Shanghai 2010: l’Italia è un paese senza futuro

di Raoul Minetti

(Paviglione Italiano, 13 Giugno 2010, Shangai, foto: expo2010italy)

Sono a Shanghai per una conferenza e ieri ho avuto l’opportunita’ di visitare l’Expo Universale di Shanghai 2010. L’Expo Universale è una grande fiera ma soprattuto una grande vetrina per il mondo. I paesi mostrano i propri simboli, le proprie ricchezze, umane e materiali. Il tutto ha una finalità anche economica e commerciale (sono previsti più di 70 milioni di visitatori a Shanghai 2010, quindi un enorme serbatoio di potenziali visitatori, uomini di affari, turisti); ma probabilmente è soprattuto l’aspetto simbolico che conta, l’immagine che tramite le sale del proprio padiglione un paese riesce a dare a visitatori curiosi di tutto il mondo.

La Cina ha dato il meglio di sé, organizzazione esemplare, opere faraoniche, un padiglione nazionale immenso e suggestivo con un tetto rosso che si protende nel cielo, quasi a voler rappresentare la spettacolare crescita e espansione di questo paese (è di questi giorni la notizia del sorpasso della Cina sul Giappone, con il PIL della Cina ormai al secondo posto al mondo dopo gli USA). Non potevo non fare una visita al padiglione italiano, ovviamente. Un padiglione così bello ma anche così triste. E’ bello perche’ c’é tutta l’eleganza raffinata dell’Italia, delle bellissime sale, una spettacolare orchestra di strumenti appesa ad un muro, dei giganteschi manichini vestiti dalle migliori firme della moda italiana, una Ferrari rossa fiammante, la tuta di un motociclista (Valentino Rossi?), mille tipi di pasta e di vini, dei reperti storici. Così triste per gli stessi motivi: l’Italia doveva scegliere cosa mostrare al mondo, come rappresentare il suo futuro, le sue speranze, e cosa ha scelto? La pasta, il vino, la pizza, e i “mandolini” (e i bei vestiti e la Ferrari ovviamente). Ovviamente non se ne risentano i produttori di vino, di pasta o di vestiti, tutti conosciamo l’importanza di questi settori tradizionali del made in Italy. Ma dove è la tecnologia dell’Italia, dove sono le industrie italiane, dove è il know how? Dov’è l’innovazione teconologica? L’Italia non ha niente altro da mostrare al mondo che pasta, vestiti, e i reperti degli antichi Romani?

(Colaninno presenta la Vespa, 18 Giugno 2010, Shangai)

Forse sì, forse chi ha allestito il padiglione è stato onesto: come discusso anche in un intenso dibattito nei giorni scorsi a seguito dell’intervento di una nota fondazione, il quasi ventennio della Seconda Repubblica e una classe politica scellerata ci consegnano un’Italia “senza futuro”, esausta, aggrappata ai suoi cliché, la pasta, la pizza, il mandolino. Ah, c’era pure un robotino che spostava cubi in un angolo del padiglione italiano, era carino ma faceva quasi tenerezza. Ho parlato con un ragazzo cinese, e mi diceva che aveva appena visitato il padiglione tedesco e anche quello dell’Arabia Saudita e dentro c’era uno spettacolo di nuove tecnologie, di informatica. Una mezz’ora dopo siamo anche passati davanti al padiglione cinese, da una uscita secondaria veniva fuori una fiumana di gente. Dentro l’immenso padiglione cinese ho intravisto computer, macchine utensili, gru, luci, effetti speciali. Ho avuto la sensazione che il futuro del mondo fosse lì dentro.

(Pasta Art, Padiglione Italiano, Shangai 2010. foto shakermaker7)

(Wine Wall, Padiglione Italiano, Shangai 2010, foto shakermaster7)iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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66 Commenti

  1. imille

    Altre foto qua:

    le foto ufficiali qua
    http://www.flickr.com/photos/expo2010italy/

    altre foto qua
    http://www.flickr.com/photos/shakermaker7/tags/italypavilion/
    http://www.flickr.com/photos/swingandpotato/tags/italypavilion/
    http://www.flickr.com/photos/joan84/tags/italypavilion/

  2. Ciao,
    volevo solo far notare che uno dei progetti italiani che è stato presentato a Shangai (http://www.kitegen.com) ha vinto l’ENI award 2010: http://www.eni.com/eni-award/ita/vincitori-2010.shtml

    Quindi direi che qualcosa c’era. Magari ti è sfuggito…

  3. raoul

    Grazie della segnalazione Michele. No del progetto che ci segnali non vi era rimasta traccia tangibile nel padiglione, tra l’altro ero con amici quindi sarebbe un caso di svista collettiva. L’unico “progetto” a cui era dedicato uno spazio “tangibile” (ma questo e’ giusto, direi) era l’Expo Milano 2015 con alcune foto del sindaco Moratti e del presidente della regione Formigoni, specialmente scattate al momento della assegnazione dell’Expo a Milano. E una preview di cosa si intende realizzare a Milano per l’Expo 2015.

  4. Gianni

    La divisione internazionale del lavoro e’ una cosa positiva. Dovresti ripassarti Ricardo, un economistra inglese di qualche anno fa, che sul tema ha scritto un paio di cose. Se l’ Italia si specializza in cultura non mi sembra una cattiva scelta: si tratta di prodotti e servizi brain-intensive, basati sulla conoscenza, non inquinanti e sopratutto non delocalizzabili. Se ti serve una gru (sic) o un computer li puoi sempre comprare in un altro paese UE: non ci paghi nemmeno dogana, per cui e’ proprio come comprarlo sottocasa.

