Diversamente etero

di Elena Tebano

Patricia Highsmith è stata una delle più grandi scrittrici di gialli (o meglio, crime stories) del secolo scorso. Ma ha anche scritto il primo romanzo “lesbico” a lieto fine della letteratura (mondiale). Si intitola Carol, ed è stato pubblicato per la prima volta nel 1951, con un altro titolo, The Price of Salt, e uno pseudonimo, Claire Morgan. E’ bello.

Ho da poco finito di leggere la biografia della Highsmith, The Talented Miss Highsmith, scritto da Joan Shenkar, e ho scoperto che dopo aver proposto Carol ad alcuni editori, ancor di più, dopo aver auto l’ok da uno di essi, la Highsmith è andata nel panico.

Era terrorizzata dall’essere scoperta, si vergognava all’idea di pubblicare un romanzo lesbico, temeva che la sua carriera sarebbe stata rovinata per sempre. E non voleva assolutamente che la sua famiglia sapesse del libro. Il tutto condito da dosi ancora più massicce di alcol di quelle abituali (era un’alcolista) e stati di agitazione febbrile, al punto da diventare fisica. Eppure scrivere il libro l’aveva “riempita di fiducia in se stessa”. E’ beffardo: la prima donna che ha avuto il coraggio di regalare serenità a una coppia lesbica nata dalla sua immaginazione, non aveva il coraggio per vivere con altrettanta serenità la sua “condizione”. Per quanto esprimere quella parte di sé la facesse stare bene, non poteva renderla visibile agli altri.

Sono passati quasi sessant’anni, ma in Italia la questione glbt è ancora trattata come un problema di morale sessuale e non di minoranze. E’ lo stesso orizzonte in cui si muoveva la Highsmith. Invece dovremmo aver capito che permettere alle persone di esprimere e rendere visibile una parte importante di sé (come la propria identità e affettività) fa parte dei diritti fondamentali delle persone.

Nel 1962, sempre la Highmith, nei suoi diari, descriveva molto bene l’effetto dell’autocensura, dell’imperativo dell’invisibilità:

Fino ai trent’anni circa ero essenzialmente come un ghiacciaio, o come una pietra. Penso che mi stessi “proteggendo”. Era sicuramente legato al fatto che ero costretta a nascondere completamente i miei impulsi emotivi più importanti. Questo è il problema dell’omosessuale dotato di coscienza: che non solo nasconde i suoi obiettivi sessuali, ma che nasconde altrettanto la sua umanità e il suo cuore.

Essere invisibili agli altri significa anche essere invisibili a se stessi. Avere un immaginario in cui vedere rispecchiata la propria scelta affettiva e il proprio orientamento sessuale (etero, lesbico, bi, diversamente etero) significa avere diritto di esistere. Permette di essere più libere.

Un’altra intellettuale lesbica che non è mai stata visibile come tale è Susan Sontag. L’ho sempre ammirata: quando ero al liceo lessi il suo Malattia come metafora e mi colpì moltissimo. Ma ancora di più mi colpiva che fosse un’intellettuale: una persona il cui lavoro nella vita era pensare il suo tempo e porre domande. Dalla mia remota provincia mi sembrava che non ci fosse niente di più grande.

Solo poco tempo fa, molti anni dopo la mia adolescenza di provincia, ho scoperto che Susan Sontag era lesbica. E’ stato uno choc: una donna che è stata molto importante per la cultura americana, pensava a partire anche da quella esperienza – ma nessuno sentiva il bisogno di dirlo. Perché? Era una censura degli altri, o la condizione per cui poteva parlare a tutti? Non lo so.

Però recentemente ho letto i suoi diari. Ecco cosa scriveva la vigilia di Natale del 1959:

Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno dell’identità come arma, per far fronte all’arma che la società ha contro di me. Non giustifica la mia omosessualità. Ma mi darebbe – lo sento così – una licenza. Sto diventando consapevole di quanto mi sento in colpa di essere queer. Con H, pensavo che non mi importasse, ma stavo mentendo a me stessa. Ho lasciato pensare agli altri [...] che era H. a essere il mio vizio. E che senza di lei non sarei stata queer, o non lo sarei stata prevalentemente.Lego la mia paura e il mio senso di colpa a Philip [il suo ex marito, ndr.], al fatto che lo pubblicizza per tutto il mondo, con la prospettiva di un’altra battaglia legale per la custodia [del figlio, ndr.] l’estate prossima. Ma forse lui le rende soltanto peggiori. E allora perché l’inganno con Jacob? Essere queer mi fa sentire più vulnerabile. Aumenta il mio desiderio di nascondermi, di essere invisibile – che comunque ho sempre avuto.

