Tutti eguali di fronte al concorso

di Irene Tinagli (per la Stampa)

(mosaici all’Universitá di Catania, di Ste71)

Dopo tante polemiche e dopo tanta pazienza, Mariastella Gelmini finalmente esulta. E ha molte ragioni per farlo.

La sua Riforma è stata approvata ieri in Senato, con un impianto sostanzialmente integro, non stravolto dalle centinaia di emendamenti che rischiavano di snaturarlo completamente. Ma l’approvazione del ddl non è solo un ottimo successo per il ministro, ma anche, nel complesso, un buon passo avanti per l’Università Italiana.

Alcune delle misure introdotte rappresentano delle innovazioni «culturali» sicuramente di rilievo, perché per la prima volta si introduce l’idea di valutazione sia sulle attività degli Atenei che sulle attività dei singoli docenti, anche i professori quelli già inseriti nel sistema. Le valutazioni non sono drastiche e mieteranno forse meno vittime del previsto, ma intanto viene introdotto nel sistema il «germe» della valutazione, del «merito», quel cambiamento culturale che per anni è stato oggetto di tanta retorica e annunci, ma rarissime azioni concrete.

Il decreto prevede numerose novità anche nella gestione e nella governance accademica, ma il punto che ha suscitato maggiori polemiche e che più tende a rompere vecchie logiche di funzionamento è quello che riguarda la figura dei ricercatori, che diventano a tempo determinato, per un massimo di 6 anni (quindi niente più ricercatori a vita), e le procedure di assunzione dei nuovi professori, che passeranno tutte attraverso un concorso di abilitazione nazionale (con commissione tirata a sorte) di fronte al quale ogni concorrente sarà trattato alla pari. Nessun favoritismo o priorità per chi è già nel sistema, magari da anni, nessuna ope-legis: tutti uguali di fronte al concorso. Certo, una volta ottenuta l’abilitazione, si entra in una lista unica e le Università sono libere di chiamare e dare priorità a chi vogliono all’interno di tale lista, ma per facilitare la mobilità è l’immissione di «esterni» il decreto prevede che tra i nuovi assunti di ciascuna Università ci sia una quota minima (un terzo per i professori di prima fascia) di persone che non erano già nell’Ateneo in questione.

L’introduzione di queste «quote outsider» mette forse un po’ di tristezza, facendoli apparire quasi come specie da proteggere, ma visto come sono andate le cose fino ad oggi, appare l’unico modo per arginare vecchie pratiche di assunzioni «incestuose» dentro gli Atenei. Queste regole sull’assunzione saranno ancora più efficaci se saranno veramente abbinate a tutte le misure citate dall’articolo 5 del decreto, in cui si prevedono valutazione e premi per le università che avranno effettivamente seguito criteri aperti e internazionali nell’assunzione dei nuovi docenti, nonché’ valutazioni regolari delle attività dei docenti anche dopo che sono stati assunti. Tali misure purtroppo sono solo citate nel decreto e demandate a successivo decreto attuativo del Governo, ma, se attuate secondo le modalità e gli indirizzi indicati nel decreto, rappresenterebbero una mezza rivoluzione e renderebbero molto più completa la Riforma.

Nel complesso, questo insieme di nuove regole, se riuscisse a passare indenne anche l’approvazione della Camera e venire poi supportata da buoni decreti attuativi, potrebbe davvero incoraggiare gli studenti più bravi a perseguire la carriera accademica e forse anche a convincere molti «cervelli» italiani emigrati all’estero a tentare la strada del rientro.

C’è un solo pezzo che manca, di cui nessuno parla, ovvero l’apertura del sistema non solo ai giovani italiani, ma anche a quelli stranieri. Su quel fronte la nuova riforma difficilmente potrà far fare grossi progressi. Il sistema ancora in piedi dei concorsi nazionali (in quale lingua?), con relativi iter burocratici, gazzetta ufficiale e così via, per non parlare dei salari ancora bassi, assai poco competitivi nel panorama internazionale, così come i fondi di ricerca ridotti all’osso non renderanno il nostro nuovo sistema universitario particolarmente attraente per gli stranieri. Quindi, anche se gli Atenei avranno incentivi all’internazionalizzazione del loro corpo docenti, difficilmente riusciranno ad attrarre docenti dall’estero, soprattutto i più bravi. Ad ogni modo, c’è da sperare che, una volta create le condizioni di un mercato interno più funzionale, meritocratico e trasparente, il resto si possa costruire su su. Insomma, un passo forse non totalmente sufficiente, ma certamente necessario.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

24 Commenti

  1. raoul

    Condivido le osservazioni di Irene. La Gelmini ha saputo ascoltare dei buoni consiglieri e ha prodotto una riforma interessante. Ci sono delle criticita’ e dei problemi (ad esempio come gestire la situazione dei tanti precari nella fase transitoria), ma la riforma e’ un passo in avanti. Ad iniziare dall’introduzione di un concetto di tenure. Rimane il problema che senza risorse (come scrive Irene verso la fine) si possono fare tutte le regole buone del mondo ma non si riusciranno mai ad attirare investimenti, i ricercatori piu’ brillanti ecc. Comunque un passo in avanti.