  5. wally bonvicini

    si e’vero,da tempo in certi settori siamo inesistenti,ma in mezzo a tanta
    tecnologia a tanto”futuro” un po’di pasta al pomodoro non guasta,anche laddove saranno robots a cucinarla!
    Il mio vuole essere un invito a rafforzare e sostenere davvero i soli settori in cui possiamo prevalere:la buona tavola,i bei mobili,i bei vestiti veramente italiani e non raffazzonati,prodotti all’estero e con solo l’etichetta italiana:questo si’e'un delitto che ha arricchito le tasche di pochi impoverendo il Paese!

  6. Rojj

    E che dire invece di edilizia sostenibile, di energie rinnovabili, di sfruttamento del sole. Anche per quelle dobbiamo fare “sic”. Non capisco per quale regola dell’economia investire in innovazione significa non investire in cultura. Quando leggo alcuni di questi post mi rendo conto che Raoul ha proprio ragione: l’Italia non ha futuro e molti non si rendono conto neanche di averne bisogno….

  7. Francesco Cerisoli

    @Raoul
    Hai visto per caspo un padiglione olandese? Sarebbe interessante capire se anche loro si sono limitati a formaggi, tulipani, mulini a vento, ceramiche di Delft e canali di Amsterdam oppure se hanno fatto pubblicita’ai loro settori trainanti (finanza, logistica, biotech, chimica, edilizia…).
    Il punto non e’ che non investiamo in innovazione per investire in cultura. Noi NON INVESTIAMO. Ci limitiamo a campare di rendita ben attenti a non dare noia a nessuno degli interessi in conflitto permanente (con quelli dei cittadini). Moda Ferrari vino e pasta tirano dai boom degli anni ’80 e ’60, e poi, sinceramente, non abbiamo piu’fatto niente, tranne ridipinegre un po’di palazzi e svendere quel che si poteva.

  8. Gianni

    Rojj, l’ Italia e’ il secondo mercato europeo e il terzo mercato mondiale per il fotovoltaico. Non sarebbe male ogni tanto sapere quello dicui si scrive. Invece la prima voce di esportazione per gli Stati Uniti sono prodotti agricoli. Bisogna stare attenti a non confondere l’ innovazione con le mode: si puo’ e si deve essere innovativi anche nella vendita di servizi ricreativi e culturali. Infatti la seconda (o la terza) voce di esportazione per gli Stati Uniti sono proprio cultura e entertainment.
    Ha ragione Cerisoli, invece: il problema e’ che non investiamo e basta, e non che facciamo innovazione nei luoghi sbagliati.

  9. francesca

    Quando ero stata in Cina 3 anni fa ho visto cravatte splendide a 1 euro. Probabilmente ha ragione Gianni, all’Italia rimane solo vendere biglietti degli Uffizi e coriandoli di carnevale

  10. Gianni

    Chi trova splendide le cravatte cinesi fa bene a comprarle a un euro e a tirarsi i coriandoli. Chi invece preferisce guidare una Ferrari, vestire Zegna, mangiare da Vissani e prendersi un aperitivo in una incantevole piazza di Treviso o di Cefalu’ farebbe meglio a spendere i suoi soldi in Italia. Si chiama segmentazione: non tutti possono permettersi tutto, e non e’ solo questione di soldi.

  11. francesca

    Caro Gianni, le consiglierei di informarsi dove vengono veramente fabbricati alcuni dei vestiti di alta moda che lei sostiene di indossare. Potrebbe avere delle grosse sorprese

  12. Gianni

    Stiamo parlando di competitivita’ ed innovazione. C’e’ chi, come l’ autore dell’ articolo, confonde innovazione e tecnologia. E’ sbagliato, l’ innovazione si compie (o si compirebbe) in tutti i settori dell’ economia. Vendere cultura e lusso non mi sembra ne’ disonorevole ne’ una cattiva scelta, e specializzarsi in questi settori dove l’ Italia ha un vantaggio comparativo nemmeno. Minetti preferirebbe farci costruire gru, io propongo di costruire vini, vestiti e servizi culturali. Tutto qua. Il tuo commento quindi ,francesca, e’, oltre che inaccurato, anche incongruo con il tema della discussione. Ha il vantaggio pero’ di spiegare perche’ trovi disdicevole visitare gli Uffizi.

  13. Francesco Cerisoli

    Vedi Gianni, anche se mi dai ragione non hai capito dove vado a parare io. Se in Olanda avessero pensato che formaggi tulipani e mulini erano tutto quello in cui potevano permettersi di specializzarsi, non avrebbero ora, con la crisi, la disoccupazione al 4,8%. Non avrebbero la durata media della disoccupazione di 6 mesi (ora, in tempi di crisi). Non avrebbero, ora in tempi di crisi, il debito pubblico al 66% del PIL. Perche’, Gianni, e’ proprio specializzandosi in due o 3 cose che alla fine, al volgere del vento, ti ritrovi con il debito al 120%, la discoccupazione al 10% e la casa integrazione che raddoppia di mese in mese.
    Senza aggiungere, poi, che noi nemmeno abbiamo investito in vino, ferrari ed Uffizi. E ti basta entrare in una enoteca un passo di la’ dal confine per vedere che di vini italiani se ne vedono sempre meno, e fare un giro per le strade d’europa e degli usa per vedere che le macchine che girano sono sempre piu’ giapponesi e coreane, e passare d’agosto il Brennero in direzione sud per vedere come volgono la prua in direzione Croazia i camper degli alemanni.
    Ci vogliono il turismo, i prodotti di qualita’ e le belle macchinine, ma per campare 60 milioni di italiani ci vuole qualcosa di piu’….

