L’Europa e la pena di morte degli Stati Uniti


di Andrea Ballabeni, Giorgio Gaglia ed Emanuele Palescandolo (membri del circolo PD di Boston)

La American Board of Anesthesiologists (ABA), un’associazione di 40 mila anestesiologi americani, revocherà la certificazione a tutti i membri che prenderanno parte ad iniezioni letali. Nonostante la American Medical Association sia da sempre contraria alla presenza di medici nelle camere della morte, il gruppo di anestesiologi è il primo a prendere provvedimenti concreti, considerato che la perdita della certificazione impedisce di esercitare nella maggior parte degli ospedali.

Solo nell’ultimo secolo negli Stati Uniti sono state eseguite oltre 5 mila condanne a morte. All’inizio degli anni settanta le esecuzioni erano state interrotte per incostituzionalità, ma poi, nel 1976, la Corte Suprema ha ridato il via libera. Da allora sono state uccise oltre 1200 persone (52 nel solo 2009) ed attualmente sono circa 3200 i prigionieri in attesa nel braccio della morte. L’ ultima esecuzione tramite impiccagione è avvenuta nel non lontano 1996. Camera a gas e sedia elettrica sono state usate anche più recentemente e talvolta si ricorre addirittura al plotone di esecuzione (l’ultima volta proprio poche ora fa, il 18 Giugno 2010). La procedura standard di esecuzione prevede oggi l’ iniezione letale, per la quale circa metà dei 37 stati in cui vige la pena capitale richiede la presenza di un medico, spesso un anestesiologo. Il motivo che ha spinto la ABA a punire i suoi membri che prenderanno parte ad iniezioni letali è la difesa del sacro principio deontologico del “primo non arrecare danno fisico al paziente”.

Nel fronte dei contrari alla pena di morte, una parte è soddisfatta della decisione della ABA perchè in questo modo si toglieranno argomenti a chi crede nella umanità di esecuzioni senza dolore e medicalmente assistite. Un’altra parte ritiene invece che la decisione sia sbagliata perchè i condannati a morte dovrebbero in ogni caso aver diritto fino all’ultimo alla massima assistenza medica, soprattutto per ridurre al minimo le possibilità di sofferenza. Il fronte dei favorevoli alla pena di morte, dal canto suo, non sembra essere particolarmente interessato alla decisione degli anestesiologi ed infatti molti ritengono che la loro presenza non sia necessaria per la somministrazione intravenosa delle varie sostanze (tra cui una anestetizzante).

Nonostante la pluralità di vedute nell’opinione pubblica, la netta maggioranza degli Americani rimane favorele alla pena di morte. La gente d’ Europa, al contrario, ha mutato parere nel corso dei decenni del secolo scorso ed ora una solida maggioranza si dichiara contraria. Per molti europei è inconcepibile che un paese come gli Stati Uniti possa tollerare una simile barbarie. Sebbene Cina ed Iran eseguano molte più condanne a morte, gli Stati Uniti sono l’unica grande democrazia industrializzata (se si fa eccezione per il Giappone) che ancora pratichi la pena di morte. Politici americani di rilievo che osino dichiararsi contro la pena di morte ce ne sono sempre stati pochi. I democratici, nel recente passato, ne hanno avuto qualcuno candidato alla presidenza: George McGovern, Jimmy Carter (che presidente lo è anche stato), Walter F. Mondale e Michael S. Dukakis. La tendenza degli anni settanta ed ottanta si è poi interrotta, probabilmente anche perchè l’opposizione alla pena capitale non pagava difronte alla propaganda repubblicana che martellava in continuazione il messaggio dei democratici soft on crime. Bill Clinton è sempre stato un forte sostenitore della pena di morte e sostenitrice lo è sempre stata anche sua moglie, Hillary, ora Segretario di Stato di Barack Obama. L’attuale presidente è anche lui favorevole anche se, quando era senatore nell’Illinois, si mosse in prima persona per implementare controlli rigorosi in tutti gli interrogatori dei casi “a rischio” di pena di morte, con lo scopo di fornire massime garanzie agli imputati. In passato Obama ha espresso più volte le sue posizioni, sottolineando che la pena di morte “funziona poco come deterrente” ma che “in alcuni casi la comunità è autorizzata ad esprimere “the full measure of its outrage”, la misura massima della sua indignazione. Difficile capire se Obama sia intimamente convinto di quello che dice o se invece sia solo opportunismo elettorale. Quel che è certo è che una parte dell’opinione pubblica mondiale (per lo meno la parte più sognatrice) ha riposto in lui grandi aspettative che al momento rimangono disattese.

