di Marco Simoni (per l’Unità)
È istruttivo il dibattito scaturito dalla proposta del Pd – contenuta in un documento più articolato – di anticipare l’età del pensionamento per i professori universitari a 65 anni. Tutti gli interessati, al momento, appaiono contrari, da ultimo sull’Unità Michele Ciliberto. In fondo, perché dovremmo aspettarci qualcosa di diverso da chi porta la responsabilità collettiva della gestione dell’università italiana, scomparsa dalle graduatorie internazionali, con la più alta età media dei docenti d’Europa, un sistema che spinge migliaia (migliaia) di studiosi a cercare lavoro all’estero senza avere la capacita di attrarre praticamente nessuno studioso da altri paesi?
A parte i soliti politici, utilissimi capri espiatori, sarebbe ora che anche i rappresentanti autorevoli di altre classi dirigenti italiane iniziassero a riconoscere le proprie responsabilità collettive per i destini dell’istituzione di cui fanno parte, e iniziare da esse a svolgere il proprio ragionamento. Invece, i contrari alla proposta – che non ho fatto io e quindi non sta a me difendere nella sua completezza – tipicamente non discutono nel merito, ma parlano d’altro. Ciliberto si lamenta dell’assenza di una riflessione articolata sulle cause della sperequazione intergenerazionale che caratterizza l’Italia. Purtroppo si è documentato male, perché esiste una piccola, ma precisa, letteratura che spiega le ragioni politiche ed economiche che hanno condotto la sua generazione a scaricare sulle successive i debiti economici contratti quando erano giovani, e i cambiamenti organizzativi necessari a fronteggiare la globalizzazione.
Si tratta un gigantesco problema distributivo e di equità, che Ciliberto sostanzialmente nega, che accomuna tutte le classi sociali inasprendo differenze socio-economiche di altra natura e cancellando qualsiasi speranza di mobilità sociale. Secondo me sarebbe necessaria maggiore prudenza specialmente da chi – professore ordinario in una delle principali università italiane – oggettivamente condivide la responsabilità per la situazione in cui si trova l’Italia di oggi, e in cui si trova la sua università. Ciliberto è contrario alla proposta di pensione a 65 anni perché «è la “tradizione” che ci tiene nella storia, e … questo vale anche – e soprattutto – per l’ Università».
Questa argomentazione è la tesi regina di tutti i conservatorismi: la tutela di tradizioni di cui gli anziani sono vestali. Si tratta di una espressione impossibile da confutare perché si tratta di un atto di fede: potrebbe dirsi specularmente che è il cambiamento a tenerci nella storia. Ma si tratta in entrambi i casi di giaculatorie inutili, buone solo a offuscare la possibilità di un ragionamento trasparente. Nella università dove insegno attualmente, forse la principale istituzione europea di politica ed economia, tutti vanno in pensione a 65 anni. Questo non significa perdere alcun patrimonio. I professori emeriti per davvero, che non solo tali in virtù dell’esercizio di un vuoto potere accademico, ma in virtù del loro contributo intellettuale, ricevono naturalmente richieste di continuare a insegnare le loro materie, “a contratto”.
Inoltre, per chi ami davvero il lavoro di ricerca e insegnamento, è un sollievo essere dispensati da noiosi senati accademici, consigli di facoltà e commissioni di concorso. La ratio di questa norma non ha nulla di “punitivo”, semplicemente si ritiene che a occuparsi del futuro – ossia assunzioni, programmazione, amministrazione – è bene che siano persone con una maggiore prospettiva davanti. In media, diciamo, persone tra i 40 e i 65 anni, non certo dei ragazzini. Il secondo punto che non si può ignorare è che la situazione dell’università italiana è da disastro epocale, ed è una delle fonti primarie del declino italiano degli ultimi vent’anni. Non solo migliaia e migliaia di italiani vanno a studiare altrove, non solo le università straniere sono piene di studiosi eccellenti che non riceverebbero da noi nemmeno una borsa di collaborazione, ma l’università ha perso ogni traccia di rispetto sociale.
È affondata nella gestione feudale che nel migliore dei casi produce studiosi conformisti, nel peggiore produce documentati nepotismi, intere facoltà di proprietà di clan familiari. Negare la necessità di uno shock nella situazione data, equivale a negare la sua gravità estrema. La sostanza è che la principale controindicazione ad anticipare la pensione a 65 anni è un comprensibile amore per il potere di chi lo detiene e lo perderebbe. L’autorevolezza, invece, non si acquisisce con la prepotenza e la formalità di un titolo, e non teme la pensione.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





george,
la proposta di legge c’è.
Pensionamento coatto a 65 anni (o, si potrebbe aggiungere, a 40 anni di contributi).
