di Emidio Picariello
Ieri sera sono stato invitato per la prima volta come relatore a una festa democratica. E’ una piccola festa in un posto fresco sopra Pistoia e le persone, quando io e il segretario dei GD abbiamo cominciato a parlare, stavano ancora mangiando. In qualche modo poi abbiamo attirato la loro attenzione, così un po’ di compagni si sono messi ad ascoltare come e perché riavvicinare i giovani al Partito Democratico.
Ci sono tre aspetti che bisogna osservare. Il primo riguarda i luoghi. Quando ero giovine io quando succedeva qualcosa per prima cosa si scendeva in piazza. Qualunque cosa succedesse si scendeva in piazza, si sventolavano le bandiere rosse e si preparavano striscioni con voci indignate di protesta. Oggi quel luogo non è più così frequentato. Oggi se accade qualcosa la prima reazione è quella di aprire un gruppo su Facebook. Non ho voglia di discutere su quanto questa soluzione sia meno evocativa – forse meno utile – o meno efficace. Mi limito ad osservare il fenomeno e la sua esistenza. Meglio? Peggio? Non ha importanza: è così. E’ una realtà con la quale è necessario fare i conti.
Il percorso che portava i ragazzi dal movimentismo – circoli e parocchie non erano solo luoghi di aggregazione, quando ero giovine io, ma vere e proprie fucine di politici – alla politica attiva non esiste più. Non funziona più. La vita dei circoli ARCI, la vita delle parrocchie, tutto ha perso la spinta verso l’attività. E’ una sconfitta soprattutto del pensiero: dietro non ci sono più gli ideali. No, la verità è che si sono disgregate le ideologie e noi – stupidamente - abbiamo buttato via gli ideali con le ideologie sporche.
I giovani, dicevamo, senza ideologie e senza difese. La sinistra ha un dovere morale, preciso, scritto nel suo codice genetico: difendere il lavoro e più deboli. E questo lo sanno tutti. Quello che ci siamo completamente dimenticati – o che facciamo proprio finta di non vedere – è che i più deboli non sono solo gli operai, ma sono oggi soprattuto i precari. Quattro-cinque milioni di ragazzi – e di ragazzi ormai grandi – e di uomini e donne che non riescono a diventarlo – che tirano avanti grazie all’unico stato sociale che funziona in Italia: la famiglia. Gente debole che è costretta a rinunciare non hai sogni di grandi glorie, ma ai sogni semplici, a farsi una famiglia, a fare i figli, a vivere, insomma. Abbiamo una parola chiara per dire che i diritti dei lavoratori vanno ristabiliti, che il costo del lavoro precario deve essere maggiore di quello del lavoro stabile, che chi è precario deve guadagnare di più e deve farlo per scelta? Non ci sorprendiamo se i ragazzi non si avvicinano a una politica che è lontana anni luce dal loro mondo e dai loro problemi quotidiani.
I giovani, dicevamo, senza responsabilità. Sono sfinito dalla parola “ricambio”. L’ho usata, sentita, ne sono stato il destinatario, l’ho scritta, ne ho parlato. E’ una parola che funziona benissimo ma solo in teoria. Arriva lì. Si arena fra la frase c’è bisogno di un rinnovamento che viene utilizzata in ogni volta che si parla di politica in generale e anche l’esperienza è necessaria per affrontare questo incarico che sbuca miracolosamente ogni qual volta si tratta davvero di affidare una responsabilità – che sia una segretaria o un incarico istituzionale. E no, non diteci che dobbiamo scalzarli a calci. No, per favore, non è così che funziona. E’ chi detiene il potere che ha la responsabilità morale di selezionare la nuova classe dirigente e ha il dovere di farlo in base a criteri di merito e non di fedeltà.
Ah, un’ultima cosa: i giovani hanno vent’anni. Io ne ho 32, le cosiddette nuove leve del partito ne hanno anche quaranta. Intendiamoci: va anche bene. Ma lasciamo alle parole il loro significato. Io mi sento abbastanza più nella categoria “adulti” che in quella “giovani”.
A settembre c’è un congresso a Pistoia che ci darà nuovi segretari. Sarà la volta del c’è bisogno di rinnovamento o di nuovo quella di anche l’esperienza?iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Parole sante!
Emidio Picariello: “E no, non diteci che dobbiamo scalzarli a calci. No, per favore, non è così che funziona. E’ chi detiene il potere che ha la responsabilità morale di selezionare la nuova classe dirigente e ha il dovere di farlo in base a criteri di merito e non di fedeltà”.
Non è così che funziona? Mi viene da chiedermi: ma che studi ha fatto, questo giovane-adulto? Che educazione ha avuto? Ma come si fa a ragionare così? Aspetta e spera, allora: quando tutti i vecchi e meno vecchi saranno morti.
Certo che è deprimente, questi giovani della cosiddetta “quiet generation” sono fatti con lo stampo. Debbo ripetere ciò che scrissi un mese fa nel blog “PDObama”:
“Romano Prodi ha detto una cosa ovvia, che nell’attuale situazione sembra rivoluzionaria.
In effetti, quella che non a caso è stata definita la “quiet generation” sembra mettere in discussione tutto quello che la mitologia, e poi la tragedia (greca, inglese, ecc.), la letteratura, la psicanalisi e la stessa osservazione del mondo animale ci hanno raccontato per millenni: il conflitto intergenerazionale, rappresentato dal rapporto conflittuale archetipico padre-figlio”.
Ovviamente la colpa non è loro, ma delle mamme, che allevano mammoni, e dei padri assenti.
Vincenzo
Vincenzo: ricorda che questo non è il paese del conflitto intergenerazionale, ma del Padre buono e misericordioso che accoglie i figli.
Per il resto, il PD fa le manifestazioni a Roma e basta; e così taglia fuori centinaia di migliaia di persone. Ci vogliono le manifestazioni network, e ce ne vogliono di più.
Il punto è, Vincenzo, che in Italia si è creato un sistema talmente cristallizzato che se il leader di turno irresponsabilmente da una parte dice: mi devi scalzare, dall’altra si presenta alle primarie e mette in moto il suo sistema clientelare, nell’80% dei casi vince. Dove le primarie sono state vinte da giovani qualificati i primi a riconoscere le loro qualità sono stati alcuni – chiamiamoli lobbisti – che hanno visto in loro delle possibilità. Senza questo meccanismo – e per la struttura sociale che si è creata in Italia – non dico che non ci si debba provare: dico che siamo costretti a perdere la maggior parte delle volte.
@ Janila
Non riesco a capire se la tua è ironia o non. La ‘P’ maiuscola di Padre mi fa propendere per il no. Io non sono credente, ma mi pare che anche nella società mediterranea all’epoca della Bibbia, sebbene fosse fondata sull’autorità paterna e sul rispetto degli anziani, ci fosse il conflitto intergenerazionale o tra fratelli, ed ogni tanto ci scappava il morto…
@ Emidio
… perciò il conflitto intergenerazionale è un fatto naturale, fisiologico; mentre è innaturale e “patologico” definire “irresponsabile” il leader che non si fa da parte, ed irrazionale ed irragionevole pensare che la colpa è del sistema cristallizzato, confondendendo la causa con l’effetto.
Negli anni ’60 era peggio, e c’era una società bloccata, ingiusta e repressiva, ma i giovani non hanno chiesto il permesso ed hanno lottato – talora esagerando – per conquistare il loro spazio. Ed ora sono ancora qui, che comandano; è gente tosta, che non si farà da parte se non vi sarà costretta.
Forza, giovani, non avete alternative; lo so che è difficile perché da piccoli, in famiglia – è lì il luogo del “delitto – vi hanno fatto il lavaggio del cervello o vi hanno cresciuti nella bambagia, tarpandovi le ali e… qualcos’altro: cacciate a calci nel sedere i sessantenni ed i settantenni e perfino gli ottantenni, che detengono ancora tutto il potere e fanno da tappo al naturale, fisiologico, salutare, necessario ricambio generazionale!
Vincenzo
Così, per la cronaca, io vivo da solo da quando avevo 19 anni, ma no voglio buttarla sul personale. Non dico che non si debba lottare per farsi spazio: dico che è incosciente che chi ha il potere pensi di conservarlo fino alla morte. E succede solo in Italia e nei paesi totalitari. Non è gente tosta, è gente miope.
@Vincenzo: bad call, babe. Era ironia amara: ciò che ho esposto accade, benché a me questo non piaccia.
