di Andrea Ballabeni, Emanuele Palescandolo e Massimo Merighi
Le recenti proposte del Partito Democratico sull’università (qui e qui) hanno destato,come prevedibile, molte reazioni. Riteniamo che, come già detto da altri, i problemi pi gravi dell’università italiana rimarrebbero irrisolti. Si dovrebbero cambiare radicalmente alcune cose ma si ha l’impressione che molti, anche tra i più giovani, non siano veramente interessati a mutare lo status quo. Riteniamo sia importante lavorare da subito per risolvere i problemi di fondo.
Se le attuali proposte potessero essere messe in pratica, si allontanerebbero tutti i baroni over 65 senza meriti recenti e si darebbe la possibilità a quelli meritevoli di continuare a lavorare con contratti speciali. Questa riforma avrebbe anche il valore, come più volte sottolineato, di rendere disponibili da subito risorse utili per gente più meritevole. Visto che i problemi raramente si possono risolvere tutti in una volta, tale riforma dovrebbe essere pragmaticamente appoggiata da
tutti coloro interessati alla meritocrazia e a migliorare la qualità dell’università italiana.
Bisognerebbe però intendersi meglio su che tipo di sistema universitario vogliamo per il futuro. Idee e principi su cui lavorare sono già stati messi in luce più volte, anche su questo blog (qui e qui). Il male principale dell’università italiana non è quello degli over 65 non meritevoli ma quello che i non meritevoli siano in realtà molti di più, in tutte le fasce di età, e causa di questo sono gli attuali criteri di selezione e finanziamento. E’ significativo il fatto che nelle “proposte del PD per l’accesso e la progressione nella carriera universitaria” venga pronunciata 19 volte la parola “contratto” e zero volte la parola “merito” o “meritocrazia”.
Se vogliamo un sistema di qualità, la meritocrazia dovrà essere valutata più efficacemente di come lo è ora e soprattutto di continuo. Non dovranno esserci accademici non meritevoli sia a fine che ad inizio carriera. In un sistema completamente riformato andranno certamente destinate piu risorse pubbliche all’università ma, indipendentemente dall’ammontare dei finanziamenti, i fondi non saranno mai (giustamente) illimitati. Ovvero, non tutti potranno fare carriera accademica ma solo i piu valenti. I soldi per la ricerca dovranno quindi essere veramente destinati solo a chi dimostra di aver avuto buoni risultati negli anni recenti e chi propone progetti interessanti per il futuro. Chi lavora male e non produce dovrebbe cambiare mestiere. I soldi per atenei ed istituti dovranno essere distribuiti premiando veramente i migliori e magari chiudendo qualche centro improduttivo.
Negli Stati Uniti, che i dati indicano essere forse il posto con la migliore produzione scientifica, i concorsi universitari in vecchio stile italiano non esistono. Infatti non ce n’è bisogno. Le università statunitensi in genere scelgono ricercatori e professori guardando i loro curricula e facendo lunghe chiacchierate di valutazione. Quando un dipartimento di ricerca ha l’obbligo di ottenere risultati per avere finanziamenti avrà sempre il massimo interesse a scegliere i migliori sul mercato anziché parenti od offerenti favori di varia natura. I selezionati a loro volta saranno costretti a dare il massimo per non perdere la posizione e per ricevere
finanziamenti esterni. Inoltre, se un professore dimostra di essere inadeguato all’insegnamento (cosa pensano i suoi allievi di lui?), non vi è ragione perché debba continuare a fare danni o a delegare altri in suo nome. Ed altro ancora.