E’ proprio questa proposta ad aver provocato una levata di scudi da parte – toh! – degli ordinari italiani.
Caro Rossetto
coatto è termine adatto a vendette non a riforme, a licenziamenti a muso duro, di quelli che piacevano ai vecchi padroni delle ferriere e oggi solleticano anche gli economisti blairiani di casa nostra. E’ un linguaggio che continua a rivelare il misto di frustrazioni e di collere infantili che girano in questo blog. Se si deve modificare la legge, si dovrà procedere attraverso concertazioni tra le parti, secondo la civiltà giuridica del nostro paese, che la sinistra ha contribuito a realizzare. Rassegnatevi.
Caro Cerisoli
la legge vigente prevede che l’università che bandisce il concorso debba anche tracciare un profilo didattico-scientifico aderente alle proprie specifiche esigenze. A tali profili si appoggiano le valutazioni comparative.
Lasci stare Pasolini, che non amava certo la mentalità piccolo-borghese e le rivendicazioni giovaniliste.
@Mario
Ma stiamo scherzando? Il profilo didattico scientifico nei concorsi a ricercatore a tempo indeterminato, Professore Associato ed Ordinario NON ESISTE!!! Nel bando si specifica solamente il SSD (settore scientifico disciplinare). CASOMAI e’ per i ricercatori a tempo determinato che si tracciano i profili, spesso talmente dettagliati che si potrebbe ricostruire peso altezza e numero di scarpe del candidato vincitore.
E il “profilo didattico scientifico” che invochi si “adatta” al candidato “interno” piu’ che agli altri solo se, appunto, lo si traccia in modo da rendere impossibile per gli altri di avere le caratteristiche adeguate. E poi mi devi ancora dire dove la legge definisce che un candidato “interno” ha la precedenza a parita’ di merito, e cosa sia un candidato “interno”.
Da alcune tue affermazioni mi sembra di capire che non fai il commissario da un po’ di anni, oppure che hai una concezione molto approssimativa di come funziona quel sistema che sembri difendere “a priori”…
sicuramente l’indicazione di profili per i concorsi da ricercatore a tempo determinato è illegittima, la legge è chiara e su questo non vi sono dubbi.
allo stesso modo non vi è dubbio che spesso circolino “veline”, o profili tracciati e consegnati informalmente ai commissari. tuttavia si tratta di pratica assolutamente illegale e chi non denuncia in questi casi è altrettanto colpevole di chi formula e fa circolare dette “veline”.
infatti in base alla legge i commissari sono tenuti a giudicare comparativamente i vari candidati tra loro, non possono misurare i diversi cv in relazione ad un astratto profilo indicato dalla facoltà o da chiunque.
non è affatto ovvio, come alcuni suggersicono, che il candidato locale sia parimenti o più meritevole degli altri.
l’unica cosa certa è che con le vecchie regola la commissione era costruita – elezioni pilotate – per quel candidato e con le nuove sicuramente il membro interno farà pressioni per sostenere il “suo”.
si tratta evidentemente di atteggiamenti e pratiche che contraddicono lettera e spirito della legge. in alcuni casi, quando ciò è stato accertato e documentato, sono scattate azioni penali. purtroppo capita raramente.
sorry, doveva essere “indeterminato”
Ecco, bravo Carlo, senno’ ti correggevo io!!
Saremo precari ma mi sa che di concorsi ce ne intendiamo piu’ di tanti ordinari…
@ france
caro ex-presidente, noi le regole le conosciamo perché oseremmo sperare di essere tutelati dalla legge. loro conosco la prassi, che purtroppo sovente si discosta considerevolmente dal dettato normativo.
Cari amici
faccio ammenda per il lapsus, il profilo didattico-scientifico è previsto per i soli concorsi di associato e ordinario, non per i ricercatori. Rimane il fatto che nella legge si tutela la sede che bandisce il posto dando ad essa un commissario interno, e che soprattutto fino alle modifiche introdotte con gli ultimi concorsi – essendo la commissione fatta di tre nomi, un ordinario un associato e un ricercatore, oggi per fortuna da tre ordinari, di peso equivalente – bastava che la sede avesse un ordinario interno per avere una posizione dominante nella valutazione.
Torno a dire, l’unico argine all’automatismo dei concorsi vinti dai candidati interni sta nella lista nazionale degli abilitati, per fortuna la legge in discussione in Parlamento questo punto lo fissa.
Nessuna speranza ex ante anche con la riforma Gelmini perche’ l’abilitazione nazionale sara’ se va bene concessa a chiunque, se va male sara’ concessa graziosamente a chi cavolo gli parra’ alla commissione nazionale, con criteri di prossimita’ legati ai commissari o loro sodali. E poi le sedi sceglieranno con comodo, di nuovo, i LORO candidati.
