di Raoul Minetti
Tito Boeri ha un dono che scarseggia vistosamente nel dibattito pubblico italiano: dice le cose con chiarezza, come fanno i tecnici competenti, senza perdersi in frasette fatte o slogan retorici. Il suo linguaggio asciutto e puntuale differisce radicalmente da quello del ministro Tremonti, che ama invece la filosofia dei massimi sistemi (che piace ai media perchè utilizza parole suggestive e un po’ visionarie – mercatismo, globalizzazione …).
E di cose Boeri ne dice chiare e significative in questa intervista rilasciata a Repubblica TV. Lo scontro tra FIOM-CGIL e FIAT verificatosi a Pomigliano è il fallimento di una classe politica che da anni non affronta i problemi del lavoro con politiche strutturali (come non affronta neanche i temi della politica industriale, una emerita sconosciuta tra i banchi del Parlamento).
Due dei problemi cruciali che sono emersi nello scontro sono problemi noti da anni, ci ricorda Boeri. Primo, l’esigenza di garantire una rappresentanza unica sindacale in contrattazioni come quella svoltasi a Pomigliano. Il costo della conflittualitá (anche di una piccola minoranza dei lavoratori) è altissimo quando si intraprende un investimento come quello che FIAT progetta con la produzione della nuova Panda a Pomigliano. Non si può quindi arrivare ad un tavolo con una molteplicità di sigle sindacali contrapposte. Ci ricorda Boeri che la riforma della contrattazione salariale è argomento di cui si dibatte da anni senza che si sia ancora approdati a nulla di concreto. Secondo, l’esigenza di legare i salari alla produttivitá nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale. Se questo principio fosse stato fatto proprio da una politica seria del lavoro non assisteremmo oggi allo scontro frontale sulle clausole contrattuali FIAT per limitare l’assenteismo e incrementare la produttività a Pomigliano. Anche in questo caso, sono anni che si discute della esigenza di legare le remunerazioni salariali alla produttività (a suo tempo ospitammo anche noi sul nostro blog un articolo a quattro mani di Tito Boeri e Luigi Guiso de la Voce in cui si prospettavano diversi approcci micro e macro per creare tale legame). In un articolo de la Voce di più di un anno fa, ad esempio Boeri proponeva: “la regola potrebbe consistere nell’aumentare i salari in proporzione al 50 per cento dell’incremento del reddito lordo operativo pro-capite, al netto dell’inflazione”. Tra l’altro è noto che se la bassa produttivitá e il tasso di assenteismo dello stabilimento di Pomigliano sono un caso estremo, la bassa produttività del lavoro è da tempo uno dei mali che affligge il nostro sistema produttivo e che impedisce di coniugare aumenti dei redditi da lavoro con competitività delle imprese (si veda ad esempio questa bella analisi del 20 Febbraio 2008 di Pierangelo de Pace e Michele Boldrin su NoiseFromAmerika).
La parte forse più significativa dell’intervista di Boeri è quando gli viene chiesto come mai queste proposte non vengano recepite non solo nelle politiche del governo (e qui nessuna sorpresa) ma neanche in maniera convinta nelle posizioni del PD. Boeri non puo’ far altro che constatare che 50 senatori hanno sottoscritto la sostanza delle proposte sul contratto unico che (seppur con alcune differenze tecniche) lui e Pietro Ichino hanno elaborato negli ultimi anni. Ma che ne è stato delle proposte di Ichino e Boeri nel documento in dieci punti recentemente prodotto dall’assemblea del PD? Non e’ dato saperlo. Il documento contiene qualche spunto condivisibile, e l’introduzione al decalogo di proposte sembra in effetti promettente (si parla di un “diritto unico” che superi il dualismo del mercato del lavoro). Ma il cuore del documento consiste nel proporre l’introduzione di numerose fonti di sostegno economico ai lavoratori o sgravi fiscali, che vanno da una forma di “salario o compenso minimo”, a “un’indennità di disoccupazione means tested”, al “potenziamento degli incentivi fiscali per i contratti di solidarietà”, all’ “introduzione di un reddito minimo di inserimento sul modello del “Reddito di Solidarietà Attiva” per combattere la povertà e l’esclusione sociale”, all’ “integrazione delle pensioni delle future generazioni di lavoratori e lavoratrici attraverso una quota a carico della fiscalità generale”. Ne emerge un quadro (disorganico) di proposte generose che pero’ non sono corredate di appendice “numerica” con un’analisi di fattibilità. Sorge quindi spontanea la domanda: quante di queste molteplici e generose misure sarebbero in effetti sostenibili in un periodo in cui si suda freddo per contenere deficit e debiti pubblici? Il documento sul lavoro del PD non sposa invece il nucleo della proposta sul contratto unico, né nella forma prevista da Ichino né nella forma prevista da Boeri. De facto, anni di lavoro e di proposte di Ichino e Boeri vengono utilizzati soprattutto per scrivere l’introduzione del documento. Leggevo qualche tempo fa che Pippo Civati auspicava che il PD facesse sedere attorno ad un tavolo Boeri e Ichino perché trovassero una sintesi delle loro proposte, affinché poi questa sintesi potesse divenire il “grande progetto sul lavoro del PD”. A leggere questo documento, il PD non la pensa come il buon Civati.