  14. Gianni

    Non ti do ragione su tutto. Hai ragione quando dici che in Italia c’e’ un deficit di innovazione in generale. Abbiamo il capitalismo peggiore del mondo, gestito con criteri assistenziali, familistici e conservativi da almeno due generazioni. Penso che tu abbia torto invece quando sostieni che tutti i paesi dovrebbero fare tutto. La diversificazione del portafoglio riduce i rischi nelle attivita’ finanziarie, in cui i costi di transazione sono trascurabili, ma non nelle attivita’ industriali dove i profitti netti sono il solo 20, 30 o anche il 50 percento del capitale investito. Questa e’ banale teoria della finanza.
    Citavo Ricardo, e penso che abbia ancora ragione: tutti traggono beneficio se ciascun paese si specializza in prodotti e servizi dove ha un vantaggio comparativo, e compra all’ estero quei prodotti e servizi che non produce. Il vantaggio comparativo dell’Italia e’ indubbiamente nei servizi per la cultura, nella produzione dei beni di lusso (a proposito, i tuoi dati sui vini sono errati: le espertaioni aumentano costantamente da piu’ di quindici anni), nei servizi per il turismo. Penso che una economia di servizi sia piu’ avanzata di una che si basa sulla produzione di beni, e che i servizi sui quali si puo’ specializzare l’ Italia abbiano l’ ulteriore vantaggio di essere non delocalizzabili, basati sulla conoscenza a non sul lavoro manuale e non inquinanti. Poi e’ vero che anche su questi servizi abbiamo un ritardo di innovazione: ma pensare di fare concorrenza al Kazakistan sul costo del lavoro e’ davvero poco innovativo. Questo senza dire che pensare alla economia italiana come un isola staccata del mercato europeo e’ altrettanto astratto e insensato ceh parlare dell’ economia della Puglio, di Bergamo o di Centocelle.

  15. marco

    Non so come si faccia a pensare che una economia si basa sul turismo culturale. Potresti anche da dove hai preso i dati sul primo posto dei prodotti agricoli nell’export americano? Scusa la diffidenza, siamo nel paese dove c’e’ qualcuno che dice che ha creato 1 milione di posti di lavoro

  16. Gianni

    Siamo in un paese in cui funziona google.

  17. marco

    Google lo so utilizzare e i dati che riporti sono errati. Basta andare su qualche sito pubblico delle agenzie del commercio americano, ne ho appena trovate alcune

  18. Francesco Cerisoli

    Si, o Gianni, condivido che nell’economia globale abbia poco senso coltivare banane in Norvegia (eppure pensa ai pomodori olandesi, che fanno schifo, costano un sacco di CO2 ma li trovi nei supermercati di tutta Europa, Italia inclusa). Il punto e’che specializzarsi non deve significare la monotonia economica. Dico che solo la produzione di servizi, e solo culturali-turistici-ricreativi-gastronomici, non e’ sufficiente a sfamare 60 milioni di persone. Tanto piu’che,se mi guardo intorno, vedo una nazione di 16 milioni di abitanti che ha una economia al tempo stesso piu’ specializzata e piu’variegata di quella italiana.
    Sulléxport del vino italiano ammetto di avere dato una valutazione da “consumatore” (oh, moderato eh!!) all’estero. E che guardando i dati crudi l’export italiano e’cresciuto dell’8% nella prima meta’del 2010. In Europa, tuttavia, solo il 2,4% (adesso tirano molto i mercati asiatici). Resta il fatto che tutto il settore (che e’il primo nell’export agroalimentare italiano) rende 15 miliardi di euro l’anno (3,5 di export). Il PIL italiano, per dire, e’ tipo 1500 miliardi (please correct me if I am wrong), e il debito 1800. Hai vogli a pinatre vigne….

  19. Gianni

    Mi pare che siamo d’accordo. Nessuno pensa certo di pianificare l’economia, ma se ci devono essere iniziative di supporto (come l’ Expo di Shanghai) queste devono favorire quei settori in cui il paese ha un vantaggio comparativo, ossia quelli che ho detto sopra e che non solo quelli che riassumi tu. Se poi uno per fare contento Minetti vuole produrre gru in Italia anziche’ in Moldavia o pomodori in Olanda anziche’ in Marocco esibira’ anche le sue doti commerciali per vendere sul mercato prodotti che, come tu stesso dici, sono piu’ cari, di peggiore qualita’ e piu’ inquinanti. Ma non lo fara’ finanziandosi con i miei soldi, thank you.

