di Andrea Ballabeni
L’Italia, lo sappiamo, è un posto un po’ conservatore e un po’ anomalo e molti connazionali hanno posizioni originali su alcuni concetti. Ad esempio in ambito di università e ricerca scientifica. Prendiamo il caso del valore legale della laurea. Molti pensano che il pezzo di carta con “sigillo statale” sia garanzia per chi ha ottenuto il riconoscimento. In realtà, il valore legale equipara una laurea conquistata con fatica in un’università buona e selettiva a quella regalata in una scadente e generosa. Così facendo, non si premiano i piu meritevoli, non si incentivano le università a migliorarsi e non si motivano gli studenti ad iscriversi negli atenei più formativi. Il risultato finale è che si peggiora la qualità complessiva del sistema. Nel mercato del lavoro, al contrario, si dovrebbe sempre tenere in massima considerazione la qualità dell’università
dove il candidato ha conseguito la laurea, oltre che il punteggio finale e la media dei voti.
Altro esempio, il concorso. Anche in questo caso, molti italiani pensano che questo sia garanzia a tutela dei candidati, l’unico mezzo che permetta una valutazione oggettiva e sottragga al libero arbitrio. In realtà, nonostante i mille criteri adottati per rendere i concorsi piu rigorosi, lo svolgimento di questi è molto spesso stato manipolato per far vincere alcuni predestinati. Il concorso ha quindi spesso avuto il ruolo di dare una falsa immagine di pulizia a ciò che pulito non è. Il punto essenziale è che il concorso, al di la delle sue manipolazioni, non è in genere funzionale ad una buona selezione. I migliori ricercatori non possono essere selezionati applicando solo protocolli burocratici o rigidi criteri di valutazione numerica. Sarebbe come selezionare i giocatori della nazionale di calcio con una commissione che certifica i punti fatti dalla loro squadra, la media dei voti ottenuti sui giornali durante il campionato e qualche altro criterio numerico. A nessuna persona di buon senso sfugge che sia invece meglio avere dei selezionatori competenti che sappiano incorporare valutazioni non riconducibili a parametri numerici e che abbiano il solo ed unico interesse di comporre la miglior formazione possible (dal loro punto di vista). In molti paesi le persone vengono valutate senza concorsi, prendendo solamente in considerazione i loro curricula e facendo lunghe e
ripetute interviste di valutazione. Il punto è che quando un dipartimento di ricerca ha la necessità di scegliere persone altamente competenti per poter sopravvivere, questi sono in genere gli strumenti migliori di selezione. In Italia, al contrario, questa necessità per ora manca.
A proposito di valutazione, uno strumento cruciale è la raccomandazione, altro concetto mal capito nel nostro paese. La maggior parte degli italiani ha un’idea negativa di uno strumento invece molto utile e meritocratico. Una ragione c’è ed è che la raccomandazione italica è quasi sempre stata usata non per consigliare competenze funzionali alla miglior produttività bensì per imporre eletti da proteggere od offerenti favori di varia natura. Mentre negli Stati Uniti il termine “recommendation” ha una accezione positiva in Italia la parola “raccomandazione” è usata quasi sempre in modo negativo e il raccomandato è spesso un parente, un amico di famiglia o chi offre servizi come soldi, prestazioni sessuali, favori politici o garanzia di subordinazione eterna. La differenza dell’uso della raccomandazione sta di nuovo nel fatto che i dipartimenti di ricerca americani, essendo costretti a scegliere i migliori per sopravvivere, non possono permettersi di stipendiare persone non competenti e quindi di accettare raccomandazioni del tipo italico. A sua volta, chi negli Stati Uniti (e in altri paesi) fornisce le raccomandazioni, cioè chi conosce le capacità lavorative del candidato avendoci lavorato assieme nel passato, ha tutti gli interessi a fornire la miglior descrizione possible, pena la perdita di credibilità nell’ambiente.
Recentemente abbiamo scritto a proposito della necessità di rendere molto più meritocratico e selettivo il sistema accademico italiano, in modo che tutti, in egual misura ed ugual modo, siano sottoposti ai medesimi criteri di valutazione. Contento del fatto che pochi giorni dopo esperti come Francesco Giavazzi e Angelo Panebianco abbiano puntato (ovviamente in modo indipendente e più autorevolmente) sugli stessi concetti. La riforma “gelminiana” fa ora un piccolo passo nella
direzione giusta anche se la strada da percorrere è lunghissima e diversi altri problemi vanno risolti.