Non vogliamo ora entrare nei dettagli tecnici che il sistema italiano dovrà adottare. Siamo del resto certi che, ci fosse il giusto contesto culturale, metodi di valutazione potrebbero facilmente essere implementati così come in altri parti del mondo. Inoltre, pensiamo che nel lungo periodo il diritto al mercato del lavoro debba essere offerto anche agli over 65. In precedenza avevamo scritto su questo blog in difesa del principio della
non discriminazione per età. Ci eravamo focalizzati sul problema culturale della gerontofobia, un male che si manifesta con molte sfaccettature nella società. Avevamo indicato per il mondo del lavoro una direzione verso la quale tendere, quella dell’ abolizione del pensionamento obbligatorio (da accompagnare ovviamente ad altre misure). Nel caso specifico dell’università riteniamo a maggior ragione, vista la peculiarietà della professione accademica,
che si debba arrivare in futuro all’abolizione dell’obbligo di ritiro. Agli over 65 meritevoli non si dovranno quindi offrire contratti speciali ma gli stessi contratti e opportunità di competere che si offrono agli under 65. Ovvio che per far questo occorrerà anche armonizzare le condizioni di lavoro, come ad esempio la differenza di stipendio tra inizio e fine carriera.
Guardare a quello che fanno altri paesi è sempre utile per imparare delle cose. Allo stesso tempo sarebbe un errore subire acriticamente quello che succede all’estero. Nei paesi del mondo avanzato esistono sistemi universtitari disparati
e spesso questi sono migliori di quello italiano ma ciò non significa che essi siano perfetti. Sarebbe quindi utile comprendere subito, mentre si assestastano i primi colpi agli over 65 immeritevoli (e sarà certamente più facile farlo quando ci sarà una maggioranza parlamentare concorde), a quale sistema si vuole arrivare in futuro. Questo non sarebbe affatto un puro esercizio cerebrale, per due motivi. Il primo è che conoscere gli obiettivi a lungo termine è fondamentale se si ha l’interesse a muoversi da subito nella giusta direzione, evitando così ulteriori perdite di tempo. Il secondo è che la definizione di alcuni principi è fondamentale, a prescindere dal sistema universitario, per stabilire i valori di
base che vogliamo per la nostra società.
Pensiamo che lo slogan concettualmente ed educativamente appropriato non sia “largo ai giovani” quanto invece “largo ai meritevoli”. Quasi tutti gli accademici lontano dai 65 sono favorevolissimi all’applicazione di una vera meritocrazia sopra quella soglia. Ci chiediamo quanti degli stessi siano disposti ad applicare per se stessi, una volta entrati nel sistema, rigide misure di meritocrazia e selezione. Crediamo che questo sia il vero scoglio culturale da superare.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Scusatemi ma non condivido questa affermazione:
“Quasi tutti gli accademici lontano dai 65 sono favorevolissimi all’applicazione di una vera meritocrazia sopra quella soglia. Ci chiediamo quanti degli stessi siano disposti ad applicare per se stessi, una volta entrati nel sistema, rigide misure di meritocrazia e selezione.”
GLi stessi dubbi li possiamo nutrire nei confronti di quelli vicini ed oltre la soglia dei 65, o quelli biondi vs quelli mori, le prof vs i prof, i lombardi vs i siciliani e via dicendo… Ci sono, in tutte le categorie ipotizzabili, quelli che temono una valutazione del merito, e queli che non chiedono altro. Al momento, tuttavia, esiste una distinzione che non mi sembra rientri nell’analisi che proponete: chi non ha un contratto a tempo indeterminato nell’Accademia (forse la metaà di tutti quelli che oggi la tengono in piedi) vive già in un regime di “controllo del merito” continuo. Se hai assegni, borse, contratti che scadono ogni sei mesi, un anno, due anni, se devi trovare grant e finanziamenti per pagarti lo stipendio e la ricerca… sei sempre sottoposto a valutazione. Che magari non sarà sempre trasparente e meritocratica, perché siamo in Italia. Se, invece, hai vinto un concorso o peggio sei stato opelegizzato nel 1980, puoi anche essere andato a pescare tutti i giorni degli ultimi 30 anni e non aver prodotto nulla, ed aver raccolto, tuttavia, ogni mese il tuo intoccabile stipendio. Caso estremo, ammetto, ma possibile. Non ho bisogno per questo di chiedermi chi abbia più paura di un sistema di valutazione fra gli strutturati e i precari, dato che per i primi è novità, per i secondi è normalità. E, per inciso, i near ed over 65 stanno solo nella prima categoria…
Non ha senso dire agli over 65 debbano essere offerte le stesse condizioni degli altri. Che significa? O gli si danno i contratti attuali mettendoli nelle stesse condizioni dei precari, oppure sono dentro con posto garantito e nelle stesse condizioni dei precari non ci sono. La logica conseguenza di questa affermazione dovrebbe essere opposta a quella degli autori: per essere messi nelle stesse condizioni degli altri bisogna far sì che anche loro siano soggetti a valutazione anno dopo anno e mese dopo mese, che debbano mostrare quotidianamente di essre meritevoli. In definitiva, che si accetti la proposta del PD.