  2. beniamino cappelletti montano

    Io invece rilevo varie inesattezze/omissioni/errori nell’intervento di Irene Tinagli, la quale mi sembra si sia basata sul testo originale del DDL e non sui (profondi e peggiorativi) cambiamenti introdotti al Senato.

    Intanto la figura del ricercatore a tempo determinato non è più “per un massimo di 6 anni” come era originariamente (e vale la pena ricordare che non c’era alcuna “tenure-track” nel testo del DDL, perchè la chiamata diretta ad associato era totalmente sganciata dai meriti del ricercatore).
    Con il nuovo emendamento Valditara (parere favorevole del Governo), la figura del ricercatore a tempo determinato è sdoppiata in due tipi: i ricercatori a tempo determinato ‘del primo tipo’ – da 3 a 5 anni – senza “tenure-track”. Finito il contratto si va a casa. Ed il ricercatore a tempo determinato ‘del secondo tipo’ – con “tenure-track” – ma a cui può accedere solamente chi ha già fatto 3 anni del ‘primo tipo’ oppure chi è stato “contrattista legge Moratti” (cioè quei contratti finiti sotto l’occhio del ciclone per una inchiesta proprio de La Stampa, a cura di Flavia Amabile, per le procedure non propriamente trasparenti di selezione).
    E gli altri? e chi ha vinto un bando europeo o un Firb e ha avuto un contratto co.co.co? e gli assegnisti? e chi è stato visiting a Princeton? a casa.

    Non è solo questo il problema. Ma, come è facile prevedere, le università bandiranno tanti concorsi “del primo tipo” (cioè senza tenure-track) e pochissimi del “secondo tipo” (e, come osservato, non è detto che a vincerli saranno i migliori!), dato che preferiranno dedicare il loro budget per le progressioni di carriera.

    E qui veniamo al secondo problema.
    Irene Tinagli si pone giustamente il problema: una volta presa l’abilitazione, non c’è il pericolo che le università chiamino i peggiori e non i migliori? E osserva che il DDL riserva 1/3 delle assunzioni agli “esterni”.
    Invito la Tinagli a mostrare dove nel DDL è prevista una cosa del genere.
    In realtà, nella versione originaria, era previsto che nei primi 6 anni della riforma ben i 2/3 fossero destinati ad esterni. Poi in Commissione questi 2/3 sono diventati 1/2 … e ora si sono ulteriormente ridotti ad un misero 1/5 !!!
    Ma vale la pena anche chiarirsi sul significato di “esterno”. Il DDL dice che è da considerarsi “esterno” chi nel TRIENNIO precedente non ha prestato servizio nell’ATENEO. Bene, è chiaro quindi che questa quota di 1/5, riservata ai cosiddetti “esterni”, sarà usata per i trasferimenti o per gli “scambi” (per esempio, il ricercatore di Roma La Sapienza viene promosso associato a Roma Tor Vergata e quello di Tor Vergata a La Sapienza). Queste sarebbero le garanzie, citate dalla Tinagli, perchè i più bravi, ma figli di nessuno, vengano chiamati una volta ottenuta l’abilitazione nazionale? Stiamo scherzando?

    Rimane il fatto che gli atenei saranno liberissimi di destinare l’80% delle risorse a promozioni di carriera di docenti interni. Quello che accadrà quanto meno nei primi 6-10 anni della riforma, sarà verosimilmente una grande infornata di professori associati e ordinari, che andrà a delapidare le già magre risorse delle università. Per i giovani ci saranno soltato le briciole.
    Nessun osservatore – nemmeno la Tinagli – si è posto questo problema, che pure è lampante. Basti pensare che un emendamento di Valditara, per fortuna bocciato dalla Commissione Bilancio, ma sui cui probabilmente il Governo ritornerà, prevede un cofinanziamento ministeriale per l’assunzione di 1000 professori associati l’anno nei primi 6 anni della riforma (quindi, sostanzialmente, quasi solo promozioni di carriera).

    L’altro grave problema è che da un lato si prevedono commissioni interamente interne con regole di reclutamento sostanzialmente decise dalle università stesse. Ma dall’altro lato NON si prevedono incentivi e, soprattutto, disincentivi per chi sta in commissione – cioè per chi deve effettuare le scelte – affinchè essi scelgano effettivamente il più bravo. Sarebbe bastato anche solo bloccare gli scatti di anzianità a chi avrebbe assunto un professore poi valutato negativamente dall’ANVUR.
    Così, sostanzialmente, si dà il via-libera ad una sorta di “chiamata diretta senza responsabilità”. Il pericolo è che il localismo sia ulteriormente accentuato.
    Non a caso, la CRUI ha non solo plaudito alla riforma, ma richiesto a gran voce che venisse approvata il prima possibile. Mi sembra strano che la CRUI – che dovrebbe, in un certo senso, essere un covo di “baroni”, promuova a pieni voti una riforma che molti giornalisti ed editoriali dicono essere ‘contro’ i baroni stessi.