In generale, chiunque raggiunga una posizione di potere vorrà tenerla fino alla morte e soprattutto oltre la morte, attraverso figli, figlie e familiari adottivi. Perciò è naturale che ci sia il conflitto intergenerazionale e che abbia luogo sia in modo diretto (lotta per la posizione di potere) che indiretto (tropi culturali).
Tuttavia, una Repubblica Democratica è l’esatto opposto dei sistemi a potere a carattere vitalizio -tipo il papato, tanto per fare un esempio…- e in essa dovrebbero essere vigenti istituzioni e leggi che impediscano agli individui di occupare in modo duraturo i posti di comando. Da questo deriva una coscienza civica che dovrebbe suggerire a chi ha governato per lungo tempo di farsi da parte.
Fu questa coscienza civica che spinse George Washington a ritirarsi dopo il secondo mandato. E questa coscienza civica mantenne in vita questo costume -occhio, era solo un costume- fino a che F.D.Roosevelt si fece quattro elezioni -Gore Vidal si riferisce a F.D.R. chiamandolo l’Augusto americano e il Congresso dovette votare un emendamento alla Costituzione per tramutare il costume in legge.
Questa coscienza civica è senza dubbio una forzatura dello stato di natura ed è un comportamento ammirevole e virtuoso proprio per questo. La sua presenza e la sua vitalità in coloro che si trovano al comando della nazione, per altro, non impedisce di certo che ci abbia luogo lo scontro intergenerazionale. Sarebbe soltanto un buon costume sociale, rafforzerebbe le istituzioni democratiche e sarebbe, più di ogni altra cosa, il più virtuoso degli esempi.
Eh no, VI PREGO!
Non un’altra volta conflitto intergenerazionale contro errori della classe dirigente. Non ce la faccio più, mi sono rotto (… e mi sto censurando).
A mio modesto parere non si troverà mai un accordo su chi ha ragione, semplicemente perché sono vere entrambe le posizioni. Si può continuare la discussione all’infinito, ma dopo un po’ diventa a mio parere noioso.
Secondo me i fattori che portano a questo squilibrio intergenerazionale sono più o meno i seguenti.
* Esperienza: è difficile accumulare esperienza. Un esempio su tutti i giornali è quello che in Italia Gilardino a 28 anni è considerato un giovane attaccante della Nazionale, Messi (per chi non lo sapesse da anni stella del Barcellona nonché figura di spicco della Nazionale argentina) ha compiuto in Sudafrica 23 anni [VENTITRE]. Un esempio personale: nelle riunioni internazionali a cui partecipo capita di vedere inglesi di 22-23 anni, europei di 28-30, io a 36 vengo considerato giovane da miei colleghi, che poi si stupiscono quando vedono i giovani stranieri. Una volta mi è successo di sentire un altro italiano che diceva: “non sono andato io a quella riunione, ho mandato Tizio e Caio. E’ ora che anche loro che sono giovani inizino a fare queste riunioni”. Di una delle due persone conoscevo l’eta: circa 45 anni [QUARANTACINQUE]
* situazione demografico/economica: le differenze tra ora e gli altri decenni citati sono che per l’invecchiamento della popolazione i giovani percentualmente sono meno che in passato. Pensate che “Le fasce di popolazione più numerose sono quelle degli italiani nati durante il boom demografico degli anni sessanta.” (fonte ISTAT via Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Demografia_d%27Italia). Chiaramente se un qualsiasi “gruppo di interesse” diminuisce quantitativamente diventa meno interessante come elettorato e anche meno potente in tanti altri modi.
Inoltre negli anni 60 l’Italia era un Paese in crescita, ora è in decrescita. In una economia in crescita si creano più posti di potere ed opportunità e, per una serie di motivi, è più facile per gente non privilegiata farsi largo senza essere cooptata. In un’economia in decrescita è esattamente l’opposto.
* difficoltà nel conflitto intergenerazionale. Sì, è vero, i giovani e i trentenni di adesso molte volte sembrano non essere in grado di scalzare i capi neanche se davanti hanno un tappeto rosso. E qui penso che in parte andiamo sul psicologico, sociologico e culturale, in parte le cose viste prima permettono di capire le motivazioni (se non ti fai le ossa è improbabile che tu possa fare le scarpe a qualcuno, se capita una occasione ogni 10 anni magari in quel momento sei distratto), in parte molto semplicemente le persone che come carattere e capacità sono quelle che sarebbero i “nuovi capi” sono quelle che più facilmente si rompono ed emigrano.
Mi sembra di poter dire che da questo discende che il Paese ha un problema, un GROSSO problema.
Due cose prima di chiudere.
“mentre è innaturale e “patologico” definire “irresponsabile” il leader che non si fa da parte”. Capisco il punto ma non sono completamente d’accordo. La mia impressione è che in una società normale la MAGGIOR parte dei leader non si fa da parte del tutto volontariamente. Capita (capita non vuol dire è la regola!) che qualche leader si faccia da parte volontariamente semplicemente perché vuole cambiare vita o si ritiene non più adatto. Mi sembra di ricordare un capo del partito comunista cinese di qualche anno fa come esempio più significativo. In Italia per qualche motivo sembra che si stufino molto meno che in altri Paesi. Anche questo deve essere un fattore culturale…
Un’altra cosa. Una conseguenza di mancanza di esperienza e altro è\sarà anche la mancanza di “luogotenenti”. Per comodità supponiamo che una struttura (un ufficio, una ditta, un partito o altro) abbia un capo, un po’ di luogotenenti e un bel po’ di peones. Normalmente la struttura funziona cercando di addestrare un po’ di peones a diventare luogotenenti, così quando qualche luogotenente sparisce (muore, emigra, vince alla lotteria, emigra, ….) si ha con chi sostituirlo. Lo stesso vale per la sostituzione del capo, con in più l’aggiunta che più o meno spesso il peone o luogotenente diventa così bravo da scalzare il capo prima di quanto questo abbia desiderato.
Se ad un certo punto un capo impedisce che i peones facciano esperienze per diventare luogotenenti, per la paura che prima o poi lo scalzino, non solo rischia che tutti i peones bravi se ne vadano, rischia anche che se un po’ di luogotenenti se ne vanno si ritrova con sostituti non all’altezza. E questo capita spesso………
Per comandare servono le palle, e noi -chi più e chi meno- ce le abbiamo sbriciolate.
Il discorso che fai, andros, è saggio e ne condivido anche le virgole. In particolare, mi capita spesso di ricordare ai miei interlocutore l’importanza dell’elemento demografico, benché con una sfumatura particolare: in provincia di Imperia tutti gli ex partigiani (gli 80enni) sono morti o stanno morendo, e lasciano via libera agli ex balilla (i 70enni) e ai figli dei loro nemici di allora (i 60enni) che non hanno più paura di dichiararsi per quello che sono: fascisti.
I giovani sono pochi e -per esigenze di brevità- mi limito a dire che sono tendenzialmente berlusconiani.
La constatazione di questo fatto apre una prospettiva determinista, quasi meccanicista: non potremo che scivolare sempre più verso il saluto romano.
A questa dobbiamo ribellarci. E siccome la demografia ci gioca contro, così come l’economia (in mano loro) e la cultura (distrutta, anche da loro), ci dobbiamo inventare qualcosa. Un qualcosa che avrà certamente qualche elemento cruento, perché si tratta di forzare un sistema e scalarlo.
Spero di poter schematizzare (quindi, per piacere, non mi accusate di schematizzare… lo sto facendo esplicitamente, cosciente dei pro e dei contro).
Ci sono 5 alternative possibili.
1) Noi giovani alziamo bandiera bianca e ci prepariamo a vivere da indesiderati in una patria fascista.
2) Noi giovani alziamo bandiera bianca e facciamo le valigie.
3) Noi giovani ci coalizziamo per creare i germi di realtà in letargo, che “resistano” alla fase fascista, pronti a sbocciare subito dopo.
4) Noi giovani forziamo il sistema in modo riformistico: cerchiamo di raggiungere in modo democratico quanti più centri nevralgici possibili.
5) Noi giovani forziamo il sistema in modo rivoluzionario: li facciamo fuori tutti.
Non starà bene dirlo, ma propendo per la 3 (quella che chiamo: politica dell’esilio).
Alcune cose in ordine un po’ sparso.
Il discorso mio sui capi che a volte si fanno da parte è probabilmente molto sovrapposto dal precedente intervento di Janila Tankovic. Un misto tra consuetudini, leggi e cultura fa si che capiti ANCHE che i capi abbandonino. Ciò rende il sistema più efficiente (adattabile, flessibile e altro).
