Economia senza storia

di Corrado Truffi

L’austerità non può essere a senso unico. Si possono chiedere sacrifici ai lavoratori. Ma i lavoratori hanno tutti i diritti di chiedere che cosa sono disposti a fare gli altri, coloro che più hanno, per salvare l’avvenire economico del paese. Se gli si risponde [. . .] che bisogna accantonare le riforme, rassegnarsi alla ingiustizia fiscale, mantenere intatti i vecchi rapporti di potere, è come se si dicesse che da questa parte non si vuole pagare letteralmente niente.

Quando sono state scritte queste parole? Nel 1964, da Enzo Forcella in un articolo su Il Giorno. Era la “congiuntura”, la prima crisi dopo il miracolo economico, con conseguente ristrutturazione, disoccupazione, ecc. Ricorda qualcosa?

Ricorda che ogni volta che il capitalismo va in crisi, il modo di uscirne è sempre lo stesso: far pagare ai lavoratori. Perché, anche quella volta, non vi fu giustizia fiscale, né riforme, né pagarono anche i “ricchi”.

Ora, questa constatazione banale dal punto di vista dell’esame oggettivo dei fatti storici, è sistematicamente occultata da una cortina fumogena di giustificazioni tecniche ed economiche offerte dall’economia mainstream. Ogni volta ci sono apparenti buoni motivi per convincerci che “i sacrifici” sono inevitabili, e che in fondo in fondo ce li siamo pure meritati perché la colpa, come sempre, è dell’inefficienza pubblica, e non della rapina privata.

Il fatto è che l’economia è diventata, sopratutto per una legione di economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati, una pura tecnica senza storia, un esercizio di modelli matematici e un gioco di equilibri più o meno perfetti. Eppure, basterebbe provare a fare economia con  la storia, provare a smetterla con la pretesa di vedere il gioco economico nel vuoto pneumatico della tecnica economica o, al massimo, nel contesto della politica del breve periodo, per scoprire che – appunto – la storia avrebbe davvero tanto da insegnare all’economia, per provare a non ripetere pervicacemente gli stessi errori. Esemplare, in questo senso, questo articolo che invito a leggere.

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Dal 1963 al 1968 la percentuale del reddito spettante al lavoro salariato scende dal 63% al 57% (al livello cioè del 1961). All’aumento della produzione si aggiunge una forte ripresa delle esportazioni. Eppure – a differenza di quel che avviene negli altri paesi europei – gli investimenti industriali riprendono solo con molta lentezza, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali all’estero. Continuano inoltre i flussi migratori, e Michele Salvati ha segnalato «l’assurdo quadro complessivo di un paese che esporta, insieme, capitali e lavoro invece di farli lavorare entrambi sul territorio nazionale». Si apre qui il secondo versante della contraddizione alla base del rilancio produttivo vi è una ristrutturazione aziendale basata largamente sull’utilizzo intensivo della forza lavoro, sull’aumento dei ritmi, sulla parcellizzazione ulteriore delle operazioni. Si accentuano per questa via i processi precedenti: alla Fiat gli operai comuni sono il 44% nel 1957 e più del 65% dieci anni dopo. I passaggi alle categorie superiori avvengono spesso secondo procedure arbitrarie, volte a privilegiare la «fedeltà» e l’obbedienza» del lavoratore all’azienda, mentre crescono ovunque le forme di lavoro ripetitive e assillanti.

Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si imbarcava. Era una forma di lotta individuale, che a volte avevi i mezzi e la possibilità di fare. Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale che gli altri non riescono più a lavorare [...]. Quando però si arrivava all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio crisi isteriche.

È difficile stupirsi se negli anni della «modernizzazione» gli incidenti sul lavoro aumentano anziché diminuire e si diffondono al tempo stesso patologie nuove. Agli inizi del 1967 Giorgio Bocca prendeva a bersaglio i luoghi comuni sul miglioramento delle condizioni di fabbrica, riferendosi agli operai più giovani «in quattro o cinque anni — osservava — l’organizzazione li svuota, li invecchia». «Secondo i medici e gli psicologi delle aziende di fronte a un giovane operaio che non ce la fa più, anche se ha solo 18 o 20 anni, esiste questo unico dilemma: o è un malato malato o è un lavativo, e allora gli diamo un po’ di sulfamidici o lo licenziamo. Ma i sulfamidici e i licenziamenti, valli un po’ a capire questi operai della nuova generazione, né guariscono le ulcere né fanno cessare i tremori né sciolgono le tristezze. Valli a capire questi operai yé yé: sono migliorate le cure mediche, della medicina normale, eppure le loro «assenze per malattia» sono più numerose che in passato. Che cosa significa signor medico fiscale? Che cosa significa signor psicologo fiscale?»

Come le statistiche confermano, le assenze per malattia nelle fabbriche metalmeccaniche aumentano fortemente già in questa fase: quando cioè l’assenza di un giorno significa per un operaio – a differenza di quel che avviene per un impiegato – perdita secca di salario e controlli fiscali severi, soprattutto se il lavoratore è iscritto al sindacato o comunque «indocile». […] Il padronato che imponeva questa intensificazione del lavoro e questa «austerità» ai propri dipendenti non dava nel contempo prova di grande moralità e spirito di sacrificio.

Secondo stime approssimati della Banca d’Italia l’esportazione di capitali all’estero passa dai 336 milioni di dollari del 1963 ai 3427 del 1969. Sull’evasione fiscale si possono ipotizzare cifre ancor più incerte, ma di dimensioni molto superiori. «Evadere il fisco e portare i soldi in Svizzera: questo fu il comportamento di gran parte della borghesia italiana una vera e propria diserzione». il duro giudizio è di parte non sospetta, Guido Carli, il quale però giustifica subito la «diserzione» con la «minaccia comunista» e con l’«estremismo» sindacale.

Dal canto suo, un presidente veneto dell’Associazione industriali difendeva così evasori fiscali ed esportatori di capitali:

Lei mi capisce, se mi trovo su una strada deserta e sento uno che dice: «Guarda che c’è un brigante che ti porta via il portafoglio», io lo nascondo. Traditore della patria? No, caro lei, i traditori sono quelli che minacciano di portarmelo via. Dico giusto?

Sciopero degli investimenti, ristrutturazione aziendale basata sull’intensificazione del lavoro, evasione fiscale ed esportazione di capitali: se questa è la norma, come confermano molti studi, c’è anche chi fa peggio. Ce lo ricorda la vicenda del Cotonificio Valle Susa, che mescola il dramma del licenziamento per migliaia di operai con una «storia padronale» che vale la pena di raccontare.

Per gli 8000 dipendenti delle fabbriche del Cotonificio la crisi si annuncia nel corso del 1964 e precipita nel 1965. Si susseguono riduzioni d’orario, sospensioni mancato pagamento dei salari, mentre la chiusura definitiva dell’azienda è una prospettiva sempre più concreta e l’allarme coinvolge interi paesi. Intanto Felice Riva, principale proprietario e amministratore delegato del Cotonificio, si occupa d’altro. Scrive nel luglio del 1965 il prefetto di Torino:

l’atteggiamento assenteista ed irresponsabile di Felice Riva è stato apertamente stigmatizzato dai sindacalisti e dai dipendenti del Cotonificio Valle Susa, dichiaratisi sdegnati che il Riva, come riportato anche dalla stampa, preferisca interessarsi della compravendita dei calciatori del Milan [di cui è presidente] anziché degli oltre 7000 dipendenti del C.V.S. e delle loro famiglie.

Mi fermo qui, con la lunga citazione dal libro di Crainz che certi giovini economisti farebbero bene a leggere. Che farebbero bene a leggere anche certi pasdaran del merito – il merito, il talento, continuo a dire, e lo so benissimo, sono l’unica assicurazione e l’unica speranza contro il declino italico. Ma, accidenti, ricordarsi anche della giustizia e dell’uguaglianza, oggi, è davvero essenziale.

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Quel che davvero, profondamente, mi deprime, forse per il mio passato di appassionati studi economici, è constatare come persone intelligenti e colte, innovative e niente affatto a priori “di destra”, siano talmente impastoiate nella razionalità limitata della scienza economica mainstream, da giustificare qualunque ricetta che proponga tagli di spesa pubblica e tasse, in nome di un’efficienza e una futura crescita che da un lato è economicamente impossibile e, dall’altro, è e sarà causa di ulteriori terribili ingiustizie e povertà.

