di Luca Ortolani

(foto: IrideLibera)
Nella manovra finanziaria in esame al parlamento, puntuali come sempre negli ultimi anni, tornano i tagli alla ricerca. Dopo dieci anni di politiche di riduzione della ricerca pubblica e di smantellamento di quella privata, le Università e gli enti pubblici di ricerca sono già in ginocchio da tempo. Sugli effetti di questi ultimi tagli, che saranno pesantissimi soprattutto per i giovani ricercatori per l’ennesimo blocco del turn-over, sui media e nel dibattito della società si registra un colpevole silenzio. Sembra che ci siamo rassegnati al fatto che l’Italia sia – e resti – il fanalino di coda dell’Europa per la ricerca. Sembra ormai diffusa l’idea – trasversale agli schieramenti – che la ricerca è qualcosa di estremamente costoso, un lusso che in tempi come questi non possiamo permetterci. Evidentemente non parlava agli Italiani il Segretario Generale dell’OCSE, quando raccomandava ai governanti di non fare l’errore di tagliare in ricerca ed innovazione per risparmiare sui bilanci.
La situazione Italiana inoltre dovrebbe scoraggiare chiunque dotato di buonsenso dal pensare che i tagli alla ricerca possano portare a qualche significativo risparmio. Questo barile è già stato raschiato diverse volte e oggi si può risparmiare solo in dosi omeopatiche. La lettura della relazione tecnica che accompagna la manovra in discussione al Senato fornisce subito i numeri della reale insignificanza degli investimenti italiani in ricerca. Ad esempio, come già hanno fatto notare, il guadagno per lo Stato dalla soppressione dell’ISAE sarà inferiore a 200.000 euro per anno, quaranta volte meno, si diceva, di quanto si è speso per quella pagliacciata del sito Italia.it. Il blocco del turn-over al 20% per tutti gli enti pubblici di ricerca nel 2011, che costringerà centinaia di giovani ricercatori a emigrare, porterà ad un risparmio di ben 8 milioni di euro, quasi dieci volte meno di quanto si è speso per la falsa bonifica nei cantieri del G8 alla Maddalena.
Non è questione di benaltrismo. È vero che, seppur piccole, queste cifre rappresentano sempre un risparmio per lo Stato ed è anche vero che molti dei provvedimenti della manovra riguardano cifre anche minori. Voglio dire che scegliere cosa e dove tagliare è una scelta (ed una responsabilità) politica. Definire che cosa è uno spreco, da tagliare quindi a prescindere dall’effettivo risparmio, e che cosa rappresenta invece una risorsa da valorizzare per rilanciare il paese è ciò che definisce la politica di un governo o di un partito. Lungi dal pensare che sia guidato dal bene comune di questo paese, questo governo è però estremamente abile a valutare il prezzo politico di ogni suo provvedimento, attento alle sue ricadute sull’opinione pubblica. Un esempio: nella bozza di manovra era presente un lungo elenco di enti e fondazioni culturali che avrebbero visto svanire i trasferimenti statali che le tengono in vita. Pochi soldi in totale. Il dibattito mediatico si è però subito acceso e per fortuna nell’opinione pubblica la cultura è ancora vista come un valore imprescindibile. Il prezzo politico di quel provvedimento è andato alle stelle e la norma è stata prontamente cancellata.
Il prezzo politico della ricerca e dei ricercatori purtroppo è invece uguale al risparmio che si otterrà sul totale della manovra: praticamente insignificante. Finché i nostri amministratori – sia di destra che di sinistra – sapranno di poterci mortificare senza mai pagare il conto politico delle loro azioni, non credo che qualcosa potrà cambiare questa storia di tagli indiscriminati. Come facciamo noi ricercatori ad alzare il nostro prezzo politico? È vero che giornali e televisioni hanno praticamente ignorato le proteste di ricercatori e sindacati, ma forse non è solo un problema mediatico. Finché per le imprese italiane il bisogno di innovazione sarà soddisfatto da un immigrato da sottopagare, finché l’unico volto dell’Università ad apparire all’opinione pubblica sarà la faccia impresentabile di qualche barone irresponsabile, per la società saremo solo uno spreco da eliminare.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Sulla questione degli enti da sopprimere, evidenzio la seguente lettera, inviata dai ricercatori INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). E’ stata inviata come preprint nella lista degli articoli giornalmente pubblicati da tutti i fisici nel mondo.
http://arxiv.org/abs/1007.1455
Ricordo che l’INAF era tra gli enti soppressi e da far confluire nel CNR, nella prima versione della manovra attualmente in discussione in parlamento. Salvo poi accorgersi che gia’ nel 1999 gli istituti nel CNR che si occupavano di astrofisica erano stati fatti confluire nell’INAF… In un post precedente erano stati indicati i dettagli descritti in un articolo su l’Unita’.
Ricordo anche che fanno parte dell’INAF alcuni dei professori con maggior impact factor internazionale, alcuni dei quali hanno sottoscritto la lettera pubblicata su Repubblica sul DDL Gelmini.
Ecco lettera pubblicata su Repubblica sul DDL Gelmini. (nel precedente commento il link non funziona).