@ Francesco
Provo a spiegarci meglio.
Quella nostra frase che hai riportato non vuole fare un confronto tra giovani ed anziani anche perche’, non si fosse capito, siamo propensi ad evitare il piu possible la logica del confronto generazionale e, piu’ in generale, la logica del confronto tra fazioni. Quella frase vuole solo fare luce su un problema che esiste, oltre che nei piu’ anziani, anche tra i meno anziani che sono gia’ entrati o stanno per entrare nel mondo dell’universita’. Lasciamo quindi stare i near-65. Su questi abbiamo detto chiaramente che per noi andrebbero pragmaticamente appoggiate le proposte PD di prepensionamento con possibilita’ di lavoro per i piu meritevoli.
Lo scopo del nostro pezzo e’ quello di dire che esiste un problema nella visione della ricerca da parte di molti. Non stiamo ovviamente dicendo tutti. Sappiamo benissimo che molti, di qualsiasi eta’, accetterebbero volentieri di lavorare in un sistema ad alta selezione e competizione. Ma molti altri non sarebbero invece disposti a farlo oppure semplicemente non capiscono che il sistema per essere competitivo dovra’ obbligatoriamente funzionare in un certo modo. Quindi, bene ribadirlo, non si vuole costruire una categoria ne tanto meno attaccarla (categoria di cui per altro faremmo parte essendo noi parecchio lontano dalla soglia dei 65). Un accademico disposto a lavorare per il resto della sua carriera in un sistema selettivo e meritocratico non dovrebbe quindi sentirsi chiamato in causa dal problema di cui stiamo parlando. Quelli che condividono certe idee (come immagino quasi tutte le persone che frequentano questo blog) dovrebbero convenire sul fatto che questo problema esiste. La logica della corporazione, della casta, della conquista e difesa del privilegio e’ una logica profondamente radicata nella cultura italiana e purtroppo molta gente di ogni eta’ ne e’ affetta.
Il nostro pezzo non vuole quindi dire niente di particolarmente originale. Vuole solo dire che occorrera’ applicare rigidi criteri di valutazione continua del merito, che molti non sarebbero invece contenti di lavorare in un tale sistema e che questo sara’ un bel problema da risolvere se vorremo cambiare le cose.
Non posso pensare che tu non sia d’accordo; se mi dici che non sei d’accordo non ti credo
@Giovanni
Provo a spiegare meglio anche questo punto. Abbiamo chiaramente scritto nel pezzo che all’abolizione dell’obbligo di ritiro si dovra’ arrivare in futuro e non ora visto che attualmente non ci sarebbero le condizioni. Il perche’ sia importante pensare da subito a quale sistema vogliamo per il futuro lo abbiamo scritto nel pezzo (vedi post).