  3. Francesco Cerisoli

    Mah, a dire il vero c’e’ piu’ di “un solo pezzo che manca”.
    Intanto sulla tenure track si e’previsto un blocco che si protrarra’per almeno 6 anni dall’approvazione del decreto, dato che non si potra’entrare subito con contratti tenure track, ma solo dopo un contratto triennale “propedeutico” che puo’essere anche rinnovato per altri 2 anni. Fanno eccezione solo gli odierni TD ex legge Moratti, che sono pochissimi, e i piu’che vaghi “analoghi contratti all’estero”…
    Poi la fantasmagorica trovata dell’abilitazione nazionale e’ poco meno che vaga: intanto perche’ la si prevede solo per l’accesso ai ruoli di prof associato ed ordinario (mentre per il ricercatore TD la selezione sara’ ancora locale e, e’ immaginabile, poco trasparente), poi perche’ non si sa ancora che cosa prendera’in esame. Per esempio, in commissione e’stato proposto che a tutti coloro che chiedono l’abilitazione venga fatta fare la “prova pratica” che oggi tocca agli aspiranti prof associati, ovvero una lezione (ammuina) su argomento proposto dagli esaminatori. Nel DDL si parla solo vagamente di “valutazione dei titoli e delle pubblicazioni”, che dovrebbe essere invece l’unico metro. Insomma lábilitazione nazionale potrebbe essere ad asticella bassa (si abilitano cani e porci, poi tabnto le UNiversita’scelgono chi vogliono con concorsi di facciata tutti locali), o peggio ancora a corruzione centralizzata (i commissari nazionali si comportano da Ras della loro disciplina dispensando abilitazioni sulla base di “prove” poco oggettive, amicizie, parentadi…).
    Inoltyre, cara Irene, da nessuna parte viene affrontato non solo il problema del precariato “arretrato” (come evidenziato da me due post fa) ma nemmeno viene messo un argine a quello futuro: da nessuna parte si pone infatti un limite alle forme di contratto precario che tanta colpa hanno avuto nella creazione di 20-30.000 precari di oggi. Hai voglia a mettere un limite di 10 anni agli anni di assegno di ricerca o di ricercatore a tempo determinato, quando poi puoi ancora fare borse, cococo, cocopro, contratti di docenza ed altro ancora!
    Per come e’scritto (male) questo DDL ADESSO rischiamo di trovarci in una situazione diversa, ma non per questo veramente migliore. La CAmera DEVE apportare molte modifiche, altrimenti saranno dolori…

  4. raoul

    Non rispondo a nome di Irene, ovviamente, ma ho due osservazioni:
    @ Beniamino: potresti spiegare perche’ prevedere due figure di ricercatore, tenure track e non-tenure track, e’ sbagliato? Negli Stati Uniti e’ la norma avere tenure track faculty e non-tenure track faculty, lecturers, post-doc etc. Inoltre generalmente la non-tenure track faculty deve generalmente divenire assistant professor, cioe’ divenire tenure-track, prima di poter essere sottposta a valutazione per associato. Faccio fatica a seguire il resto degli argomenti, perche’ un po’ sono analisi del testo un po’ sono invece tue ipotesi su cosa accadra’. Non sto dicendo che siano osservazioni errate, pero’ se potessi separare l’analisi della riforma dalle tue “previsioni” su cosa accadra’ sarebbe piu’ facile ragionarci insieme.
    @ Francesco: ti ho gia’ chiesto a proposito del tuo ragionamento sui precari nell’altro thread. Ma non hai risposto

  5. Antonio

    “le misure citate dall’articolo 5 del decreto, in cui si prevedono valutazione e premi per le università che avranno effettivamente seguito criteri aperti e internazionali nell’assunzione dei nuovi docenti”

    cioe’ la valutazione riguarda solo i premi? Fossi un docente scadente, ma chissenefrega dei premi. Il mio salario ce l’ho e non vengo cacciato. Tanto mi basterebbe.

