Tommaso Caldarelli spiega perché iMille sono contrari al disegno legge sulle intercettazioni votato ieri in Senato
Il manovratore va controllato. I reati sono una brutta cosa. Punto e basta, non c’è discussione su questi due elementi. Perchè se c’è nel primo caso, siamo in uno stato autoritario; nel secondo caso il discorso sarebbe più lungo, ma riassumiamolo: se per reati intendiamo “le cose che non si fanno”, allora “le cose che non si devono fare, è una brutta cosa farle” è una frase senza dubbio vera, perchè se non lo fosse, mi chiedo che mondo sarebbe.
E’ per questo che il Ddl intercettazioni su cui il governo ieri ha posto la questione di fiducia è niente più che ciarpame da rifiutare: perchè le uniche due mete a cui può condurre sono queste. Infatti, esso si compone di due macigni: più difficoltà per i giornalisti, più difficoltà per i magistrati. E quindi, appunto, vengono intaccati i meccanismi di controllo del potere e di repressione degli illeciti: dunque, già solo per questo, questa legge puzza. Poi, uno la va a leggere, si rende conto che era esattamente come pensava – la legge puzza perchè c’è del marcio – e il quadro si chiude.
Descriviamo innanzitutto di cosa stiamo parlando. Le intercettazioni vengono definite “un mezzo di ricerca della prova”; sono disposte con criteri stringenti (parlo della normativa vigente: gravi indizi di reato, autorizzazione del giudice con decreto motivato – il che vuol dire: visto che c’è la motivazione, essa potrà poi venir messa in dubbio, contestata, sindacata, ovvero è il giudice che si assume la responsabilità di intercettare, tranne in casi di urgenza); dopo cinque giorni dal deposito le intercettazioni sono a disposizione delle parti, e cioè sono sostanzialmente pubbliche, perchè, anche se ciò volesse dire che il giornalista debba chiedere alla parte stessa di metterlo a conoscenza del contenuto delle intercettazioni, se essa acconsentisse e facesse prendere visione al cronista, non ci sarebbe illecito. Quindi, una volta depositata, sull’intercettazione decade il segreto istruttorio ed è pubblicabile. Questa la situazione ad oggi.
La legge inizia col modificare proprio quest’ultima situazione: un atto, non coperto da segreto istruttorio, non è pubblicabile. Perchè? E’ una disposizione che, semplicemente, non ha senso. Se io, in ipotesi non giornalista, chiamo l’avvocato difensore dell’imputato, e lui ritiene di volermi raccontare il contenuto dell’intercettazione, io non sto compiendo illecito nel sapere il contenuto della comunicazione intercetta: esso, non è più segreto. Il giornalista, però, si: e perchè? Il giornalista è diverso da qualsiasi altro cittadino? La risposta è no. L’attività del giornalista è esercizio della libertà di espressione di cui all’articolo 21 della Costituzione. La stessa, identica libertà ce l’abbiamo io, il mio vicino di casa, Indro Montanelli, lo spazzino per strada, il commerciante in fichi secchi. Solo che Indro Montanelli ha scelto di esercitare questa libertà in maniera professionale: per il resto, è la stessa libertà. E’ qui tutta la malafede dell’impianto normativo: se dieci, cento, mille, un milione di cittadini andassero dall’avvocato a chiedere lumi sul contenuto dell’intercettazione, non sarebbe un problema. Se Indro Montanelli la pubblicasse su un quotidiano sarebbe un problema. Perchè? L’unica risposta possibile è: perchè in questo modo si disturba il manovratore. Perchè in questo modo non lo sanno X persone, in questo modo lo sanno tutti, e ciò non può essere: solo che questa è l’unica risposta che in uno stato di Diritto non si può dare, quella per cui ci sono degli orribili segreti che il signor Nessuno da Vattelapesca è meglio che non sappia. In breve, questa legge puzza di Stato etico. Certo, grazie al “soccorso rosso” – espressione volutamente ironica – dei finiani al senato, è stata garantita la pubblicabilità del riassunto delle intercettazioni: e quindi, la legge è migliorata? No! No! E’ peggio! Supponiamo infatti che il cronista venga in possesso di un’intercettazione, e la riassuma. Magari male. Magari finendo per descrivere una situazione diversa dalla realtà. Magari diffamando uno dei soggetti coinvolti, attribuendogli una condotta criminosa che esso non ha posto in essere. Bisogna capire che attribuendo ai giornalisti la libertà di riformulare il contenuto dell’intercettazione, li stiamo in realtà ponendo in una condizione rischiosa. Non era meglio, invece, a questo punto, pubblicare lo sbobinato? (Non) avrebbe avuto senso vietare del tutto la pubblicazione: se si decide invece che è permesso il riassunto tanto vale far pubblicare le frasi esatte, così stiamo tutti più sicuri e garantiti.
Se la malafede si fermasse qui, il provvedimento sarebbe brutto, ma non più brutto di tanti altri che si sono visti in questi anni. Qui si va oltre: si decide che visto che le intercettazioni danno fastidio, non si fanno. E se si fanno, bisogna rendere la vita impossibile a chi le fa. Evidentemente si sono resi conto, nello scrivere la legge, che la stampa è difficile da fermare, e che le male piante bisogna estirparle alla radice. E allora, basta con le intercettazioni: saranno possibili solo per 75 giorni, prorogabili di tre in tre. In proposito, ieri Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, intervistato a Skytg24 ripeteva che chi ha scritto una norma del genere “semplicemente non è mai entrato in un tribunale, e non sa come vanno le cose li dentro”. Io non sono un magistrato, lui si: che ne so, potremmo, ad esempio, fidarci di quel che dice. Oppure non ci interessa, e gli diciamo: non saprei, arrangiatevi.
