di Raoul Minetti

(foto@paginecorsare)
Nell’ambito delle giornate di NoisefromAmerika di inizio luglio si è svolto un dibattito di eccellente qualità sul problema “Donne e Lavoro” in Italia. Hanno partecipato come relatori Paola Profeta, professore associato di Scienza delle Finanze in Bocconi, Andrea Ichino, professore ordinario di economia del lavoro, Università di Bologna, e Stefano Gagliarducci, ricercatore presso l’Università di Tor Vergata. Che l’Italia fosse un paese per “maschi” lo sapevamo un po’ tutti, ma il quadro che è emerso dal dibattito è quello di una emergenza nazionale, una specie di “macelleria di genere” della competenza e dei talenti delle donne.
Paola Profeta ha presentato dati drammatici sul rapporto tra donne e mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane (circa il 46% contro il 67% degli uomini) è il più basso in Europa ad eccezione di Malta, con una differenza più marcata tra donne e uomini al Sud. E questo senza tenere conto dell’economia sommersa, dove il tasso di occupazione femminile è presumibilmente anche più basso. Quello delle donne è un immenso patrimonio di competenze sprecato. Le donne italiane sono infatti in media più istruite degli uomini: nel 2009 il 60% dei laureati era donna, una percentuale superiore a quella di Regno Unito e Stati Uniti, con percentuali rilevanti in molte facoltà universitarie (ad eccezione di Ingegneria). Le donne non solo sono lasciate alla porta del mondo del lavoro, ma quando ne varcano l’uscio non sono valorizzate, guadagnano meno degli uomini, hanno lavori di qualità inferiore e piu precari. Pochissime donne raggiungono i vertici delle aziende (cosidetto effetto “glass ceiling”). Per esempio, nei consigli di amministrazione delle società quotate, l’Italia veleggia sempre agli ultimi posti in Europa. Usando dati storici, Paola Profeta ha mostrato che nel 1913 nelle 200 maggiori imprese italiane le donne al vertice erano 8, e nel 1982 il numero era cresciuto solo a 11. Se poi le donne scelgono di avere figli, possono di fatto dire addio alla carriera: peculiarità dell’Italia rispetto agli altri paesi Europei è che una volta uscite dal mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio le donne non vi rientrano più. Nella coorte 20-49 anni il tasso di occupazione delle donne senza figli è del 56%, con 1 figlio scende al 53% e con 2 figli precipita al 47%. Solo l’8% donne riesce a far carriera dopo la nascita di un figlio, il 27.1% abbandona invece il lavoro e il tasso di occupazione non aumenta con l’età del bambino. Questi dati sono ancora più allarmanti se si considera che il tasso di fecondità delle donne italiane è tra i più bassi di Europa, paragonabile ormai a quello del Portogallo. Questa coesistenza tra bassa fertilità e basso tasso di occupazione femminile non è sorprendente – ha spiegato Paola Profeta – ed è caratteristica distintiva dei paesi arretrati. Difatti, mentre negli anni ’70 esisteva una correlazione negativa tra fertilità e occupazione femminile, oggi questa relazione si è invertita. Nei paesi dove sono più fertili, le donne sono anche più attive nel mercato del lavoro e questo è vero anche se si comparano tra di loro le regioni italiane, con le regioni del nord caratterizzate da tassi di fertilità leggermente più elevati e tassi di occupazione femminile più alti.
Quale la radice del problema? Sia Profeta che Ichino sono stati concordi nel puntare il dito contro la fortissima asimmetria nella distribuzione del peso delle attività domestiche tra uomini e donne. In altre parole: lo svantaggio delle donne sul mercato del lavoro nasce tra le mura domestiche, con le donne che si devono sobbarcare gran parte delle incombenze della casa e della cura della famiglia. Secondo un recente sondaggio citato da Profeta, il 25% delle donne italiane si dichiara insoddisfatto della divisione del lavoro all’interno della coppia, e il 67% si dichiara insoddisfatto di aver dovuto lasciare il proprio lavoro dopo la nascita di un figlio. L’iniqua distribuzione dei compiti domestici a danno delle donne ha la sua origine già nell’età dell’infanzia e dell’adolescenza, ha sottolineato Profeta. Nelle risposte del questionario riguardanti la suddivisione dei piccoli compiti domestici tra bambini e bambine, emerge chiaramente già dall’età dell’infanzia una allocazione dei compiti più gravosi alle bambine/ragazze. Questa divisione del lavoro asimmetrica sin da piccoli – secondo Paola Profeta – suggerisce che il fondamento del problema è anche una cultura maschilista. Quando le donne diventano adulte la situazione si cristallizza, le imprese si aspettano che le donne si dedicheranno di più al lavoro domestico degli uomini, dovranno essere più disponibili in caso di emergenze familiari, e quindi scelgono di pagare le donne di meno o di rallentare la loro progressione nella carriera.