In Liguria la tendenza demografica se non sbaglio è particolarmente drammatica. Mi sembra che sia una delle regioni più vecchie d’Italia (vado a memoria).
Il problema per finire non è soltanto politico, è economico, culturale, perfino calcistico. In altri termini il problema non è (solamente) “moriremo fascisti”; queste disfunzioni nella selezione della classe dirigente comportano varie cose, da “moriremo poveri” perché sistema economico è bloccato ed il potere d’acquisto sta diminuendo a “moriremo in una società di corrotti” perché uno dei meccanismi per ridurre la corruzione è il normale ricambio della classe dirigente. Il fatto è che questo problema che tocca gran parte della società italiana è più difficile da affrontare per la politica perché essa stessa soffre dello stesso male.
Risultati possibili? Probabilmente o si raggiunge una crisi strutturale con rinnovamento nei prossimi 5 – 10 anni, o ci becchiamo qualche decina di anni di decadenza al termine dei quali l’Italia sarà un Paese rovinato con una percentuale significativa di popolazione di origine balcanica o maghrebina e una cultura assai poco “europea”
Prima che qualcuno equivochi quanto ho scritto di fretta.
Non ritengo che l’immigrazione sia intrinsecamente un problema. Ho avuto più volte modo di ammirare Paesi che riescono a integrare gli immigrati in maniera sostanzialmente positiva. L’immigrazione all’italiana (non gestita, illegale, sfruttata, sempre di braccia e mai di cervelli) unita all’emigrazione di cui si parlava prima porterà a cambiamenti sociali, più che demografici, potenzialmente ancor più problematici che in altri luoghi.
@ Janila
Lo vedi, anche tu sei una (colta) pappamolla. Io ho 64 anni, mai stato rivoluzionario, sempre riformista, ma quando ci vuole ci vuole: dovete scegliere la 4 o la 5!
@ Antos
1. Quale discussione? Qui il discorso è semplicissimo: i giovani non vogliono prendere atto della legge di natura: per diventare adulti bisogna “ammazzare” il padre. Così si crea anche spazio. Perché non lo fanno?
2. Perché hanno le “palle sbriciolate”, l’ha detto Janila, son d’accordo (anche per schematizzare, chiedi il permesso, figuriamoco per il resto…).
3. Perché i vecchi non lasciano? Forse perché a) comandare è meglio che fottere; b) oltre al potere, hanno la cultura (sistema di valori e regole) dalla loro; c) soprattutto, glielo consentono i giovani.
4. Nella società italiana, il criterio di selezione da decenni funziona all’incontrario: si scartano i buoni – pericolosamente inclini a dire qualche volta no – e si prendono i mediocri – più inclini all’obbedienza acritica. Anche in forza del principio di Peter, a comandare ormai sono in maggioranza dei mediocri, i quali per struttura mentale sono dei conservatori dello status quo e aborrono le persone intelligenti (perché stimola il loro inferiority complex.
5. Il mumero non è un problema. In Italia il 10% della popolazione possiede metà della ricchezza, nel mondo, il 2%: come fanno, se non usando altre armi, con le quali sopperiscono al numero? Come si dice? l’unione fa la forza, ma voi giovani siete tutti sparpagliati. quindi, il motto, la parola d’ordine dev’essere: GIOVANI DI TUTTO IL MONDO UNIAMOCI!
6. Ma, prima, bisogna fare un controlavaggio del cervello, perché il problema – l’hai detto – è psicologico e, come ho scritto più sopra, il “delitto” si è compiuto in famiglia, da 0 a 10 anni al massimo. Dove dovete per forza tornare, a ritrovare il padre da “ammazzare”, che spesso ormai – data la femminilizzazione della cultura – ha le sembianze di donna-mamma.
Vincenzo
Caro Vincenzo
La discussione su se “è colpa dei giovani” o “bisogna riformare il sistema” l’ho letta su queste pagine almeno quattro o cinque volte, e in genere finisce in maniera sterile.
Ciò detto, alcuni punti che le persone sopra una certa età sembrano non cogliere.
Il numero *è* importante (il tuo punto 5). Sia a livello macro (mi sembra di ricordare correlazioni tra rivoluzioni e percentuale di persone in età universitaria. Scusa la rozzezza della citazione), sia a livello micro. Parlavo qualche mese fa con un mio ex professore universitario che sta per andare in pensione. Una delle cose che mi ha colpito: quando lui era un “giovane” c’erano 5 baroni e 13 giovani (cerco di rendere le proporzioni), ora ci sono 10 professori anziani. 3 o 4 quarantenni e 3-4 precari trentenni. Se anche matematicamente sei in minoranza è più difficile fare le rivoluzioni.
Emigrare *è* più facile (la tua risposta a Janila). Sono cittadino europeo, parlo altre due lingue europee abbastanza bene, ci sono i voli low cost per tornare a casa anche un fine settimana. La tentazione per me che ho un posto fisso di trasferirmi in un’altra città europea con qualità della vita più alta c’è. In altri termini, da un punto di vista meramente razionale probabilmente la soluzione migliore è la 2 “Noi giovani alziamo bandiera bianca e facciamo le valigie.”, e tanta gente lo ha fatto e lo farà. Non affrontare questo problema è un danno per il Paese. I Paesi ora *competono* per qualità della vita e servizi al fine di attirare gente in gamba, molto più di prima.
Unisco 3 e 6 che sono due facce della stessa medaglia.”comandare è meglio che fottere” è un detto di una metastasi della società. Le persone normali NON vorrebbero solamente fottere. Nelle società normali uno in genere non vuole comandare fino nel letto di morte. Allo stesso tempo il problema è anche psicologico, culturale e di capacità per i giovani. Io ho cercato di descrivere alcune cose che secondo me (con)causano questo quadro, è chiaro che la risposta non può essere “come siamo sfortunati”.
Rileggendo posso unire anche 1 e 4. Perché non lo fanno è quanto ho cercato di spiegare, e torniamo a aspetto psicologico, culturale e di capacità. Il criterio di selezione è un’altra delle concause che ha contribuito a creare la situazione.
In sintesi brutale: il problema c’è, è sia una stortura del sistema che psicologico. Va risolto.
Dire “giovani svegliatevi!” a me pare una non soluzione. Dire che non c’è un problema di capacità personali e attitudine è miopia. Riusciamo ad andare avanti o continuiamo su “è colpa dei vecchi”, “no, è colpa dei giovani”?
Magari prima che decida veramente di emigrare………………..
Vincenzo, uno dei miei eroi personali -il partigiano Barbé, uno dei pochi ancora vivi qui a Imperia- un giorno non si è reso conto che lo stavo ancora registrando e ha detto: “Fossimo ancora giovani noi non saremmo mai finiti in questa situazione: una schioppettata e via!”
Forte è la pulsione di scegliere la via numero 5, proprio forte. E non è la vigliaccheria che mi fa scegliere la 3, ma la Storia. Magari ricorderai, quando eri bambino, la rabbia di molta gente di sinistra che si è trovata con la PA ancora piena di ex fascisti mai epurati.
Oggi non sarebbe diverso: purtroppo c’è troppa gente che andrebbe “messa al muro” (citazione da La ragazza di Bube).
Infine, vorrei tentare di trovare una conclusione.
La gestione di una qualsiasi società incontra una serie di problematiche, più o meno sempre le stesse: distribuzione della ricchezza, possesso del territorio, ricambio generazionale.
Sono delle problematiche (generali) e non dei problemi (particolari) proprio perché inscindibili dal funzionamento della struttura, sono parte di essa e la caratterizzano in ogni momento. Per questo le discussioni a tal proposito sono sterili: non esistono soluzioni alle problematiche, solo ai problemi.
Nel caso specifico, la nostra Repubblica democratica è inquinata più di altre -ben oltre il limite della “pacifica convivenza”- dalla corruzione. Che sarebbe una problematica in realtà (poiché è inevitabile che ci sia), ma oltre quel limite diventa un problema.
Beate quelle rare volte in cui qualcuno ha il coraggio di ricordare che Berlusconi non è la causa del tumore, ma l’effetto! La nostra classe dirigente è formata in parte eccessiva da gente che ha commesso e commette ogni giorni fior di reati, e l’unico modo che ha di salvarsi dalle conseguenze di questi reati è occupare posizioni di dominio che mettano al riparo dall’attività giudiziaria. Poi, siccome queste posizioni bisogna poterle tenere fino alla morte (pena la galera), è ovvio che questi individui mettano in atto azioni collaterali (e, quando non illegali, di sicuro immorali) per mettersi al riparo.