Ce l’ho – di nuovo – con quelli di nfA, e con il loro furore ideologico usato a piene mani contro quello che loro certamente vedono come un furore ideologico uguale e contrario usato dagli economisti della lettera.

I primi, pur di dimostrare le loro tesi liberiste (non neoliberiste, per carità che se no si inalberano), arrivano a sostenere che sempre e a priori la domanda e l’offerta sono in equilibrio, quale che sia la distribuzione del reddito, che la crisi di sovrapprduzione non può esistere, che l’insufficienza della domanda di keynesiana memoria è una baggianata (consiglierei loro di leggersi questi due articoli…). I secondi usano una terminologia ideologica e datata per sostenere tesi economiche corrette, sembra quasi vogliano farsi impallinare dai “moderni” grazie al loro frasario più che ai loro argomenti – che sono solidissimi. Si lasciano però andare a ricette protezioniste che finiscono per somigliare al finto antimercatismo di Tremonti, mentre il problema vero di oggi non è la chiusura ma l’apertura, non è difendersi, ma attaccare. Non è ridurre gli stipendi a Pomigliano, ma aumentarli a Pechino.

Ecco, credo che un bagno nella storia, che gli economisti della lettera hanno ben presente, farebbe bene ai giovinotti di nfA. E credo che gli economisti della lettera farebbero bene a prendere sul serio il peso del diffondersi, fra i più giovani studiosi, di un modo di pensare così lontano da quello cui è abituata la sinistra tradizionale.

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In questo modo di pensare, del resto, vi sono due elementi di fondo, filosofici e morali, che  sarebbe bene indagare.

Il primo elemento è costituivo dell’economia mainstream, anzi è il suo unico fondamento: l’opinione che il mondo sia governato dall’interesse individuale dell’individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l’uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l’altruismo è una chimera. L’uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.

Il secondo elemento costituisce un’aggravante specifica dell’esperienza politica dell’Italia degli ultimi anni, che conferma ed approfondisce questa impostazione filosofica di base: il livello di corruzione e di scarsa moralità dell’amministrazione pubblica italiana – e dell’Italia nel suo complesso – sembrano fatti apposta per confermare l’idea che, dato che l’uomo è per definizione egoista, è sbagliato affidare troppe cose allo Stato e alla politica, che sopratutto in Italia, e del resto “per definizione”, non saranno in grado di fare l’interesse generale. Molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (magari fosse vero, dico io) a comporre gli interessi individuali grazie al bialnciarsi delle utilità marginali.

Ecco, sul primo elemento esiste una enorme bibliografia che contesta, dal punto di vista morale, filosofico, antropologico, storico, l’esistenza di questo immaginario uomo economico. Ma quando questa “invenzione” si rafforza grazie alla specifica realtà del familismo amorale, della corruzione dilagante, della sfiducia cinica nelle istituzioni del nostro bel paese, è davvero difficile controbattere e continuare ad articolare ragionamenti positivi.

Forse, è più questa sfiducia globale nel prossimo che la convinzione scientifica che muove i giovini di nfA. E questo è davvero triste.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

25 Commenti

  1. Francesco Cerisoli

    Corrado
    era un po’ che ci pensavo e l’ultima parte del tuo post mi ci fa tornare su. Premetto che sono un biologo, quindi scusami il linguaggio sicuramente non appropriato.
    Tu dici che siamo di fronte a due, diciamo cosi’, correnti di pensiero. Quelli per i quali “la domanda e l’offerta sono in equilibrio” e per i quali il motore dell’economia e’ l’individualismo innato dell’Uomo. E quindi, direi …il profitto? E quelli che dicono l’opposto, ma male, tipo (gaber) “la borghesia – il proletariato – la lotta di classe, cazzo!”.
    Dai primi viene l’idea mainstream che e’ “molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (…) a comporre gli interessi individuali grazie al blianciarsi delle utilità marginali”. Dai secondi, credo, l’opposto.
    Ora io vorrei capire come collocare chi la vede cosi:
    lo Stato si impegna a garantire i diritti del
    cittadino (banalmente, tutti quelli indicati nella Carta fondamentale, e in modo che siano veramente fruibili)
    intervenendo come “impresa di Stato” solo laddove l’intervento dei privati
    non sia tale da garantire questi diritti.
    Se vuoi porto due esempi (avevo girato in mailing list), ma prima mi piacerebbe sapere se sono nfA o no.

  2. Ho scritto questo lungo pistolotto – come spesso faccio – anche per chiarire a me stesso i termini del problema. Direi che tu hai una certa tendenza nFA, con qualche bias di liberalsocialismo. Ma, per quanto possa sembrar strano, anch’io ho qualche tendenza nFA:-)

    Ma a parte le battute, non è proprio vero che da una parte c’è l’economia mainstream solida ma triste (per il suo “egoismo” strutturale) e dall’altro una manica di pasticcioni pieni di buone intenzioni, come tu sembri dire. La “lettera degli economisti” è un documento politico un po’ tagliato con l’accetta, e con qualche ingenuità e a mio giudizio anche qualche errore, ma i fondamenti di teoria economica e di spiegazione della crisi attuale su cui si basa sono frutto di elaborazioni teoriche e di riscontri econometrici altrettanto solidi di quelli usati dal mainstream economico.

    Dal punto di vista filosofico, giuridico ed antropologico la confutazione della visione monodimensionale dell’homo oeconomicus è ampiamente accettata (vedi la ponderosa rassegna del tema nel testo della Pennacchi che linko, o le classiche analisi antropologiche di Polanyi). Puoi aggiungerci quel che dice Sen sull’uguaglianza sostanziale, o molte elaborazioni dell’economia del benessere a partire da Arrow, e hai una solida base di “fondamenti” sui quali basare l’economia non mainstream.

    Dal punto di vista economico, checché ne pensino quelli di nFA, il modello “keynesiano di sinistra”, che studia il disequilibrio sistematico fra domanda ed offerta e ne connette la spiegazione con la distribuzione del reddito e il conflitto capitale/lavoro, è sotto molti aspetti ancora valido, e ampiamente confermato da sviluppi teorici più recenti – uno per tutti, l’analisi delle asimmetrie informative di Stiglitz.

    Inoltre – e non è un caso che ho scelto per il post quella immagine dell’University of Michigan – quel che oggi dovrebbe far riflettere gli economisti – a qualsiasi “parrocchia” appartengano – è proprio l’acquisizione del concetto di sostenibilità (che, tra l’altro, fa tornare l’economia alle origini di scienza della scarsità, mentre certi economisti fantasmatici sembrano credere alla moltiplicazione infinita della ricchezza, senza limite delle risorse). Un concetto che, come mostra in modo sintetico quella figura, ci ricorda che l’uomo non è monodimensionale: al contrario è economico, sociale, animale. Assieme.

    Da tutto ciò, anche per non eludere la tua domanda, a mio giudizio non deriva affatto che il “programma politico” che tu sinteticamente proponi sia così lontano da quello che possono proporre molti degli economisti che condividono l’analisi della crisi contenuta nella “lettera”. Da questo punto di vista, infatti, si potrebbe immaginare più o meno questo quadro:
    1) lo Stato si impegna a garantire i diritti del cittadino (banalmente, tutti quelli indicati nella Carta fondamentale, e in modo che siano veramente fruibili: ossia opera per l’eguaglianza delle opportunità ma anche delle libertà sostanziali, ossia della redistribuzione ex post). (nFA penso concordi su tutto, limitando però il “ma anche” finale al minimo).
    2) lo Stato inoltre, avendo l’obiettivo della piena e buona occupazione, interviene con politiche anticicliche – con prudenza e senza eccedere in deficit spending – quando il sistema economico di mercato produce le sue periodiche crisi (qui, nFA inorridisce)
    3) lo Stato interviene come “impresa Stato” solo laddove l’intervento dei privati
    non sia tale da garantire questi diritti (e la piena occupazione). Più spesso – ed in modo più efficace – lo stato non interviene direttamente come impresa per ottenere tali risultati, ma usa meccanismi di incentivo/disincentivo e regolazione ed, inoltre, stimola lo sviluppo di attività private non profit più adatte ed efficaci per la fornitura di certi servizi. (anche qui nFA credo concordi in teoria, ma dato che il diavolo sta nei dettagli, i casi di fallimento del mercato sono però a mio giudizio molto più numerosi di quanto la visione a’ la nFA creda, per due motivi in particolare: perché il mercato del lavoro non è e non può essere un mercato perfetto, per la strutturale differenza di potere di venditore e compratore; e perché solo l’intervento pubblico può provare ad internalizzare le esternalità ambientali della produzione privata (il mercato della CO2 è appunto un tentativo di farlo).

