In nessun paese

Il sette settembre uscirà “In nessun paese”, il nuovo libro di Ivan Scalfarotto. Così Ivan lo presenta sul suo blog.

Tra una settimana sarà in libreria il mio nuovo libro. L’ho scritto insieme a Sandro Mangiaterra per le edizioni Piemme: si chiamerà “In nessun paese – Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo” e parlerà delle tante persone e delle tante famiglie che il nostro paese ha deciso di lasciare nella terra di nessuno.

L’amore non è un argomento marginale. L’amore è l’elemento intorno al quale si costruiscono la nostra identità, il nostro progetto di vita, la nostra socialità, i nostri giorni. Non poter determinare se stessi in autonomia e libertà costituisce una limitazione insopportabile dei diritti della persona. L’Italia è l’unico paese tra i grandi paesi democratici (e non solo) che non ha ancora legiferato su una serie infinita di temi che hanno a che fare con l’amore: le coppie di fatto, quelle omosessuali, l’omofobia e la transfobia, l’omogenitorialità, l’adozione ai single.

Nella comunità internazionale cui sentiamo di appartenere, in nessun paese come in Italia all’omofobia e al machismo non è attaccato alcuno stigma sociale. In nessun paese ci si stupisce, come è accaduto da noi solo pochi giorni fa, che una chiesa cristiana assuma posizioni aperte e accoglienti come benedire le coppie gay, esprimersi perché i crocifissi non siano affissi nelle scuole e darsi una guida tutta femminile, mentre si considerano perfettamente normali le posizioni ferocemente conservatrici e discriminatorie di un’altra chiesa cristiana. In nessun paese le norme anti-discriminazione sul lavoro restano sulla carta, praticamente inutilizzate: in un contesto sociale di questo genere benché esistano norme scritte nessuno crede davvero che siano effettivamente applicabili ai casi concreti, cosicché i giudici italiani non sono mai chiamati a farle rispettare.

Ho voluto scrivere questo libro anche per il ruolo che ricopro all’interno del Partito Democratico. Sono perfettamente consapevole che le mie idee rappresentano oggi una minoranza sparutissima all’interno della dirigenza del Partito, ma penso che sia comunque importantissimo che qualcuno ne parli diffusamente. In fondo le tesi che sostengo, e che qualcuno al di qua delle Alpi potrebbe considerare come delle posizioni stravaganti ed eccentriche, sono in fondo quelle della totalità dei partiti socialisti e della grande maggioranza dei partiti conservatori europei.

Se in tutta Europa gli Stati si sono dati – al di là del colore politico dei governi – leggi che consentono ai gay di sposarsi e di adottare minori, leggi che garantiscono alle donne una parità sostanziale, leggi che proteggono efficacemente tutti da ogni discriminazione, il fatto che in Italia quasi tutte le forze politiche (compresa la mia) sostengano idee che all’estero sono patrimonio esclusivo della destra più estrema deve far riflettere. La storia, io credo, avanza inarrestabile e non è dunque concepibile che l’Italia possa a lungo restare in questo assurdo isolamento dal resto del mondo civile. Nell’attesa, bisogna assolutamente aprire il dibattito.

Il motivo per cui lavoro nel PD è proprio la sua natura di partito, appunto, democratico: sulle nostre bandiere non c’è per fortuna il nome o il cognome di qualcuno. Il nostro è un partito, caso unico in Italia, dove non soltanto esiste libertà di opinione ma nel quale la strategia può essere determinata dalle persone che al partito sono iscritte e o che, partecipando alle primarie, dichiarano di sostenerlo e di voler contribuire alla sua linea politica. Credo che senza il contributo determinante del PD nulla potrà mai veramente cambiare nel nostro paese. L’unica speranza di poter avere delle leggi (perché questa, in ultima analisi, è la missione della politica) che portino l’Italia ad assomigliare ad un paese a democrazia liberale sui “diritti dell’amore” sta nel fatto che il PD accetti definitivamente e mantenga la promessa di essere lo strumento del cambiamento e dell’innovazione che aveva fatto al momento della sua nascita.

Per questo continuo a girare l’Italia e a parlare di questi temi, per questo ho scritto questo libro: perché penso che il luogo dei diritti in Italia non possa che essere il grande partito popolare del centrosinistra cui appartengo con molto orgoglio. Faccio una battaglia di minoranza oggi perché sono fiducioso che possa presto diventare maggioritaria: il successo di Ignazio Marino al congresso del 2009, quattrocentomila voti raccolti in poche settimane, ha mostrato molto bene questo potenziale enorme di cui non bisognerebbe mai dimenticarsi. Anche nei momenti in cui ci sarebbero mille ottimi motivi per sentirsi scoraggiati e delusi.

E, al di là del Partito, c’è l’Italia. Questo libro non è una lagnanza o un elenco di mere rivendicazioni, né vuole parlare soltanto a chi queste cose conosce molto bene perché le vive sulla propria pelle ogni giorno. Quello che con Sandro Mangiaterra abbiamo cercato di fare è stato provare a spiegare al più grande numero di persone che costruire un paese più inclusivo e rispettoso non è una questione che interessa soltanto chi oggi si vede negare i propri diritti. L’ambizione è quella di provare a convincere quante più persone è possibile che questa è una battaglia che appartiene a tutti, indistintamente, perché un’Italia più inclusiva e rispettosa dei suoi cittadini sarebbe un posto migliore dove vivere per tutti.

Come disse Martin Luther King “Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste”: non è necessario essere neri per rigettare l’apartheid e la segregazione razziale e non è necessario essere ebrei per comprendere la follia del nazismo. Vivere in un paese migliore e più aperto è un interesse collettivo, che va ben al di là dei diritti di questa o quella minoranza. E non sarà possibile fare dell’Italia un luogo più inclusivo senza il contributo decisivo di tutti.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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