
Quando, come accaduto nella recente e animata discussione sulla proposta del PD del pensionamento dei professori universitari a 65 anni, si critica a fondo il sistema universitario italiano e si fa notare come esso sia molto indietro rispetto a quello degli altri paesi sviluppati, quasi sempre, ad un certo punto, qualcuno si rivolge, spesso a chi critica lavorando nel sistema universitario di un altro paese, con un’affermazione che sembra (o vorrebbe) porre fine alla discussione: come mai nelle Università straniere vi hanno preso se quella italiana da cui magari siete usciti è così scassata come dite?
Questa domanda è chiaramente due volte provocatoria, perché sembra proporre il seguente scenario: l’Università italiana non è così “scassata”, visto che produce ricercatori migliori di quelli dei paesi dove vanno, di conseguenza si tiene i “migliori” per produrre ricercatori migliori di quelli degli altri paesi e quindi, voi che siete usciti, non siete i migliori del sistema ma gli “avanzi” che utilizzano poi argomenti falsi per tentare di screditare chi è restato e prendergli il posto.
L’equazione semplice buona università = buoni ricercatori non è però così immediata come potrebbe sembrare.
Che gli studenti che escono dalle Università italiane (o quanto meno dalle maggiori università italiane) siano di ottimo livello, quanto meno nelle facoltà scientifiche, non è un mistero per nessuno. Questo però ha una origine meno lineare di quanto si possa credere guardando il sistema dall’esterno. I professori universitari italiani, anche quando non facciano più ricerca da anni, per tradizione sono molto duri ed esigenti nei risultati dei corsi, dando molto da studiare e lasciando gli studenti in balia di loro stessi. Una selezione naturale che fa si’ che molti siano scoraggiati i primi anni e quindi chi riesce a sopravvivere ha un’ottima preparazione, o perché è sempre stato bravo e autonomo oppure perché ha dovuto imparare a diventarlo. Quando quindi si mette vicino ai “medi” diplomati stranieri, il laureato italiano ha una preparazione superiore non solo e non tanto nelle conoscenze, ma soprattutto nell’abitudine a “lottare” per conquistarsi ogni cosa.
Questo aspetto molto “all’antica” dell’Università è forse una delle poche cose che non si dovrebbe perdere nelle riforme e modifiche, anche se proprio da qui si è cominciato ad agire. Chi però tiene alto il livello di durezza degli studi, non necessariamente fa ricerca di alto livello, non necessariamente è in collegamento con le grandi tematiche internazionali, non necessariamente cercherà di avere nei propri dipartimenti i “migliori ricercatori”. Gli sono sufficienti degli eredi che portino avanti senza grandi slanci un po’ di ricerca e siano duri con gli studenti (una durezza che è anche facile a farsi, perché non aiutare e fare corsi duri non richiede un grande sforzo). Il paradosso dell’Università “scadente” che produce ricercatori apprezzati all’estero è, come sempre per i paradossi, basato su preconcetti che si possono smontare analizzando i fatti.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ricca’, mo’li senti….
Chi si vuole arrampicare sugli specchi faccia pure. Chi vuole un’università per bamboccioni, dove si studia facile, vada dunque all’estero da subito e diventerà ricercatore, anzi professore universitario, a 15 anni… Che scandalo questi docenti esigenti che, per giunta, perseguono quella che si chiama l’ “autonomia dello studente”, cioé la sua capacità di organizzarsi nello studiare, e bene, senza accontentarsi di ripetizioni pappagallesche di appunti dettati e di materiale premasticato scodellato a lezione!
cara cristina, mi pare che qui chi ha i paraocchi sono altre persone.
Mi pare di aver detto abbastanza linearmente che il “perseguire l’autonomia dello studente”, benché lavorativamente facile è cosa buona e giusta, è anzi alla base del successo degli italiani all’estero. Chi esce dalla giungla è per forza forte, abituato al peggio.
La Sapienza è una lotta anche solo dal punto di vista burocratico, chi passa quel sistema (dove ogni studente è segretario di se stesso, per laurearsi bisognava portare i verbalini degli esami NOI alle segreterie …) poi ovviamente riesce a cavarsela ovunque.
E questo poi limitando alla mia esperienza nelle facoltà scientifiche dove, al contrario di quelle letterarie, i programmi sono interamente spiegati dai professori.
Se si continua cosi’ poco male, vuol dire che l’Italia produce buoni/ottimi scienziati che poi si pappano gli altri stati.
Bellissimo post Riccardo, ed ora ci aggiungo una esperienza ed una riflessione.