    E questa è forse la differenza pratica e pragmatica più forte sulle politiche che ne deriverebbero.

    Ops, mo’ mi fermo che ho scritto un altro pistolotto!

  3. Marino

    Per Corrado (fermo restando che sono uno che ha studiato un pò di storia delle dottrine economiche a lettere sui sacri testi di Napoleoni e quindi tendo a credere alle posizioni marx-sraffian-keynesiane), ma come la metti con i dati empirici di
    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Gli_economisti_e_i_fatti
    sulla ripartizione del PIL tra lavoro, capitale e settore pubblico negli ultimi trent’anni? Sono sbagliati i dati, sono troppo aggregati (mettendo insieme redditi nominalmente da “lavoro dipendente” come quelli dei manager e quelli degli operai) o che altro?

  4. Gianni

    Forse il piu’ bell’ articolo che sia mai apparso qui sopra, per elaborazione intellettuale e documentazione. Su un piano politico, consiglio la rilettura della mozione Fassino dell’ ultimo congresso DS, dove alcuni di questi temi venivano considerati.

  5. raoul

    Corrado sa che gli voglio bene e lo stimo molto per la sua intelligenza, ma che penso anche che dovrebbe veramente evitare di scrivere di economia. Quelli che lui chiama “giovinotti” di NfA sono in realta’ degli economisti estremamente competenti e rigorosi. Questo post, Corrado, non si regge veramente in piedi in nessun senso. Detto senza acrimonia.

  6. Vorrei aggiungere a quanto detto da Corrado (e non solo), che la sinistra italiana politicamente (ovvero come impatto e percezione nella società) ha iniziato a decadere proprio quando nei primi anni 90 (anche per cercare di scrollarsi di dosso il “peccato comunista”) ha iniziato a dare il primato ai “tecnici economici”.
    Anche se tra questi ci sono state persone di un calibro politico e umano incomparabile (penso su tutti a Ciampi), il messaggio del “bilancio per il bilancio” e dell’importanza degli “indici” sui cittadini è stato sicuramente, alla lunga, deleterio.

    E a chi poi (semplificando si puo’ usare il gruppo nFA come fa Corrado, ma mi pare riduttivo per il fenomeno) continua a lamentarsi che l’Italia non è “liberista” (sempre semplificando), vorrei far notare che quelle politiche, sia negli atti legislativi, sia (e questo è pure peggio) nel sentimento comune, sono oramai dominanti da 15 anni.
    Forse compito della sinistra e dei progressisti è di superare questa visione (che un po’ provocatoriamente direi che è passata, quindi conservatrice). Quello che alcuni, lasciando pero’ molto fumo intorno al senso di quella frase, chiamano “il ritorno del primato della politica”. Dove, e finisco, la “politica” non è da intendersi come i partiti (che nella loro accezione deleteria, ovvero di consorterie di potere, non sono mai scomparsi), ma come una visione della società che usi l’economia ma non ne sottometta la società alle sue “regole locali”.

  7. raoul

    Penso che queste cose andrebbero discusse con un certo livello di scrupolo e attenzione. Allora, se si vuole discutere seriamente della lettera dei 100 economisi italiani, suggerisco che la lettera andrebbe letta attentamente, e le sue analisi e proposte valutate con attenzione sotto il profilo economico. E’ abbastanza inutile continuare ad usare questi termini “liberismo”, “conservatorismo” senza appigli di analisi.

  8. il bello della democrazia è che tutti hanno il diritto di avere una propria visione del mondo e delle priorità. E tutti sono liberi di usare i termini con un po’ di “leggerezza” (che poi qui lo diciamo che è per semplificare, ma se ogni volta al posto di un aggettivo secco bisogna fare un trattato … questo è un blog, ti ricordo).
    E gli “specialisti” quando vogliono porre la propria specialità al servizio della democrazia devono scendere dalla cattedra.
    Non si è obbligati a farlo in tutti i campi, per esempio io non ho nessuna intensione di rendere la scienza “democratica” (anche se provo a spiegarla in modo semplice, ma non è detto che si possa, per esempio spiegare la chimica teorica senza conoscere le equazioni differenziali), pero’ non chiedo neanche voti su questo.

  9. raoul

    Riccardo, se hai letto e analizzato la lettera dei 100 si puo’ discutere con attenzione dei concetti espressi nella lettera, cause della crisi, e soluzioni proposte. Altrimenti, parliamo di tutto e di niente. Hai parlato di superamento della visione “liberista”, “primato della politica”, utilizzi concetti ampi e vaghi. Se ti sforzi di declinare questi concetti con degli elementi di analisi precise, si puo’ fare un dibattito. Altrimenti si fa ideologia fine a se stessa.

  10. Janila Tankovic

    Adorabile la frase sulla diserzione: vorrei una campagna pubblicitaria martellante del tipo “chi esporta i capitali è un nemico della nazione”.
    A parte questo, si è propagandato fino allo sfinimento che liberismo = concorrenza, e ne incontro troppi che ci credono. Non credono però che liberismo è uguale a concorrenza soltanto in una prima fase; poi arrivano la concentrazione e il nuovo feudalesimo, ma vaglielo a spiegare…

  11. Francesco Cerisoli

    Grazie Corrado
    La mia divisione manichea in “economia mainstream solida ma triste (per il suo “egoismo” strutturale) e dall’altro una manica di pasticcioni pieni di buone intenzioni” era solo una interpretazione di quello che avevi scritto. Molto brutale ammetto.
    Mi piacciono i punti che citi, e condivido che i soldi pubblici vengano usati, quando necessario, nelle misure anticicliche che fanno rabbrividire i “non-keynesiani”. Ma, appunto, tali devono essere, anticicliche. L’IRI, per dire, non era certo anticiclica, faceva ciclo a se’!
    Per Raoul e Riccardo: bisogna studiare, giustissimo. E bisogna, a contmempo, affidarsi a chi ha studiato. E anche, farsi un’idea di come funzionano le cose la’ dove funzionano, perche’ di paesi migliori dell’Italia ce ne stanno, a questo mondo…

  12. @Marino: se segui i commenti al post su nFA che tu citi, troverai interpretazioni alternative abbastanza convincenti di quei dati, in particolare mi sembra da parte di Filippo Bruno. In ogni caso, certamente un punto rilevante è quello della distribuzione del reddito da lavoro fra le varie fasce di lavoratori. Preferirei ragionare anche sull’indice di Gini (che misura la diseguaglianza) e, inoltre, non solo sul reddito ma anche sulla distribuzione della ricchezza patrimoniale.

    @Raoul (per il primo commento): chiamo “giovinotti” quelli di nFA perché loro stessi si propongono un po’ in questo modo, contro la vecchia scuola nostrana, e perché sono comunque un bel po’ più giovani di me. Ma dico anche – e non ho difficoltà ad ammetterlo e confermarlo – che sono “economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati”. Se non lo fossero, del resto, non varrebbe la pena di discutere con loro, mentre il loro punto di vista ci insegna qualcosa di importante (e del resto a volte sono pure d’accordo con loro).
    Però, davvero, mi piacerebbe sapere perché il mio post non “si regge in piedi in nessun senso”. Spiegami dove sbaglio, e perché. In fondo, se lo leggi bene – e infatti Francesco ha colto anche questo aspetto – non lesino critiche nemmeno agli economisti della “lettera”, non solo per il linguaggio “demodé” ma anche per qualche ricetta troppo protezionista che mi sembra – oltre che utopica – pure inutile. Mi convince invece, ad esempio, l’analisi del ruolo della Germania che opera una deflazione competitiva nell’area Euro.
    Il mio discorso, che spero aver chiarito meglio nella risposta al commento di Francesco, è più sui fondamenti e sul fatto che questi fondamenti sono avulsi dalla storia reale. Quella storia reale che dice che il sistema attuale magari sarà il più efficiente per produrre beni, grazie al gioco del mercato, ma non certo il migliore per produrre giustizia e felicità. E mi sembra che qui, a sinistra, dovremmo cercare sopratutto giustizia e felicità, più che affastellare cose su cose…