Con l’epoca craxiana-berlusconiana siamo arrivati all’apice di questo comportamento: una volta ci si riparava in modo soft (immunità parlamentare, amicizie altolocate in tribunale, porti delle nebbie, prestanomi, ecc); oggi lo fanno in modo hard (attacco del potere esecutivo/legislativo all’autonomia e indipendenza del potere giudiziario). Non solo Silvio: ricordiamoci sempre bene dei vari D’Alema, Fassino, Violante, ecc.
In 65 anni questo comportamento ha permeato tutta la società, è presente in ogni branca e non è raro, infatti, scoprire la vicinanza di certe persone quando salta fuori qualche intercettazione.
Conclusione: lasciamo perdere la problematica del ricambio generazionale e concentriamoci sul problema dell’arroccamento dei rei. Se noi giovani vorremo davvero prendere la guida di questo Paese, e in modo assolutamente legale, dovremo soprattutto metterci in condizione di sbattere in galera quelli che devono andare e gettare la chiave.
E ricordiamoci bene che questo non è giustizialismo… Il giustizialismo era il populismo di Peròn, che promuoveva leggi liberticide con cui trasformava in reato ciò che non lo è per far fuori i nemici del suo partito. Qui mi pare che si abroghino per legge i reati che lo sono: un po’ diverso, così a naso.
@ Andros
“In sintesi brutale: il problema c’è, è sia una stortura del sistema che psicologico. Va risolto.
Dire “giovani svegliatevi!” a me pare una non soluzione. Dire che non c’è un problema di capacità personali e attitudine è miopia. Riusciamo ad andare avanti o continuiamo su “è colpa dei vecchi”, “no, è colpa dei giovani”?
1. Il numero è relativo. Ricordo (per raccontare l’esperienza personale) che – giovane meridionale costretto ad emigrare nel 1970 a Milano, per lavorare in una grande azienda – nella sede centrale facevamo sciopero al massimo in 30 su 500 impiegati (ma solo perché c’erano sempre i 20 disegnatori, i peggio trattati). E quando si decideva -rarissimamente – sciopero con picchetto, non entrava nessuno. Certo, col nuovo statuto dei lavoratori appena approvato, nessuno ti poteva licenziare, essendo tutti a tempo indeterminato, ma qualche prezzo in termini di carriera comunque lo pagavi.
2. Bravo, finalmente ci siamo, sono d’accordissimo sia per la sintesi, sia per la consapevolezza che è un problema che va risolto. Come? Se controlli, non ho detto “Giovani, svegliatevi”, ma “Giovani di tutto il mondo svegliamoci”: è dal vostro seno che deve partire il grido, senza aspettare imbeccate; io individualmente – ormai quasi anziano – potrei solo, e sarei disposto a farlo, appoggiare una causa del genere. E, per favore, io non so che cosa si sia scritto qui prima, ma francamente lascerei perdere le “colpe” ed i sensi di colpa: sono una trappola tesa dai padri e soprattutto dalle mamme (una volta anche dalla Chiesa) per fottere i giovani.
3. Il vostro campo di battaglia deve essere duplice: individuale, la famiglia, per recidere il cordone ombelicale e, se occorre, “ammazzare” il colpevole; collettivo, che non può che essere quello politico, dove si fanno le leggi. Il progetto deve essere quello di: a) unirsi, unirsi, unirsi, per colpire all’unisono; b) individuare 2 o 3 punti per togliere il tappo. Ecco, perché non aprite un dibattito sul che fare (poche cose) per raggiungere questo obiettivo?
@ Janila
1. Vedo che… filosofeggi: problematicità, problemi, il potere oggi è corrotto, ecc. E’ sempre stato così, la differenza oggi la fa la cosiddetta opinione pubblica, che non è in grado di esercitare quel controllo etico sociale, che precede e sostituisce la sanzione penale e fa da deterrente.
2. Qual è la causa? Quasi sicuramente la determinante è proprio il tema di questa discussione: la mancanza di ricambio, che rende sempre più arroganti e perfino impuniti quelli che detengono il potere, all’interno del quale assurge a regola generale di selezione la cooptazione, cioè un criterio ameritocratico (pensa alla legge elettorale), che crea complicità non competizione.
3. Nel cui ambito, però, vanno comunque distinte le responsabilità tra un amorale con elevata propensione a delinquere come Berlusconi ed i vari D’Alema, Fassino e Violante.
4. Quindi, io non perderei tempo con “l’arroccamento dei rei”, che è un effetto, ma aggredirei la causa ed individuerei le soluzioni (vedi la mia risposta ad Andros).
Vincenzo
P.S.: Non sono tanto vecchio, e da bambino, al Sud, non ero così informato (la tv è arrivata nel ’54 e guardavo Rintintin), da conoscere il problema dei fascisti riciclati nella PA.
@ Vincenzo
1. il numero NON è relativo. Tu confondi due numeri diversi: quanti sono parte attiva nel far accadere i cambiamenti (sono sempre una minoranza e assumono i maggiori rischi); quanti traggono vantaggio dai cambiamenti. Se il numero di quanti traggono vantaggio è troppo piccolo rispetto al totale della popolazione i mutamenti sicuramente non succedono e i componenti del primo gruppo sono semplicemente velleitari.
Nota a margine: in molte situazioni, con l’ATTUALE struttura del mercato del lavoro, il giovane precario non fa proprio parte della “popolazione” dei lavoratori, che anzi sono TUTTI contro le sue rivendicazioni.
2. “Giovani di tutto il mondo svegliamoci”??? Stiamo discutendo di un problema prettamente italiano! Non capisco cosa possa interessare al giovane non dico cinese o turco, ma anche tedesco o inglese dei nostri problemi, e per quale motivo dovrebbero lottare con noi. Il problema è così tanto locale che basta emigrare in Germania (o altri Paesi) per scordarselo. La cosa risolve il problema a livello individuale ma lo aggrava a livello di Sistema Paese.
3. Il dibattito su che fare dovrebbe proprio essere lo scopo di questo sito. Si veda ad esempio la serie di articoli sulla riforma dell’Università, che suggerisce qualcosa di
* fattibile
* sufficientemente semplice
* con impatti sia su “giovani”, sia su qualità di un pezzo del Sistema Paese, sia su meritocrazia
Sul sostegno incontrato da queste proposte anche in area PD, Repubblica etc. ci sono interessanti analisi da fare.
Vorrei infine ribadire una frase dell’articolo che all’estero è un’ovvietà: “Ah, un’ultima cosa: i giovani hanno vent’anni.”. Manteniamo il senso delle parole…..
1.Hai perso il filo? Qui non si parla solo del mercato del lavoro, ma del conflitto/ricambio generazionale in senso generale.
2.Come si distribuisce oggi la società italiana? Non lo so, non mi va di fare la ricerca ed ipotizzo: a spanne, 1/3 da 0 a 30, 1/3 da 31 a 60 ed 1/3 da 61 a 90? Non mi sembrano pochi, i giovani. E poi non tutti gli altri sono contro.
3.Il fatto è – e quindi torniamo al punto, da dove tu cerchi “subdolamente-inconsciamente” di allontanarci – che sono i giovani che sono contro, nel senso che non se la sentono di lottare e di “ammazzare” il padre.
4.Solo italiano? A parte che sei preciso come un farmacista (talvolta le espressioni vanno prese cum grano salis), non so, certamente il caso italiano è del tutto abnorme, ma l’espressione “quiet generation” è stata coniata da uno statunitense.
http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=1&ved=0CBgQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.nytimes.com%2F2007%2F10%2F10%2Fopinion%2F10friedman.html&ei=aO9FTKb_HIKD4Qb85KmABA&usg=AFQjCNHZ98EJIsizRBMKYSp7JmCBLs3_XQ
5.Il “che fare” non riguarda prioritariamente l’unione delle forze: questa è la variabile critica, il resto dev’essere funzionale a questo.
Vincenzo
Errata corrige: al punto 5), togliere “non”.
1. la nota a margine era solamente una nota a margine. L’osservazione principale non solo non riguarda esclusivamente il mercato del lavoro, ma è addirittura più amplia del conflitto intergenerazionale. Se, in qualunque tipo di scontro sociale, il numero di quanti traggono vantaggio dalla riforma/rivoluzione proposta è troppo piccolo rispetto al totale della popolazione i mutamenti sicuramente non succedono e i componenti del primo gruppo sono semplicemente velleitari.