Nella società italiana sono poche le persone che pensano al passo con i migliori standard internazionali. I pochi politici con idee moderne devono fronteggiare, sia a sinistra che a destra, le grandissime resistenze conservatrici, dovute in buona parte ad una fittissima rete di piccoli e grandi interessi corporativi. Per cambiare le cose occorrerà legiferare per mettere in pratica alcuni strumenti. Allo stesso tempo è necessario un cambio di mentalità, senza il quale non ci potrà essere terreno fertile per i cambiamenti legislativi. A tal scopo, è importante che tutte le persone con certe idee insistano con perseveranza e determinazione, ed ognuno con i propri mezzi, nella comunicazione e diffusione dei tanti concetti poco capiti, affinché
questi vengano metabolizzati da sempre pi italiani e la modernizzazione possa procedere più spedita.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Sono d’accordo con 2 riserve:
- Spesso l’università ‘scadente’ è ciò che passa casa per una serie di motivi, quindi non si può penalizzare una persone perchè non si può permettere di andare a studiare all’ “Università rinomata”. Non sto dicendo che un laureato in fisica alla Normale di Pisa è lo stesso di un laureato all’Università di Rocca Cannuccia, ma almeno il valore legale della laurea non si tocchi.
- Non penso che il “concorso” in sè sia un male, il problema è che i concorsi sono assai poco trasparenti.
scusa Lorenzo, quali sarebbero questa “serie di motivi”?
E’ chiaro che l’abolizione del valore legale andrebbe legata ad una serie di altre riforme strutturali che permetterebbero di ababttere molte barriere economiche (borse di studio, incentivi sugli spostamenti, sgravi fiscali…); senza vincoli di natura economica, quali sarebbero i motivi che dovrebbero portare una persona motivata ad iscriversi ad ingegneria a Cassino e non al Politecnico di Torino ?
Quindi Lorenzo, per te e’ meglio tenersi il valore legale del titolo di studio – penalizzando universita’ intere, quando non anche generazioni intere – pur di non penalizzare “una persona che non si puo’ permettere di andare all’universita’ rinomata”? Basterebbe un sistema di prestiti a interesse zero da pagarsi dopo la laurea per gli studenti che vogliono studiare fuori sede, nelle universita’ rinomate, e il gioco mi par fatto.
Ecco, prima risolviamo i problemi economici e il diritto allo studio, poi iniziamo a fare “figli e figliastri” a livello di titoli di studio. A me comunque è un discorso che non piace molto (mi puzza di derive oligarchiche – chi può permettersi l’università prestigiosa bene, gli altri a zappare anche se hanno sgobbato 5 anni)
Lorenzo, un sistema di prestiti a interessi zero da restituire in TOT anni a studi conclusi risolve il problema dell’accesso agli studi per chi ha meno. Tale principio e’ adottato qui in Olanda, dove uno studente universitario ottiene in prestito dallo stato una rendita minima – mi pare fino a 800euro – per studiare. Il prestito va poi restituito allo stato in 15 anni, a tasso zero. E tutti contenti.
Al contrario, nell’Italia del valore legale del titolo di studio (ma niente prestiti) e del capitalismo familistico, sono proprio le classi agiate ad accedere maggiormente agli studi universitari rispetto alla classi meno abbienti.
Aggiungo che in Olanda le tasse universitarie sono abbordabilissime (intorno ai 2000 euro lánno) e che negli ultimi annio sono stati creati alloggi per studenti che coprono una percentuale molto alta della richiesta (mi sembra siano 200.000, per 14 universita’…). E gli affitti “privati” sono controllati da speciali commissioni comunali (il prezzo massimo per una camera e le condizioni sono decise da tavoli di “concertazione” fra associazioni studentesche, diproprietari e comune).