Come riequilibrare il ruolo di uomini e donne all’interno delle mura domestiche, rendendo così le donne più appetibili per le imprese sul mercato del lavoro? Profeta e Ichino sembrano concordi che la ricetta “asili nido et similia” ripetuta in molti dibattiti politici non basta. Per dirlo con una battuta usata da Ichino: è inutile mettere un asilo ad ogni angolo di strada se poi sono solo le donne a dover andare a prendere i bambini all’uscita, mentre gli uomini rimangono al lavoro. Come detto, una parte del problema sembrerebbe essere di natura culturale. Profeta ha in effetti presentato i risultati di una analisi empirica a livello delle province italiane che suggerisce che l’eterogeneità nei tassi di partecipazione delle donne al mercato del lavoro tra province è almeno in parte attribuibile a fattori culturali. Il problema della “cultura” è tradizionalmente assai complesso per gli economisti. Se, diciamo, si accetta che gli italiani – uomini e donne – preferiscono delegare alle donne i compiti domestici e agli uomini il lavoro fuori casa, ci si potrebbe chiedere perché si dovrebbe cercare di modificare questa cultura. Come osservato però da Alessandra Fogli (economista presso l’Università del Minnesota), molti economisti concordano che la cultura è il prodotto endogeno delle allocazioni che si vengono a determinare sul mercato del lavoro. Profeta si è detta concorde su questo punto e ha sottolineato l’importanza di agire su elementi culturali, lavorando nel lungo periodo sul fronte culturale e istituzionale a livello locale. Non vorrei qui deviare su un problema che è estremamente complesso per gli economisti, per chi è interessato rinvio a questo interessante dibattito in corso su NfA tra Alberto Bisin (NYU) e Andrea Ichino su preferenze, norme sociali, statistical discrimination, e cosa il policymaker dovrebbe cercare di cambiare e cosa invece non dovrebbe neanche azzardarsi a toccare.
Una risposta al problema che potrebbe avere effetti più rapidi è stata proposta da Andrea Ichino. Secondo Ichino se accettiamo che esiste una distorsione nella allocazione dei compiti tra uomini e donne all’interno delle mura domestiche, allora tale misallocazione puè essere riequilibrata tassando di più il lavoro degli uomini che quello delle donne. Ichino ha sostenuto che secondo costituzionalisti da lui interpellati, l’art. 3, comma 2 della Costituzione (“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”) fornisce la base giuridica per un trattamento fiscale differenziato di lavoratori e lavoratrici. Ichino ha sottolineato due aspetti positivi che la tassazione differenziata del lavoro di uomini e donne avrebbe: i) potrebbe essere implementata a costo zero per il bilancio pubblico; ii) riequilibrerebbe i rapporti di forza tra uomini e donne all’interno delle mura domestiche, preservando al contempo la libertà di scelta di famiglie e imprese. In tal senso, secondo Ichino, dominerebbe – e sarebbe più trasparente di – misure come quote rosa, congedi parentali ecc., che potrebbero introdurre distorsioni nelle scelte di imprese e famiglie.
Sia politiche tese a modificare fattori di arretratezza culturale-istituzionale che l’utilizzo della leva fiscale sono approcci interessanti, entrambi con delle criticità. Chiaramente i fattori culturali richiedono tempo per essere cambiati (ammesso che lo si voglia fare, come detto sopra). La proposta Ichino è molto interessante e richiede un ulteriore approfondimento che qui non abbiamo spazio per fare. Si tratterebbe ovviamente di una riforma di ampia portata sulla cui fattibilità giuridica ed economica si dovrebbe ragionare. Dato che il dibattito era principalmente finalizzato a suggerire approcci innovativi, le politiche miranti a modificare regolamentazioni e tutele sono rimaste più al margine del dibattito, perché in qualche misura più ampiamente citate nel dibattito economico e politico. Con sfumature diverse, i relatori si sono tuttavia detti sostanzialmente favorevoli (o almeno non avversi in principio) a misure come la sostituzione del congedo di maternità con il congedo parentale (sulla falsariga di quanto già avviene in Svezia ad esempio), in modo che siano anche gli uomini a prendersi cura dei nuovi nati. Anzi, come visto sopra, la nascita di un nuovo figlio è proprio il momento critico che segna spesso il distacco delle donne dal mercato del lavoro, cosicché distribuire il peso equamente tra donne e uomini alla nascita dei figli potrebbe chiaramente aiutare a ripristinare l’equilibrio tra i due sessi sul mercato del lavoro. Si è però sottolineato che affinché queste misure abbiano successo devono incidere in maniera radicale sulla situazione attuale. La proposta di legge bipartisan in discussione alla Camera a firma di Barbara Saltamartini (Pdl) e Alessia Mosca (Pd) che prevede un congedo obbligatorio di quattro giorni, totalmente retribuito, per tutti i papà, è stata definita durante il dibattito una misura puramente simbolica che non avrà alcun effetto tangibile. Come dire, la politica deve fare ben altro per fare entrare le donne italiane nel 21esimo secolo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