  20. Francesco Cerisoli

    E allora vediamo di leggere il post di Raol senza polemiche, e ci renderemo conto che Raol non vuole assolutmanete dire che “lÍtalia deve fare gru”. Raol paragona il modo di intendere l’occasione-Expo da parte di diversi paesi del G20. Mentre Cina e Germania mostrano una idea di futuro che si basa sulla innovazione, l’Italia ne mostra una che si basa sulla conservazione. Benissimo, dici tu, in quanto il buon che c’e’ in Italia va senzáltro conservato (buoni prodotti eno-gastronomici, buone produzioni di lusso, grandi risorse per il turismo culturale e, probabilmente, paesaggistico). Tutte cose he ritieni non-replicabili (ma forse, in alcuni casi, delocalizzabili?), quindi patrimonio unico su cui investire. Ecco, quel che ci trova d’accordo e’che comunque MANCO IN QUESTO si investe: non siamo bravi nemmeno a conservare, nonostante sia il nostro modo di intendere il futuro. Quello che ci distingue e’che secondo te con un adeguato investimento tutto cio’e’ sufficiente a sostenere la nostra economia, secondo me, invece no. E non ci rende immuni dale crisi e dalla concorrenza, fra l’altro’. Facciamo un po’di esempi, dico io.
    Tu dici che specializzarsi, nell’economia, e’fondamentale. Sicuro, ma non fossilizzarsi. Anche perche’in questa “divisione del lavoro su scala mondiale” chi si arrocca e’detsinato a perdere.
    Il vino, ad esempio: lo Stivale non e’certo l’unica terra dove si possano produrre buoni vini. California, Cile, Argentina, Australia, Sudafrica: tutte realta’ emergenti, mi dirai, ma paurosamente competitive. Nello scaffale dellénoteca, come del supermercato, olandese, i vini italiani sono fortemente insidiati non solo dagli eterni francesi, ma da tutti quelli la’ sopra. Che sono, molto spesso, molto buoni. Quanto margine abbiamo per fare, col vino, piu’delláttuale 1% del PIL?
    Il turismo. Nessuno ha il Colosseo, la torre di Pisa, i tmpli di agrigento, i canali di Venezia. MA e’anche vero che il successo “culturale” del turismo greco-romano-medievale-rinascimentale, del quale siamo sovrani, e’ figlio delle culture dominanti dell’Occidente. Oggi che il motore del mondo si vaspostando sempre piu’ad Oriente, credo che non passera’troppo tempo prima che la Citta’ Proibita eguagli come visite S.Pietro (cinesi, ovviamente, esclusi). Dico, non perche’ la Citta’Proibita sia PIU’ interessante di S.Pietro, ma perche’ diviene ALTRETTANTO interessante: ed ecco che se il numero di turisti in totale non aumenta, e il costo degli spostamenti continua a diminuire, la fetta di mercato dell’ineguagliabile patrimonio artistico italiano va ad assottigliarsi, non ad aumentare. Lo stesso e’accaduto negli ultimi 10 anni con il nostro settore turistico balneare: ristabilitasi la ex-Yugoslavia dalle guerre degli anni 90, oggi Croazia e Montenegro sono una meta in piu’ che al nostro mare (peraltro sempre piu’caro, inquinato e sodomizzato dalle concessioni) frega grosse risorse.
    Ed allora io il senso del post me lo trovo tutto qui: se noi in una occasione che altri sfruttano per “proiettare” il futuro di sviluppo della loro economia ci limitiamo a fare bella mostra del “buono che e’avanzato” (e che, lo sappiamo io e te, manco curiamo adeguatamente), dobbiamo solo preoccuparci…

  21. Gianni

    Mi sembrano discorsi molto astratti, francamente. Il turismo produce gia’ un terzo del nostro PIL, non vedo proprio perche’ investendo adeguatamente (l’ ultima vera innovazione disruptiva e’ stata la riviera romagnola negli anni sessanta, ti ricordo) questo e gli altri settori che nomino non potrebbero essere la spina dorsale della nostra economia. Anzi, lo sono gia’: in effetti stiamo facendo discorsi sul nulla.
    Non posso leggere un post di Minetti senza polemizzare, perche’ tutte le cose che scrive mi sembrano intrise di un triste e rassegnato provincialismo. Lui e’ veramente convinto che Barilla, Ferrari e il Festival di Venezia siano pizza pasta e mandolino, ma se lui e’ imbarazzato ad essere un italiano all’ estero io cosa posso farci?

  22. Francesco Cerisoli

    Mah, io mi impegno un po’ di piu’ con te, caro Gianni, di quanto tu non faccia con me. Non squalificare la conversazione dicendo che sono discorsi astratti. E magari googola un po’ di piu’, perche’ il PIL generato dal turismo, in Italia, e’ intorno al 10%. Quindi turismo piu’ vino=11%. Come li tiriamo su altri 1350 miliardi di euro?

  23. raoul

    Trovo ottimi i commenti di Francesco, che sono tutt’altro che astratti. Anzi, a questo proposito consiglierei la lettura dei recenti lavori sul commercio internazionale di M. Melitz, giovane e brillantissimo professore di Harvard che ha rivoluzionato l’analisi del commercio internazionale introducendo imprese eterogenee nei modelli di commercio e partendo dalla constatazione che in effetti in ogni settore le imprese esportatrici sono relativamente poche e sono le piu’ produttive. Si tratta in sostanza delle imprese che sono in grado di raggiungere piu’ alti livelli di produttivita’, spesso tramite innovazione tecnologica di prodotto o di processo, e la loro alta produttivita’ consente loro di sostenere i rilevanti costi fissi necessari per avviare attivita’ di export. Chiaramente in alcuni settori il contenuto innovativo e’ decisamente piu’ forte, i vini non sono le biotecnologie. Purtroppo non ho qui tempo per rispondere ai vari commenti un po’ confusi di Gianni (confusi e’ una mia opinione, ovvio, ognuno scrive quello che vuole, anzi Gianni e’ il benvenuto). Consiglierei pero’ anche a lui la lettura di qualche riassunto dei lavori di Melitz, cosi’ aggiorna un po’ i suoi rudimenti economici, magari mentre pasteggia da Vissani vestito Zegna. Che e’ una bella scena in effetti.

