di Marco Surace
“Robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci” Giulio Tremonti, 25 agosto 2010.
Caro ministro,
la 626 non è un lusso, è una lampada della Beghelli. Se non te la puoi permettere te la regalo io, ma la cavo con 50 euro su ebay.
Il 626 era invece un decreto legislativo del 1994, abrogato il 15 maggio 2008, che recepiva anche in Italia, con 5 anni di ritardo sul resto d’Europa, un nuovo approccio per la sicurezza sul lavoro: gestionale, partecipativo, coinvolgendo tanti attori della sicurezza.
Ora al suo posto esiste il decreto legislativo 81 del 2008, un quasi testo unico, nato con le migliori intenzioni e poi, secondo una tradizione tipica italiana, partorito in fretta e furia a 4 giorni dalla elezioni politiche del 2008. Ma questa è un’altra storia, che ho già raccontato.
Torniamo, caro ministro, alla sicurezza sul lavoro.
Anzi, sulla mancanza di sicurezza sul lavoro. Quello è il lusso che non possiamo permetterci.
Non lo dico io, lo dice l’INAIL: nel 2008 abbiamo speso più di 45 miliardi di euro, oltre il 3% del PIL, per coprire i costi diretti e indiretti degli infortuni sul lavoro. La manovra con cui hai ucciso gli enti locali, per intendersi, è costata la metà.
Certo, il problema esiste, le norme non bastano, ma da lì a pensare che basti eliminarle c’è un curioso corto circuito sinaptico. Con la stessa logica, anche il codice della strada, o il codice penale, sono un lusso che non possiamo permetterci.
Allora, caro ministro, ecco quello che avresti dovuto dichiarare, magari chiedendo consiglio a chi conosce la materia.
Potevi dire che la nostra normativa investe troppo sulla forma, sulle carte, e troppo poco sulla sostanza, sulla formazione, sulla cultura della sicurezza a partire dai lavoratori del futuro, gli alunni delle scuole. Ah, scusa, scuola non si poteva dire, era nella carta Taboo.
Potevi affermare che la legislazione in materia di sicurezza è una trave che poggia sulle colonne del mercato del lavoro, che sono marce da anni, e una trave nuova su pilastri logori non regge.
Potevi spiegare che serve a poco l’81 in un mondo del lavoro dove i capi-cantieri sono assunti a progetto, i capi-squadra hanno un contratto interinale, i dipendenti hanno la partita iva e la prima cosa che fa un immigrato che arriva in Italia è diventare titolare firmatario di una impresa individuale, salvo poi lavorare in un’officina o in un cantiere come schiavo vestito da operaio. Ah, scusa, anche operaio era nella carta Taboo.
Potevi allora indicare che la priorità per il paese è mettere mano alla normativa sul lavoro, sul precariato, sul costo dei contratti, sulle tutele, sulla tassazione del lavoro dipendente, e decidere di inserire il tema al numero uno dei famosi 5 punti programmatici su cui incassare a fine mese la fiducia di tutto il centro destra, da Bossi a Fini. Già, anche Fini non andava nominato.
Ok, caro ministro, non potevi dire niente, ma allora era meglio se stavi zitto.
Disperatamente,
Marco SuraceiMille.org – Direttore Raoul Minetti







Ridiamo, ma intanto gli infortuni accadono!
Marco, sei un grande!!!!!!!!
Grandissimo Marco, finalmente qualcuno che dice le cose come stanno !!!!!….e ce ne sarebbero ancora da dire, come tu ben sai….
Un grazie infinito per avere trovato il tempo, le giuste parole, e perchè nò, la giusta chiave ironica per rispondere a gente che il lavoro non sà nemmeno come è fatto.
Firmato: Un Tecnico della Prevenzione che opera ancora nel nome dell’art 32 della Costituzione.