Si sente dire: tanto per i reati gravi, mafia e terrorismo, il limite non vale. Già. Però Marcello dell’Utri, condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, una volta disse che “la mafia non esiste. Non è che c’è uno che va a bussare in un posto e dice: è qui la mafia?” Esatto, proprio così. Potevano ascoltare quel che diceva, prima di scrivere questa legge: d’altronde Dell’Utri fa parte di questa maggioranza. Non è che c’è uno che va in giro a dire: salve, sono un mafioso. No, la mafia si compone di: estorsione, usura, spaccio di droga, racket della prostituzione, eccetera eccetera. Qui, invece che i giornalisti, si mettono i pubblici ministeri in una posizione difficile: li si costringe a rischiare, formulando direttamente ipotesi di reato di mafia, o terrorismo, a carico degli indagati, in modo da bypassare la norma sulle intercettazioni; con il rischio poi che le prove raccolte – magari solo di una azione periferica, o ancora in stato embrionale – non siano sufficienti per procedere per mafia, e che quindi vada tutto a gambe all’aria. Perciò, il soggetto intercettato non sarà punito per l’estorsione che stava per perpetrare ma che non si è fatto in tempo a scoprire, non sarà punito per mafia perchè l’ipotesi di reato è al di sopra delle prove raccolte, e in breve: non sarà punito affatto. Bella frittata.
Insomma, tutto brutto in una legge inutile, liberticida, che impedisce il lavoro dei magistrati e che quindi ci rende tutti meno sicuri, e soprattutto in malafede. Perchè è nata da un episodio della vita privata di Berlusconi Silvio, che, intercettato e vistosi sbattuto in prima pagina dopo l’affare D’Addario, ha pensato bene che non era mica possibile il pubblico ludibrio per il malaffare diffuso, no. La soluzione era l’insabbiamento sistematico, l’impossibilità di conoscere, di pubblicare, di criticare. In nome del sacro valore della privacy, che verrebbe lesa dalla pubblicazione degli sbobinati. Certo, ci sono stati degli abusi – e non è un’argomentazione retorica: l’abuso delle proprie libertà provoca spesso una reazione che le restringe. Bisognerebbe essere più educati alle libertà, nel nostro paese. Ma per risolvere il conflitto fra diritto di cronaca, il dovere d’indagine e la garanzia della riservatezza, basta leggere le sentenze della Corte Costituzionale. Quando è che il diritto di cronaca prevale su quello alla riservatezza, a non vedersi sbattuto in prima pagina? Sentenza 175 del 1971: quando la notizia è di pubblico interesse, veritiera e pubblicata senza intento diffamatorio. Punto e basta. Se succede qualcosa che si deve sapere (pubblico interesse), è giusto darle rilevanza. La privacy soccombe davanti al pubblico interesse. Chiuso.
Quando è che il dovere di indagare si ferma davanti alla privacy? Domanda senza senso. Per i soggetti all’indagine, mai: che altro rispondere? O pretendiamo che un soggetto sotto attenzione della magistratura invochi il rispetto della propria riservatezza? E per i terzi coinvolti (il famoso caso di un indagato che parla con un soggetto non indagato)? Altra domanda priva di senso: se il soggetto indagato detta la lista della spesa al consorte, sarà un intercettazione non rilevante e andrà distrutta. Se il soggetto indagato si mette d’accordo per pagare una tangente, o pilotare un appalto, il dialogo sarà rilevante per definire la posizione penale di entrambi i soggetti del dialogo. Il punto non sono le persone con cui si parla, è la condotta che risulta dai comportamenti dei soggetti coinvolti. O tale condotta è illecita, e allora l’intercettazione è rilevante, o non lo è, e allora va distrutta. Se io racconto a un mio amico che ho commesso a un reato, e lui non va a denunciarlo, l’intercettazione della nostra conversazione è rilevante per definire la posizione penale di entrambi.
D’altronde, son furbi loro. Lo sanno bene che il signor Nessuno non è mai stato intercettato e mai lo sarà, perchè vive una vita normale, non compie illeciti, non tratta in appalti pubblici, lavora e suda e non ha certo modo e tempo di organizzarsi i festini con le escort. Ecco perchè questa è una legge salvacasta: quando i Soloni della propaganda di Governo parlano di rispetto della privacy, parlano del rispetto della loro privacy, quella dei viveurs dei palazzi romani, quella degli eletti e pagati dal popolo, gli eredi del miglior spirito da Marchese del Grillo, chè loro son loro, e noi niente. E’ per questo che sanno – e speriamo che su questo si sbaglino – che nessuno li contesterà: perchè che ne sanno, i tanti signor Nessuno di questo paese, di intercettazioni ambientali, di affari ad altissimi livelli, pilotaggi e depistaggi di stato, cricche, case a via del Fagutale, medici che tagliano braccia sane per fare più soldi. Povere pecore, son pecore: bélano.
Ebbene, così non si vive, e questo non è un paese normale. Ed è per tutti questi motivi che a questa nuova legge, ad personam e salva casta, una delle peggiori della nostra già ricca collezione, si può solo dire un no chiaro e forte.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





…infatti è stata abbandonata l’aula al momento della votazione…mah??