  6. Francesco Cerisoli

    @Raoul
    Ah, era una domanda? Non mi pareva. E nemmeno la capisco. Puoi riformulare (qui?)?
    Capisco cosa dici in merito alla tenure track, ma dobbiamo fare chiarezza: nel DDL c’e’ scritto che per entrare in un TD tenure track devi avere prima fatto almeno 3 anni di un TD non tenure track. Questo e’ l’errore. Al tenure track si deve poter accedere solo in base al curriculum che si presenta, non perche’ si e’avuto GIA’ un particolare tipo di contratto. Per quanto ne so, ad Harvard come ad Oxford ti prendono alle loro condizioni, certo, ma possono metterti direttamente in una posizione tenure track. Insomma, qui non si contesta che esistano posizioni distinte, ma che si preveda una propedeuticita’ di una rispetto all’altra che e’ solo un formalismo burocratico e non ha niente a che vedere col merito. E per questo “puzza” un po’ di fregatura…

  7. Dingo

    Per giudicare una riforma si deve sempre guardare chi la applaude.
    Questa è applaudita da CRUI e prof. ordinari e criticata da precari e ricercatori.
    Ora, facendo un pò di sillogismi: se è necessaria una riforma anti-baroni l’università deve essere in mano ai baroni, se i baroni tengono in mano l’università devono condizionare l’elezione di buona parte dei rettori, i rettori espressione di queste componenti baronali dovrebbero essere contro una riforma anti-baroni e di conseguenza nella CRUI dovrebbero largamente prevalere le componenti contrarie.
    Da questo paradosso si esce o negando che esistano i baroni (e allora andrebbe comunque tutto bene così) oppure deducendo che la riforma non è affatto anti-baroni come la si vuole presentare. In effetti, e beniamino cappelletti montano lo ha dimostrato benissimo, se fossi a capo di una mafia accademica mi spellerei le mani dagli applausi per questa riforma.

  8. Ranieri Bizzarri

    Sono un td da ben 7 anni (3 di moratti 4 di berlinguer) e ora faro’ altri 2 anni di td con fondi che mi sono autoprocacciato. Dovrei essere contento del ddl, dato che saro’ uno dei pochi che potra’ aspirare al tenure track, ma sono totalmente d’accordo con Mino e Francesco che la norma sui 3+3 cosi’ com’e', e’ insostenibile. Non e’ possibilecge nel transientesi guardi al tipo di contratto e non alla qualita’ del candidato. Tra l’altro la norma e’ totalmente coerente con la precente fregatura (e mi devo contenere col linguaggio) di Valditara: non aver previsto anche per i td moratti il concorso per soli titoli attivato con la legge 1/2009 per i ricercatori a tempo indeterminato.

    Conosco Irene e credo che la soddisfazione per una legge che introduce qualche elemento di novita’ (vero) faccia premio alle notevoli incongruenze del testo molto peggiorato in parlamento (il ddl originale, a parte la discrasia notata da mino sul tenure track e il silenzio catacombale sulla effettiva meritocrazia dell’abilitazione, mi e’ sempre parso assai buono).

    Invece, vorrei sottolineare il ruolo che hanno giocato diversi esponenti del PD, partito cui sono ancora per poco iscritto, nel peggiorare il ddl. 1) in commissione al senato havvo votato in maggioranza contro il pensionanento a 65 anni (chi ha votato a favore l’ha fatto a titolo personale), 2) la Franco e’ improvvisamente diventata paladina dei ricercatori moratti, proponendo in aula una vera e propria ope legis per queste figure, dopo aver proposto decine di emendamenti pro progressione di carriera sugli RTI; 3) un tizio sconosciuto del pd ha presentato un emendanento alla finanziaria che riproponeva il fuori ruolo, fortunatamente non approvato; 4) Molti dirigenti, tra cui alcuni nel forum universita’, si sono spesi per le ragioni dei “poveri ricercatori” che protestano tanto contro il tenure track chw toglieva loro progressioni di carriera, mediante finti concorsi, cui aspirano “legittimamente”. Il tutto mentre fuori ci sono decine di migliaia di precaei che aspettano una valutazione seria. Addirittura, parte dei fondi recuperati dal pensionamento a 65 anni si proponeva di reinvestirli in prof associati… E tutto perche’ con la loro protesta gli rti mettevano in difficolta’ la gelmini, guardando solo al dato politico e non al merito della questione.
    D’altro canto, questa e’ la logica che -destra o sinistra- e’ sempre stata il pensiero dominante del paese: tuteliamo i tutelati perche’ se no c’e’ fastidioso casino. Chi non ha mezzi per farsi sentire, pazienza. E poi dobbiamo mandare a casa Berlusconi, no? Ogni arma contro di lui e’ utile.
    Spero si rifletta su questa vicenda. Per conto mio, e per quello che vale, non sosterro’ piu’ un partito il cui target politico sia solo una generazione che ha gia’ avuto tutto da questo paese. Detto questo, onore a Maria Chiara Carrozza che ha generato l’unica vera proposta riformista del PD fin qui sentita.

