di Francesco Cerisoli (APRI-Associazione Precari della Ricerca Italiani)
(Punto Precario @ pedrobea)
Con il voto a maggioranza in Senato, il DDL Gelmini di cosiddetta riforma dell’Università si appresta a marciare spedito verso la meta finale. Non quella di migliorare il sistema universitario, naturalmente, ma quello di liberare il paese di un’intera generazione di ricercatori precari (almeno ventimila) che in questi anni hanno condotto ricerche di alto livello, spesso tappato i buchi della didattica e del funzionamento basilare degli atenei gestendo tesi di laurea e commissioni d’esame, malpagati, senza certezze, e che, dal prossimo autunno, si sentiranno dire “che volete farci? siete troppo vecchi…”.
La legge Gelmini risolve il problema dei precari spazzando via i precari. Nei prossimi 6 anni per gli attuali ricercatori di ruolo saranno infatti previste promozioni a professore associato riservate, mentre per i giovanissimi che in questo momento stanno accadendo al livello del dottorato si prevede la strada (ancora piuttosto indefinita) degli assegni di ricerca (4 anni max), dei posti da ricercatore a tempo determinato che dopo tre anni + due anni più tre anni di contratti TD al ruolo di associato, ma stando ben atenti a non collezionare piu’ di 10 anni di assegni e contratti in totale senno’ si casca fuori dalla giostra…. Per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza: blindati i concorsi riservati per il personale di ruolo; ragionevolmente, poche speranze di poter attendere ancora (sei anni? otto anni?) per partecipare alle selezioni di ruolo (la cosiddetta tenure track) riservate ai futuri ricercatori a tempo determinato.
Che rimane, per alcune migliaia di 35enni/quarantenni, di alto livello e con ottime produzioni scientifiche, se non la fuga all’estero o l’abbandono della ricerca per un altro lavoro (se possibile, vista l’età e la superqualificazione)?
E’ chiaro l’obiettivo politico di cancellazione della generazione dei ricercatori non strutturati sotteso dalla legge Gelmini.
Perché, altrimenti, non prevedere ALCUNA FORMA DI NORMA TRANSITORIA, che permetta a chi ha già maturato anni di ricerca ad alto livello (e sia in possesso di un curriculum adatto) di poter concorrere direttamente alle posizioni per il triennio tenure track, una volta acquisita l’idoneità nazionale (si noti che questo e’ previsto solo per una particolarissima e ristrettissima categoria di precari storici, i TD ex legge Moratti… l’ennesima norma ad personam)?
Inoltre il suddetto “limite dei 10 anni” oltre i quali si e’ fuori dai giochi, condivisibile per limitare il precariato in futuro, per come formulato ha anche valore retroattivo!
La legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI e non lo fa selezionando per merito, ma eliminando dalla competizione proprio quelli che non hanno alternative, se non l’espatrio: quei ventimila ricercatori (ancora) giovani che hanno fin qui consentito di costruire un futuro per la qualità dell’insegnamento universitario e per la ricerca nazionale.
C’e’ qualcuno, dentro il Parlamento, nella maggioranza e nell’opposizione, a cui ancora frega qualcosa del destino della cultura, della formazione e dell’alta ricerca del Paese ed e’ in grado di ripensare l’attuale legge di riforma?
Non si tratta di fare alcuna sanatoria, nessuna ope legis. Ci siamo sempre battuti contro ogni forma di stabilizzazione di massa senza merito, una pericolosa forma di degrado del sistema universitario richiesta, pure, a gran voce, da molti segmenti del mondo accademico.