Serve, invece, che comunque si scelga il reclutato, chi recluta venga giudicato per la sostanza (ovvero la qualita’) e non per la forma (il concorso si e’ espletato secondo la norma di legge). Fino ad oggi una commissione che fa vincere un brocco “locale” contro 10 crani indesiderati la fa franca grazie al rispetto formale delle procedure. Poi se il brocco fara’ schifo per il resto della sua carriera, saranno solo (e in casi veramente estremi) cavoli suoi, mentre chi lo ha fatto vincere non ne sara’ mai chiamato a rispondere.
Comunque, Mario, ancora devi spiegarmi dove PER LEGGE dovrebbe essere favorito il candidato “interno” in un concorso a ricercatore TI, e dove si definisca, nella stessa legge, un candidato come “interno”.
Caro Cerisoli
della tua proposta alternativa non ho capito niente, tu vorresti una valutazione a punti, cioè togliendo alla commissione ogni criterio di discrezionalità. Prova a far avanzare questa proposta dal PD. Mi pare che tu respinga proprio il concorso, con qualunque procedura.
Quanto alla questione del privilegio di fatto di cui hanno goduto in questi 11 anni i candidati interni, segnalavo solamente un dato di fatto: la legge riconosceva un diritto di tutela della sede che bandisce il posto, sia attraverso la riserva di un commissario interno designato e non eletto (ovviamente ordinario), sia attraverso il profilo didattico-scientifico, cui le Facoltà si appellavano per fare la chiamata all’interno della terna (poi nella coppia) degli idonei. Questo per associati e ordinari. Nelle commissioni per ricercatore il commissario interno era dominante rispetto agli altri due (meglio ora, tre ordinari di pari peso). Si fece questa scelta legislativa per tutelare le piccole scuole contro i le grandi scuole egemoni, e secondo me si sbagliò, perché si aggiunse danno a danno.
Mario
Come puoi esordire dicendo che della mia proposta non hai capito niente e poi dire quello che vorrei io? Io non ho chiesto nessuna valutazione a punti da parte di una commissione senza discrezione. Io chiedo, molto semplicemente, nessuna commissione. Chi viene reclutato lo e’ sotto la piena responsabilita’ del Dipartimento che lo lo recluta, e il suo rendimento in termini di docente e ricercatore deve avere ripercussioni (in positivo ed in negativo) sul Dipartimento stesso, e su chi lo dirige in primis. Questo attraverso, certo, un sistema che valuta i singoli e i Dipartimenti, come si dice ex-post. E, ci aggiungerei, attraverso i “piedi” degli studenti, che vanno spinti a scegliere fra i vari atenei in base alla qualita’ degli atenei stessi, e quindi abolire il valore legale del titolo di studio, alzare le tasse ai piu’ ricchi per finanziare i meno abbienti, ecc ecc. Ma non mi dilungo qui perche’ ci saranno, spero, altri post, altre sedi.
Venendo al “privilegio” che segnali, ammetti che non esiste nessuna disposizione di legge che indichi che a parita’ di merito si debbano favorire i candidati che la sede locale giudica come “locali” (perche’ accademicamente nati vissuti in quella sede). La legge prevede si un membro interno, ma allo scopo di garantire quella autonomia sancita dalla Costituzione (mica il Mereghetti), che altrimenti vedrebbe imporre a Pisa dei candidati decisi tutti da professori che non stanno a Pisa (come dire, Yale che sceglie chi insegna ad Harvard, e figurati che belle paia di scarpe si ferebbero!!!). Sono i nostri cari prof ad avere interpretato la norma come il proverbiale “fate un po come cazzo vi pare”, e difatti cosi’ e’ accaduto. D’altra parte, e tu ce lo hai dimostrato benissimo con i tuoi messaggi, la mentalita’ e’ quella: pieghiamo ogni regola agli interessi (di Scuola, se va bene, di famiglia o di letto o di scendiletto se va male) e ne usciamo comunque assolti perche’ dimostrare le combine e’ arduo, i commissari son responsbili solo del rispetto formale di un regolamento, e nei pochi casi dove si son dimostrati gli illeciti nessuno ha mai pagato prima di aver raggiunto l’eta’ della pensione.
Caro Cerisoli
è dura discutere con lei, proprio non le riesce di non scadere in insinuazioni. Ad ogni modo torno a dirle che sono convinto quanto lei che il sistema concorsuale (soprattutto nella fase dei concorsi locali) è stato usato da gruppi di potere trasversali, attraverso accordi e combine di ogni genere: talvolta ciò non ha impedito comunque la scelta del migliore, molte altre volte sì volte sì.
