La questione Calearo, parlandone senza rabbia

di Cristina Alicata

La questione Calearo incarna molte delle tematiche che in questi due anni hanno tenuto banco all’interno del PD.

La forma partito (liquido o identitario), il valore della militanza piuttosto che della rappresentanza sociale, il ruolo degli iscritti e il ruolo degli elettori.

Un tempo il PCI era il partito dei lavoratori, quando la lotta di classe era il motore del dialogo politico. La forma identitaria era anche una identità verso l’esterno: il partito degli operai, dei contadini. Fuori i padroni, i latifondisti (vedere questione meridionale e gli spari di Scelba).

Su una cosa ha ragione Calearo: nel nostro partito c’è ancora chi ritiene che un imprenditore sia il padrone che sfrutta l’operaio. Lui è in totale malafede, ma coglie una questione di fondo. Il partito ad un certo punto ha smesso di essere partito di massa e di partecipazione e si è strutturato. In organi dirigenti che dovevano studiare (ma hanno smesso di farlo), dovevano badare in parte all’organizzazione del partito, in parte prepararsi a divenire amministratori o parlamentari. Il burocrate del PD, inteso come dirigente allevato nel partito, magari studioso di materie umanistiche o al massimo economiche e giuridiche (non mi risultano tecnici), nutrito a dottorati, assegni di ricerca o magari pagato in forma di posto in qualche azienda municipalizzata o comunque pubblica, o semplicemente stipendiato dal partito con il tesseramento, NON incarna più la società. Una società che è molto più liquida di quella del secolo scorso e che né la visione dalemiana-bersaniana di partito identitario, né quella liquida e centralizzata e “di immagine” veltroniana sanno incarnare.

Mi spiego.

1) Calearo capolista non significa che il PD rappresenta gli imprenditori. Il tessuto imprenditoriale del nuovo secolo non è più riducibile alla dialettica padrone-lavoratore. E’ imprenditore il giovane ingegnere a partita iva. E’ imprenditore il rumeno che apre un’impresa di costruzioni e potrei andare avanti all’infinito.

2) Voler incarnare gli imprenditori con un’operazione di pura immagine senza poi creare, all’interno del partito, situazioni di dialogo e di scambio con quella categoria, significa fallire nel saper gestire un partito.

3) Tenere insieme Visco e Calearo ed Ichino e Damiano sulle questioni dell’impresa e del lavoro è ardito, ma era una sfida notevole (mentre era idiota tenere insieme Binetti e Concia-Scalfarotto). Sfida che andava colta e “sciolta” aprendo un aspro dibattito e trovando la sintesi, quella sintesi che il paese ci chiede per creare lavoro e crescere, senza tagli (guarda caso le rivendicazioni della manifestazione di oggi della CGIL, nella giornata europea per il lavoro).

La dipartita di Calearo (prima nell’Api e ora nel gruppo misto) che oggi dichiara che “ascolterà il premier e poi deciderà se votare la fiducia” (come se dopo 15 anni ancora con Berlusconi si possa fare gli spiriti liberi ed ascoltarlo, senza vederne il fallimento) non ci priva della possibilità di interpretare quel pezzo di società che lui incarnava (non rappresentava, è diverso). Anzi.

Ci deve spronare da subito ad aprire un dialogo con il mondo del lavoro, cercando di innestare quella virtuosità dialettica (mi sto imbolscevendo, scusate) che deve esistere tra impresa e lavoratori se vogliamo far uscire il Paese da una crisi strutturale e profonda. L’economia italiana è inerziale. Ma il moto perpetuo non esiste e prima o poi dobbiamo dare una nuova spinta, non nella stessa direzione, ma in più direzioni. Quelle spinte le deve dare la politica e le deve dare sapendo leggere la società, sapendo leggere il futuro. Si fa studiando. Non stando chiusi nelle stanze di partito, non irridendo i grillini, non immobilizzati nelle direzioni ancora con il dalemismo-veltronismo.

A breve, i nostri, di 5 punti per l’Italia. Giusto per dimostrarvi che non si scherza e non siamo solo contro. Per governare serve un’idea di paese. Non un’immagine e nemmeno un rifiuto di quella degli altri. Serve la nostra di idea.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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3 Commenti

  1. Marino

    hai ragione, ma per me il problema non è che Calearo sia un “padrone” (ci sono padroni delle ferriere e padroni alla Adriano Olivetti), è che è un traditore degli elettori che lo hanno votato e del partito che lo ha messo in lista.

    in quanto al discorso sull’imprenditore, vanno tenuti distinti due piani: l’imprenditore come soggetto che rischia e che innova e l’imprenditore che controlla e gestisce la forza lavoro…che poi è fatta di persone con diritti.
    L’ingegnere con la partita IVA e il rumeno con l’impresa non hanno dipendenti strutturati, trattative sindacali e tutto quanto.
    Last but not least, ma non è che questa storia della società liquida stia diventando un alibi? A me un sacco di lavoro finto autonomo e tante piccole imprese sottocapitalizzate che campano col nero e l’evasione mi sembrano una patologia rispetto alla tradizionale economia fatta di imprese medio-grandi e lavoratori sindacalizzati. Com’è che la società tedesca allora è meno liquida (imprese più grandi, sindacati più forti) e cresce meglio e di più di noi?

  2. Marino

    geniale il commento di Lidia Ravera

    http://www.unita.it/news/lidia_ravera/104034/per_gli_operai

    è stato capolista del Pd senza essere né democratico né di sinistra e adesso salva il didietro a Berlusconi senza essere berlusconiano. Lo fa per gli operai, che, com’è noto, il centrodestra protegge e premia. Per dar «stabilità» al popolo (stabilmente poveri?), deciso al sacrificio di sé, lascia l’Api,un partito-insetto che gli calzava come un guanto: senza storia nè vincoli teorici, indefinibile. Funzione pubblica: ago della bilancia. Ragione pratica: promozione di sé stessi. Look: proteiforme. Consistenza: gommosa.

  3. Antonio

    Il problema Calearo era piu’ a monte. Calearo avrebbe potuto far parte del PD assieme a Ichino qualora il PD si fosse fatto portatore di una visione di societa’ nella quale ambedue trovavano il loro posto. In pratica, prima l’idea di societa’, poi chi ci sta. L’investitura veltroniano di Calearo fu invece fatta esattamente all’opposto: prima chi ci sta, poi l’idea di societa’. Sappiamo tutti come e’ andata a finire.

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