  24. Gianni

    Francesco, sono dati dell’ ICE. E comunque cambia poco nella sostanza del discorso.
    Mi dispiace invece tantissimo che Minetti non abbia il tempo per rispondere ai miei commenti, chissa’ quali argomenti aveva. Chissa’. A parte l’ invidia sociale, ovviamente, ma uno che per dare lezioni di economia chiede quaranta dollari all’ ora (ossia meno della signora che mi lava i calzini) al massimo pasteggia da Wendy vestito Castle&Rock. Ma io cosa ci posso fare?

  25. Gianni

    A proposito, Minetti, per 80 dollari sapresti nominare i “rilevanti costi fissi necessari per avviare la attivita’ di export”? Se hai tempo, ovviamente.

  26. Francesco Cerisoli

    ICE=Istituto Commercio Estero. Non so come possano uscire col 30% del PIL, non e’ assolutamnte realistico.

  27. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Gianni, ci dai un po’ di link ai tuoi numeri? Anche io ho trovato i numeri di Cerisoli e non i tuoi.

  28. Gianni

    Ammazza, e voi siete quelli che vogliono spiegare al PD come usare la rete per fare politica?
    http://www.esteri.it/MAE/IT/Benvenuti_in_Italia/Conoscere_Italia/Economia.htm

  29. Gianni

    Comunque, veramente, evitando Minetti che non essendo in grado di formarsi una opinione propria esibisce citazioni a casaccio per fare vedere che anche lui puo’ dire qualcosa, il tuo discosro Francesco e’ astratto perche’ e’ speculativo. Il mercato piu’ importante dei vini e’ quello asiatico? Va bene, ne prendo atto, allora? Nel settore del turismo o dei servizi esiste la concorrenza, come in tutti gli altri settori? Lo sapevo gia’, e quindi? Questa concorrenza mette fuori mercato l’ offerta italiana? Mi sembra tutto da dimostrare, e non mi pare le tue speculazioni lo dimostrino. Inoltre, ripeto, tutto questo e’ irrilevante. E’ ovvio che in Italia si costruiranno anche conglomerati bituminosi, ma proporrei di investire denaro pubblico nei settori dove abbiamo un vantaggio comparativo, che sono quelli che ho detto. I servizi, in generale, sono piu’ del 70% del PIL di tutte le economie avanzate (servono i link o googlate da soli?), e’ quindi, dai dati, risulta del tutto ingiustificata (anzi, e’ palesemente contraddetta) l’ idea che una economia sostenibile sia una economia che si diversifica in molti settori: le economie piu’ avanzate, infatti, hanno una minima produzione industriale e una quasi inesistente produzione agricola. Se (come e’) il grosso del PIL di tutte le economie avanzate compresa l’ Italia sono i servizi, una obiezione coerente alla mia tesi potrebbe distinguere tra i tipi di servizi, e sostenre che (per esempio) servizi finanziari o di consulenza alle aziende, o legali, o whatever sono piu’ “sostenibili” dei servizi legati alla cultura e al turismo. Sarebbe una obiezione quantitaviamente sbagliata, ma sarebbe almeno congrua e fondata. Obiettare invece che servizi al turismo e alla cultura, produzione industriale di beni ad alto valore aggiunto e produzione agricola di qualita’ non offrano abbastanza diversificazione per sostenere l’ economia italiana non mi sembra, per quanto detto, ne’ congrua ne’ fondata. Mi sembra francamente una posizione che non tiene conto della realta’.

  30. raoul

    No, 10-12%, comunque c’e’ l’ISTAT per queste cose non la paginetta introduttiva del ministero degli esteri. La pagina introduttiva del ministero degli esteri da cui Gianni raccoglie i suoi dati parla di indotto in modo generico e si dice genericamente “si calcola” senza fonti e senza citare la metodologia. D’altronde e’ una pagina introduttiva.

  31. Francesco Cerisoli

    Mi sa che sei partito un po’per la tangente, Gianni. Le considerazioni iniziali erano diverse: cosa rappresenta lïtalia allÉxpo 2010, laddove gli altri big del mondo la buttano sull’investimento in innovazione. L’Italia presenta conservazione, e sappiamo che oltretutto bluffa perche’ non sta investendo nella conservazione, essendo noto a tutti in che cattivissime acque versi il nostro patrimonio artistico e paesaggistico, come nelle produzioni del lusso tendiamo a fare delocalizzazione per quanto possibile, che nellágroalimentare ci muoviamo in un mercato dove la concorrenza si fa sempre piu’ difficile e, anche li’, non investiamo.
    Ora tu la vuoi buttare sul metafisico ed io, da semplice biologo, non ho proprio le armi. Non credo che qui siamo cosi’ minchioni da pensare che lÍtalia deve riconvertirsi da economia di servizi ad economia industriale o agricola: sarebbe un balzo all’indietro di 40 o 80 anni. L’argomento del post e’: possibile che non sappiamo progettare uno sviluppo economico piu’flessibile e piu’ aperto all’innovazione, quando il resto dei paesi sviluppati lo fa in grande stile, e ci arrocchiamo in un “ridotto del Made in Italy” che trovera’crescenti difficolta’ (e gia’le trova) nel riposizionamento economico e culturale dell’intero Pianeta? Al di la’che poi noi NON stiamo investendo nemmeno nella difesa di questi punti di forza.