Lei chiede di superare questi rischi eliminando i concorsi (“nessuna commissione”), e facendo riferimento a una valutazione di produttività ex-post sulle chiamate dirette fatte dai Dipartimenti, cioè lei porta all’estremo la linea aziendalistica che si vuole imporre da Confindustria e da molti settori del governo Berlusconi a tutte le grandi istituzioni di rilevanza sociale (istruzione, ricerca, giustizia, sanità, ecc.). I migliori medici sono quelli che fanno più operazioni, i migliori giudici sono quelli che mandano più gente in galera, i migliori insegnanti sono quelli che portano più allievi alla promozione, e così via. Naturalmente i più importanti criteri di produttività sarebbero per l’Università quelli economico-finanziari (capacità di attrazione di finanziamenti, redditività degli investimenti, numero di brevetti, numero di consorzi e convenzioni con imprese pubbliche e private), e per altro verso sarebbero criteri di “audience” cioè di gradimento da parte degli studenti. Seguendo questi scenari, si può immaginare l’effetto complessivo sul sistema dei saperi e dei corsi di studio: ricerca di base mortificata, competizione sempre più sfrenata per l’accaparramento di fondi, mercificazione dei processi formativi: insomma una esasperazione di ciò che già sta avvenendo da anni. Ipermercati, o outlet per tutti.
Pregevole Prof. Sechi,
leggendo i suoi commenti viene una gran voglia di fare qualcosa che non ho mai fatto e mai mi sarei mai sognato di fare: votare Berlusconi.
Quindi, seguendo il suo pensiero (o quantomeno quanto ne emerge dal suo commento) lei ritiene che l’Universita’, i suoi docenti e lei stesso, debbano essere avulsi da qualunque possibilita’ di valutazione, ANVUR o CIVR che sia, valutazione di pari non certo politica, o di mercato.
Che quindi i finanziamenti all’Universita’, al suo Ateneo e a lei e al suo gruppo di ricerca non debbano assolutamente tener conto di quento viene prodotto (oddio! produzione, termine capitalistico e “mercificatorio”!).
La sua associazione valutazione-ipermercato e’ degno della peggior dietrologia e fondamentalismo ideologico….
No Mario, a me pare invece che quello che insinua sei proprio tu. O, per lo meno, quello che sulla base di un preconcetto attribuisci agli altri delle intenzioni che questi mai hanno dimostrato.
Valutare ex-post non significa affatto aziendalizzare l’Úniversita’. Certo capisco che per la vostra generazione un mondo del genere e’inimmaginabile, e quindi prefigurate subito il diplomificio e lÚniversita’ostaggio del capitale, ma mdovete rebndervi conto che nel mondo esistono fior di esempi di Universita’libere, innovative ed efficienti dove chi recluta e’pienamente responsabile del gruppo (dal piccolo principal investigator coi suoi phD students al capo dipartimento), e dove i finanziamenti si assegnano quasi del tutto a progetto, e gli studenti sono invogliati a scegliere gli atenei migliori perche’un titolo preso li’e'piu’ prestigioso che ‘da un’altra parte, dove un sistema di valutazione tiene d’occhio la QUALITA’ della didattica e della ricerca prodotte, e via dicendo. Bisogna che facciamo uno sforzo per capire che esiste un altro modo di fare le cose, e che il nostro e’, da anni ormai, perdente…
Appunto, è il mercato dei saperi e della scienza nella sua accezione più completa e radicale!
Chi ha da vendere tecnologia la vende, chi vuole liberamente ricercare per porre le basi per ulteriori conoscenze si cerchi dei mecenati!
Il modello che lei agogna di veder realizzato è quello USA, e le sue scoperte sono scoperte dell’acqua calda.
Non credo che neppure il PD nal suo marasma ideologico attuale possa seguire questi slogan.
Caro Golene
lei non ha capito nulla, mi consenta. La valutazione va bene, purché si sappia che i criteri di valutazione non possono mai essere del tutto quantitativi, e hanno bisogno di essere integrati attraverso un confronto trasparente e di merito sulle metodologie e sugli orizzonti stessi della ricerca. Non c’è ANVUR o CIVR che possa surrogare la capacità di autovalutazione del sistema plurale della scienza e della ricerca. E guai a chiamare il mercato a fare da giudice sui meriti dei ricercatori! Né Galilei né Freud furono valutati dalle agenzie internazionali, le loro scoperte passarono con difficoltà al vaglio di generazioni di studiosi, furono poi riviste e modificate, sempre nel vivo delle contese metodologiche ed epistemologiche.
@ sechi
non è il modello usa. è il modello uk, il modello olanda, il modello germania.
in tutti questi paesi c’è valutazione severa, e ci sono finanziamenti a progetto.
è normale, è logico, è utile e funzionale.