2. Le misure spannometriche possono portare ad errori importanti. Ripeto quanto scritto prima: “Le fasce di popolazione più numerose sono quelle degli italiani nati durante il boom demografico degli anni sessanta.” (fonte ISTAT via Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Demografia_d%27Italia). Situazione TOTALMENTE diversa da quella degli anni ’70.
Inoltre mi sembra che trascuri che le persone da 0 a 17 anni NON VOTANO.
3. Qui mi sembra che facciamo finta di non capirci. Da un punto di vista “psicologico” molti giovani italiani “ammazzano” il padre rifiutando ciò che ha creato ed emigrando. La cosa ha il vantaggio di essere una soluzione molto razionale per i motivi elencati prima, ma dannosa per il Paese.
4. Evidentemente NON sono stato abbastanza preciso. L’articolo che tu citi riporta: “I am impressed because they are so much more optimistic and idealistic than they should be”. Leggendo qui: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/20/news/generazione_perduta-5682547/ si vede che non c’è traccia di ottimismo e idealismo. Alcuni problemi che stiamo discutendo derivano probabilmente da profondi mutamenti sociali a livello per lo meno occidentale, altri sono solamente italiani. Già arrivare alla situazione USA per noi sarebbe un traguardo.
5. Mi sembra di aver elencato una serie di motivi che rendono questa fantomatica unione delle forze non SOLAMENTE complicata a livello psicologico ma anche spesso utopica da un punto di vista oggettivo. Se non si trova un modo per affrontare questo problema non ne usciamo. In genere i miracoli non si realizzano.
@ Andros
Vediamo se riusciamo a capirci.
1. Ho iniziato questa discussione con Emidio, contestandogli l’affermazione che gli “anziani” dovessero di loro iniziativa lasciare il posto ai giovani, ed ho rilevato che questo contrasta con una legge naturale del conflitto intergenerazionale.
2. Sei intevenuto (assieme a Janila) nella discussione riaffermando, mi pare, la stessa tesi di Emidio.
3. Hai anche affermato che il numero ridotto di giovani rende improponibile in partenza ogni tentativo di scalzare gli anziani.
4. Hai addotto come esempi: a) la situazione di una università, in cui un tuo ex professore
“quando lui era un “giovane” c’erano 5 baroni e 13 giovani (cerco di rendere le proporzioni), ora ci sono 10 professori anziani. 3 o 4 quarantenni e 3-4 precari trentenni. Se anche matematicamente sei in minoranza è più difficile fare le rivoluzioni”.
b) una ricerca frutto dell’indagine dell’università di Napoli sulle storie raccolte da “la Repubblica”, dalla quale emerge una situazione catastrofica dei giovani.
4. Mi pare siano due esempi a favore della mia tesi iniziale: la responsabilità non è degli anziani, ma dei giovani, che non hanno la forza per cacciare i vecchi.
5. Dico entrambi a mio favore, perché anche per quanto riguarda il dato numerico, 3 o 4 trentenni + 3 o 4 quarantenni equivalgono quasi quelli anziani.
6. Ma il problema, come ho scritto, è nell’ambito politico. E allora vediamo, visto che tu da bravo “farmacista” non ti accontenti delle misure spannometriche (anche se ti faccio rilevare che l’esempio dell’università, per un verso, e la ricerca di “Repubblica”, per un altro, rientrano anch’esse in questa categoria), i dati ufficiali.
La popolazione italiana residente al 1 gennaio 2009 (fonte ISTAT) assomma a 60.045.068, di cui 29.152.423 maschi e 30.892.645 femmine.
Ecco la sua distribuzione per fasce di età:
Anni Maschi Femmine M+F
0-17 5.244.292 4.954.663 10.198.955
18-35 6.685.172 6.505.909 13.191.081
36-50 7.0737.03 7.075.577 14.149.280
51-65 5.375.878 5.672.731 11.048.609
66-90 4.681.649 6.400.985 11.082.634
91-100e più 91.729 282.780 374.509
http://demo.istat.it/pop2009/index.html
Se i giovani della fascia 18-35 creassero un partito e lo votassero in massa, questo sarebbe il primo partito italiano; se lo votassero il 50%, sarebbe il 3° partito; se lo votassero il 25%, cioè 1 su 4, sarebbe sempre il 3° partito (infatti la Lega Nord prende circa 3 milioni di voti, alle ultime elezioni europee ne ha preso 2.750.000).
7. Questa dovrebbe essere la via maestra: prendere il potere per via democratica. Ma immagino già la tua obiezione (la stessa di Janila): che i giovani non hanno le palle per portare avanti un’ipotesi del genere, meglio emigrare (che non equivale ad “ammazzare” il padre, come tu sostieni, ma solo a scappare dalla responsabilità di cambiare le cose). Il che è proprio in linea con la mia tesi iniziale: la “colpa” non è dei vecchi che non lasciano il potere, ma dei giovani che non sono capaci di cacciarli. Almeno evitiamo di raccontare frottole.
8. Faccio un’ultima annotazione, sulla peculiarità del caso italiano. Poiché ogni effetto ha almeno una causa, quale potrebbe essere la causa della qualità dei giovani italiani di oggi over 18 (e, specularmente, dei “vecchi”)? Io non sono un esperto, ma sulla base di osservazioni empiriche, credo plausibile ricondurre le differenze della qualità dell’intera società italiana e segnatamente della sua parte più importante e vulnerabile insieme, i giovani, nella qualità delle donne italiane, soprattutto nel loro ruolo di madri e di insegnanti, ed in parte nella Chiesa cattolica. Ho provato a raccogliere alcune considerazioni da “non esperto” al riguardo in un thread del circolo on-line “PD Obama”, che allego, con una serie di ‘post’ che vanno letti fino in fondo perché sono complementari, di cui riporto qua uno:
Ciao, Gennaro,
vedo che, come me, non sei molto soddisfatto di come vanno le cose al Sud: sei un ragazzo intelligente, ed un’eccezione, poiché in grande maggioranza, da parte dei meridionali, si tende a reagire male, se qualcuno critica il Sud. Sei anche molto maturo per la tua età; prima che tu la rivelassi, io a leggerti m’immaginavo tu avessi una quarantina d’anni, perché anche nella foto sembri più grande. Dico questo, per farti due domande, un po’ indiscrete: che educazione hai avuto in famiglia da piccolo, diciamo fino a 6 anni? E che ruolo ha avuto tua madre in questa educazione?
Perché, caro Gennaro, il nocciolo del mio discorso – il progetto educativo è solo uno strumento –, è che, se noi vogliamo cambiare le cose al Sud (a me interessa il Sud perché è svantaggiato, ma ovviamente le stesse cose valgono anche per il Centro-Nord, dove però ci sono delle condizioni di vantaggio, ma non parlo di quelle economiche, bensì di quelle culturali, in senso lato), dobbiamo prima di tutto fare una buona diagnosi, e poi apprestare un’adeguata terapia.
Per far questo, basta fare 2+2, poiché è tutto già studiato, analizzato, diagnosticato, ecc., non dobbiamo inventare niente, solo applicare ciò che dettano la scienza specifica e l’esperienza.
La prima dice e prova con evidenze oggettive: 1) che il periodo fondamentale della costruzione della personalità di ciascuno sono i primi 3 anni (oltre alla gravidanza); 2) che la figura principale è la madre. Queste sono le fondamenta: se sono solide, l’edificazione dei piani successivi, ad opera della scuola e della società in generale, sarà molto più facile e l’edificio reggerà per tutta la vita.
Per l’esperienza, faccio un piccolo esempio, proprio quello della spazzatura, che se ci rifletti è un problema, al Sud, eminentemente femminile. Io ho abitato qualche anno vicino ad un liceo di una cittadina (in questi giorni agli onori della cronaca) dove in teoria si faceva una buona raccolta differenziata (poi c’ha pensato Report a smentirlo), con un calendario che escludeva il deposito davanti casa di sabato. Beh, quasi tutti gli abitanti delle strade intorno al liceo di sabato soprattutto lasciavano l’immondizia vicino al suo muro; l’80% erano donne, di tutte le età. Quando, una domenica mattina, la fila di buste, rotte dai cani, è arrivata ad una ventina di metri di lunghezza, in due abbiamo deciso di reagire. L’altro, dopo che una donna lo ha mandato a quel paese, ha desistito; io invece sono stato 2 anni a litigare, i maschi ubbidivano, ma con le donne è stata una fatica terribile.