  9. raoul

    Purtroppo penso che in svariati contesti in Italia la carenza di criteri di valutazione chiari (ad esempio, criteri chiari sulla quantita’ e qualita’ di pubblicazioni scientifiche) aumenti il peso di fattori “formali” quali l’essere stato di ruolo per un tot numero di anni. Ripeto, comunque anche negli USA e’ rarissimo (quasi inesistente) il caso di non-tenure track faculty (lecturer, o post-doc) che venga assunta direttamente a livello di associate prof. anche perche’ esiste una correlazione positiva tra essere tenure track e pubblicare. Quindi cio’ che mi sembra strano e’ casomai che non si prevede la possibilita’ che un precario che passi il concorso per ricercatore di ruolo non possa essere valutato anticipatamente (diciamo dopo tre anni da rircatore di ruolo) per il passaggio ad associato (o, nel caso non abbia titoli sufficienti al terzo anno, venga rimandato al sesto anno per una decisione definitiva sulla promozione)

  10. Matteo Rizzolli

    Nel complesso condivido lo sguardo positivo di Irene sul DDL. Almeno cambia qualcosa nella direzione giusta. Sarà sufficiente? boh. Forse no.

    Da tempo sono scettico rispetto alla capacità delle regole di creare comportamenti virtuosi. Si faranno meno porcate con un concorso nazionale o con uno locale? meglio l’abilitazione blind oppure il concorso? meglio la selezione dei commissari motivati o quella ad estrazione? Si illude chi crede che ci siano risposte univoche.

    Come spiega benissimo Perotti nel suo “L’università truccata” alla fine ogni regola puo essere dirottata se mancano gli incentivi sottostanti. E gli unici incentivi possibili sono quelli economici. Finche l’università che seleziona cattivi ricercatori (e professori) non pagherà con meno fondi e quella buona verra premiata con piu fondi, nessun meccanismo per quanto intelligentemente disegnato garantira’ una buona selezione. Al contrario, se i dipartimenti vivono di fondi assegnati in base a qualche criterio meritocratico, allora i baroni selezioneranno buoni ricercatori anche con le regole vigenti.

    Quindi quello ce mi interessa di piu del DDL, al di la delle regole di reclutamento (btw, sono anche io un RTD), sono le regole per la spartizione del FFO: gli articoli dall’11 al 13 se non sbaglio. io non ci ho capito molto. Qualcuno ne sa di piu?

  11. beniamino cappelletti montano

    @ raul

    Mica ho scritto che sono contrario al fatto che ci siano anche posizioni non-tenure-track. Ma nel DDL tali posizioni già ci sono: gli assegni di ricerca, contratti fino a un max di 4 anni. C’era quindi bisogno di introdurre ALTRE figure non-tenure-track di fatti depotenziando quella del ricercatore a tempo determinato tenure-track.

    Ma chiaramente la cosa assurda è l’obbligo, per accedere ai contratti tenure-track, di fare prima 3 anni da ricercatore a tempo determinato ‘di primo tipo’. Per non parlare delle “deroghe” sui contrattisti legge Moratti. Conta insomma l’anzianità e non il merito ed il CV di ogni candidato.
    Tutto ciò mi lascia molto interdetto. Come mi ha lasciato molto interdetto il fatto che nell’editoriale della Tinagli non si accenni minimamente a questa involuzione.

    Per il resto, ho citato prevalentemente fatti e non mie opinioni. E’ un fatto che il DDL, nella sua versione post-Senato, preveda che si possano fare fino l’80% di promozioni di carriera interne (anche questo non viene riportato dalla Tinagli). Come è un fatto la dichiarazione della Gelmini in aula riguardo al reperimento di fondi per cofinanziare promozioni di carriera ad associato nei prossimi anni (un tale emendamento era stato già presentato, ma bocciato dalla Commissione Bilancio perchè non era indicata la copertura finanziaria).
    Ancora, è un fatto che si sia deciso di considerare una definizione assai … come dire … blanda? di “esterno”: uno studente di dottorato di Roma1, che ha fatto è stato assegnista a Roma1, e poi ha vinto un concorso da ricercatore a Roma2, potrà essere promosso ad associato da Roma1 nella “quota esterni”. Mi sembra piuttosto ridicolo. Sarebbe bastato aumentare il numero di anni (da 3 a, magari, 7-10) e imporre anche un criterio geografico: non solo esterno all’ateneo, ma anche esterno alla Regione in cui ha sede l’ateneo. Così si sarebbe limitato il fenomeno degli “scambi”. Ma soprattutto valorizzare chi è esterno per eccellenza: cioè i ricercatori estranei ai ruoli accademici, ma che cionondimeno hanno conseguito l’abilitazione nazionale.

    Più in generale, mi è difficile capire come il DDL possa favorire il merito, slogan tanto caro all’editorialista. Per i concorsi da ricercatore, tenure-track o non-tenure-track, le commissioni sono interamente locali e i commissari possono praticamente scegliere chi vogliono senza subire sulla loro pelle le conseguenze delle loro scelte (anche questo è un fatto). Dove sta quidi la meritocrazia?

