di Fabio Chiusi
Il tanto discusso Denis Verdini, intervistato dal Corriere della Sera, risponde alla domanda: che cos’è il PDL?


Insomma, per il coordinatore del partito, il PDL è una sorte di cinghia di trasmissione tra il volere di Berlusconi e il consenso popolare. Non c’è “l’obbedienza assoluta”, sarebbe “riduttivo”. E nemmeno una semplice leadership forte: quella non è una “idea nuova”.
E’ qualcosa di più e di meno: di più perché chi la pensa diversamente, dal 1994 a oggi, è stato messo “ai margini“; di meno perché, nonostante tutto, puntare i piedi può ancora portare a piccatissime dimissioni (come nel caso di Brancher e Cosentino) o a ostacolare la realizzazione dei disegni del leader (si pensi alle estenuanti battaglie sul lodo Alfano o sulle intercettazioni, ad esempio).
Ciò che inquieta, tuttavia, è l’ideale, ciò che il PDL dovrebbe essere nella testa del suo coordinatore (e non di quella di un funzionario qualunque) se potesse realizzarsi il migliore dei mondi possibili: che si tratti cioè, P3 o meno, del partito di “Cesare”. Un ideale che ormai viene sostenuto apertamente, alla luce del sole, come fosse da statuto (che, stranamente, menziona invece la parola “libertà” per ben nove volte solo nel primo paragrafo – mentre del “rapporto diretto con il leader” non c’è traccia), di irrinunciabile. O forse ciò che davvero inquieta è che si finisca per rimproverare all’opposizione di non volere lo stesso, di non andare a caccia di un capo che consideri il partito come emanazione diretta della sua volontà (e di quella popolare) o un intralcio. Che si pensi, sotto sotto, che sia questo il motivo per cui manca una visione alternativa dell’Italia: perché manca di una leadership populista.
Per intanto, rimanendo nei confini del PDL, buona fortuna ai finiani e alla loro caccia alla “democrazia interna“.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