    @Raoul (altri commenti) e Riccardo: Riccardo tocca un punto importantissimo, il rapporto fra specialisti e cittadini comuni in una democrazia, e la possibilità per questi ultimi di dire la loro anche su temi “tecnici”. Raoul dice però che per discutere non si può restare nel vago di concetti generici. Mi sono accapigliato sul tema della tecnocrazia proprio su nFA, e quindi mi autocito riprendendo qui una parte di quanto ho scritto là:
    “Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni è anche rischioso quando lo specifico tecnico – come nella tecnica e nella scienza moderne – sia talmente segmentato da rendere assai probabile che una scelta “tecnica” in un settore generi effetti non previsti in altri ambiti (controllati da altre “tecniche”). Ma difficilmente le scelte tecniche sono pienamente transdisciplinari, e riescono a tener conto di tutte le possibili esternalità positive o negative. E quando lo sono, i “tecnici” delle varie discipline si trovano fra di loro esattamente nella stessa condizione dei “profani” che parlano senza sapere di ciò che parlano: debbono quindi adottare fra loro una sorta di processo democratico, ovviamente sotto il vaglio di standard obiettivi.”
    Insomma, l’economista senza l’ecologo, o senza il sociologo, finisce per sbagliare. E viceversa. Che è poi il senso della solita immagine che ho rubato all’Università del Michigan..

  13. grazie corrado che con la tua risposta non devo praticamente rispondere a raoul, hai detto benissimo.

    Sono un punto che corrado non ha toccato: il rifarsi secondo raoul da parte mia di “frasi vaghe”: 1) citavo quello che si dice, 2) come ho già detto se ogni parola deve essere sostituita da un trattato non affittiamo più. Credo che chiunque abbia capito che visione del mondo (che è poi quella che ha descritto qui stesso corrado) ci sia dietro il “liberismo” citato da me e da molti in questi commenti.

  14. Mah, quante affermazioni grandiose e prive di fondamenti. Quante inferenze e giudizi su altre persone basate/i (inferenze e giudizi) su puri pregiudizi personali e non su fatti evidenti.

    Se non sbaglio eri l’altro giorno al dibattito con Ugo, a Villa La Pietra. Perche’ non ci hai spiegato li’, esplicitamente, queste cose? Magari argomentandole con fatti e ragionamenti logici? Che ne sai tu delle mie, o di Alberto o di Aldo o di chicchessia del nostro essere “impastoiati” o del nostro supposto “furore ideologico”? Quanta arroganza intellettuale ed anche personale in tutto questo.

    Soprattutto, quanta convinzione di sapere cio’ che e’ giusto, cio’ che occorre fare, cio’ che e’ sbagliato e va eliminato. Ma TU tutte queste cose, com’e’ che le sai con tanta certezza? Davvero non hai nessun dubbio su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato? Come sai che noi abbiamo di sicuro torto sulle questioni SPECIFICHE di cui si discute (non sulle grandi ideologie e le grandi affermazioni metafisico-moralistiche (che sono vuote d’ogni valore concreto per la gente reale, quella che vive hic et nunc)? Se lo sai, perche’ non hai alzato la mano e ce l’hai provato? Perche’ non lo metti per iscritto?

    Insomma, invece di predicare dall’alto del pulpito moralistico delle certezze rivelate ed assolute, perche’ non ti metti in gioco qualche volta accettando il rischio di cambiare idea? Perche’, come diceva uno dei santoni (che temo tu abbia mai letto attentamente) il cui nome viene oggi citato troppe volte fuori luogo” When the facts change, I change my mind. What do you do, sir?”

    Provaci, per me e molti altri e’ risultata essere un’esperienza intellettuale ed esistenziale interessante. Magari non sara’ funzionale al grande progetto politico a cui ami ispirarti, ma di certo apre la mente e fa stare meglio con se stessi.

    Michele Boldrin

    P.S. Ti ringrazio per averci definiti “giovini”. Il piu’ giovane di noi ha 36 anni, il piu’ vecchio 60 … ah, la gerontocrazia.

  15. raoul

    Corrado, per come la vedo io hai scritto un post abbastanza aggressivo. Tu e Riccardo vi ostinate a far finta di non capire che non si puo’ parlare di economia e politica economica utilizzando frasi fatte vaghe, concetti non supportati da un’analisi. Quello di affastellare paroloni e concetti vaghi che mischiano filosofia, spunti di economia, sociologia, ideologia e chi piu’ ne ha piu’ ne metta e’ un vecchio trucco. Il risultato e’ che si finisce per dire niente di niente in questo miscuglio vago di nozioni alla rinfusa, tant’e’ vero che come ben sappiamo molti documenti prodotti oggi sull’economia dalla “nostra” parte sono pura aria fritta.

  16. Raoul, non vedo quale “dato” dovrei portare. Le mie considerazioni erano di ordine culturale/comunicativo.
    Ma se tu ti ostini a ridurre sempre tutto all’economia non posso farci nulla.
    Ognuno, certo, riduce tutto ad un aspetto tendenzialmente. Pero’ forse dovremmo iniziare a pensare che riducendo tutto ad un aspetto non si ha una corretta descrizione della realtà. E questo forse per la natura intrinseca della realtà.
    Come voler descrivere la superficie della terra con una sola mappa bidimensionale. Ne servono almeno due …

  17. raoul

    Riduco all’economia? Certo, e a che devo ridurre? Stiamo parlando di economia.

  18. vabbé ci rinuncio … ma se non leggi le cose che uno scrive, almeno l’immagine dell’Université del Michigan (che poi è dove lavori …) l’avrai vista …. :)

  19. @Michele Boldrin: innanzitutto grazie per l’attenzione. Purtroppo non ero a Firenze, il lavoro e i casi personali non mi permettono queste cose, anche se mi sarebbe piaciuto esserci ed ascoltarvi.
    Quel che è buffo, è quanto scrivendo si possa essere fraintesi. E’ chiaro che la pensiamo in modo diverso su molte cose, ed è altrettanto chiaro che io sono solo un dilettante dell’economia (l’ho studiata all’università, l’ho praticata da ricercatore in anni giovanili, poi sono passato a tutt’altro). Ma sulla possibilità per i dilettanti di parlare, ho già scritto.
    Però ti assicuro – e vorrei assicurare anche Raoul – che ho una montagna di dubbi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e più volte ho cambiato idea nella mia vita – non completamente, certo. E del resto è per questo che mi interesso e cerco di capire tutte le diverse posizioni. Direi, in sintesi, che mi ritrovo molto sulle conclusioni di questo commento a un post su nFA. E che in linea di massima, forse a causa del mio spirito polemico ma curioso, quando ascolto un “liberista” parlare mi sento immediatamente “comunista”, e quando ascolto un “comunista”, mi sento immediatamente “liberista”:)

    Tuttavia, se posso dire perché “inferisco” forse troppo sulle vostre posizioni, arguendo magari a sproposito, è proprio perché spesso trovo, nel vostro modo di porgere gli argomenti, quella stessa apoditticità, quella stessa sicumera di cui mi stai accusando. Il furore ideologico l’ho letto – scusami – nell’eccesso di ironia feroce contro il terribile ed innominabile terzetto Marx-Keynes-Sraffa. Probabilmente mi sbaglio, anzi son felice se mi sbaglio.

    Però, statisticamente, non mi convince l’idea che il 100% dei professori che hanno firmato la lettera siano tromboni/baroni digiuni della “vera” economia. E continua a non convincermi l’economia troppo basata su modelli astratti e sull’ipotesi dell’uomo “solo” economico.

    Due ultime cose:
    a) sarò certo fumoso e moralistico, però lo sono proprio perché ti assicuro che ho ben presente la gente reale e la vita reale, a cominciare dalla mia che in questo momento è assai complicata dagli effetti di questa bellissima crisi globale. Magari non sono proprio lucido perché sono un po’ “incazzato coi padroni”, come si diceva un tempo….
    b) sono stupito che del mio intervento nessuno di voi – tu e Raoul – abbiano letto anche il lato di critica all’altra posizione, e sopratutto la mia notazione sulla difficoltà per la sinistra di capire la profonda disillusione per il mondo che mi sembra il segno fondamentale del presente (uff, che parolone: però davvero mi piacerebbe sapere il vostro pensiero in merito)

    PS: sui giovini, ho già spiegato nella risposta a Raoul qui sopra. Comunque sono contento di sapere che almeno uno di voi è un poco più vecchio di me.