Preg.issimo Prof. Sechi
io non ho capito niente, come lei non sa leggere. Mi consenta.
I criteri di valutazione sono criteri di valutazione. La valutazione ai concorsi (con cui evidentemente lei si confonde) sono altra cosa.
Mi spiega lei cosa intende per “autovalutazione del sistema plurale della scienza e della ricerca”? Cosa e’ per lei autovalutazione? Io, Mario Sechi, valuto quello che faccio? Il CIVR da chi era fatto, da marziani?
Sicuramente tutti i sistemi di valutazione sono migliorabili; chiaramente qualunque sistema di valutazione, quantitativo o che punti al “confronto trasparente e di merito sulle metodologie e sugli orizzonti stessi della ricerca” non puo’ essere unico giudice.
Lei continua a buttare fumo negli occhi, con il suo fondamentalismo ideologico, e anche un po’, ahime’, chic-liberal anni ’80.
sechi lei è un dinosauro.
mi auguro che la sua specie si estingua, per lasciare spazio ad altre creature più adatte alla modernità.
insomma vi accalorate ogni qual volta uno mette in dscussione il pensiero unico,
le vostre certezze sono fanatismo ideologico, e non è neppure farina del vostro sacco
quanto all’ultima infelice battuta di Inverni, convengo, lui è davvero “una creatura”
ma stop, veramente stop, ho provato a discutere semplicemente chiedendo di partire da principi elementari condivisibili in area liberal-democratica, ho portato argomenti problematici, ho cercato di specificare il senso delle mie opinioni, ma qui vi accontentate di darvi ragione tra di voi, se un blog è questo vi confesso io non lo sapevo (quanto al PD, meglio lasciar perdere per carità di patria).
Buon proseguimento, con simpatia
Illustrissimo Prof. Sechi,
adieu!
Non e’ che siamo noi che ci mettiamo d’accordo per darci ragione a vicenda, siete voi che ormai siete giapponesi su un’isola deserta. Il mondo e’ andato avanti, negli ultimi 40 anni, e voi siete fermi la’ dove vi siete piazzati 40 anni fa…
Mi piace condensare la contrapposizione con i gerontosauri di questo blog, nelle poche battute di un dialogo tra Bart Simpson, dedito alla pesca nel lago inquinato dalle scorie della centrale nucleare, con Dave Shutton un reporter de “Il quotidiano del consumatore” di Springfield:
DAVE: come ti chiami fligliolo?
BART: Io sono Bart Simpson. E tu chi cacchio sei?
DAVE: Io sono Dave Shutton. Sono un reporter investigativo che sta sempre in giro e… devo confessare che ai miei tempi era diverso. Non parlavamo così alle persone più anziane.
BART: Bè, questi sono i miei tempi. E noi parliamo così.
Alla prossima,
il vostro sempre ggiovane
Giovanni Golene, J. H.
Interessante articolo i Piergiorgio Strata, oggi su La Stampa “Quei professori troppo giovani per la pensione”.
Altro esempio, l’articolo del prof Strata, rappresentativo di una mentalità di docente manager, che spera di ricavare dal mercato vantaggi immensi, e che auspica per realizzare questo obiettivo che l’Università italiana si liberi della “zavorra” della ricerca umanistica e di base.
Ho riletto l’articolo e non vedo da nessuna parte il riferimento (diretto o indiretto) che cita Mario, ovvero che Strata auspichi di liberarsi della zavorra della ricerca umanistica e di base.
Parla di valutazione dei dipartimenti (la valutazione e’ scientifica, non si affida certo a sistemi di mercato) e di European Research Grants (ERC) che notoriamente sono dedicati anche e molto alla ricerca di base e umanistica.
anche in questo caso sechi dimostra di non capire, o semplicemente di non conoscere la realtà.
quando strata parla di fondi da attrarre e valutazione non sta affatto minacciando la ricerca umanistica.
sono uno storico contemporaneista precario, campo da vari anni ottenendo finanziamenti da istituzioni e fondazioni nazionali e internazionali per progetti di ricerca. fondi che vanno ad un dipartimento che poi li usa – anche – per coprire il mio misero stipendio da precario. è possibile fare fund raising anche in ambito umanistico. in uk e in germania – tanto per fare esempi di due realtà che ben conosco – è all’ordine del giorno.
da noi i docenti più anziani (che poi sono la maggioranza) non sono abituati nemmeno a pensare una cosa del genere, oltre a qualche prin non fanno nulla. invece il mondo è pieno di fondazioni pronte a finanziare ricerche storiche e letterarie.
certo bisogna essere capaci di scrivere in inglese, coltivare contatti con studiosi in altri paesi europei e magari extra-europei, saper formulare progetti di ricerca non provinciali e (ovviamente) non pubblicare solo in italiano.
non è poi così difficile, caro sechi.