Dice un padre comboniano: chi educa un bambino, educa un uomo; chi educa una bambina, educa una famiglia.
Nel Sud, c’è il matriarcato, il freno al cambiamento è la donna. Ma non è casuale, c’è un motivo, ce ne sono anzi due: il primo, è un problema di modello: il modello delle figlie femmine è la madre, se la madre è educata male, educherà male i propri figli e le figlie tenderanno inevitabilmente a imitarla; il secondo, le figlie femmine sono trattate peggio in famiglia, vengono represse di più, e questo produce inevitabilmente il tramandarsi ed il perpetuarsi di un paradigma educativo repressivo, col corollario (= conseguenza) di “resistenze”: al cambiamento, al miglioramento, individuale e collettivo.
http://pdobama.ning.com/forum/topics/rivoluzione-culturale-e
Vincenzo
“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”. Enrico Berlinguer
http://www.unita.it/la_striscia_rossa
E’ la striscia rossa de “l’Unità di oggi”. Non so datare la dichiarazione di Enrico Berlinguer, ma avrà almeno 25 anni.
@ Vincenzo
No, non riusciamo a capirci.
Provo, credo per l’ultima volta.
> 1. Ho iniziato questa discussione con Emidio, contestandogli l’affermazione che gli
> “anziani” dovessero di loro iniziativa lasciare il posto ai giovani, ed ho rilevato che
> questo contrasta con una legge naturale del conflitto intergenerazionale.
Ho più volte scritto di CONDIVIDERE LA TUA POSIZIONE
> 2. Sei intevenuto (assieme a Janila) nella discussione riaffermando, mi pare, la stessa
> tesi di Emidio.
Ti pare male. Ho sostenuto che:
* in altre società un insieme di leggi, consuetudini, modelli sociali fanno sì che il processo di abbandono/scalzamento degli anziani è gestito
* una serie di motivi TRA CUI la composizione per età spiegano IN PARTE il comportamento dei giovani
* il problema, viste le sue implicazioni, non è solamente dei giovani ma della società
> 3. Hai anche affermato che il numero ridotto di giovani rende improponibile in partenza
> ogni tentativo di scalzare gli anziani.
è uno dei fattori che a mio parere possono spiegare.
4 e 5:
> Dico entrambi a mio favore, perché anche per quanto riguarda il dato numerico, 3 o 4
> trentenni + 3 o 4 quarantenni equivalgono quasi quelli anziani.
Mi dispiace ma i conti non tornano. Esaminiamo i due casi ipotizzando un voto a testa.
- 5 baroni e 13 giovani
i baroni dettano legge e riescono ad imporre le loro scelte ai giovani.
Ad un certo punto 3 o 4 giovani si rompono e “iniziano a fare qualcosa”. Risultati possibili: 1) non ci riescono e si scottano, 2) riescono a convincere almeno altri 6 giovani. Nel caso 2 si ha 5 baroni + 3 giovani contro 4 giovani rivoluzionari + 6 giovani. I giovani rivoluzionari hanno vinto
- 10 professori anziani. 3 o 4 quarantenni e 3-4 precari trentenni.
Qui convergono due fattori. La componente anagrafica dice che: se anche si uniscono tutti i giovani, sono in minoranza. Ma c’è un’altra componente: i precari NON hanno diritto di voto. I voti non sono 10 contro 8 ma 10 contro 4.
Su 6:
Prima di tutto non sono un farmacista. Poi l’aneddoto sui professori non voleva essere altro che un esempio sintetico di come convergano diversi fattori a causare una situazione e di come il problema non sia solamente politico ma anche culturale, economico, …
Detto questo, se si riuscisse a creare un partito con una proposta politica che abbia fascino sia per chi magari sta ancora al liceo che per chi ha figli, sia per chi è un lavoratore autonomo che per chi è lavoratore dipendente o magari precario, sia per chi sta al nord che per chi sta al sud… si avrebbe come bacino elettorale il 22% scarso della popolazione ed il 26,5% scarso degli aventi diritto al voto, in base a due conti sui dati che tu riporti. Considerando che proposte che sarebbero così entusiasticamente accolte da quel bacino elettorale andrebbero giocoforza contro gli interessi del resto della popolazione è chiaro che numericamente la situazione non è semplicissima.
> 7. Questa dovrebbe essere la via maestra: prendere il potere per via democratica. Ma
> immagino già la tua obiezione (la stessa di Janila): che i giovani non hanno le palle per
> portare avanti un’ipotesi del genere, meglio emigrare (che non equivale ad “ammazzare” il
> padre, come tu sostieni, ma solo a scappare dalla responsabilità di cambiare le cose).
Mai sostenuto che chi emigra sia senza palle. Emigrare, per noi italiani molto più che per gli altri europei, è sempre una scelta dolorosa e difficile. Richiede in genere palle.
Se fugga dalle responsabilità non lo so e francamente non lo trovo così rilevante.
@ Andros
Ho riletto i tuoi ‘post’: tu sei un “farmacista” (con le virgolette) ed anche un pò furbetto, ed hai una terribile propensione a fare come il granchio: formalmente un passo avanti, ma sostanzialmente anche uno indietro, e ti ritrovi al punto di partenza. Come mai? Sai, ho il difetto di capire sempre i perché. E non è una questione irrilevante, visto il tema di discussione.
Anche con qualche incongruenza logica (bisognerebbe, come nell’antica Grecia, reintrodurne l’insegnamento nelle scuole): a) il tuo riferimento “micro” (l’università del tuo ex professore): alle mie obiezioni, prima rispondi che c’è nettissima prevalenza dei docenti anziani; poi, poiché 10 non è molto più di 8, dici che i precari non hanno diritto di voto: allora perché l’hai preso ad esempio? b) i tuoi riferimenti “macro” piuttosto vaghi (correlazione tra numero universitari e rivoluzioni) oppure non probanti perché molto parziali (indagine dell’Università di Napoli sulla base di lettere a “Repubblica”), ma – a parte che quest’ultimo dimostra la tesi della responsabilità prevalente dei giovani – pretendi dagli altri dati precisi e congrui, sottoponendoli poi ad una sorta di “vivisezione”: illuminante quella della statistica della popolazione, cui mi hai costretto: dopo aver tolto i minori, come hai richiesto, ed hai visto che la fascia dei giovani 18-35 assomma a ben 13 milioni, hai scritto che anche 13 milioni ti sembrano insufficienti, poiché – dici – non sono omogenei. Ma perché, le altre fasce di età sono omogenee? E la Lega Nord con l’8% dei voti validi non detiene la golden share sul governo e detta legge? E, con l’attuale sistema maggioritario, non ne bastano molto meno di voti per essere determinanti? Ma, in fondo, era solo – come dire? – un esempio-divertissement, da prendere “cum grano salis” (ma tu forse hai problemi… col sale), e non alla lettera, come fanno i computer; non adatto – lo ammetto – ai “farmacisti” (che, ipotizzo, non leggono molti buoni libri, soprattutto buoni romanzi). Sicuramente molto, ma molto più complicato da realizzare, ma altrettanto sicuramente molto più calzante, del tuo invero risibile esempio “micro”, che al limite risolverebbe il problema di 10 persone; e, comunque, che individuava – ne converrai perfino tu – l’unico terreno decisivo in ambito sia micro che macro: quello politico.
Tornando al tema della discussione, il problema è soprattutto culturale, ma questo l’ho detto io, prima di te (lo penso da almeno 15 anni, sai sono i vantaggi dell’età… Dovresti avere più rispetto per i più vecchi – lo dico scherzando -, ma forse la tua frase “alcuni punti che le persone sopra una certa età sembrano non cogliere” è rivelatrice di un rapporto problematico con “qualche” vecchio in particolare – questo lo dico seriamente), e quindi la soluzione più adeguata è una “riforma culturale”, necessariamente di medio-lungo periodo, che richiede investimenti nell’educazione (vedi il thread che ho allegato prima), e per decisione della politica, ora in mano ai vecchi.
In conclusione, quindi, ti piaccia o non ti piaccia, anche per te, che comodamente (noto che in questo caso non fai il “farmacista”) giudichi irrilevanti le cose che non ti aggradano e che – cito dal tuo “post” iniziale – salomonicamente scrivi: “A mio modesto parere non si troverà mai un accordo su chi ha ragione, semplicemente perché sono vere entrambe le posizioni”, deve valere la semplice, incontrovertibile, dura realtà, che – a prescindere dal perché sia così e da chi abbia ragione: NON è questo il punto! – è una sola, proprio di ordine culturale (cioè profonda, antica e diffusa): i vecchi NON se ne andranno MAI di propria iniziativa, bisogna proprio che voi giovani, in qualche modo, non so quale, scegliete voi, LI CACCIATE A CALCI NEL SEDERE.