    Con stima (e anche un po’ di invidia) per l’utile lavoro che fate.

  20. raoul

    Corrado, stiamo discutendo se utilizzare un metodo scientifico nell’approccio alla politica economica, che si basi su dati anche semplici e un framework concettuale con una logica interna, o se invece utilizzare un approccio a-scientifico basato sulla giustapposizione di concetti presi alla rinfusa da filosofia, sociologia, economia, morale, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Ad esempio un commento sopra di Marino ti avevo chiesto di riferirti a dei dati semplici presentati da NfA, forse per mancanza di tempo non hai risposto alla domanda di Marino.

  21. Raoul, il punto cruciale espresso da corrado, secondo me, è il seguente:
    “l’opinione che il mondo sia governato dall’interesse individuale dell’individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l’uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l’altruismo è una chimera. L’uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.”
    Su cui ovviamente si sono espressi nei secoli miriadi di pensatori, filosofi, sociologi ed economisti (anzi sono nati come categoria proprio per rispondere a questo punto).
    Concentrarsi solo sui dati (ho detto SOLO, non che i dati non servano, al contrario) significa saltare il punto della questione. Se poi per te, come per altri, è evidente che cosi’ è ed è evidente che la politica economica la si fa solamente con i numeri allora c’è poco da dire.

    Poi, la lettera l’ho letta. Devo dire che, come ha detto anche Corrado, l’analisi è largamente condivisibile, sulle soluzioni invece non sono quasi per niente d’accordo.