Caro Inverni
avevo deciso di non continuare la discussione su questo blog, perché mi pare che non ci siano le condizioni. Manca una base minima condivisa di cultura politica (se non si legge l’intestazione del blog non si immagina neppure di essere in area PD), e manca una disponibilità ad affrontare i problemi in una prospettiva aperta e critica. I cosiddetti ricercatori precari attaccano in blocco tutto il personale docente in organico (inclusi i ricercatori, che sarebbero entrati in ruolo solo attraverso favoritismi e manovre mafiose), auspicano anzi una vera e propria distruzione dell’organico, per introdurre una tipologia di rapporti di lavoro di tipo spiccatamente aziendale, in base alla quale i Dipartimenti scelgono liberamente i ricercatori da assumere a contratto e poi si attua la valutazione sui risultati. Conosco bene il principio del fund raising, e non ho nulla contro ovviamente, purché esso non diventi l’unico parametro per valutare la produttività delle strutture di ricerca. Trovo anzi vergognoso che i professori universitari debbano passare il 90 per cento del loro tempo lavorativo a fare progetti, e soprattutto a “inventare” linee di ricerca sulla base del criterio della loro finanziabilità. Esistono anche ricerche che costano poco, molto poco, e che valgono a volte assai di più di quelle commissionate da fondazioni o carrozzoni nazionali ed europei.
Quanto all’articolo di Strata mi limito a sottolineare come esso appoggi la proposta del prepensionamento a 65 anni con motivazioni di puro management aziendale (si libererebbero risorse ecc ecc), senza spiegare nulla neppure da neurologo sulla presunta deperibilità delle qualità del ricercatore allo scoccare dei 65 anni, e senza fara alcuna riflessione sugli effetti di smottamento di tutto il sistema della ricerca che un esodo così improvviso e massiccio di professori comporterebbe con tutta evidenza.
Caro Cerisoli
per un’ultima volta, glielo scrivo con pacata costernazione: non so se lei si vuole “piazzare” da qualche parte, in ogni caso questa terminologia è insultante e villana. L’insinuazione è un espediente retorico tra i più squallidi, e in secondo luogo se lei non riesce a controllare le sue parole potrebbe capitarle di essere querelato (non da me, stia tranquillo, ciò che lei dice è vistosamente fuori binario)
@ sechi
lei critica la logica manageriale evocata da strata, io non la capisco: per quale motivo l’università non merita una gestione oculata, capace di valutare costi e benefici di ciascun’azione, come auspicabile per qualsiasi struttura (pubblica o privata) che eroga beni e servizi? cosa c’è di male in una logica manageriale, ovvero di buona amministrazione? perché – in un momento di crisi e carenza di risorse – dobbiamo continuare a spendere risorse abnormi per tenerci gli anziani e invece spingiamo i più giovani ad emigrare? che senso ha tutto questo?
Magnifico Prof. Sechi,
siamo arrivati alle querele. Complimenti!
E poi con che finezza: non il classico “ma io ti querelo!”. No! Il ben più sinuoso e insinuante, quasi amichevole, “attenzione! protrebbero querelarti”.
Che arte!
Ma non aveva detto “stop, ma veramente stop” e “buon proseguimento”?
Lo so, è difficile mantenere le promesse…
Mi dispiace in parte di aver alimentato nuovamente una discussione che a volte valica i confini della decenza ma che risulta spesso sterile e bloccata su alcuni formalismi stantii.
Pero’ devo rispondere alle critiche di Mario in quanto, come spesso e’ accaduto, si rivelano quantomeno particolari se non erronee.
Mario afferma che “l’articolo di Strata [...] appoggia la proposta del prepensionamento a 65 anni con motivazioni di puro management aziendale (si libererebbero risorse ecc ecc), senza spiegare nulla neppure da neurologo sulla presunta deperibilità delle qualità del ricercatore allo scoccare dei 65 anni”.
Non mi sembra che le motivazioni addotte da Strata siano solo di management aziendale. Parte infatti da dei dati di fatto:
- nei sistemi dove vige un’eta’ di pensionamento, questa e’ inferiore che in Italia
- nei sistemi senza eta’ di pensionamento c’e’ un sistema che limita la permanenza a chi e’ in grado di contribuire realmente alla ricerca, sia con prodotti della ricerca (pubblicazioni e altro) o attraendo finanziamenti.
E fa notare come, in questi ultimi sistemi, la percentuale di over-65 sia MOLTO inferiore a quello italiano (3% contro 20%).
Conseguenza: l’80% dei professori over-65 italiani sono improduttivi.
