Notizie dall’Europa: uno scrittore condannato per i suoi testi

di Alessandro Iovinelli

La notizia è di qualche giorno fa: la Corte di Cassazione di Zagabria ha confermato la condanna a quattro mesi nei confronti di Predrag Matvejević.

Matvejević (nato a Mostar nel 1932) è un intellettuale di fama internazionale e rappresenta una voce che non si è mai arresa di fronte alle menzogne della storia contemporanea. Per questo, quando è diventata ex, ha lasciato la Jugoslavia, sua terra madre partendo per un’altra Europa, quella francese prima e italiana poi, trovandosi in una condizione del tutto particolare, come ha narrato in Tra asilo e esilio (Meltemi, 1998).

Quando negli anni Novanta era scoppiata la guerra tra serbi, croati e bosniaci, era diventata una priorità quella di optare per un campo in cui schierarsi secondo l’eterno principio del “con me o contro di me”. Era una scelta difficile per chi come lui era di padre russo, di madre croata ed era cresciuto nella Bosnia-Erzegovina. Diventava improbabile per uno scrittore che si era formato nella convinzione del carattere sovranazionale del proprio stato, sia pure federale. E infine era una sorte impossibile da accettare per chi era abituato a prendere la penna per parlare di persone, luoghi, culture e storie, non curandosi delle frontiere nazionali – come dimostra il suo capolavoro Breviario Mediterraneo (Garzanti, 1992), un’autentica enciclopedia delle civiltà dei popoli che si sono affacciati su quel mare insieme con la ricostruzione del paesaggio naturale.

A guerra finita, Matvejević non è tra coloro che preferivano l’oblio e la rimozione degli orrori commessi. Nel 2002 scrive un lungo articolo su «Jutarnji List» con il titolo Naš Talibani, cioè «I nostri talebani» (ripreso da «Il Piccolo» di Trieste con un titolo ancor più duro, Talebani cristiani). Si tratta di una denuncia serrata di quelle che sono «le responsabilità degli intellettuali nazionalisti (in Serbia, Croazia e Bosnia, N.d.R.) che hanno aiutato i “signori della guerra” a infiammare i conflitti». Nel testo Matvejević cita apertamente gli autori dei testi più guerrafondai. Uno degli autori menzionati, un mediocre poeta croato-bosniaco, anziché vergognarsi di quel che ha scritto, lo denuncia sentendosi offeso dalla qualifica di “talebano” – e non complice di una guerra che ha prodotto lutti e rovine.

Al termine di un processo che ruota tutto intorno a un aggettivo e dura quasi quattro anni, Matvejević è condannato una prima volta a cinque mesi di carcere per ingiuria e diffamazione. In quell’occasione, Claudio Magris, Tahar Ben Jelloun, Erri De Luca, Dacia Maraini, e altri scrittori firmano un appello contro la sua condanna. Tuttavia il giudice sospende l’esecuzione della pena, a condizione che lo scrittore non reiteri lo stesso reato. Davanti a un tale obbligo che è più o meno un invito ad abbassare la testa e tacere, egli dichiara che non gli tapperanno la bocca, anzi rilancia quel che ha sostenuto, dichiarando che ci vorrebbe un tribunale «speciale» dell’Aja per tutti gli intellettuali che, tradendo il loro ruolo di portavoce della ragione e della conoscenza, hanno invece legittimato in nome della loro ideologia nazionalista gli odi e i massacri della guerra etnica nei Balcani.

Il resto è storia di questi giorni: la condanna è stata di nuovo confermata. Il 26 maggio scorso, lo scrittore ha rilasciato alla stampa questa dichiarazione: «Pensavo che il pretesto della querela fosse esaurito già da tempo, dopo le proteste dell’Associazione dei giornalisti, del P.E.N. Club, dopo gli interventi di alcuni scrittori e gli articoli su “Le Monde”, “Libération”, “La Repubblica”, “Il Corriere della sera”… Non ho fatto ricorso; non credevo che sarebbe servito a qualcosa. La condanna è caduta in prescrizione, ma la Procura di Stato ha tirato di nuovo in ballo la sentenza. Tutto ciò non mi piace. Ed è assurdo: prima del 1991 ho difeso tanti scrittori croati e non solo croati, minacciati di carcere o addirittura già incarcerati. Sono sempre stato convinto che nel socialismo dal volto umano non si potesse essere condannati per delitto verbale. Evidentemente non solo mi sbagliavo per allora, ma anche per oggi. […] I talebani si sono riprodotti, ogni giorno si riproducono di più. Non mi scoraggeranno. Sono ritornato nel Paese in cui ho vissuto la maggior parte della mia vita, dove ho tenuto lezioni all’Università di Zagabria, nella città ove ho avuto la fortuna di vedere pubblicate sei edizioni dei miei colloqui con il più grande scrittore di questo popolo e di questa lingua (Miroslav Krleža, N.d.R.). I talebani non possono farmi paura. Non glielo permetterò».

Con queste parole Matvejević dimostra di non essersi arreso e di voler continuare la sua battaglia in difesa della libertà di espressione e della responsabilità della memoria storica. La stampa italiana non ha fatto cenno al grave episodio. Ma è giusto – anzi doveroso – far sentire la nostra voce come segno di solidarietà e condivisione della stessa lotta.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Andrea Ballabeni

    Questo post dovrebbe far pensare molto anche al nostro Paese, a quanto anche noi abbiamo urgente bisogno di fare luce su tante vicende oscure, a ricordare, ad avere memoria storica. Se rinunciamo a capire la nostra storia, non potremo nemmeno sperare in un futuro senza i problemi cronici che ci hanno sempre accompagnato e rallentato, a partire dai rapporti mafia-politica.

    A proposito, segnalo questo articolo di Barbara Spinelli pubblicato su La Stampa il 6 Giugno 2010

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-politici-non-vogliono-sapere/?h=0

    Questi sono due interessanti passi dell’articolo…

    “L’osceno italiano di cui parla spesso Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e cioè il potere reale esercitato “fuori scena”, di nascosto, esclude l’esistenza di un “patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito”. A differenza dell’America, o della Germania che di continuo rivanga il proprio passato nazista, l’Italia non ha una memoria collettiva che archivi stabilmente la verità e la renda a tutti visibile. Da noi la memoria storica si dissipa, frantumando e seppellendo fatti, esperienze, sentenze. E di questo seppellimento sono responsabili i politici, per primi”

    “Come ha detto una volta Pietro Ichino a proposito dei ritardi della sinistra sul diritto di lavoro, in Italia “si chiudono le questioni in un cassetto gettando la chiave”. È il vizio di tanti suoi responsabili (nella politica, nell’informazione) pronti a convertirsi ripetutamente. Pronti al trasformismo, a voltar gabbana. Chi non sta al gioco, chi nel giornalismo ha memoria lunga e buoni archivi, viene considerato uno sbirro, o un rimestatore, o, come Saviano, un idolo da azzittire e abbattere.”

  2. Otomi

    Surreale che dopo tutti questi anni e dopo la sua lotta arrivi un giorno e qualcuno lo voglia ancora condannare per un gesto cosi umano come quello di cercare giustizia per le vittime, Il fatto di aver denunciato dei criminali dei quali le mas media conoscono poco in realtà mi fa temere ciò che il presente presenta e mi domando se nel futuro ci sarà ancora memoria di una storia cosi dura.

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