C’è un grande assente a Pomigliano: la Politica.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







La politica è assente. Oppure si stanno confrontando politiche contrapposte. Davvero è un problema di produttività? Non sarebbe il caso di guardare cosa accade con le grandi industrie dell’automobilie in Germania e Francia e chiedersi se le richieste di Fiat sono legittime o meno? Siamo sicuri che in gioco a Pomigliano, ci siano solo i diritti di uno sparuto di lavoratori?
Si’, Marco, la produttivita’ e’ il cuore del problema. La produttivita’ definisce la dimensione della torta che aziende e lavoratori si “spartiscono”. Gli obiettivi della FIAT (o di qualsiasi altra impresa) si scontrano con quelli dei lavoratori quando la dimensione della torta si restringe. Sono anni che questo viene ripetuto ma la politica latita su tutto il fronte. E la Caporetto della produttivita’ in Italia assume in alcuni settori contorni drammatici (leggi la disamina di NfA se hai tempo). In gioco e’ ovviamente il futuro delle imprese e dei lavoratori italiani, non quello di uno sparuto gruppo.
La recentissima polemica sull’uso dell’epiteto “compagno” mi ha ricordato diversi avvenimenti del passato tra cui il film: La classe operaia va in paradiso , un’opera che illustra il funzionamento del “salario legato alla produttività”.
Divagazione da intellettuale lontano dalla gente?
Solo pochi giorni fa ho chiacchierato con degli anziani, che nei primi anni ’70 erano nel PCI e lavoravano sodo. I loro discorsi sull’attualità avevano un denominatore comune: la cultura del lavoro, che non c’è più.
E’ questo il vero problema. Non credo serva rispolverare Marx. Bastano i dati a cui avete rimandato, che indicano com’è distribuita negli anni la flessione della produttività del lavoro. C’è una certa sospetta coincidenza…
Possiamo evitare l’ennesimo regalo ai padroni e invece di ripristinare il cottimo e le sue prevedibili conseguenze (vedi Elio Petri), possiamo prendere atto che in questo paese c’è una crisi della CULTURA (sempre intesa come conoscenze e valori condivisi) e che le sinistre e il PD in particolare dovrebbero fare attrito lì.
Concordo con te Janila, la Cultura del lavoro si e’ persa completamente. grazie del tuo bel commento
Probabilmente i vecchi iscritti del PCI scioperavano, ma quando c’era da mettersi sotto lavoravano, sapevano che potevano reclamare un loro diritto perchè avevano fatto il loro dovere.
Sul discorso della produttività, è applicabile laddove la produttività può essere misurata, dove c’è un’oragnizzazione scientifica taylorista del lavoro.
Nelle imprese piccole e medie italiane trovo spesso difficile tale impostazione, più semplice un discorso di incentivi sulla base di obiettivi da raggiungere legati ad altri fattori oltre la produttività.
Un esempio pratico: in una piccola industria se si rompe un macchinario e la produzione è completamente ferma, il lavoratore che interviene con competenza per riparare il danno verrebbe penalizzato perchè la sua produttività è zero, mentre il suo impegno è maggiore di quando lavora alla macchina. Per cui incentivi anche sulla preparazione dei dipendenti.
Comunque una grossa fetta della classe operaia italiana se la fotografassimo oggi la troveremmo più smile a i “descamisados” argentini, pronti a votare il Peron-Berlusconi-Bossi-Lombardo di turno che gli promette populisticamente pane per poi dargli briciole.
Lavorare sulla CULTURA dei lavoratori è un obiettivo a lungo termine, soprattutto se non si utilizzano mezzi adeguati, il lavoro per il centro-destra l’ha fatto la TV del Grande Fratello.
Il centro-sinistra continua ad usare mezzi d’informazione (e formazione) di elite e non di massa.
Per cui tanto lavoro, orizzonte lunghissimo (forse inarrivabile), sarebbe tempo di prendere qualche scorciatoia?
Macchiavellisticamente il fine giustificherebbe i mezzi.
Provate ad andare in veneto o nella bergamasca a chiedere se la cultura del lavoro non c’e’.
Il fatto e’ che sotto firenze non c’e’ mai stata. Questo e’ il problema, l’unico.Il resto sono chiacchere.
Aristarco