  22. Giulio MANCABELLI

    I tempi stanno velocemente accelerando e molte cose stanno cambiando ad ogni latitudine, segno che urgono nuovi paradigmi “gestori” pertanto si propone l’acquisizione dell’idealtipo sistema elettorale SEMIALTERNO: per una più sana e viva Democrazia di qualità a bipolarismo concorrenziale aperto! Per buttare avanti la palla della domocrazia!!!
    Proprio perché la democrazia per funzionare al meglio dovrebbe sempre più dimostrarsi in grado di imparare dai suoi errori aggiornandosi grazie a quanto le nuove tecnologie ed internet (G. E. More) permettono poter contestualmente disporre di una vivida estesa memoria storica e velocemente effettuare quel just in time benchmark comparativo per incrementarsi ed implementarsi e, conseguentemente potersi strutturare emulando per analogia quanto già sta accadendo nell’ambito informatico con la “cloud, la nuvola” di “Google & Co” immateriale del web in cui tutto possa essere disponibili sempre e ovunque, le logiche della connessione alla “nuvola” è un dato di fatto in progressiva adozione. Allora ci si potrebbe chiedere a quando un siffatto potenziale potrà mai esordire anche nell’ambito elettoral-istituzionale!? Il SEMIALTERNO si vanta s’essere un passo cruciale riscontrato dal fatto d’esser ormai giunti per effetto dell’accelerazione in corso imposta dalle nuove tecnologie e da internet ad un “epocale” collo di bottiglia! Oltretutto, anche la più lunga marcia inizia con un primo passo riscontrando che nel compendio mondiale, molti vari e diversificati sono i meccanismi delle leggi elettorali ne dovrebbe conseguire le loro intrinseche perfettibilità del poter addivenire a miglioramenti affinché si possano rendere più fisiologiche come quanto già “accade” su molti fronti e versanti essendo la democrazia ed il mercato facce della medesima medaglia i miglioramenti dovrebbero vicendevolmente implementarsi!? Ma, poiché come assodato: alcun potere si autolimita ed alcun potere costituito può essere costituente… mai si indiranno G7 – G8 o G20 al riguardo!? Pertanto, tutto non potrà che essere lasciato alla libera digressione iniziata quella che é iniziata con A. Ljphart, ecc. e, che sembra lasciare ai croupier di casta esperti nelle architetture elettoral-istituzionali il come si debbano strutturare e ritagliare il gioco!? The how to play democracy tomorrow!?
    Pertanto, si riscontra la sostanziale mancanza di coraggio, di volontà d’un vero salto di qualità giacché sin qui la politica, come la retorica dei sofisti di un tempo, continua ad anacronisticamente voler offrire solo vecchie ideologie (giochi dell’oca) per meglio continuare a specularci e come casta proporre le solite ricette televisive giocate sull’emozionale, buone solo a persuadere irrazionalmente i telespettatori e a fornire appartenenza per familisticamente continuare come casta a sempre più infeudarsi nello spazio tempo: soprassedendo ad ogni merito e sacrificio senza minimamente rendersi conto che una nuova epoca si sta schiudendo: quella della tecnica!? Che pretenderebbe un ben diverso approccio ed atteggiamento in quanto tutto e sempre più come in un meanstream sta sempre più convergendo iniziando appunto con quei gadget tecnologici, mass mediali, ecc!? Pertanto l’ecatombe che vien lasciata sul campo su tutti i fronti dall’economico, al finanziario, all’elettoral-istituzionale (GB & California) dall’incombente crisi implacabilmente demarca gli effetti dell’inesorabile suo passaggio e transito quella della tecnica che sta nuovamente intaccando e sovvertendo la struttura del potere, perché la politica di fronte ad essa tramonta, divenendo luogo di mediazione e non più di decisione, ancella dell’economia e a sua volta delle risorse tecnologiche… con un incedere che sta diventando sempre iperbolicamente accelerata che ci proietta verso quella singolarità (de Kerkhoven) che stanno “partorendo” una nuova epoca!?
    Pertanto, gli schioppettani rimbombi echeggeranno sempre più ovunque, ad ogni latitudine, indiscriminatamente, su tutti i fronti e livelli delle front line dovrebbero risuonare come campanelli d’allarme ai soliti faccendieri ed agli incalliti masnadieri che, il processo che si è attivato ad ogni latitudine sta mettendo sempre più a nudo un siffatto mantenuto obsoleto anacronismo che dovrà essere cambiato al di là delle volubilità del tenutario – feudatario di casta che con supponenza vorrebbe permettersi di mantenere inevasa la propria deterrenza ed eterna: una siffatta mediocrità mantenuta col semplice proposito di continuare a specularci occultando od insinuandosi in quelle cricche e pieghe che ancora inesorabilmente un siffatto anacronismo mantiene occultato ed adombrato nell’opacità.
    Interstizi ove, poter ciucciare “oziosi vitalizi”; molti l’hanno già fatta franca ed altrettanti or ora, speculano per sempre più cinicamente poterselo permettere del farlo e rifarlo per così continuare a nuotare nei soliti privilegi dandosi da fare per deterrenza di voler ostacolare ogni innovazione, ogni aggiornamento o riorganizzazione d’adeguamento.
    Una casta che non demorde e che appare sempre più viziata e sorda a far partire quelle strutturali riforme necessarie a rendere competitivo il nostro sistema paese, pensando così di placidamente potersi cullare in continuazione come categoria esclusiva ed anacronisticamente innalzarsi la posta in gioco attingendo con la massima disinvoltura a quella loro solita sbilanciata prerogativa mantenuta tale e rafforzata anche da quell’art. 68 che recita …senza vincolo di mandato! Uno sbilanciamento che solo infondendo concorrenza sin dai meccanismi elettorali si potrà riequilibrarne ed allineare a “check & balance” criteri introducendo l’idealtipo sistema elettorale SEMIALTERNO!
    Diversamente, in un siffatto modo la casta potrà sempre più permettersi di continuare camuffarsi e gingillarsi esercitando quella facilmente esigibile supponenza di poter continuare a sempre più gattopardescamente far intendere di voler cambiare tutto ma, praticamente poi, non cambiare mai niente! Giocando sull’esclusiva agevolata prerogativa del poter attingere a quel solito famigerato gioco dell’oca strutturato e mantenuto con quei canonici ciclici speculativi “pitstops” fatti d’inutili referendum e/o sempre nuove infruttuose bicamerali per mantenere sempre gli stessi meccanismi elettorali transitivi: dal proporzionale al misto Mattarellum, Porcellum al prossimo Maggioritario oppure ad un Presidenziale o Semipresidenziale, ecc. ed in ultima analisi, per rendersi appunto, come casta politica sempre più intransitiva! Camaleontica dinamica del continuare a cambiare tutto per non cambiare mai niente al sotteso criterio di mai acquisirne un più completo quanto il SEMIALTERNO! Un gattopardesco criterio che ormai sta invadendo ogni campo dimostrato dalla facilità con la quale sia possibile sempre più cambiare nome agli stessi partiti del farli o rifarlo o manipolarli come un “pongo” allo stile ed al modo del “just in time” ovunque e comunque addirittura dal predellino! Questo ulteriormente conferma il grado di liquefazione in atto sempre in maggiore amplificazione dove, oltre alle ideologie il crollo del muro s’è trascinato appresso ogni distinguo fra prima e dopo, pubblico e privato…. Un autentico ambaradam, tant’è che sempre più melodrammi e commedie si rincorrono e susseguono lasciando spazio alla libera speculazione! Quella che reclama che tutto ancor più dovrà rendersi ancor più liquido… e quando appunto, tutto sarà deprivato d’ogni valore e d’ogni etica… reso ad autentica “suburra”… le grandinate di leggi “ad personam!” lo stanno sempre più a confermare! Che il rischio d’auto avvitamento autoreferenziale autoritario diventa sempre più concreto ed imminente, specialmente quando il politico di turno resta sempre più (auto)folgorato dalla miopia d’onnipotenza del “ghe pensi mi!” Pertanto, conseguentemente, niente ci potrà mai più scandalizzare! Anche il nominare di punto in bianco un ministro, dalla sera alla mattina …quel Brancher… per metterlo subito sotto il preservativo del “legittimo impedimento” all’uopo precedentemente confezionato e legiferato al multiuso bisogno personale ed estendibile a tutta la casta. Ma dove sarà mai finita la dignità d’italica “Cittadinanza”!? Se, tutto questo non ci dimostra palesemente che la coerenza filogenetica democratica è andata a farsi benedire… avendo ormai superato per cavalleria perfino Caligola che nominò senatore il proprio “passivo” cavallo!? Prossimamente, le trote non potranno che accodarsi! A dimostrazione che noi, nuovi Italici, possiamo esagerare e permetterci molto di più: le cronache quotidianamente lo dimostrano che stiamo sempre più (sprofondando e) forzando in continuazione i tempi …per glissare le vere responsabilità….
    Rispetto a quanto il momento, inesorabilmente reclamerebbe… applicare sistemi completi a soluzioni concorrenziali a bipolarismo aperto che in modo elastico, flessibili, adattivo, quanto il SEMIALTERNO propugna, obblighino chi intendesse scendere in competizione elettorale, vincendole se ne dovrà assumere la responsabilità di governo e conseguentemente per ”accountability” doverne rispondere, senza potersi mai permettere di cambiare ogniqualvolta le regole del gioco per rendersi immunizzato ed intransitivo! Urge il coraggio di cambiare pagina ed adottare nuovi spartiti, paradigmi… coerenti a quanto la tecno-scienza pretende non altro scopo che non sia il suo massimo auto-potenziamento per far sì che anche la democrazia possa rendersi strutturalmente autocorrettiva – auto-poietica! Questo è quanto attraverso una coerente sensibilità urgerebbe rendersi conto di dover applicar e mettere a sistema facendo sì che la discontinuità divenga per indotta concorrenza permanente! Giacché noi or ora, ci muoviamo ancora nell’ambiente-tecnica con i tratti tipici dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi, con un bagaglio di idee proprie e di sentimenti in cui si riconosceva ma, la tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela verità, la tecnica “funziona”. Il punto cruciale sta nel fatto che tutto ciò che finora ci ha guidato nella storia – sensazioni, percezioni, sentimenti – risulta inadeguato nel nuovo scenario. Come “analfabeti emotivi” ci agitiamo senza renderci conto che oggi, la tecnica è diventata la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo ed il primo fine da raggiungere. Tutto ciò ha delle conseguenze enormi sul piano antropologico. (Galimberti)
    E’pertanto, che si reclamano adeguamenti anche per i meccanismi dei sistemi elettorali che risultino strutturalmente completi che si rendano “intransitivi” – neutri –avalutativi e tali da riportarci alla cocente concreta realtà delle cose! I Britannici ed i Californiani hanno iniziato ad aprire il Pandora Box iniettando concorrenza nell’articolazione elettoral-istituzionale sin dai meccanismi. Queste epocali innovazioni vengono pretese affinché non ci si lasci manipolare dalla libera creatività del politico/partito di turno che essendo già a bipartisan deterrenza non possa rendersi ancor più intransitivo adottando quel famigerato gioco dell’oca di facile accessibilità sempre pronto a poter essere montato ma, in modo parziale dal politico/partito di turno. Politico che oggigiorno, si ritrova ancor più agevolato dal farlo anteponendo come giustificante il ricatto del non dover rischiare di cadere “in default” come per la Grecia! Pertanto, quanto in corso ci sta effettivamente dimostrando che la nostra società alla Bauman si sta sempre più liquefando tanto che ormai di integro non sembra essere rimasto alcunché o tanto da non poter essere ulteriormente innacquato!? Segno che siamo giunti al fondo e che i pochi fermenti che s’intravedono ad ogni latitudine dimostrano la necessità di dover diversamente risalire la china per addivenire a nuovi e più completi adeguamenti per tutte le front line! Finora l’effetto domino sembra aver esaurita la sua spinta propulsiva ora, per risalire si devono trovare convergenze e, come in un mainstream si dipartire acquisendo quei semplici contributi messi in atto anche dai Britannici e dai Californiani per successivamente intensificarne i processi e rendere più fisiologici i meccanismi dei sistemi organizzativi migliorandoli: impostandoli ed improntandoli nella propria strutturale articolazione in modo concorrenziale aperto all’implementazione ricorsiva! E, che il tutto questo criterio incrementale possa impregnare e riverberarsi in modo pervasivo per tutta la galassia di cui si compone politics, policy and polity: per rivitalizzarne sempre più per intensità e tempestività i flussi che le previste metodologie e prassi vi possano far scorrere nello stesso ambito istituzionale. Tutto questo si rende indispensabile per governare ed attuare quelle pratiche decisionali che si rendono necessarie per essere sempre più pronti e tempestivi e potersi coerentemente sintonizzate in funzione incrementale e rendere in qualità. Qualità intesa come democraticità, massimizzazione del potenziale per pervasiva inclusiva interattività e espandibilità diventando in modo asintote sempre più auspicabilmente auto poietica! Autocorrettiva! Assumendo quindi, per esteso alla K Popper & R. Dahl che la democrazia sia un processo in continua progressione pertanto, implicito diventa dover lavorare sulla strutturale articolazione; del come si sviluppano i processi per accrescerne e migliorare le performance. Quelle del rendere sempre più fluidi ed efficaci questi processi ed il più possibile in tangibile asintote sviluppo evolutivo espansivo, interattivo quanto per analogia sta sempre più accadendo in informatica dove le migliori performance non possono che essere frutto a chi le sappia utilizzare ma, in altrettanto modo non si potrà mai prescindere dalla prestazione che l’insieme di “rete-macchina-software” debba strutturalmente enucleare!
    Si potrebbe appunto, far riferimento quale massima parodia della democrazia a quella “nuvola” di Google emulata sia per qualità e facilità d’attingervi -“easy & reliable” in performance agli Apple –iPad ma, non certamente da imitare per il monopolio tipo “Politburo” di Cupertino in cui ricadono a tutti i prodotti iPhone/iPad/iTunes!
    Pertanto, solo quanto più si alleggerirà di apparati e burocrati e di livelli l’insieme di politics, policy and polity (una stratificazione che oggigiorno presenta ben 6 livelli di pressione considerandoli dalla circoscrizione all’Europeo) tanto più potrà elevarsi in qualità in modo tale da poter qualificare ogni cittadino (utente, consumatore, ecc) un autentico “civil-citizen prosumer” vera prassi del ridurre sempre più il gap che divarica il cittadino elettore attivo da quello passivo e viceversa! Per accender quel perenne acceso processo ad asintote incrementale miglioramento ricorsivo!