  12. Francesco Cerisoli

    Raoul
    Mi sembra che tu non abbia capito e la spia e’questa frase
    “non si prevede la possibilita’ che un precario che passi il concorso per ricercatore di ruolo non possa essere valutato anticipatamente (diciamo dopo tre anni da rircatore di ruolo) per il passaggio ad associato ”
    Intanto NON c’é alcun concorso e non esiste piu’il ricercatore “di ruolo”. Esiste lábilitazione a prof associato, che e’, appunto, una abilitazione, e ci puoi concorrere anche come privato cittadino (purche’ tu abbia titoli e pubblicazioni, ovvio). MA,e questo e’ l’abominio, nel DDL si prevede che possa entrare nel triennio tenure track solo chi ha gia’fatto almeno 3 anni da ricercatore TD non-tenure track. A prescindere dall’abilitazione, a prescindere dalle pubblicazioni. NON accedi al triennio tenure track se non hai fatto almeno 3 anni con QUEL CONTRATTO LI’ (il contratto ex art 21 comma 3 lettera a dell DDL in questione). Vaglielo a dire negli USA, vediamo quanto ridono…
    Tu dici che e´raro “ il caso di non-tenure track faculty (lecturer, o post-doc) che venga assunta direttamente a livello di associate prof“. Noi diciamo che col DDL e´ stato creato uno specifico contratto non/tenure che e´ obbligatorio aver fatto 3 anni per poter entrare NELLA TENURE TRACK. Sono cose completamente diverse.

  13. raoul

    Francesco, negli Stati Uniti gli assistant professors tenure track sono sottoposti ad una valutazione al terzo anno. Se passano la valutazione hanno diritto ad altri tre anni da assistant professor, al termine dei quali c’e’ la valutazione per la tenure promozione a professore associato. Se non passano la valutazione del terzo anno, devono lasciare. Qualche universita’ prevede tempi anche piu’ lunghi (8-9 anni) e la possibilita’ di promozione a associato senza tenure, ma comunque. Ora, quale e’ la differenza sostanziale dal sistema a due tiers previsto dalla riforma? Un trienno di ricercatore “temporaneo”+ un trienno di ricercatore tenure track? Visto cosi’ non mi sembra molto diverso ma aspetto smentite.

  14. beniamino cappelletti montano

    @ roul

    Magari il DDL prevedesse una figura simile a quella che hai descritto, nella quale in definitiva dipende solamente dai meriti del candidato la “tenure”.

    Invece, nella versione iniziale del DDL era previsto un contratto 3+3, ma senza garanzie di tenure, a prescindere dai meriti del ricercatore (la legge diceva che l’ateneo “PUO’ concedere” e non obbligava le università a mettere da parte le risorse a tale scopo).
    Nell’ultima versione si propongono due contratti DISTINTI. Lasciando stare le modalità di accesso a tali contratti (essendo concorsi tutti locali – e questa è una mia previsione basata su quanto accade già oggi, per esempio, per gli assegni di ricerca – tipicamente bisognerà leccare qualche professore e sperare che questi ti procuri il posto), il problema è che se ottieni il primo contratto (ricercatore a tempo determinato di primo tipo) e dopo i 3 anni di contratto sei valutato stra-positivamente … purtroppo non si va avanti per l’altro triennio al termine del quale c’è la tenure, come nel tuo esempio degli USA, … ma si va a casa.
    Infatti non c’è nessun legame tra fine del primo contratto e inizio del secondo (il tempo determinato del secondo tipo, quello con tenure).
    Il nostro bravo ricercatore – che negli USA avrebbe già iniziato il secondo triennio verso la tenure – deve quindi aspettare che l’ateneo bandisca qualche posizione del “secondo tipo”. O meglio, dovrà continuare a leccare abbastanza il suo professore di riferimento, affinchè questi faccia pressioni al Direttore del Dipartimento affinchè quest’ultimo faccia pressioni in Senato Accademico.

    Insomma: il DDL prefigura una figura totalmente SUBALTERNA, PRECARIA E PRIVA DI AUTONOMIA E CERTEZZE PER IL FUTURO.

  15. Francesco Cerisoli

    @Raoul
    La spiegazione che ti darei io e’ quella che ti ha dato Mino. Qui c’e’ SOLO un contratti di tre anni alla fine del quale la valutazione dira’ se ti possono chiamare come prof associato. Prima devi fare pero’ TASSATIVAMENTE un altro contratto di 3 anni (quello e solo quello) che non prevede nessuna valutazione e non ti da nessuna abilitazione. Ma lo devi fare senno’ non puoi avere il contratto tenure track

  16. Dingo

    Pasta, pizza e mandolino!