Diamo a (molte) migliaia di ottimi giovani ricercatori precari almeno la possibilità di competere, per continuare a svolgere il loro mestiere, per non impoverire la nostra università e per non danneggiare l’Italia.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Competizione aperta a tutti (con o senza esperienza all’estero), senza paletti, recinti riservati ed eccessi normativi – questi principi dovrebbero ispirare i legislatori che hanno a cuore il futuro dell’universita’ italiana! Il pateracchio del ddl di riforma come e’ uscito al Senato va nella direzione opposta, ma non dispereratevi – i tempi per la riforma saranno lunghi e sofferti! L’unica cosa da fare al momento, dato che comunque e’ assai difficile che il decreto venga discusso alla Camera prima di Novembre/Dicembre, per la finanziaria etc., e’ PUBBLICARE IL MEGLIO POSSIBILE! Invito tutti i dottorandi, ricercatori, precari e non, a non mollare ma anzi sforzarsi di produrre i risultati migliori e di scrivere i lavori, grant applications, patent applications and job applications piu’ efficaci ed incisivi possibili – cosi’ da aumentare il peso del proprio profilo scientifico-accademico. Prima o poi verra’questo verra’ riconosciuto anche in Italia, I am sure! Come si dice in UK – e verra’ valutato positivamente pure in Italia: ‘you are as good as your last publication’. FORZA ragazze e ragazzi, date il meglio di voi stessi in questa stagione di delusioni ed incertezze, se la ricerca e la conoscenza sono la vostra passione! Io farei cosi’, come ho fatto varie volte in situazioni forse maggiormente difficili delle attuali. Ed offro la mia esperienza di scienziato/accademico di lunga e larga esperienza internazionale (4 countries, 3 continents, 12 different labs, many many job and grant applications, and reviewer for many journals and grant agenicies, including MIUR) a chiunque di voi pensi possa essere utile per ottimizzare il proprio ouput scientifico!
il comma che vincola l’accesso al Tenure Track all’aver già avuto uno specifico tipo di contratto è assurdo, vergognoso, umiliante. si postula così che ciò che conta non è la qualità della produzione scientifica, bensì l’incasellamento burocratico dell’ultimo contratto avuto.
E’ noto e chiaro a tutti coloro che nelle università – italiane e straniere – ci lavorano che un post-doc è un post-doc, a prescindere da come lo chiami, da quanto lo paghi, da quanto dura. Il lavoro che si svolge è il medesimo e l’unica cosa sensata è essere giudicati per i risultati del proprio lavoro. Invece noi, in controtendenza col resto del mondo, ci inventiamo un contratto precario vincolante l’accesso ad un altro contratto a termine che a sua volta – con abilitazione nazionale e budget coperto – garantisce il passaggio ad associati.
ancora più grottesco il fatto che il testo parli di “analoghi contratti” avuti all’estero. analoghi rispetto a cosa???? Il risultato è che per gli italiani i paletti sono rigidamente fissati, mentre per gli altri si aprono trafori per consentire il passaggio dell’arbitrio più assoluto nella definizione delle “analogie”.
La verità è che quella norma serve solo a spazzar via un’intera generazione di precari.
VERGOGNA!
Penso che sarebbe normale prevedere che un ricercatore precario faccia un concorso per ricercatore di ruolo e dopo un periodo diciamo di tre anni abbia diritto ad essere valutato per verificare se puo’ essere promosso o no ad associato. Qualora non abbia i requisiti dopo tre anni, potrebbe ritentare al sesto anno. Penso nei paesi anglosassoni funzionerebbe cosi’, grosso modo.
la cosa folle mi sembra che su un principio condivisibile di strutturazione della carriera, si siano incastrati i solidi burocratismi all’italiana (ovvero tutto quel contorto meccanismo dei pre-requisiti).
Per il resto mi pare sano che se dopo un numero limitato di anni non si riesca nell’università (per qualsiasi motivo) si cambi. Mi pare sano soprattutto per i lavoratori, che illudere le persone per anni è un male in primis per loro. Ovviamente, bisogna che questo si capisca “da giovani” (ovvero ben prima dei 35 anni), altrimenti si generano situazioni insostenibili.
In Francia e in Inghilterra, non per nulla, le carriere iniziano presto. Se non si ha una posizione strutturata o strutturabile (a seconda dei due sistemi) intorno ai 30 anni si fa altro.
Capisco che questo sia valido “a regime” e possa cortocircuitare chi è nel sistema. Evidentemente il governo non se ne interessa.