Sull’abolizione del titolo legale sono tendenzialmente d’accordo. Come del resto sulla abolizione del sistema concorsuale all’italiana. Ma dire che la riforma Gelmini faccia dei passi in questo senso e’ molto ottimistico: com’é uscita dal Senato rischia di rendere ancora piu’ “provinciale” il nostro sistema. Magari faccio un post riassuntivo, piu’in la’…
si grazie francesco, sarebbe ottima una overview a freddo della riforma Gelmini come si sta configurando finora (manca ancora la camera e vista l’instabilità politica non è detto che proceda proprio spedita …)
Beh a freddo sara’ dura!!! Sul percorso alla Camera non so quanto davvero possa restare ferma. Certo ci saranno le solite leggi ad personam (processi brevi ma lunghi, immunita’, reintroduzione dello ius primae noctis…) che hanno la precedenza. Ma sul DDL Gelmini esiste, inutile negarlo, un consenso trasversale. E molti hanno fretta di approvarlo (non mi stupirei se proponessero di metterci la fiducia ed approvarlo definitivamente cosi’ com’e').
Totalmente d’accordo. Dopo la scuola dell’obbligo (che ha dinamiche diverse), diritto allo studio significa offrire a tutti i meritevoli la possibilita’ di emergere. Non significa garantire il risultato che deve dipendire esclusivamente dai merito (non dalla figliolanza, dall’appartenenza a questo o quel partito, dal 6 politico, o altre aberrazioni). Quindi, per prima cosa, occorre togliere l’equivalenza legale della laurea, facendo competere fra di loro le varie Universita’ e costringendo cosi’ professori e studenti a dirigersi verso le facolta’ di eccellenza e a lavorare sodo perche’ esse rimangano tali. Occorre stabilire ferree misure di ammissione che limitino l’accesso esclusivamente agli studenti piu’ meritevoli, ecc. Garantire il diritto di studio significa che nessuno studente meritevole (e sottolineo meritevole) si trovi nella condizione di dover rifiutare un posto che si e’ conquistato con il proprio merito perche’ non ha le risorse economiche per frequentare quella Universita’. Diritto allo studio non significa garantire a TUTTI indipendentemente dal proprio merito la possibila’ di frequentare l’Universita’ migliore. Quindi prima si facciano gli esami di ammissione e poi si offra a tutti i vincitori la possibilta’ di frequenza nel caso in cui ci siano impedimenti (documentati! non in base alla donuncia dei redditi spesso truffaldina). L’esempio dell’Olanda e’ ottimo perche’ uno che non ne ha bisogno non ricorrera’ al prestito. Non capisco le remore da parte di tanta gente di sinistra. Largo al merito (e diritto alla studio per i meritevoli) significa stop ai figli di papa’, ai mafiosetti, ai furbi e furbastri, ai “raccomandati” (secondo il significato italiano)… Tanto per i furbi e gli incapaci ci sara’ sempre un posto in politica da qualche parte… Almeno lascino fuori le universita’ e le professioni che da essa dipendono…
Sui concorsi il discorso sarebbe lungo. Il concorso “oggettivo” non esiste. La cosa piu’ importanza sarebbe di creare un interesse da parte di chi assume a prendere la persona piu’ capace. Senza un sistema in cui si sia un interesse collettivo a prendere la persona migliore, nessun concorso funziona. Quale e’ il modello migliore? Le squadre di calcio. L’unica ragione per la quale il figlio di Berlusconi non gioca nel Milan, e’ perche’ alla fine bisogna che la squadra vinca, e per vincere bisogna che uno sappia giocare a calcio. Quando una Facolta’ universitaria ha bisogno di vincere allora ha anche l’interesse di assumere chi la faccia vincere. Togliere l’equivalenza delle lauree e’ il primo passo indispensabile a tutti gli effetti.
Bello il paragone con le squadre di calcio (di club), ma essendo le Uiversita’pubbliche il paragone piu’ appropriato sarebbe con la Nazionale. E allora vedi che ti ritrovi curiosamente di nuovo a parlare di favoritismi, figliolanze, gente che gioca senza meritarlo, gente che nemmeno viene convocata…
Grazie a tutti per i commenti.
Come hanno giustamente detto Simone e Filippo, con alcune semplici misure l’abolizione del valore legale della laurea non sfavorirebbe i giovani meno abbienti.
Gabriele ha poi ribadito benissimo quale e’ il problema di fondo dell’universita’ italiana: la non necessita’ di produrre al massimo delle proprie possibilita’. Mancando questa necessita’ il sistema consente di assumere persone che non sono funzionali al massimo rendimento.