Potrebbe l’Europa fare maggiori pressioni sull’alleato americano? Noi riteniamo di si. Alcuni risultati sono già stati ottenuti, visto che il peso dei paesi europei è stato fondamentale per arrivare, nel Dicembre 2007, alla moratoria Onu contro la pena di morte. L’ azione dei paesi europei deve ora continuare sia in sede Onu sia nei rapporti diretti con gli Stati Uniti. Qualcuno potrebbe far notare che la diplomazia richieda equilibrio e pragmatismo e che non ci sia spazio per pressioni, soprattutto in un periodo di crisi economica in cui l’Unione Europea ha problemi di coesione e linea politica e necessità di tenere buoni rapporti con gli Stati Uniti e altre superpotenze. Abbiamo pero’ la forte impressione che, nonostante le esigenze della realpolitik, si possa fare di più. L’Europa avrà sicuramente i suoi problemi ma non puo rinunciare ai suoi valori e alle sue conquiste di civiltà. Il nostro continente ha il dovere di affermare e difendere ogni giorno le sue grandi conquiste e, a nostro avviso, ha il dovere di farlo anche fuori dei suoi confini. In questo campo l’Europa si trova ad occupare una posizione di assoluta leadership e sarebbe imperdonabile abdicare.

Inoltre, potrebbero i partiti di opposizione europei, come ad esempio il Partito Democratico italiano, fare la loro parte? Anche in questo caso riteniamo che la risposta sia si. Qualcuno potrebbe forse sorridere all’idea che il PD si occupi di grandi temi di politica mondiale quando esistono problemi più urgenti di unità interna e di convincimento dell’elettorato. Pensiamo pero’ che un partito che ambisca a guidare un paese non possa fare a meno di parlare anche di grandi tematiche, nonostante queste non rientrino nella categoria dei famosi “problemi quotidiani della gente” e anche se queste non portano tanti voti elettorali. Il partito dovrebbe quindi occuparsi di fare più politica su certi temi, organizzare incontri, promuovere dibattiti, rilasciare dichiarazioni stampa, fare pressioni sul governo affinchè in occasione di incontri con l’alleato statunitense emerga piu spesso ed in modo esplicito quanto per noi italiani ed europei siano importanti certi valori. Noi pensiamo che possa essere fatto di più, certo coscienti delle esigenze della diplomazia e del pragmatismo ma anche consapevoli di come la realpolitik venga sempre di più usata, ad ogni livello ed in ogni contesto, come pretesto per non affrontare problemi. Forse si tratterebbe solo di aver un po più di coraggio ed ambizione? Forse si. Motivi di ottimismo comunque ce ne sono. Il centrosinistra già in passato ha dimostrato di saper combattere (e vincere) certe battaglie e nell’attuale vertice del Partito Democratico non mancano certo le sensibilità.

Intanto, nei prossimi mesi ed anni vedremo se Barack Obama farà qualche mossa significativa. Forse non la farà prima del 2012 ma, fosse rieletto, potrebbe più plausibilmente fare qualcosa nei quattro anni successivi quando non avrebbe più nulla da perdere e potrebbe mettere in campo tutto il suo carisma (sarà lo stesso di oggi?) e i suoi poteri per far partire negli Stati Uniti un serio processo di rivisitazione culturale della pena di morte. Non lo dovesse fare, avrà certamente deluso parte dell’opinione pubblica nel suo Paese ed una parte ancora più grande in Europa.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. autori
  2. Max

    tendenzialmente la penso come Obama…non serve come deterrente ma a volte ci sta bene.

    che so…..penso ai preti pedofili, ai criminali sessuali in genere ed altri criminali sociopatici antisociali recidivi ed irrecuperabili….

    l’unica preoccupazione e’ tecnica: essere certi del colpevole. processi indiziari, processi dove l’evidenza principe e’ la presenza di testimoni oculari (notoriamente inaffidabili spoecie in cross racial IDs) dovrebbero essere esclusi dalla pena capitale. e le esecuzioni dovrebbero essere pubbliche,perche e’ codardo per una societa’ pretendere che sia un evento “aseptico”. se la si vuole somministrare i cittadini devono vedero cio che lo stato fa in loro nome.

    cio detto penso violi la costituzione americana,per come e’ scritta ora (clausola su “cruel and unusual punishent”).

  3. Andrea B.

    Qualcuno ci ha fatto notare che esistono sondaggi che indicano che in alcuni paesi europei ci sono piu’ favorevoli alla pena di morte di quanto si possa immaginare.
    Un sondaggio Gallup International di qualche anno fa ha mostrato che il 60% degli europei occidentali e’ contrario alla pena di morte. E’ pero’ anche vero che esistono differenze tra paese e paese e che nell’est Europa i contrari diminuiscono.
    Per fortuna, politici e partiti europei che si dichiarino a favore della pena sono pochissimi e questo e’ sicuramente un caso in cui la politica e le istituzioni sono piu’ avanti (almeno dal nostro punto di vista) rispetto ad una parte della popolazione.

    A proposito invece degli Stati Uniti, va sottolineato che se anche gli ultimi due presidenti democratici sono favorevoli alla pena, esiste comunque una parte della politica americana che e’ contraria. Infatti, ricordiamolo ancora, in 13 stati la pena di morte e’ fuori legge. Nel Massachusetts, lo stato dal quale scriviamo, ci sono stati negli anni passati diversi tentativi di ripristinare la pena di morte ma questi sono sempre stati sconfitti dai voti del parlamento dello stato e dal peso dell’opinione pubblica. In relazione alla pena di morte, la politica e le idee del Massachusetts sono quindi sicuramente piu’ avanzate e civili rispetto a quelle del presidente Obama. Per lo meno per ora.

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