  32. raoul

    Ah ecco, qui c’e’ un link ad un bell’articolo del NyTimes che e’ relazionato a questo dibattito

    http://www.nytimes.com/2010/08/01/business/global/01italy.html?_r=1&scp=2&sq=italy&st=cse

  33. Gianni

    Io sono un ingegnere, pensa te quanto possa essere metafisico io. Io ho scritto semplicemente contro la tua obiezione: tu dicevi che sevizi culturali, produzione ad alto valore aggiunto e agricoltura di alto livello non possono sfamare l’ Italia: mi sembra di avere argomentato il contrario, e non leggo tue repliche.
    Passando ad un altro argomento: il soggetto del post non era quelo che dici tu, altrimenti sarei stato d’accordo. Sono stato il primo a sostenere che anche nei servizi che sostengo non ci sia innovazione da anni. Il soggetto del post era invece sul fatto che i settori, proprio le categorie merceologiche esposte a Shanghai fossero una scelta conservativa. Ho provato ad argomentare che non mi sembra sia cosi’, e (accettato che nemmeno su quei settori si investe) si potrebbe e dovrebbe fare innovazione proprio sulla pasta, la cultura, il lusso perche’ sono settori in cui l’ Italia ha un vantaggio comparativo. La Germania espone le macchine utensili e non i bratwurst perche’ loro sono bravi a fare macchine utensili e il loro cibo e le loro citta’ fanno cagare. Noi, esattamente il contrario. Dedurre da questo il declino inesorabile del paese e’ insensato, e questa insensatezza e’ la natura del post di Minetti.

  34. Francesco Cerisoli

    Bene, vedo che alla fine Gianni si rivela pure nazionalista. Caro, la Germania e’un paese splendido con citta’ meravigliose (hai mai visitato Berlino, Colonia, Monaco, Amburgo, Lubecca, Norimberga, Aachen, Coblenza?), che hanno anche il pregio di essere molto piu’verdi, vivibili e a buon mercato di equivalenti citta’italiane. E i bratwurst sono ovviamente buonissimi. Mi fai venire in mente Berlusconi che sfotte i finlandesi e il prosciutto di renna.
    E comunque ti ho debitamente risposto che no, sevizi culturali, produzione ad alto valore aggiunto e agricoltura di alto livello non possono sfamare l’ Italia. Non nella misura in cui vengono pubblicizzate come descritto da Raol. La Ferrari non e’una produzione di alto valore aggiunto che possa sostentare léconomia italiana. Magari lo sarebbe una FIAT 500 che fa 150 km con un litro di benzina, oppure un bus IVECO a 3 sezioni alimentato a celle a combustibile. Ma cosa pubblicizziamo noi? La Ferrari. Infatti BErlusconi era quello che ai tempi di Montezemolo diceva che per salvare la FIAT ci si sarebbe dovuto appiccicare sopra il marchio Ferrari. Cioe’ la vecchia 500 che fa i soliti 15km con un litro, ma rossa fiammante.
    Il Brunello di Montalcino non puo’ sostenere da solo nemmeno l’economia di Montalcino, perche’ non ne puoi fare piu’di tanto: infatti, poi, si trafficano le uve da un posto a un altro e il Brunello alla fine non e’piu’Brunello. Invece, magari, si potrebbe lasciare il Brunello com’e’ e usare le uve trafficate per provare a fare un vino che costa come il Leopard Leap del Sudafrica ma che magari non viene zeppato di tannini mescolandolo ai trucioli di segheria. Ma noi cosa ci portiamo allÉxpo? Il Brunello.
    Quanto al senso del post, beh qui ne abbiamo l’estensore.Forse lo sa meglio lui di noi cosa voleva dire, non ti pare?

  35. Sarà perché vengo da un breve viaggetto a Monaco di Baviera, ma questa frase finale di Gianni sulla Germania e le sue città che fanno cagare mi ha stimolato a intervenire. A Monaco e Ratisbona ho visto, nell’ordine: (1)due città molto belle e molto ben tenute (2) musei e in generale servizi e valorizzazione del turismo niente affatto peggiori dei nostri, anzi (3) una montagna di turisti, fra cui moltissimi italiani…

    Ciò detto, nel merito: niente da dire sui vantaggi comparati ricardiani, magari aggiornati dai più moderni sviluppi citati da Raoul; niente da dire quindi sul fatto che sicuramente il governo italiano dovrebbe continuare a supportare i nostri settori tradizionali. E sul fatto che oggi lo si faccia male o peggio, soprattutto nel settore turistico/ambientale, mi sembra siamo tutti d’accordo.

    Qualcosa da dire invece ce l’ho sul fatto che i settori tradizionali (o comunque quelli in cui siamo forti) siano solo quelli citati dai vari commenti – vino turismo e cultura. Ed è anche per questo che concordo con la “depressione” espressa da Raoul nel post. A ma risulta ad esempio che fino a poco tempo fa società legate all’ENI come la SNAM progetti fossero leader assolute nella trivellazione – ossia nella tecnologia del forare la terra in condizioni limite, che è una bruttissima cosa nel golfo del Messico e per il petrolio, ma potrebbe essere una bellissima cosa per la geotermia di terza generazione (ahi ahi, sempre all’energia finisco per tornare:-)). Quanto alle gru e dintorni, Gianni potrebbe fare una visitina al sito dei fratelli Dieci di Montecchio, un paesino vicino a quello dove è nata mia madre (http://www.dieci.com/lang_it/index.php), per scoprire che abbiamo (o avevamo) qualcosa da dire anche nei settori delle macchine edili e agricole. E poi ci sono le macchine per l’agroalimentare, e potrei continuare… In conclusione, queste specializzazioni le dobbiamo mandare a quel paese solo perché sono “industria” e non servizi?
    Perché questo – la supremazia dei servizi – mi sembra in realtà l’assunto più discutibile e “vecchio” del ragionamento di Gianni. Per anni, prima della grande crisi della finanza mondiale, ci hanno raccontato che le società moderne occidentali facevano i soldi con i servizi (a più alto valore aggiunto) e che quindi la delocalizzazione di tutto il resto conveniva. Poi ora stiamo scoprendo che la Cina, a forza di industria molto hard ma niente affatto tecnologicamente arretrata (vedi la enorme Foxconn, tanto per dire), continua ostinatamente a resistere alla crisi mondiale e a crescere, mentre noi stiamo al palo e, per dire, l’UK della sola finanza e niente industria sta probabilmente peggio di noi.
    Non dico, con questo, che si debba tornare alle acciaierie di stato, però credo che non sia un caso che i paesi occidentali che resistono meglio alla fine siano quelli mantengono anche pezzi significativi di industria tecnologicamente avanzata (Germania e Olanda, appunto, ma anche Finlandia…)

