Dopo l’articolo di Pirani, Repubblica interviene di nuovo molto criticamente con un articolo del bravo Ilvo Diamanti contro la proposta di Maria Chiara Carrozza di pre-pensionare i professori ordinari a 65 anni. Stiamo ospitando qui da vari giorni un intenso dibattito, in cui stiamo sviscerando i pro e i contro della proposta con l’aiuto dei lettori.
Pensiamo che il nostro approccio di riflessione e di critica costruttiva sia molto piu’ utile di quello che sta tenendo sull’argomento il principale quotidiano italiano. Cio’ che amareggia negli articoli di Repubblica e’ la rassegnazione all’Italia Berlusconiana concepita come un mondo feudale, in cui la stampa di sinistra si erge a paladina di statali e professori, contro artigiani e liberi professionisti appoggiati dalla destra. E’ l’Italia che non avremmo voluto vedere, in cui alla discussione critica degli argomenti e al ragionamento si sostituisce lo scontro tra le caste, i feudi, le corporazioni. La solita Italia dei Guelfi e Ghibellini.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Un’Italia che precipita sempre piu’nel medioevo di Dante e Boccaccio, tutti chiusi in citta’ cinte di mura turrite a tirarsi pentoloni d’acqua sporca e bollente fuori, e a proteggere le sacre corporazioni dentro.
Ancora una volta, nave senza nocchiero in gran tempesta….
Giusto per dire che la proposta del PD nasce (ANCHE) da quello che si discute qui, ad ottobre 2009 su questo blog si pubblicava questo
http://www.imille.org/2009/10/una-exit-strategy-per-luniversita/
“Pre-pensionare i professori ordinari”, torno a dirvelo, è linguaggio fascista (o anche da rivoluzione culturale cinese, se preferite), vi pregherei perciò di cambiare almeno gli slogan. Se si dicesse: “da domani gli operai (oppure le donne) vanno post-pensionati a 65 anni” che direste? Pre o post la faccenda non cambia: la manodopera (intellettuale e manuale) è soggetto non merce. Il suo valore, la sua esperienza, i suoi profili specifici, vanno innanzitutto rispettati. Se la politica, solleticando per suoi interessi il consenso entusiastico di giovani e non giovani male informati, avalla questo tipo di messaggi, ne vedremo delle belle. E poi basta con i baroni! L’Università italiana è diventata da tempo una specie di gigantesca macchina burocratico-amministrativa gestita con metodi consociativi e infeudata a gruppi di potere sindacale-cosporativo e a lobbies collegate ai partiti e ai Ministeri. In essa il peso dei professori è minimo, e in quanto sopravvive è legato quasi esclusivamente alla loro capacità di attrarre risorse finanziarie, a prescindere dai meriti scientifici.
Ma mi rendo conto che molti dei sostenitori della proposta PD-Carrozza sono sostenitori fanatici delle peggiori panzane inventate dalla cultura aziendalistica dei nostri tempi: pesabilità dei saperi in crediti formativi, valutazione di produttività della ricerca in termini di titoli prodotti e validati, incentivi stipendiali legati alla produttività statisticamente misurabile(così anche, per i magistrati in base al numero di sentenze e di condanne, per i medici in base al numero di interventi e di dimissioni ospedaliere, per i professori di scuola in base al numero degli allievi promossi da loro stessi, ecc ecc), e infine delegittimazione completa della responsabilità di una comunità scientifica nel far emergere i valori e i meriti attraverso il diretto confronto e la dialettica delle opzioni metodologiche e scientifiche.
Che dire? Ci sarebbe tutta una battaglia culturale da riprendere perché i danni al livello della mentalità e dei principi costitutivi del lavoro della scienza sono profondi e forse irreparabili, la pazienza del capire è scarsa e la buona educazione anche. Ma forse non ne vale più la pena.
Mario
Infatti mandare in pensione qualcuno a 65 non e’ un prepensionamento. Prepensioanemnto e’ quello che hanno fato la Telecom, Alitalia e altre simpatiche aziende in crisi quando hanno mandato i dipendenti di 55 anni in pensione con scivoli pagati dall’INPS…
E torno a chiedere anche a te, in generale cosa rende cosi’ insopportabile per un prof italiano andare in pensione alla stessa eta’ di un suo collega inglese, francese, olandese, belga, tedesco? Mantenendo comunque la possibilita’ di insegnare o fare ricerca, ma avendo una pensione invece che uno stipendio e non occupandosi piu’ di burocrazia, ma solo di ricerca e didattica? Mi piacerebbe sentire una risposta sincera e che non chiami sempre in causa il declino sociale e culturale del Paese o la difesa dell’Accademia dal Governo del male.
Se lo fanno nel resto d’Europa, perche’ noi no?