A meno di non voler invocare una variante genetica dei professori italiani che li differenziano in intelligenza e capacita’ di svolgere ricerca rispetto ai colleghi oltreoceano.
Questo e’ il punto nodale.
Poi Strata afferma anche che “l’abbassamento del limite a 65 anni avrebbe un risvolto molto positivo sotto un altro aspetto.” e parla quindi delle risorse liberate. Ma questo e’ una conseguenza positiva, non la motivazione per il pensionamento a 65 anni!
Mario afferma anche che Strata non fa “alcuna riflessione sugli effetti di smottamento di tutto il sistema della ricerca che un esodo così improvviso e massiccio di professori comporterebbe con tutta evidenza. ”
Beh, intanto penso ci sia un refuso nella frase di Mario, che probabilmente intendeva “sistema della didattica” piuttosto che “sistema della ricerca”. Infatti, Strata ha appena dimostrato che la maggior parte degli over-65 non contribuiscono alla ricerca. Ma tengono insegnamenti e sono in certi casi importanti per la sopravvivenza di corsi di studio.
E questo problema della didattica, e’ vero, non e’ affrontato esplicitamente nell’articolo. Ma e’ presente in nuce, ovvero con la possibilita’ di reclutare nuovi professori associati.
E anche in questo blog sono state discusse possibili soluzioni, alcune suggerite dallo stesso Mario, come la gradualita’ dell’eta di pensionamento (per es. prima 67, poi 65) e la necessita’ di riconvertire i fondi liberati in posti per associato.
Cari tutti
Golene non vede l’ora che qui si produca il vuoto pneumatico dell’unanimismo, e perciò lo accontento. Solamente approfitto per rispondere a Stamera su due punti: il primo, effettivamente Strata non usa solo argomenti da manager, infatti aggiunge la motivazione statistica che a voi sembra decisiva (altrove 65, perchè da noi no? ma si tratta di un’argomentazione – in termini di logica – di valore pari a zero); il secondo, Strata non ha fornito alcun dato credibile sul grado di improduttività dei professori ordinari ultra 65enni, credo anzi che questa tesi sia del tutto indimostrabile; terzo, il criterio riguardante la capacità di attrazione dei finanziamenti potrebbe esser preso in considerazione in misura molto marginale, perché tutti capiscono che in paesi democratici le linee della ricerca devono ad ogni costo essere garantite nella loro libertà e nel loro pluralismo.
Il fatto che nei sistemi senza limite di eta’ la percentuale di over-65 sia molto inferiore a quella italiana (3 contro 20%) e’ una DIMOSTRAZIONE che almeno i 4/5 dei professori e ricercatori over-65 non sono produttivi nella ricerca. Poi possiamo arrampicarci sugli specchi della definizione della produttivita’, che la ricerca americana non e’ migliore di quella italiana, e affidarsi al solito BEN ALTRO…
Ulteriore dimostrazione tutta italiana?
Il primo dicembre 2009 il senato accademico della Sapienza, decide di indicare dei criteri di valutazione per decidere se concedere la permanenza in servizio oltre i 70 anni.
Quattro mesi dopo il senato valuta la verifica sui 57 professori che hanno fatto richiesta.
Ecco i risultati:
1. almeno 5 pubblicazioni scientifiche (2007-2009), validate dal Direttore di Dipartimento: 23 dei 57 richiedenti non soddisfano tale criterio
2. essere coordinatori progetti o sottoprogetti europei, PRIN, o altri: 41 dei 57 richiedenti non soddisfano tale criterio
3. criterio della presenza in servizio del docente quale condizione indispensabile [...] per l’attivazione dei corsi di laurea e laurea magistrale compresi nell’offerta formativa: nessuno dei 57 richiedenti soddisfa tale criterio.
E’ necessario proseguire?
p.s. anche altre universita’ hanno avuto esperienze simili (vedi Bologna).
Nel caso della Sapienza indicato da Stamerra la percentuale dei cosiddetti improduttivi parrebbe del 40% non dei 4/5. Quanto ai PRIN e ai progetti europei, è noto che i finanziamenti avvengono su criteri e parametri anche “politici”, anche perché i valutatori anonimi sono tutti di nomina ministeriale e para-ministeriale. Se vuole, le manderò una mia riflessione di anni fa molto dettagliata sulle storture dei PRIN.
Sul terzo punto Stamerra ha ragione: è malvezzo diffuso dei professori anziani quello di sottrarsi alla didattica fondamentale, e di riservarsi delle nicchie più comode. Ma ci sarebbero altri aspetti ancora, più complessi e meno adattabili alla tesi di questo blog.