  36. Gianni

    Sulla bruttezza oggettiva della Germania e sulla provedibile monotonia della sua cucina non intendo discutere. Ho vissuto un anno a Berlino, vado regolarmente ogni seconda settimana a Monaco, Francoforte, Stoccarda o Colonia, sono quasi perfettamente bilingue e affermo senza diritto di replica che la Germania e’ un paese di rara bruttezza paesaggistica, con un patrimonio di beni culturali estremamante limitato (se si esclude la musica) e che i bratwurst sono buoni una volta al mese. Punto.
    Sui nuovi punti introdotti da Corrado invece ho qualcosa da dire. Anche io sono di quelle parti, e conosco i distretti delle macchine utensili, che stanno vivendo da venti anni una fase contrattiva. I gioiellini come la Sasib, la GD, o il distretto della ceramica di Sassuolo (ma quella industriale: quella decorativa quarda caso no) stanno morendo o sono stati comprati e ridimensionati.
    Non ho nulla da dire sulle industrie che presentano alti tassi di innovazione: siamo il secondo paese europeo per il fotovoltaico, esistono imprese italiane che fanno pannelli solari, altre che li installano e altre che gestiscono l’ impianto. In generale, quando si mantiene innovazione sul prodotto, si accede a margini operativi piu’ alti e si genera una competenza non delocalizzabile. Quando l’ innovazione (se c’e') riguarda solo il processo, ci si condanna ad una erosione dei margini e alla concorrenza di chi puo’ sostituire lavoro al capitale a prezzi piu’ bassi. La natura della competitivita’ cinese e’ (era: sta cambiando) proprio questa. La supremazia dei servizi e’ nell’ ordine delle cose: essendo i servizi per loro natura erogabili da persone, ossia da competenze, sono per loro natura non delocalizzabili: nessuno va dal barbiere in India solo perche’ costa meno. Abbiamo la fortuna di vivere in un paese specializzabile e specialzzato in industria ad alto valore aggiunto e in servizi: rammaricarsene e’ assurdo, e anche un po’ provinciale.

  37. Concordo solo sulla cucina tedesca. Sulla bruttezza del paesaggio, forse manchi da troppo da certe parti d’Italia. Ti consiglio un giretto a Ponte di Nona, per confrontarla con qualunque periferia bavarese. O in certe campagne abbandonate del nostro centro sud. O nella nostra bellissima Padania “villetta a schiera/tavernetta/capannone (vuoto)”… Quanto al patrimonio culturale, in Germania è certo limitato. Ma ben utilizzato, a differenza del nostro. O devo ricordarti la cisterna romana di Bacoli??

    I servizi non delocalizzabili: citi il barbiere, possiamo aggiungere la badante e la colf. Guarda caso servizi forniti prevalentemente da stranieri – hai letto del barbiere cinese di Vicenza che fa concorrenza di prezzo? Temo però che i servizi finanziari, quelli medici di tipo tecnologico (elaborazione di esami, radiodiagnostica), quelli informatici, siano anch’essi sempre più delocalizzabili. E temo che siano quelli a valore aggiunto. O sbaglio? Quindi? In fondo, stai dicendo che l’unica cosa non delocalizzabile è la terra – le viti coltivate in terreni e climi specifici, le città o i paesaggi costruiti dai nostri avi. Un po’ poco – purtroppo – per sfamarci 60 milioni di italiani.

    (ps: personalmente, amerei molto vivere in un paese-museo, bello e ben tenuto, pieno di studi archeologici cultura e divertimenti di alta qualità, campando sui soldi che portano i ricchi cinesi che vengono a visitarlo. E anzi credo che l’Italia dovrebbe puntare ANCHE ad essere un paese-museo, perché è vero che si tratta di un vantaggio comparativo. Ma ri-ribadisco che non basta)

  38. Francesco Cerisoli

    Gianni mi fa molto piacere questo scambio di opinioni sulla Germania perche’mi aiuta a misurare le altre tue affermazioni. Hai stabilito che “oggettivamente” la Germania “fa cagare”, “punto”, “rara bruttezza”… Immagino che con la stessa intransigenza tu sia uso affrontare le altre questioni, e per questo credo di non avere piu’ altro di cui discutere con te.

  39. Gianni

    Si, grazie, Cerisoli, credo tu abbia gia’ detto tutto quel che puoi e lo abbia gia’ detto anche piu’ volte. Se mi lasci parlare con chi ha piu’ argomenti e piu’ senso dell’ironia di te ci guadagnamo entrambi. Tschuess.