Il paragone fatto da Gabriele con le squadre di calcio e’ perfettamente calzante, sia che si tratti di squadre di club (come il Milan) sia che si tratti di nazionali (come quella italiana). Le squadre di calcio (salvo rare eccezioni) hanno il massimo interesse a mettere in campo la miglior formazione possible per ottenere il miglior risultato possibilile. Sia nel Milan che nella nazionale lo scopo e’ vincere il campionato. Chi esegue le selezioni per la nazionale di calcio ha come unico interesse quello di arrivare al miglior risultato possible. Irrealistico pensare ad altri interessi come corruzione, favori politici ecc… D’altronde, soprattutto in un paese come l’Italia, difficile pensare ad un tornaconto piu’ grande se non quello di far vincere la nazionale. Le critiche che possono legittimamente essere rivolte al selezionatore della nazionale sono invece di tipo tecnico e non hanno nulla a che vedere con la volonta’ da parte sua di ottenere il massimo risultato possible. Gli esperti di calcio possono ovviamente legittimanente pensare che il selezionatore abbia preferito puntare sul gruppo anziche’ sui talenti, sugli esperti anziche’ sui giovani, su una formazione difensiva anziche’ offensiva ecc… Si possono anche fare considerazioni sul fatto che eventuali errori del selezionatore riflettano una certa cultura, sportiva e non sportiva, italiana. Ma il punto fondamentale da capire e’ che questo tipo di critiche non ha nulla a che vedere con la volonta’ da parte del selezionatore di ottenere il massimo risultato possible. La natura delle critiche che si possono rivolgere ad un selezionatore di una nazionale di calcio e’ invece identica a quella delle critiche che si possono rivolgere ad un dipartimento di ricerca americano per aver scelto uno scienziato piuttosto che un altro. Nessuno mette in dubbio che il dipartimento di ricerca americano abbia come unico interesse quello di ottenere il massimo risultato ma ovviamente ci possono essere diverse vedute su come si arrivi al massimo rendimento possibile. Come per la nazionale di calcio, un dipartimento di ricerca puo puntare su scienziati piu esperti anziche’ piu’ giovani (o viceversa), su scienziati che sappiano lavorare in gruppo anziche’ scienziati piu’ individualisti (o viceversa) ecc…. Questo tipo di critiche e’, analogamente alla situazione della nazionale, solo di tipo tecnico.
Ho insistito sul paragone con la squadra di calcio non perche’ mi piaccia parlare di calcio (anzi, penso se ne parli pure troppo) ma perche’ penso sia un esempio calzante che aiuti a far capire la natura del problema.
Purtroppo come italiani siamo abituati a guardare tutto attraverso la lente della corruzione e dell’interesse secondario ed inconsciamente pensiamo che ci sia sempre un interesse nascosto.
E’ secondo me fondamentale capire questo punto se vogliamo creare il contesto culturale per arrivare ad un sistema in cui l’unico interesse da parte delle universita’ sia quello di ottenere i migliori risultati accademici possibili.
Una buona idea per i test di ingresso che si può un pò fare sulla falsariga di quello in america:
- Test nazionale UNICO (in 2 salse: Umanistico e SCientifico, ma volendo anche più)
- Il test ti rilascia un punteggio
- Fai domanda all’università dicendo “Sono Tizio, ho fatto X punti su Y, vorrei venire da voi a studiare Ingegneria Aerospaziale oppure XYZ”. E l’università decide se prenderti o meno.
Aggiungiamo il fatto che il selezionatore e’ giudicato in base ai risultati ottenuti. Se le scelte “tecniche” (sempre discutibili) portano a un miglioramento nella posizione di classifica dell’universita’ (o del Dipartimento) allora il selezionatore avra’ avuto ragione e sara’ confermato, ma se gli altri ti passano avanti, il selezionatore perdera’ il posto. In Italia invece nessuno e’ responsabile di nulla e le persone continuano a presiedere istituzioni culturali e universitarie indipendentemente dai risultati conseguiti. Quindi quello che si deve fare e’ per prima cosa abolire il valore legale dei titoli ed affidarsi al ranking internazionale (per universita’ e per dipartimenti), che sancisce il risultato delle scelte fatte.