  17. raoul

    Ok, continuando il parallelo con gli USA, diciamo neanche li’ esiste un automatismo e a volte problemi di budget incidono sulla scelta di confermare un assistant prof. al terzo anno. pero’ di norma la valutazione si dovrebbe basare solo sulla performance dell’ass. prof. nei primi tre anni. anche perche’ l’idea e’ che il dipartimento ha investito nell’ass. prof. per i primi tre anni. voi sostenete invece che con il sistema previsto dalla riforma, sistematicamente le universita’ eviterebbero di aprire posizioni tenure track e continuerebbero a fare roll over di non-tenure track faculty. mi sembra il nodo da sciogliere sia questo. e’ una previsione corretta? o invece di fatto le universita’ tenderanno ad aprire posizioni in modo da confermare i non-tenure track che hanno avuto una buona performance?

  18. Dingo

    La prima che hai detto, a meno che uno non si sia mosso bene di lingua.

  19. Francesco Cerisoli

    Raoul, il nodo in parte e’proprio quello.
    Quando apri una posizione da ricercatore TD di tipo a (non tenure track), non hai nessun vincolo a tenerti uno che ha una performance ottima, e nemmeno hai bisogno di prevedere nel budget i soldi per l’eventuale conferma (sia, ancora, come tipo a, per due anni, oppure per tipob, quello con tenure track). La cosa cambia se pari una posizione TD tipo b (tenure track), che invece ti costringe(rebbe?) a tenere conto della buona performance e farlo prof associato alla fine dei 3 anni, e per la quale devi obbligatoriamente prevedere di avere soldi per la conferma come associato dopo 3 anni. L’assurdo sta tutto qui: per avere un contratto tenure track devi prima avere fatto un contratto non tenure track, ma solo quello di tipo a (e contratti TD vecchi ex-MOratti, e degli imprecisati “contratti analoghi” esteri) per almeno 3 anni. Insomma per concorrere ai contratti tenuire track devi avere fatto un tipo speciale di contratto non tenure track PRIMA. Questa sembra una mossa fatta apposta sia per “fregare” gran parte di chi gia’oggi ha sulle spalle anni di ricerca, ma non col contratto giusto (e chi se ne fraga del merito), sia per obbligare tutti a farsi almeno 3 anni da “ricercatore sotto schiaffo” prima di poter concorrere per una posizione da ricercatore TD tenure track.
    Col rischio, che abbiamo imparato a riconoscere, che siccome per i contratti di tipo a non ci sono vincoli (e costano pure meno di quelli tipo b!!) ne faranno a camionate, mentre quelli di tipo b saranno scarsi. Fra l’altro, siccome gia’ prevedono l’esistenza di un altro contratto a tempo, l’assegno di ricerca, perche’ introdurre un altra figura a tempo, ovvero il contratto TD tipo a? Che si fa, rimoltiplichiamo le figure “precarie”?
    E infine, perche’ mai dobbiamo escludere, PER LEGGE, la possibilita’ di prendere un brillantissimo neo-dottorato con un contratto tenure track che, se dopo 3 anni vediamo che e’ancora e ancor piu’brillantissimo, ci possiamo prendere come prof associato? NOn e’questa l’ennesima palla al piede che farebbe scegliere a una giovane promessa, che so, della fisica, di preferire universita’che invece la posizione tenure track glie la potrebbero offrire da subito?

  20. raoul

    Osservazioni: 1) Tre anni per essere valutato da associato e’ troppo poco, prevedere sei anni e’ giusto, anzi forse poco. In varie discipline ad esempio i tempi di piubblicazione su riviste internazionali sono lunghi, dopo tre anni non di rado negli USA gli assistant professors hanno molto poco da mostrare. 2) La debolezza principale di questo punto della riforma mi sembra la ampia discrezionalita’ con cui l’universita’ puo’ o meno bandire posizioni tenure track, sganciata dal numero di ricercatori non-tenure track (primo triennio). questo in effetti espone al rischio che si assumano molti non-tenure track e poi non ci sia riconferma. bisognerebbe capire quale e’ la ratio ufficiale per questa misura, e perche’ non si’ previsto un sistema all’americana con una corrispondenza piu’ stretta tra il primo triennio e il secondo. non ripetiamo la storia delle leccate, ecc. perche’ cosi non si va lontano. presupponiamo la buona fede 3) la questione degli assegni di ricerca ecc. boh mi sembra un problema meno rilevante, in effetti si poteva accorpare tutto.

  21. raoul

    comunque, mi sembra giusto il ragionamento che fate riguardo ai precari. tutti i precari avrebbero dovuto avere la possibilita’ di accedere direttamente al trienno tenure-track, previa la normale procedura di selezione. e’ ridicolo chiedere loro di fare un altro trienno non-tenure track propedeutico dopo anni gia’ non tenure-track. poi chi e’ sufficientemente bravo dopo tre anni maturera’ i titoli per associato chi non lo e’ semplicemente propendera’ per altri ambiti professionali, ma quello e’ nua cosa normale