Detto questo, buon lavoro o… buon viaggio.
Vincenzo
@ Vincenzo
> Dovresti avere più rispetto per i più vecchi
Dovresti avere più rispetto per le persone. Io sarei “furbetto”, “farmacista”, “non leggerei buoni romanzi”, “tu l’hai detto prima di me”, “io ho problemi … col sale”, “a scuola non mi hanno spiegato la logica”. Tu non mi conosci e queste tue illazioni risultano francamente fuori luogo ed offensive.
Tu dici che io giudico irrilevanti le cose che non mi aggradano. Avevo avuto esattamente la stessa impressione di te. La statistica della popolazione a cui ti ho “costretto” (pena l’onta e l’ignominia???) è uno dei fattori base da prendere in considerazione. È interessante confrontarla con il bacino elettorale di riferimento della Lega. I numeri relativi alla popolazione 2009 (stessa fonte ISTAT usata da te) sono questi: la popolazione delle regioni Piemonte, Valle D’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna rappresenta il 45,62% del totale della popolazione italiana (27.390.496 su 60.045.068); gli aventi diritto al voto (> 17 anni) di quelle regioni rappresentano il 46,12% del totale aventi diritto (22.986.654 su 49.846.113).
La Lega Nord con un bacino elettorale del 46,12% prende l’8% dei voti validi (fonte: tu). Il PdG (Partito dei Gggiovani) avrebbe un bacino elettorale del 26,5% scarso degli aventi diritto al voto.
C’è un’altro “piccolissimo” problema. I flussi in uscita dal bacino elettorale. I flussi in uscita sono quelle persone che non fanno più parte del bacino perché perdono la caratteristica che li fa appartenere a quel bacino.
Secondo me i flussi in uscita del PdG sono maggiori di quelli della Lega Nord. Visto però che tu mi accusi di essere vago ho fatto due conti usando i dati ISTAT del 2002 (invece che 2009).
Per la lega i risultati sono 44,87% della popolazione totale (2009: 45,62%); 45,98% degli aventi diritto al voto (2009: 46,12%). Diciamo che passare dal 45,98% al 46,12% vuol dire rimanere stazionari.
Vediamo il PdG. La popolazione italiana nel 2002 era di 56.993.742, le persone tra 18 e 35 anni erano 14.342.053, i maggiorenni (> 17) erano 47.161.075. Ciò porta a un bacino elettorale che equivale al 25,16% della popolazione totale (2009: 22% scarso); 30,41% degli aventi diritto al voto (2009: 26,5% scarso). Diciamo che perdere quasi 4 punti percentuali sugli aventi diritto in sette anni equivale a avere un calo. Come controprova che il fenomeno sta continuando esaminiamo i dati 2009 della popolazione. Definiamo come flusso in uscita le persone che in tre anni perderanno l’appartenenza e flusso in entrata le persone che in tre anni acquisteranno l’appartenenza. NON CONSIDERIAMO DECESSI E FLUSSI MIGRATORI (spero non mi si accusi di essere troppo vago). Flusso in uscita 2009 = trentatreenni + trentaquattrenni + trentacinquenni; flusso in entrata 2009 = quindicenni + sedicenni + diciassettenni. Ovvero FU = 912.891 + 952.400 + 947.465 = 2.812.756 = 4,68% popolazione totale; FE = 575.687 + 597.745 + 596.815 = 1.770.247 = 2,95% popolazione totale. Ovvero nei prossimi tre anni il PdG vedrà ridurre il suo bacino di un numero di persone equivalente circa all’1,74% della popolazione residente 2009. Se invece che 3 anni ne esaminiamo 4 o 5 la situazione peggiora.
Un altro fattore interessante sarebbe esaminare se in qualche “unità” elettorale il bacino elettorale del partito sia maggioranza della popolazione o degli aventi diritto. Per la Lega Nord questo è vero per definizione per grosse unità territoriali (la più grande regione italiana per popolazione è la Lombardia, il bacino elettorale della Lega è il 100% degli elettori). Mi sentirei di escludere che per qualche regione o provincia italiana la popolazione 18-35 costituisca il 50% + 1 dei votanti, credo però che in questo caso lascerò il piacere di controllare a chiunque lo desideri. L’analisi sarebbe interessante anche sui comuni. Mi sembra ovvio che amministrare qualcosa serva a: acquistare credibilità e riconoscimento, acquistare potere, formare la classe dirigente.
Una ultima cosa sul bacino di riferimento. Tu dici “hai scritto che anche 13 milioni ti sembrano insufficienti, poiché – dici – non sono omogenei. Ma perché, le altre fasce di età sono omogenee?”. A me sembra che siano un po’ più omogenee. Da 36 a 60 ci sono 25 anni; in quella fase della vita tendenzialmente una persona lavora o sta a casa a curare la famiglia. Da 18 a 35 ci sono diciotto anni; in quella fase della vita trovi chi sta ancora a scuola superiore, chi ha iniziato a lavorare, chi fa l’università, chi l’università l’ha finita da tempo e lavora, anche chi all’università magari ormai ci insegna. Alcune differenze sono indotte: tra i “grandi” in genere ci si divide tra dipendenti, autonomi e imprenditori; tra i giovani ci si divide in dipendenti, autonomi, imprenditori, cocopro, borsisti, stagisti, tempodeterminato, cococo, ….. A parte gli aneddoti, mi sembra oggettivo che su alcuni grandi temi come spesa sociale, trattamento pensionistico e mercato del lavoro ci siano molte più comunanze di interessi all’interno delle fasce 36-60 o >60 che nella fascia 18-35.
Tu dici che “la semplice, incontrovertibile, dura realtà, che – a prescindere dal perché sia così e da chi abbia ragione: NON è questo il punto! – è una sola, proprio di ordine culturale”. La realtà di ordine culturale c’è. La realtà numerica è altrettanto dura e incontrovertibile. In questo non ci vedo nulla di salomonico.
@ Andros
1. Lo dicevo scherzando (l’ho anche scritto), perché io non ho rispetto per nessuno a priori, così penso debbano e possano fare gli altri.
2. a) Guarda, per come ti sei comportato – facendo strame del buo senso e della logica – ti è andata anche bene. Devi sapere che io ho frequentato per 6 mesi un forum di politica popolato di “destri” e “sinistri” e qualche troll (di destra) e, purtroppo, ho quasi un riflesso condizionato. Con te mi sono trattenuto, quello che ti ho detto – solo al quarto ‘post’ – lo meritavi ampiamente: è un mio punto d’onore non dare mai giudizi ed epiteti gratuiti. b) Io, passami la presunzione, riesco a “conoscere” (nel senso d’intuire com’é) una persona da come parla o, un po’ più difficile ma ci riesco lo stesso, da come scrive oltre ovviamente da quel che scrive, e addirittura dall’uso che fa dei segni d’interpunzione e delle maiuscole. Poi lo provoco e dalla sua reazione capisco sempre di più, ad esempio dalla sua “resistenza” o dal modo (rapidità ed intensità) della sua reazione o dalla sua difesa dell’indifendibile o dalla negazione dell’evidenza o dalle sue omissioni e lapsus o se usa il meccanismo della proiezione (psicologica).
3. Vedo che, come si dice in Campania, a) “hai calato un po’ le scelle” e b) ti sei impegnato molto, hai ripreso il tuo bilancino da “farmacista” ed i tuoi alambicchi ed hai sciorinato tutta la tua sapienza coi numeri (pensa, è stato il mio mestiere per 25 anni). Ma che senso ha? Hai consumato più di 2/3 del tuo ‘post’ per dimostrare che cosa? Domanda retorica.
4. Tu vuoi dimostrare ostinatamente, pervicacemente, caparbiamente (e i Mille garibaldini, quanti erano? E gli eroi risorgimentali? E i rivoluzionari a tutte le latitudini?) che i numeri giustificano il disimpegno, l’incapacità, l’impotenza dei giovani, quindi TUA, di cambiare le cose. Ne sono indizi, o meglio conferma, due tue omissioni (nessuna omissione, direbbe Freud, è casuale): la prima, l’appellativo di “granchio”; la seconda, il riferimento al rapporto problematico con “qualche” vecchio, su cui hai glissato; inoltre, l’accusa che mi hai mosso – che ha tutta la valenza di una “proiezione” (psicologica) speculare – di sottovalutare il valore dei numeri; e infine l’aver considerato quasi offensivo il termine “salomonico”, rendendoti autore di una – rivelatrice – negazione freudiana (“’non’ ci vedo nulla di salomonico”).