La “produttivita’” nella ricerca non si valuta SOLO con le pubblicazioni (per cui appunto, sembra che il 40% dei professori non ne abbia prodotto un numero al limite della decenza). Ma si usano anche altri indicatori, appunto il coordinamento di progetti (e qui, in Sapienza, siamo al 72%) e anche alla didattica (per esempio tenuta in considerazione negli USA, per tenere i professori in cattedra). I 4/5 indicati sono un valore medio.
Nella valutazione del coordinamento di progetti non si e’ tenuto solo conto dei PRIN (sicuramente ponderati su criteri non solo “meritocratici” ma politici).
Il cosiddetto “criterio dell’essere” prevedeva diverse figure, che non ho riportato per evitare lungaggini, ma evidentemente e’ necessario riportare ora:
criterio dell’essere:
A. coordinatori di progetti o sotto-progetti
di ricerca finanziati dall’Unione Europea nell’ambito di un Programma Quadro;
B. coordinatori nazionali o responsabili
locali di progetti di ricerca di rilevante
interesse nazionale (PRIN, FIRB), finanziati con fondi ministeriali;
C. coordinatori nazionali o responsabili
locali di progetti di ricerca finanziati da altre
Pubbliche Amministrazioni, Fondazioni o Enti
morali riconosciuti (escluse le ONLUS)
Qual è il “limite della decenza”? c’è un parametro quantitativo che possa distinguere decente da indecente? due o tre pubblicazioni all’anno? di quante pagine? meglio in inglese? e se in tedesco o in russo? in italiano no?
Il criterio dell’essere mi piace molto, mi fa pensare alla filosofia parmenidea.
A scanso di equivoci, non sono contro la valutazione della produttività, credo però che i metodi di valutazione in corso siano molto rozzi, e possano anche essere controproducenti.
Il limite della decenza dipende dall’ambiente (Paese, Settore, Universita’), ed e’ un parametro relativo, non assoluto. E certamente puo’ dipendere da innumerevoli fattori.
Ma se si vuole fare una valutazione della produttivita’, a cui neanche Mario si sottrae, un criterio alla fine va deciso, e magari migliorato nel tempo.
E il criterio dipende anche dagli obiettivi che ci si pone.
Nel caso specifico il SA della Sapienza ha indicato quei criteri di valutazione, scelti come requisito minimo. Personalmente che le pubblicazioni siano due o cinque importa poco. Ma un criterio va deciso, per settori, per dipartimenti, per come vi pare. Il criterio scelto influenzera’ anche le scelte dei singoli e dei gruppi.
Per es. giusto ieri sul Messaggero, viene indicato un regolamento per definire la produttivita’ dei ricercatori, e su quella regolare i finanziamenti ai Dipartimenti.
Viene indicato un limite minimo per ogni ricercatore (2 pubblicazioni in 4 anni) al di sotto del quale TUTTO il Dipartimento subisce delle conseguenze (economicamente). E poi viene indicata una valutazione nel futuro con la quale si regoleranno i finanziamenti per tutto il dipartimento.
Questo permette di incidere sulle dinamiche delle scelte, anche locali, e quindi di modificare anche i comportamenti dei singoli e di responsabilizzare i Dipartimenti nella scelta delle persone.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=109786&sez=HOME_SCUOLA
Per spirito di precisione, visto che spesso gli articoli di giornale sono generici, riporto il decreto del 19 marzo 2010 che indica i criteri di valutazione del CIVR, su cui poi, spero, saranno modulati i finanziamenti. Cosa che la ‘cricca’ accademica sta cercando di evitare, come si evince da alcuni emendamenti al DDL.
http://civr.miur.it/vqr_decreto.html
dunque il civr sarebbe oggi l’armata della rivoluzione? contro la cricca accademica? molto interessante
… interessante e divertente: santa ingenuità!
Fa veramente specie constatare, sul piano storico-linguistico, come i Sechi e le Lavinio continuino ad adoprare deliberatamente il registro sarcastico, che – nessuno lo ignora – è un registro essenzialmente terroristico (oltre che perfettamente inutile al dibattito).
Fa specie perchè costoro dovrebbero dare, per età e per autorità che gelosamente rivendicano, esempio di saggezza e temperanza e saldezza di nervi: invece dapprima provocano con obliqua, sprezzante affettazione, poi inseguono i provocatori provocati, dolendosi delle macerie.
Tocca così ad altri e inaspettati dare dimostrazione di comprensione e concentrazione e concretezza, mentre loro offrono una deprimente prova di immaturità fuori tempo massimo, che la dice tutta, e tutta in una volta, sull’Università italiana e sulla società di cui essa costituisce microcosmo esemplare e sulle ragioni anche morali che imporrebbero il ricambio.
Caro Emanuele, ci mancava anche questa tua considerazione!
Amen
Caro Mario, ci mancava anche questa tua conclusione!
Così sia.