  22. Francesco Cerisoli

    Sulla brevita” dei 3 anni tenure track “per se” credo sia questione di discipline, forse una piccola minoranza. Non cosi’ trascurabile da poterla archiviare cosi’, per legge. L’alternativa e’ prendere il suddetto brillante neodottorato DIRETTAMENTE come prof associato, e questo si che e’ anche piu’assurdo. Comunque lo diciamo sempre che le leggi troppo prescrittive fiiscono per castigare le minoranze,e questo non e’un vero rpincipio democrqatico, secondo me.
    La ratio dietro al contratto TD non tenure track e’che e’un compromesso: nella prima formulazione esistevano gli assegni di ricerca (che non fanno di dattica), e ricercatori TD (che fanno fino a 350 ore/anno) di didattica. I ricercatori TD facevano 3 anni e al rinnovo (per altri 3 anni) entravano in tenure track, che pero’ non era veramente tale perche’ le UNversita’ non erano obbligate, come ora, ad accantonare i fondi per léventuale immissione a PA alla fine del triennio tenure track.
    Per ovviare a questo obbrobrio hanno scisso in 2 il contratto TD, nel quale non esiste piu’ láutomatismo “fai 3anni senza e con valutazione positiva poi ti diamo altri 3 anni con la tenure track”, e cosi’ si puo’chiedere allÚniversita’ di prevedere nella programazione economica da li’a 3 anni di avere soldi per un prof associato per ogni posizione tenure track (che dura prorpio, solo 3 anni). soloc he se avessero in pratica abolito il rpimo triennio tout court, con cosa la facevano la didattica? Solo con i contratti da 3 anni tenure track? ERa troppo rischioso poi magari ti toccava tenerti in casa dei personaggi un po’troppo indipendenti. Quindi si sono inventati questo TD senza tenure track di 3 anni, che possono diventare anche 5, con cui prendere gente per fare didattica ma senza poi trovarsela tra i piedi.
    Per i precari e’ moltyo semplice: cercano di scoraggiare chi ora avrebbe gia’un curriculum moolto competitivo per ridurre la pressione sulle (poche, prevedibilmente) posizioni tenure track che saranno disponibili nei prossimi anni. Anche perche’, se ve ne siete accorti, nei prossimi 6 anni hanno previsto che il 50% del budget per assumere prof verra’destinato a passaggi di fascia, ovvero promozioni di strutturati (ricercatori NON precari che diventano prof associati ed associati che diventano ordinari). Solo dopo 6 anni allora il 50% andra’ alle tenure track…

  23. carlo inverni - insorgere

    @ raoul

    condivido al 100% quanto ti ha già detto mino. Il problema non sta nella possibilità di avere percorsi TT o non TT. Il problema sta nel vincolare l’accesso alla tenure track con l’aver avuto uno specifico tipo di contratto. Non conta quanot hai pubblicato, come e dove hai fatto ricerca, conta solo il dato burocratico. Aggiungo anche che, per quanto previsto dal DDL, è logico prevedere che chi accede ai posti di ricercatore a tempo si sia fatto già 4 anni di assegno di ricerca (dopo il dottorato).

    Quest’ultimo dato è rilevante per rispondere al problema che poni quando dici che tre anni sarebbero pochi per l’associatura. ebbene tieni conto che il sistema prevede 4 anni di assegni da fare ragionevolmente prima del RTDa. 4 più 3 fa 7. Sette anni sono più che sufficienti per essere valutati. Però al nostro legislatore non sono bastati, e quindi abbiamo 4 (assegni) + 3 (RTD senza TT) + 3 (RTD con TT) al temine del quale si può entrare associati. In tutto sono 10 anni di post-doc, cui aggiungi almeno 3 di doc e vedi che all’associatura ci si arriva vecchiotti… A meno che uno non abbia particolari santi in paradiso, allora dopo il doc si piglia idoneità nazionale e poi chiamata diretta da qualche dipartimento dove regnano gli amici degli amici. E visto che non sono previsti premi/punizioni per gli atenei che reclutano bene/male non sarà così improbabile che i ‘ben nati’ possano avere una carriera lampo. Per i figli di nessuno, per quanto bravi, ci sarà da attendere fino a quasi 40 anni…

  24. carlo inverni - insorgere

    un’ultima considerazione:
    politici e organi di stampa si sono molto preoccupati delle sorti dei ‘poveri’ ricercatori A TEMPO INDETERMINATO e delle loro prospettive di carriera nel nuovo sistema. Nessuno si è peritato dichiedersi che fine faranno i 30000 precari con parecchi anni di post-doc alle spalle.

    il risultato delle pressioni dei ricercatori è che si è sancito per legge che 80% dei posti andranno a loro per passaggi di carriera (da ricercatore a tempo indeterminato ad associato).

    Ma non sarebbe stato più giusto e più sensato mettere in competizione quei ricercatori strutturati con i precari, in una gara onesta, consentendo ai migliori di accaparrarsi i posti da associato? Quali logiche, se non corporative e anti-meritocratiche, ispirano l’idea dei posti de facto riservati ai passaggi di carriera?

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