Come detto, bisognerebbe a nostro avviso tendere verso un sistema in cui le condizioni di lavoro e competizione saranno le meno differenti possibile. Quindi, come abbiamo scritto, un sistema piu’ bilanciato tra inizio e fine carriera, in cui gli stipendi saranno piu’ omogeneizzati ed in cui, ovvissimamente, la meritocrazia sara’ applicata per tutti allo stesso modo (ben differente quindi dal sistema attuale). Ma anche un sistema in cui tutti potranno competere nella stessa gara cercando di ottenere finanziamenti in base ai risultati recenti e ai progetti di ricerca presentati (ovvio che ai giovani che cercheranno il primo finanziamento qualche aiuto andra’ dato). La proposta del PD invece non permetterebbe ora come ora agli over65 di competere nella stesa gara ma, come abbiamo detto piu’ volte, per ora andrebbe bene cosi’, viste le condizioni attuali.
Intanto sembra che addirittura l Gelmini abbia raccolto la sfida http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/pdf/rad96EE8.tmp.pdf
il che fa automaticamente di me, Meloni, la Carrozza, Simoni e tutti i democratici favorevoli dei turpi berlusconiani fascioliberisti bocconiani.
Poi, Andrea, sono soprprendentemente d’accordo: in un sistema risanato e veramente selettivo, le opportunità dovrebbero essere uguali. Esiste, come sottolinei, una resistenza che è sicuramente trasversale, ma certo maggioritaria fra i difensori dei mitici diritti acquisiti (compreso quello a non pubblicare niente, mai e non essere valutati mai, su niente). Ed esiste la fondamentale e preliminare necessità di un riequilibrio. Questo, non dubitatene, verrà, prima o poi, perché sta nell’ordine naturale delle cose. Quello che un PD dovrebbe cercare è il sistma meno cruento per riequilibrare il sistema, che non chi i costi sui più deboli e che non comprometta del tutto la continuità dell’Unversità libera e pubblica.
Quanti errori nel commento, scusate. Se il link non funziona, provare questo
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/10-07/100717/SVEST.tif
L’abolizione del valore legale della laurea e’ un’altra delle cose importanti da fare.
Qualche esponente del PD ne ha qualche volta parlato ma purtroppo proposte serie forti ufficiali da parte del partito non sono arrivate.
Proposte piu’ serie a tal riguardo sono arrivate invece dal Pdl.
Oggi viene comunicata da alcuni giornali…
http://www.repubblica.it/scuola/2010/07/18/news/titolo_studio-5662484/?ref=HREC1-3
… la proposta di legge con delega al governo in precedenza presentata…
http://nuovo.camera.it/126?pdl=2250&ns=2
D’accordissimo che lo slogan concettualmente ed educativamente appropriato non sia “largo ai giovani” quanto invece “largo ai meritevoli”. Parlare di merito a sinistra e’ ancora quasi un tabu’, eppure mettere il merito al centro della scuola tutta (non solo dell’universita’) sarebbe la riforma piu’ democratica che si potrebbe fare. Io insegno da 20 anni negli Stati Uniti dove le universita’ costano tantissimo e che il paese capitalistico per eccellenza, eppure qui il figlio dell’emigrante, senza appoggi familiari o mafiosi, senza soldi in tasca, ma solo in virtu’ dei suoi meriti puo’ passare avanti ai figli dei ricchi. In Italia invece vincono i furbi e chi ha il papa’ o un santo protettore che lo/la sistema. Vogliamo toglierci dai piedi il berlusconismo? Diamo spazio al merito (puro!) nella scuola e in tutti i settori della vita sociale italiana. Sarebbe una bella sfida alla destra che su questo predica bene e razzola malissimo. Costringimoli a giocare a carte scoprete su questo terreno invece di mugugnare sui test mnazionali della Gelmini, le borse di studio ancorate al merito (e non al reddito), e l’abolizione del valore legale dei titoli di studio… Queste sono tutte cose sacrosante che si dovrebbero appoggiare con entusiasmo, altro che mugugnare…
Ciao Gabriele.
Grazie per il tuo commento.
Ovviamente d’accordissimo con te.