    Pertanto, quanto più i suoi meccanismi saranno impostati in modo da permetterne la più pervasiva possibile massimizzazione del loro potenziale di percorrenza nel più plasmo elastico possibile dinamismo, tanto più potrà rendere in efficienza permettendone ai suoi utilizzatori cittadini elettori (attivi/passivi) da esserne in altrettanto modo ancor più efficaci nel saper prontamente (accendere o liberamente non farlo purché ve ne sia sempre pronto il potenziale) dare le opportune più efficaci risposte alle prossimità del contingente!
    Allora ben vengano quanto possibile di supporto a check & balance criterio ovvero anche i referendum propositivi, confermativi, abrogativi, ecc.. Questo è quanto, a mio avviso, si rende sempre più indispensabili addivenire per potersi incamminare verso una dinamica incrementale democraticità intesa come qualità implementare adattiva, senza rischiare di venirne travolti, spodestati dall’auto avvitamento autoreferenziale d’autoritarismo indotto dallo’intrinseco squilibrio del sistema elettoral-istituzionale in dotazione (e quant’altro da perfezionare) che consegna al politico/partito di turno che folgorato dalla miopia d’onnipotenza del “ghe pensi mi!” può assurgere a massimo conductor!
    Quindi, per superare l’attuale fallimentare ghettizzazione indotta dagli attuali modelli in dotazione per l’incompiutezza espressa sia dai maggioritari e dai proporzionali quanto dai modelli misti (MMM MMP) così come il nostro precedente Mattarellum e l’attuale Porcellum urge abbandonarli per acquisirne d’inediti ed migliori prendendo spunto da quanto in quanto evluzione:
    Dai Californiani che con la Proposition 14 – TOP TWO – hanno dimostrato di sapersi emancipare e, col referendum, hanno buttando in avanti la palla della democrazia per definitivamente stappare quel anacronistico bipartisan inciucio che li manteneva blindati ed impacchettati dentro un anacronistico autoreferenziale zoo politico concepito per una fauna ridotta a soli elefanti e somari: appunto, a bipartisan autoreferenzialità! Pertanto, con la Top Two i Californiani (conseguenti al default?) sono riusciti ad abbattere una delle tante anacronistiche assurdità iniettato concorrenza politico nei meccanismi elettorali; in quanto assurdo sarebbe concepire un mercato ristretto ad un’unica bipartisan concorrenza!…
    Così in altrettanto modo i Britannici varando la coalizione governativa a Tory e LibDem hanno dimostrato di voler cambiare registro ed aprire una nuova era per la democrazia. Anche a quella latitudine le cose stanno evolvendosi. Giacché la coalizione nasce con l’implicito proposito che dopo un referendum si possa abbandonare quel considerato classico Maggioritario all’uninominale per un Proporzionale – quello magari che abbiamo abbandonato noi, con la Prima Repubblica!?
    Questi cambiamenti diventeranno sempre più maggiori in conseguenza dell’accelerazione impressa dalle nuove tecnologie e da internet che affastella sempre più in un collo di bottiglia i cicli per riduzione del passo tanto da sempre poter rilevare che il Maggioritario non può che essere complementare al Proporzionale e viceversa reciproco. Questo viene ulteriormente confermato dal fatto che noi Italiani siamo prossimi a scambiarci il Proporzionale (della Prima ns Repubblica) con il Maggioritario dei Britannici che scegliendo la soluzione contraria ne dichiarano implicitamente la loro limitatezza, allo stesso tempo, ne dimostrano la loro complementarietà che troverebbe il suo “naturale” compimento nel sistema SEMIALTERNO! Quale latente implicito sottotraccia understatement!!!
    Ovviamente, molto sono i livelli ove dover agire per poter migliorare la democrazia, ineludibili risultano esserlo i meccanismi elettorali dai quali non si potrà derogare! Così come da considerare saranno i referendum giacché non passiamo lasciare ai soli Californiani, Britannici od agli Svuizzeri l’esclusiva prerogativa di sapere a cosa questi servano, come funzionano e quando e come richiederli?!.
    Interventi che risiedono appunto sia nella capacità di rafforzare e perpetuare le istituzioni formali e le pratiche informali esistenti ed anche principalmente dalla capacità di cambiarle, aggiornarle acquisendo meccanismi procedurali più completi volti a meglio poter dissipare rischi d’autoavvitamento autoreferenziale della casta. Specialmente quando si continuano ad adottare gli attuali limitati e limitanti modelli elettorali frutto di statuizioni formalmente corrette (Weber) e che stanno diventando sempre più corrotte! Pertanto, urge abbandonare siffatti modelli rigido-lineari, pedissequo-ripetitivi ed inflessibili dai quali sempre più difficile sarà pretendere risultati apprezzabili appunto in quanto ripropongono stereotipate continuative votazioni sempre del medesimo pedissequo verso:
    • centrifugo adottando un PROPORZIONALE o pseudo tale, o
    • centripeto acquisendo con un MAGGIORITARIO o filo Maggioritario
    oppure
    • quelli del tipo misto: MMP oppure MMM malamente articolati rispetto alla chiara e distinta maniera del SEMIALTERNO risultando pertanto questi a passo azzoppato (del’anatra ancor più azzoppata).
    Giacché
    • il PROPORZIONALE si presenta con un’intrinseca induzione centrifuga (polipolare-multiartisan) essendo incardinato sulla rappresentatività;
    • il MAGGIORITARIA incentrato sulla governabilità enuclea quella centripeta (bipolare chiusa – blindata)
    Pertnato, sarebbe opportuno portare il sistema elettorale ad una sua più equilibrata e naturale fisiologia facendo in modo che si possano mettere a ciclo compiuto entrambe quelle palesi due latenti induzioni: centripetacentrifughe che solo quando correttamente distintamente assemblate in un più appropriato e consono articolato modo potrebbero ingenerare efficienza. Quindi, non servirebbe tanta ingegneria istituzionale per saper raccogliere e montare in modo articolato ed organico quanto lì, tuttora giace e vi rimane disorganico e disarticolato sottotraccia per rendere il meccanismo completo quanto il SEMIALTERNO esprime. Sistema che enucleando entrambe queste due induzione (PROPORZIONALE) centrifuga centripeta (MAGGIORITARIA) a reciproca complementarietà ed implementazione permetterebbe d’ingenerare, accendere ed infondere all’insieme di tutta la galassia di cui si compone: politics, policy and polity riverberandone virtuosi effetti concorrenziali a bipolarismo aperto tale da poter meglio implementare virtuose, efficienza ed efficaci tutte quelle procedure e processi d’interazioni che vi si potrebbero far scorrere.
    Pertanto quel idealtipo SEMIALTERNO si sviluppa come di seguito:
    1) Il SEMIALTERNO è un sistema a leader implicito in quanto non necessariamente richiede di essere direttamente eletto giacché
    2) la sua peculiarità consiste nel fatto che su una base a “mandata elettorale” (consultazione a turno unico) al PROPORZIONALE PURA, la cui purezza dipende da come si ritagliano i collegi; ovviamente più ampia sarà la circoscrizione maggiore risulterà la proporzionalità e, più piccola diventerà la circoscrizione, più grande sarà lo spreco dei voti, agendo indirettamente così a mo’ di fattore di soglia;
    3) Ma, quando la “situazione” si rendesse priva di governo od andasse in stallo ovvero, la legislatura chiudesse prima dei suoi fisiologici tempi, ad esempio prima degli attuali cinque anni (come all’art. 60) il SEMIALTERNO richiama una consultazione elettorale a turno unico a PREMIO di MAGGIORANZA (MAGGIORITARIA) anche questa “mandata con premio” risulterà tanto più efficace quanto numericamente ridotti sarà il numero dei collegi elettorali in cui sarà ritagliato il territorio;
    4) Durante queste legislature “a mandata-votazione a Premio di Maggioranza” per evitare rischi di derive autoritarie essendo questa legislatura “a Premio” ovvero, incardinate prevalentemente sull’induzione della governabilità, sarebbe opportuno inserire un emendamento equilibratore volto ad “inibire l’art. 138″ per evitare ogni possibilità di revisionare la Costituzione. Basterebbe inserire un semplice “lodo” che inibisca l’art. 138 durante lo svolgersi di legislature “a premio di maggioranza” ed ovviamente, non per quelle mandate con votazione al proporzionale;
    5) Comunque, dopo ogni elezione (mandata) a Premio di MAGGIORANZA (o MAGGIORITARIO), si ritornerà alla votazione-mandata a “base PROPORZIONALE”;
    6) Il termine SEMIALTERNO deriva semplicemente dal fatto che pur diventando automatico “alterno” il passaggio dalla modalità maggioritaria a quella proporzionale dove quest’ultimo viene inteso come livello di riferimento di base. Comunque, lo stesso automatismo a richiamo alterno non si attiverebbe in senso contrario essendo le mandate al proporzionale ad induzione centrifuga, da considerarsi pertanto, più in sintonia al “logaritmo pervasivo del mercato”!? Quindi, ogni legislature che “fisiologicamente” termina con un governo attivo e si concluda secondo i suoi canonici 5 (cinque o diversamente) anni come attesta l’art. 60 della nostra Costituzione, ci si rimette ad una nuova legislatura della stessa induzione – mandata al Proporzionale. Quindi, teoricamente la modalità al Proporzionale potrebbero sempre continuare a ripetersi per lo stesso verso ininterrottamente!
    7) Il SEMIALTERNO comunque, aumenta la sua efficacia quanto più l’induzione centrifuga del livello a base “proporzionale” (centrifugo – imperniato sulla rappresentatività) si manterrà specificatamente distinto rispetto a quello suo contrario ma, complementare rappresentato dall’induzione – centripeta delle mandate al “MAGGIORITARIO od a Premio di Maggioranza” che incardina sulla governabilità!
    Inoltre, il SEMIALTERNO non prevede alcuna soglia d’accesso in quanto si rimette all’insito strutturale suo auto correttivo automatismo competitivamente ingenerato ed indotto da quei complementari passaggi dal proporzionale al maggioritario e viceversa. Articolazione che permette d’ingenerare quel necessario virtuoso effetto rigenerativo di rettifica, quale meccanismo indispensabile a potersi così pragmaticamente ritagliare ogniqualvolta nel modo più appropriato ed adattivo possibile l’effettiva necessaria soglia autocorrettiva. Tutto questo si rende indispensabile a qualificare il SEMIALTERNO come idealtipo sistema completo, elastico flessibile, adattivo e coerente a quanto l’attuale cangiante realtà contestuale pretende dai sistemi, per così poterci meglio sintonizzare a quanto una siffatta cangiante società pretende poterli accreditare e qualificarli per tali: sistemi completi!?
    E proprio perché il sistema deve sempre più poter incrementare la legittimità delle loro istituzioni e processi decisionali deve saper riprodurre e mantenere costante il senso s’appartenenza il più possibile. In egual modo pertanto, dare poter dare voce in rappresentatività a tutte le sue poliedriche componenti quelle sfaccettature della cittadinanza quali prerequisiti fermenti concorrenziali rispecchiandola il più possibile in rappresentatività. Ineludibile risultano le mandate al proporzionale per poter far mettere i piedi a terra per rispecchiare il più possibile e coerente l’elettorato rispetto all’insito rischio d’eccessiva autoreferenziale verticalizzazione che si configura l’insieme se si protrasse sempre per le stesse mandate: centripeta e centrifuga. Così come in altrettanto compensativo sistematico modo il meccanismo elettorale dovrebbe saper al meglio rispondere all’esigenza della governabilità – decisionalità richiamandola con la mandata al maggioritario (con premio di maggioranza)!
    Appunto serve a più livelli un sistema completo che non si lasci manipolare o strumentalizzare ogniqualvolta dal politico/partito di turno o quello in deterrenza, per farsi cambiare ogniqualvolta:
    • i parametri ai meccanismi delle leggi elettorali del passare volubilmente dal proporzionale al maggioritario o viceversa od ad altri modelli misti (ibridi-zoppi tipo: Mattarllum, Porcellum!)
    • oppure da come sempre più si stanno ulteriormente sofisticando le cose, poiché non si è ancora provveduto ad istituzionalizzare il metodo con una legge ad hoc,. Norme che colleghino il finanziamento pubblico all’effettiva (riscontrabile) democraticità interna ai partiti affinché meglio calzi quanto già attesta l’articolo 49 della ns Costituzione nel riconoscere a tutti i cittadini il diritto di associarsi per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale – regolamentazione – statuti d’autoregolamentazione dei partiti che si stanno tuttora attendendo rimessi all’indeterminazione di Godot?!
    Urgono acquisizioni di regolamentazioni giacché l’invasione dei campi sta sempre più propagandosi dalle (im)pertinenze del partito (tuttora senza codificati in statuti) si sta generalizzando permettendo agli stessi partiti di diventare sempre più camaleonti nel cambiare velocemente: il nome, la configurazione e l’assetto per’assorbirsi l’uno o l’atro partito a seconda della convenienza e così rendersi sempre più transitivi. Come quanto già accade ai meccanismi elettorali al gioco del “renderli” sempre più transitivi in altrettanto modo si sta strumentalizzando i partiti dove ci gioca il politico/partito di turno per meglio infeudarsi sempre più comodamente nello spazio tempo. Specialmente questo può essere ulteriormente enfatizzato dal fatto che lo stesso politico mantiene la prerogative di andare a svolgere contemporaneamente ruoli a più livelli es. quello di Parlamentare e contestualmente poter fare il Sindaco, ecc..
    Pertanto, dopo aver provveduto a dare opportuna regolamentazione all’art. 49 affinché il tutto non continui ad avvitarsi su se stesso diventano sempre più autoreferenziale, urge rendere simmetriche le cose sul versante dei meccanismi delle leggi elettorali provvedendo innanzitutto a renderli completi quanto il SEMIALTERNO enuclea!
    Ovviamente, se qualcuno asserisce che ciononostante si è sempre andati avanti nessuno può contraddirlo giacché l’inerzia è uno “stato” ma, è propri qui che sta la differenza nel momento in cui a livello locale e globale si sta sempre più parlando e sempre più spesso si va alla ricerca della qualità, dell’accreditamento conseguentemente l’eccellenza non potrà che sempre più imporsi quale prossima dimensione di pertinenza, quale riferimento di riscontro che potrà reputare un insieme strutturato un sistema rispetto ad un non sistema, stante il fatto che tutto si muove comunque per indotta inerzia! Giacché oggettivamente il sistema Redbull attualmente si dimostra molto superiore alla Ferrari!