Lo faccio, preciso, da PhD emigrato da 4 anni in una delle realta’ piu’ avanzate ed efficienti d’Europa, quell’Olanda che ha 14 Universita’ su 17 fra le prime 200 al mondo quando noi ce ne abbiamo 2 su 70 (limitandoci a quelle pubbliche). E anche da (saltuario) collaboratore di altre realta’, USA, UK, Svezia… Nel corso di questi anni ho conosciuto ed avuto come capi e colleghi americani, olandesi, portoghesi, giapponesi, tedeschi, francesi, greci, indonesiani, svedesi, spagnoli e mi fermo qui. Tutti, a loro modo, apprezzati, produttivi, capaci. Il primo dei miti che va quindi sfatato e’, secondo me, quelli che gli italiani siano quel “sale della Terra” che le nostre gerarchie accademiche e la vulgata giornalistica descrivono: nell’universo del “brain exchange” siamo semplicemente UNA delle componenti. Non fa nessun particolare effetto, qui all’estero, che un italiano espatriato abbia successo, tantomeno lo si attribuisce ad una qualche superiorita’ del sistema accademico/formativo italiano. Smeplicemente perche’ come si affermano gli italiani si possono affremare tanti altri, perche’ paesi come l’Olanda, il Regno Unito, gli USA, Singapore, i paesi scandinavi, finanche la Francia e la Germania permettono ai “non nativi” (specie i “non accedemicamente nativi”) di arrivare fino ai vertici dell’accademia.
Agli italiani fa invece molta impressione perche’, da noi, gli stranieri che si affermano nell’accademia (dal ricercatore al rettore) sono merce rarissima, o prodotto di vera nicchia.
Mito da sfatare numero 2: il sistema a “jungla” dell’Accademia italiana “avvantaggia” chi sopravvive, selezionando solo quelli piu’ resistenti e flessibili, ed e’ quindi criticabile ma infine efficace. Secondo me in questo discorso si tralascia un aspetto considerevole: chi sopravvive alla jungla e’ forse temprato (ma quanti iraniani, per dire, non lo sono snche di piu’?) A SCAPITO della sua preparazione. In una Universita’ dove alcuni corsi sono 1 prof contro 200 allievi, dove passano anni prima di poter accedere ad un laboratorio, dove se va bene in tesi uno impara due-tre tecniche e le ripete per due anni, dove molti escono dal dottorato senza avere una pubblicazione su una rivista internazionale peer reviewed, i nostri i nostri tempratissimi cervelli da esportazione usciranno pure con una scorza degna di una testuggine, ma parecchio svantaggiati rispetto ai colleghi americani, inglesi, oalndesi, tedeschi etc…
Falso mito numero 3: gli studenti italiani sono piu’ svegli. Rido: ho assistito a lezioni dove gli studenti olandesi bombardavano di domande il prof, molte delle quali parecchio “intelligenti” e che esigevano una risposta complessa, il tutto in quadro molto “paritario” (e proficuo) di scambio fra prof e studenti. On the other hand, nella mia esperienza di studente italiano, il mio ricordo delle lezioni e’ un prof che declama dal palco ad un pubblico muto e chino a vergare appunti. Certo che poi gli studenti italiani, trasportati nell’ambiente aperto e paritario di cui sopra, reagiranno infin come ci si aspetta da ventenni intelligenti. NONOSTANTE la formazione italiana, non certo GRAZIE A.
Falso mito numero 4: la fuga dei cervelli e’ un fenomeno ingiusto perche’ i cervelli se ne vanno, oppure perche’ non tornano. Il probelma qui non sta nel “movimento” dei cervelli, che e’ quanto di piu salutare possa esistere nel sistema globale della ricerca. Il problema risiede nelle OPPORTUNITA’ che sono diverse fra quei cervelli che migrano, per dire, dalla Germania, dalla Francia, dal Regno Unito, dall’Olanda… e gli Italiani. I tedeschi che vanno a fare il postdoc ad Harvard ci vanno con pingui borse di studio e progetti di ricerca pagati dalla Germania; gli olandesi che vanno in UK a fare ricerca, come gli inglesi che vengono in Olanda, considerano altrettanto probabile poter tornare nel paese d’origine a fare ricerca come restare all’estero dove sono o andare in altri paesi ancora. Per gli Italiani invece il ritorno in Italia e’ precluso da una Accademia che “rinnega” chi evade ina autonomia e lo condanna all’esilio. E resta impermeabile, figuriamoci, a chi nemmeno e’ italiano, di nascita o formazione.
grazie francesco, giuste osservazioni a complemento. E grazie anche che adesso gli strali cadranno soprattutto su di te