  40. Gianni

    La badante, la colf e il barbiere di Vicenza partecipano alla formazione del PIL italiano. In questo caso siamo noi la sede della delocalizzazione. E’ vero, ci sono servizi che sono delocalizzabili, ma il nostro vantaggio e’ appunto dato dal fatto che la maggior parte di quelli che possiamo offrire noi con largo margine di competitivita’ non lo sono. Ripeto, il turismo (con l’ indotto) produce gia’ un terzo del PIL. E’ sufficiente? No, nemmeno assieme agli altri prodotti e servizi che citavo prima (Minetti ha postato un articolo di un imprenditore disperato perche’ vogliono timbrare made in Itali anche i vestiti fatti parzialmente all’ estero: perche’ dovrebbe essere disperato se quel marchio non avesse valore?). Possono essere la stuttura centrale della nostra economia? Lo sono gia’, questa e’ una domanda che non si pone nemmeno. Bisognerebbe investire in innovazione su queste merci e servizi (mi e’ venuto in mente che qualcuno possa essere caduto nell’ equivoco che essendo rovine romane, sono cose antiche e non ci si puo’ fare innovazione. Spero non sia cosi’. Spero non Minetti. Spero)? Eccome. Hanno fatto bene e promuoverli a Shanghai? In mia opinione benissimo, secondo Minetti no. That’s it.

  41. marco

    Io pero’ Gianni ancora aspetto che mi rispondi sulle esportazioni americane. perche’ mi sembra che spari tanti numeri a casaccio sia sull’italia che sull’america. lo so che segui le orme di tanti in italia che inventano numeri pero’ dovresti citare le tue fonti

  42. Gianni

    Non seguo nessuna orma in Italia, vivo in Svizzera.

  43. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Insomma, secondo Gianni possiamo vivere tranquillamente di vino, turismo e cultura. Opinione rispettabile, come tutte le opinioni. Attendiamo pero’ ancora i link coi numeri a suffragio delle sue opinioni. Finora abbiamo letto solo il link paginetta introduttiva del ministero degli esteri (col solito condimento di stilettate gratuite). Direi poco, anche solo per giocare ai capitani d’industria.

  44. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Intanto qualche numero a Gianni lo do io, coi link allegati.

    PIL turismo 11.4%
    http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200811261918001688&chkAgenzie=PMFNW
    PIL cultura 2.6%
    http://www.tafter.it/2009/02/10/cultura-in-italia-il-settore-raggiunge-il-26-del-pil-nazionale-lo-afferma-il-rapporto-su-%E2%80%9Carte-turismo-culturale-e-indotto-economico%E2%80%9D/
    PIL made in italy (agroalimentare) 15%
    http://www.reportonline.it/2010011440205/economia/pil-il-15-deriva-dall-agroalimentare-made-in-italy.html
    PIL industria 30%
    http://www.calshop.biz/italia.html

    Il resto lo lascio a Gianni, assieme alla spiegazione del perche’, ad esempio, vantiamo una eccellenza nel campo delle esplorazioni petrolifere ma all’EXPO non mandiamo nulla a riguardo. Sempre che Gianni trovi il tempo tra un visita a Monaco e un pranzo di lavoro in Svizzera.

  45. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Aggiunta, le energie rinnovabili vanno verso il 5% del PIL.
    http://www.ecometasrl.it/news/il-mercato-delle-energie-rinnovabili-verso-il-5-del-pil

    Erano presenti all’EXPO, Raoul?

  46. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    @Francesco (Cerisoli)
    Il dutch pavilion a Shanghai e’ per caso questo?
    http://www.designboom.com/weblog/cat/9/view/10095/dutch-pavilion-at-shanghai-world-expo-2010.html

  47. Francesco Cerisoli

    Si, ma non si vede dentro che c’e'…
    Comunque so gia’ che l’obiezione principale sara’ che e’ proprio brutto, e poi in Olanda piove sempre, e la niewe haring fa schifo etc…

  48. raoul

    ma che energie rinnovabili…pero’ c’era un modellino del ponte sullo stretto di Messina, cosa che gia’ di per se’ meriterebbe un dibattito a parte

  49. @Raoul: Ho capito che quando ci sei stato più magari non c’era più, per motivi a me ignoti.. Ma sono sicuro che il kitegen (http://www.kitegen.com/) era presente. Il kitegen è uno dei sistemi più all’avvanguardia per sfruttare il vento troposferico.

    Quindi qualcosa di (estremamente, IMHO) interessante è stato portato.

  50. raoul

    Michele, si tratta di intendersi sul concetto di “presente”. Se si sceglie di “portare” un progetto per l’energia eolica e poi lo sai solo tu e pochi altri, perche’ magari il progetto viene presentato ad un evento ma non si allestisce nel padiglione una sala sui progetti sulle energie alternative, non so che senso abbia. I padiglioni sono quelli che sono visitati da decine/centinaia di migliaia di visitatori. E del Kitegen non se ne accorge nessuno se non c’e’ una bella sala ad esso dedicata, ma in compenso c’e’ solo un lunghissimo muro di fettuccine e ravioli alla ricotta. En passant, cercando piu’ informazioni sul Kitegen e’ spuntato questo interessante link sulle traversie e opposizioni che sta incontrando il kitegen
    http://www.greenme.it/approfondire/come-e-andata-a-finire-/2763-kitegen-leolico-ad-alta-quota-cronaca-di-un-anno-di-passione

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