  23. Marino

    Per Mancabelli: ma un post più breve e in tema, no?
    Insomma, ci voleva tanto: “Un sistema elettorale di norma proporzionale con piccoli collegi che viene sostituito da un sistema maggioritario in caso di fine anticipata della legislatura, ma in questo caso la legislatura entrante non può modificare la costituzione”. Tre righe.

  24. Andrea B.

    Da non specialista di economia seguo sempre con molto interesse e desiderio di imparare i pezzi di economia, soprattutto quando non sono troppo tecnici.
    Non mi sentirei quindi in grado di esprimere giudizi in merito a questo pezzo. Sono pero’ vicino al concetto espresso da Raoul, ovvero che le analisi tematiche dovrebbero sempre essere meticolose e rigorose e fatte da persone con apposite conoscenze tecniche (e con questo naturalmente non voglio assolutamente dire che Corrado non ne abbia).
    Amici economisti mi dicono spesso che parlare di “liberismo” vuol dire tutto e niente, nel senso che dipende da che tipo di liberismo si sta parlando. A me sembra, da non esperto, che esistano forme di liberismo che siano lontani dal “far west” che una certa sinistra vuole associare alla parola liberismo. Sempre amici economisti mi dicono che un certo tipo di liberismo non rappresenti ne la fine del mondo ne della civilta’ e che alcune forme di liberismo possano per certi versi anche essere definite di sinistra, come ad esempio fanno (forse un po provocatoriamente) Giavazzi ed Alesina. C’e’ chi dice che farebbe bene parlare un po di piu’ di liberismo a sinistra. Anche io, da non specialista, ho sempre avuto l’impressione che sarebbe utile se piu’ persone di sinistra leggessero libri come quello di Giavazzi ed Alesina . Magari sbaglio. Come detto, non ho sufficienti competenze per potermi addentrare nel cuore del problema.

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