di Pietro Raffa
Bill Emmott ci consigliava sulla Stampa di lasciar perdere il maggioritario, poichè non andrebbe incontro alla vera natura della società italiana, proponendo che
sia abbandonato il premio di maggioranza e che la legge elettorale sia riformata in favore di un sistema che scoraggi i partiti minuscoli ma che riconosca comunque la diversità e la diffusione di interessi politici e di identità.
Un sistema simile a quello usato in Irlanda, che permette di evitare le liste di partito votando direttamente per i candidati in circoscrizioni multiple, dove questi vengono scelti con un «voto singolo trasferibile» e raggruppati in base alle preferenze, con la soglia del 5% di consensi necessaria per ottenere seggi: questo è il tipo di sistema che mi sembra adatto a soddisfare le caratteristiche di base dell’Italia e a produrre governi capaci di riforma.
Emmott sottolinea giustamente quanto le coalizioni fossero artificiali sia nel 2001 che nel 2008 (anche se ho l’impressione che abbia dimenticato che fino al 2005 si votò con il Mattarellum e che nel 2006 si andò alle urne), ma penso che con l’applicazione del Voto singolo trasferibile in Italia rischieremmo di accentuare la frammentazione partitica.
Sono comunque cauto e dico appunto “rischieremmo” poiché in Irlanda, utilizzando una definizione di Riker, si è manifestato un controesempio devastante della legge di Duverger. Il sistema proporzionale non ha infatti contribuito alla formazione di troppi partiti, anzi: la media è di circa 4 partiti elettorali e di 3 parlamentari.
Bisognerebbe però tener conto del fatto che in Irlanda vi è sì una forte regionalizzazione del voto (molto bilanciata), ma, date le dimensioni dello stato, non vi è un vero e proprio partito regionale. In Italia, è evidente, le condizioni sono differenti.
In ogni caso, ciò che ho sempre sostenuto è che il sistema elettorale non fa miracoli. E che il suo funzionamento dipende dalle scelte dei partiti. Dico dunque ad Emmott che fino a quando i principali partiti italiani continueranno a perseverare nei propri errori i problemi saranno sempre più o meno gli stessi. E non c’è rimedio irlandese che tenga.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





E si può fare questa conclusione, che, dove la materia
non è corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono:
dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se
già le non sono mosse da uno che con una estrema forza
le faccia osservare, tanto che la materia diventi buona.
(dai discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Machiavelli)
(PS, non voglio dire che ci vorrebbe la dittatura, ovviamente!)
Meno male!
Quanto male ha fatto all’Italia il giro sul maggioritario, tra i cui sponsor principali c’erano Fini e Veltroni (anche allora erano lì).
Perchè ci ha portato a una situazione conflittuale ovvero quella attuale.
Dopo di che sono arrivate correzioni e manutenzioni del sistema del voto, tra cui quella attuale.
Questo è il problema dell’Italia attuale non avere statisti degni di tale nome: che possano prevedere il futuro da qui a … 10 anni.
Il Maggioritario, doveva essere la soluzione a tutti i mali, invece ne ha permessi altri come la regionalizzazione (se non il federalismo) e il bipolarismo.
Torneremo al grande centro?
Però ora c’è oltre al sistema elettorale che premia chi ha pochi voti in più anche un vuoto di proposte: ho visto stamani un manifesto sull’autobus a Roma che cincischiava di disoccupati e di pazienza con Bersani in maniche di camicia.
Anche altre pazienze sono finite visti i sondaggi.
Fatemi capire: il governo Berlusconi e’ politicamente immobile nella lotta intestina con Fini. Non una legge, non un provvedimento, non una discussione sui problemi sociali (lavoro, ad esempio). Solo totopronostici sugli schieramenti alle elezioni ed esiti finali. Invece di sfruttare le praterie qui che si fa? Discussioni sulla legge elettorale, finalizzate al totopronostici di cui sopra. Chapeau.
Caro Antonio,
una cosa è che ne parlino i nostri leader di continuo (e male), un’altra è che ne parli io o quelli che come me queste cose le studiano.
Perdonami, ma c’è differenza.