Essere lesbica le fa desiderare di essere invisibile. Di non essere connotata, etichettata. E’ un desiderio che va oltre la sua omosessualità: la Sontag era anche ebrea, ma non lo diceva (credo che sia un’inconscia vendetta il fatto che il figlio, David Rieff, nei diari che ha curato la indichi con le sue iniziali: SS). E in effetti gay ed ebrei hanno questo in comune: la possibilità di mascherarsi da maggioranza per sfuggire alle discriminazioni. I sociologi li chiamano “gruppi screditabili”.

Ma a che prezzo? Nascondersi agli altri rende più difficile scoprire se stessi. Per questo la Sontag scrive: ha bisogno di uno strumento per rivelarsi e stare nel mondo. La sua scrittura è connessa con la sua omosessualità. Per i gay e le lesbiche, rispetto agli ebrei, c’è una difficoltà in più: non hanno una tradizione familiare.

Formano la loro identità (quasi sempre) in contrapposizione alla famiglia, perché di solito nascono da eterosessuali. Mentre egli ebrei possono attingere a un patrimonio di immagini, valori e ideali condivisi nell’ambito dei loro affetti – e a una genealogia -, gli omosessuali devono andarseli a cercare. Per questo l’immaginario è ancora più importante.

I diari della Sontag sono anche pieni di riflessioni sul fatto che scrivere significhi esporsi. E su quanto conti il piacere fisico per liberare la mente. Alla fine quella è la forma estrema di esposizione. Un altro passo dai diari, del 19 novembre 1959:

L’arrivo dell’orgasmo ha cambiato la mia vita. Sono liberata, ma non il modo giusto per dirlo. Più importante: mi ha limitata, mi ha chiuso delle possibilità, ha reso le alternative chiare e affilate. Non sono più illimitata, cioè niente. La sessualità è il paradigma. Prima,la mia sessualità era orizzontale, una linea infinita che poteva essere suddivisa all’infinito. Ora è verticale; è all’insù o niente. L’orgasmo mette a fuoco. Bramo scrivere. L’arrivo dell’orgasmo non è la salvezza, di più, la nascita del mio ego. Non posso scrivere finché non trovo il mio ego. L’unico tipo di scrittore che posso essere, è quello che espone se stesso.

In Italia non abbiamo una Susan Sontag e neppure una Patricia Highsmith. O almeno, non sappiamo se le abbiamo. Non c’é neppure una Ellen Degeneres, la comica americana che con il suo coming out ha cambiato il mondo dello spettacolo americano. Abbiamo Sarah e Veronica del Gf. Anche nella loro storia il tema della visibilità è centrale.

I loro baci nell’ultima edizione del reality show hanno rivelato qualcosa che non aveva mai avuto (così) spazio nella tv italiana . Il paradosso è che il maggior momento di visibilità mediatica, per le lesbiche, in Italia si è avuto grazie a due ragazze che si sono ostinatamente dichiarate eterosessuali. Nonostante questo – e nonostante gli stereotipi con cui la tv ha raccontato la loro vicenda – la storia di Sarah e Veronica ha conquistato migliaia di donne lesbiche, bisessuali, diversamente etero.

Su tutto questo con Milena Cannavacciuolo, Chiara Tarfano e Marica Lizzadro, stiamo girando un documentario: Diversamente etero, appunto. Sarà soprattutto una riflessione sull’importanza della visibilità per la minoranza glbt. Sul sito di Diversamente etero tutte le informazioni.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. Anelli-di-fum0

    Bell’articolo, complimenti. Nella mia tesi di dottorato su Tondelli affronto un tema analogo, parlando anche della Sontag, tangenzialmente.

  2. Mi scrivi a spolitica.blog [chiocciola] gmail.com?
    mi piacerebbe tanto poter leggere la tua tesi!

  3. Levan

    Bell’articolo, pessimi i soggetti scelti. Ennesima strumentalizzazione televisiva e prendere ad esempio dei fanatici non è esattamente il massimo. Sono basita.

  4. “Sedulo curavi humanas actiones nec ridere, nec lugere, neaue detestari, sed intelligere”
    Baruch Spinoza

    (Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle)

  5. Elena

    ps: era “sedulo curavi, humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere”

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