5. In conclusione, non vorrei dare l’impressione di avercela con te, a me preme soltanto sgombrare il campo – per chi ci legge – da questo equivoco-alibi-giustificazione-pretesto che impedisce o almeno frena il ricambio generazionale, che reputo necessario. E per favorire il quale, smentendo l’asserita omogeneità delle classi d’età ed in particolare di quella (inventata ad arte da te, et pour cause) 36-60, o meglio 36-90, io (quasi) sicuramente voterei per un giovane, beninteso in gamba.
Vincenzo
P.S.: noto che non ce l’hai rivelato quanti buoni libri (romanzi) hai letto.
@ Vincenzo
Vedo che ti ostini con questa tua psicanalisi di bassa lega. Alcune mie omissioni “freudiane” avevano lo scopo di tentare di alzare un po’ il livello. Tu continui a provocare sul numero di romanzi che avrei letto, io ho l’impressione che ti manchino un po’ di letture di economia, political science, storia, et.
La tua affermazione “io (quasi) sicuramente voterei per un giovane, beninteso in gamba” è un nonsenso. Tu hai analizzato i dati ISTAT vedendo la fascia d’età 18-35 in percentuale sulla popolazione e hai supposto che un partito si costituisse sul fondamento di rappresentare questa fascia d’età. La tua affermazione presuppone che il partito difenda gli interessi di questa fascia d’età. Basta leggere qualsiasi cosa sulla ripartizione delle spese di welfare in Italia, la strutturazione del mercato del lavoro, l’equilibrio del sistema pensionistico per capire che molte riforme che favoriscano questa fascia d’età vanno contro gli interessi delle altre fasce “inventate ad arte”: 36 (l’anno subito successivo al 35 considerato da te…) – 60, ovvero le persone in età da lavoro ma non giovani; > 60 ovvero i pensionati.
Tu voteresti un giovane in gamba che dice che bisogna ridurti la pensione o diminuire le tutele offerte dal tuo contratto? Può anche darsi di sì, ma saresti un caso raro.
Tu dici che hai lavorato con i numeri e ti chiedi cosa abbiano dimostrato i miei conti. Il tuo paragone era tra un partito che si costituisse sul fondamento di rappresentare la fascia d’età 18-35 con la Lega Nord che riesce a avere l’8% dei voti. Io ho dimostrato che la Lega Nord ha l’8% dei voti con un bacino di riferimento pari alla metà scarsa dell’elettorato (46,12%) e sostanzialmente stabile. Ho anche dimostrato che il bacino del tuo supposto partito è il 26,5% (VENTI punti meno della Lega, un quarto dei votanti) e in diminuzione continua. Il che vuol dire che se uno impiegasse un tempo record di tre anni a mettere in piedi una struttura si ritroverebbe con un bacino che passa da circa un quarto a circa un quinto dei votanti. In più ho fatto notare che ci sono altri problemi tipo non concentrazione della base (non è mai maggioranza, al contrario di quella della Lega).
Tutto questo dimostra che il partito ipotizzato da te è un’idea destinata al fallimento: un conto è “uccidere il padre”, altro provare ad uccidere le tendenze demografiche.
Tu citi i rivoluzionari ma sembri ignorare che una delle loro attività più importanti è sempre stata la propaganda, ovvero convincere una parte significativa ed in genere maggioritaria della popolazione (l’ormai famoso bacino di riferimento) che la rivoluzione è a loro favore. Questo è vero per i nostri risorgimentali, per i barbudos cubani, per le lotte di liberazione contro la Francia nell’Indocina, e così via in tutte le latitudini e qualunque fosse il riferimento ideologico dei rivoluzionari. C’è stata una certa differenza tra la spedizione dei Mille e la spedizione di Sapri, e comunque lo stesso Garibaldi si è ritrovato a dover cedere ai Savoia. Ma tu mi sembri molto più vicino a Pisacane, senza ovviamente il suo eroismo.
@ Andros
1. Psicanalisi di bassa lega? Affermazione illuminante. In primo luogo, perché rivela la tua assoluta ignoranza in materia; in secondo luogo, perché è una manifestazione di autodifesa, che va interpretata così: giudicando “psicanalisi di bassa lega” le mie del tutto ordinarie valutazioni critiche e normali deduzioni su quel che tu scrivi, hai inteso deprivarle di valenza, secondo la seguente, confortante per te, successione logica (ostrogoto, per te): egli è uno pseudopsicanalista → blatera osservazioni psicanalitiche di bassa lega → quindi le sue valutazioni (= giudizi) su quel che scrivo (cioé su di me) non hanno alcun valore → ed allora posso stare tranquillo.
2. Alzare il livello? Affermazione francamente priva di fondamento: purtroppo per te, è l’opposto. In ogni caso, normalmente, le omissioni indicano proprio i punti deboli, reali, che si vogliono “nascondere”.
3. Provocazione? Vedi, sei proprio un ingenuo, la tua reticenza ostinata è già una chiara risposta. Per i tuoi (futuri?) figli, osservo: che la lettura è una passione che si prende da piccoli, dopo è molto più difficile; che ci sono evidenze scientifiche che è utile un’educazione precocissima alla lettura (fin dalla pancia della madre) e che i bambini educati a leggere anche i libri cartacei hanno un plus, un vantaggio competitivo rispetto a quelli che usano soltanto mezzi di lettura digitali. Io inizierei dalle fiabe (“Il re è nudo” non deve mai mancare, per sviluppare lo scetticismo, che è la base del senso critico) e poi buoni romanzi (io preferisco i russi).
4. La tua impressione è, parzialmente, corretta. Ti lascio indovinare quale parte.
5. Noto che, oltre che in psicologia, sei ignorante anche nella legislazione sulla previdenza: guarda che già ora l’età di pensionamento di vecchiaia è a 65 anni e, per effetto del DL n. 78 del 31.5.2010 (manovra correttiva = macelleria sociale), in via di conversione in legge, a 66 anni dal 2011 (quello di anzianità a 41 anni) e, per effetto del regolamento attuativo già emanato, dal 2015 verrà adeguata all’aspettativa di vita. E a ridurre la pensione – di tutti – c’hanno già pensato almeno 4 degli ultimi 6 governi. Come si dice: già fatto.
5. Vedo che riprendi, da maestrino un po’ ottuso, la giostra dei numeri: coazione a ripetere, grave affezione.
6. In ogni caso, osservo al riguardo: a) “inventata ad arte” era riferito alla tua fascia 36-60, mentre io, se controlli, avevo aggregato, non casualmente, da 36 a 50 e da 51 a 65 (è in quest’ultima fascia che si concentra la stragrande maggioranza degli uomini che detengono il potere); b) in ogni caso – te lo ri-ri-ripeto visto che sei anche sordo – il mio non era un progetto, ma solo un esempio-divertissement, ed il punto è che i giovani non sono pochi, come pretendi tu, per autoassolverti. Punto.
7. In storia sono ignorante. Ma sono sicurissimo che la prima cosa che fanno i rivoluzionari (o i giovani che vogliono scalzare i vecchi) è che decidono di esserlo (o di farlo). Poi, solo dopo, si preoccupano di fare opera di proselitismo. Ed hanno come stella polare non il proprio personale interesse, ma una causa generale; e perciò non usano mai il bilancino del farmacista. So che ti è difficilissimo, ma prova a fare un pochino così anche tu. Perché non hai alternativa, non lo puoi risolvere coi numeri, devi darti da fare.
Hai esordito in questa discussione con la solita contraddizione logica : è inutile discutere… e discuti all’infinito:
>“A mio modesto parere non si troverà mai un accordo su chi ha ragione, semplicemente perché sono vere entrambe le posizioni. Si può continuare la discussione all’infinito, ma dopo un po’ diventa a mio parere noioso”.<
Poiché questa nostra discussione è diventata ripetitiva, i nostri punti di vista li abbiamo abbondantemente esplicitati, è già da un po' che annoiamo i nostri 2 eventuali lettori, è' inutile continuare. Per me la discussione finisce qui.
Vincenzo
a Vince’, di romanzi russi ne ho letti…