Una certa “arbitrarieta’” e’ funzionale al sistema che deve mantenere una certa’ flessibilita’ nelle scelte tra i migliori: non e’ detto che la persona che rende bene in un ambiente, renda egualmente bene in un altro (di nuovo guardiamo ai calciatori che in certe situazioni fanno furore e in altre ritornano “normali” o viceversa). Pero’ non si puo’ nemmeno nei concorsi e nelle ammissioni eliminare ogni criterio oggettivo. La prima selezione va fatta sui test, i voti, i titoli, gli esami di ammissione uguali per tutti, poi tra i 5-10 migliori ci puo’ essere – specie per i concorsi dove ci sia solo un vincitore – una certa flessibilita’ sulla decisione finale, ma non si puo’ lasciare questa arbitrarieta’ su tutti i candidati (che va applicata solo nel ristretto numero dei migliori). Un altro trucco che ho imparato negli USA e’ la democratizzazione della decisione finale: tutte le persone che hanno veramente un interesse diretto e personale non all’identita’ del vincitore ma al successo del concorso (altri dipartimenti, studenti di dottorato, ecc) devono aver voce in capitolo e devono essere coinvolte nella scelta, mentre tutti coloro che non hanno diretto interesse (politici, lobbies, ecc.) vanno rigorosamente tenuti lontani da ogni decisione.
@andrea: si vede che non segui tanto le discussioni nei bar dello sport. Non pochi hanno imputato a Lippi di scegliere i giocatori solo perché della Juve e/o con un procuratore di famiglia … vero o no, questo la dice lunga ….
@andrea
Perche’ in america (e anche in Olanda) le universita’ devono massimizzare in rendimento mentre in Italia no? Sai cos’e’ che consente all’universita’ nostrana di bivaccare senza problema?
Rispondo a Filippo. La risposta e’ semplice: perche’ conviene.
(a) Massimizzare in rendimento significa concretamente ricevere piu’ fondi di ricerca ed avere aumenti maggiori di stipendio.
(b) In Italia succede l’opposto. Che tu sia bravo o meno bravo o addirittura pessimo, non cambia nulla, ricevi sempre il tuo stipendio e i tuoi fondi di ricerca (il sistena premia i furbi, non i virtuosi). Se sei bravo non ci guadagni nulla, se non in onore e dignita’. Ma sul senso di onere e sulla dignita’ non si costruisce un sistema efficiente. Un sistema funziona quando essere virtuosi conviene (anche e soprattutto economicamente). Allora improvvisamente tutti si scoprono virtuosi.
@Filippo
Ripeto sostanzialmente la risposta di Gabriele.
In Italia manca la necessita’ di tenere standard alti di produzione scientifica/accademica perche’ i fondi vengono distribuiti senza premiare in modo opportuno chi ha prodotto meglio.
Quindi, in parole povere, si puo spesso continuare a prendere un buono stipendio e fregiarsi di una posizione di prestigio anche lavorando poco.
Torno dalle vacanze e mi devo leggere ancora questo mantra di enunciati ideologici sul “valore legale del titolo di studio”? Non c’e’ qualche disco meno rotto da mettere?
Vorrei far presente un problema dei concorsi a cui chi non segue il settore spesso non pensa.
I concorsi ragionano sui grandi numeri.
Questo è vero in due sensi:
- il tempo. Organizzare un concorso, pubblicare, fare le prove e stilare la classifica richiede anni. Credo come minimo due anni abbondanti se si fa tutto di corsa. Quando si organizza un concorso non si deve pensare ai bisogni attuali ma a quelli che si avranno tra qualche anno. Per nulla facile.
- il numero di persone. Non si fa un concorso per una persona sola. La maggior parte della gente pensa ai lavoratori pubblici come a Totò con le mezze maniche in alcuni film in cui faceva l’impiegato. Ormai però in parecchi uffici serve personale specializzato. Se mi servono 50 doganieri mi servono 50 persone con le stesse qualifiche. Se mi servono 10 ministeriali mi possono servire 10 persone diverse. So di una figura in un ministero: “collaboratore statistico-informatico”. Il che vuol dire in pratica che se all’ufficio A serve un esperto di protocolli di rete per gestire il servizio informatico, all’ufficio B serve un esperto XML per lo scambio dati con l’agenzia europea XY, all’ufficio C serve un esperto in statistiche sulla produzione industriale, all’ufficio D serve un esperto in serie storiche… chi scrive il bando di concorso deve escogitare i requisiti in maniera tale da intercettare questi quattro profili professionali assai diversi. Oppure rinunciare a priori ad avere ciò che si cerca…
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