciati dalla messa in esaurimento del loro ruolo, che significa meno possibilità di fare carriera. Anche se, in
fondo, hanno una serie di “quote riservate” che fa prevedere che almeno la metà degli attuali 25mila RTI diventerà professore associato nei prossimi sei anni. I RTI sono, finora, gli unici “strutturati” che hanno minacciato azioni concrete per bloccare il DDL (o ottenere miglioramenti).
Ci sono poi i precari, che contestano le norme sul reclutamento e sulle posizioni a tempo determinato, le quali penalizzano fortemente chi ha già alle spalle anni di precariato e non assicurano continuità e una durata certa (e limitata) della carriera pre-ruolo. E vedono sempre meno possibilità di entrare.
Gli studenti, infine, temono una ristrutturazione dell’offerta formativa tesa a diminuire le sedi e i corsi, e una contrazione dei fondi destinati al diritto allo studio.
Su tutto questo, la politica. Il DDL deve passare l’esame della Camera, prima in VII commissione, poi in Aula. Dal calendario dei lavori, non sembra che possa completare l’iter prima della fine di Ottobre. E basta un emendamento per farlo tornare al Senato in terza lettura, che porterebbe all’approvazione, forse, a fine anno. Difficile che i Deputati rinuncino a introdurre modifiche, a meno che le pressioni dei “gruppi” favorevoli si facciano molto forti. Inoltre, uno sgambetto al governo non si nega mai.
Ne discende che il percorso del DDL sarà fortemente legato ai destini del governo e di questo parlamento. Le opzioni possibili:
a)Il Governo impone la fiducia (e la ottiene): il DDL è approvato prima della fine di ottobre, i punti “controversi” rimangono tali. Stesso risultato se un accordo bipartisan lascia passare il DDL senza modifiche.
b) La Camera introduce modifiche (migliorative, si spera): il DDL torna al Senato e va probabilmente in coda alle manovre finanziarie di fine anno. L’approvazione definitiva (sempre che al Senato non vengano introdotte ulteriori modifiche) slitta probabilmente al 2011.
Nel caso a), un’eventuale crisi di governo potrebbe non impedire un’approvazione del provvedimento, ma lo scioglimento delle Camere potrebbe eccome. Nel caso b) a maggior ragione.
Resta l’eventualità di un governo tecnico, sul quale certamente si farebbero forti le pressioni perché la riforma venga approvata.
“Scacco matto”, quindi: se la riforma ha una chance di passare, passerà come riforma zoppa. Se si cerca di raddrizzarla, si rischia di mandarla a monte. E su tutto pesa il ricatto “risorse per riforme” di cui sopra. Un caso esemplare di come la crisi del berlusconismo riesce a trascinare con sé l’intero Paese.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



