di Matteo Rizzolli*
Nei principali sistemi universitari del mondo l’esame segue il corso, il suo superamento può essere tentato dalle una alle tre volte, la bocciatura all’esame porta conseguenze (dall’abbassamento della media all’esclusione dal corso di studi) ed un eventuale voto positivo non può essere rifiutato. Questo sistema un corso, un esame, un voto lo chiamiamo modello resto del mondo.
L’Italia si distingue anche in questo aspetto: esame e corso sono due variabili indipendenti, l’esame può essere tentato un numero infinito di volte, e gli appelli hanno in alcune università cadenza quasi mensile. Tentando e ritentando, infine l’esame superato entra nella media per il voto finale di laurea. Questo sistema fatto di un corso, infiniti esami, solo voti positivi lo chiamiamo modello Italia.
Eppure se ci pensate, fino alle scuole superiori il sistema è ben diverso, questo si è allineato alle pratiche diffuse in tutto il mondo. Si va a lezione, si sostengono le verifiche, si incassano i voti -buoni o brutti che siano- e si prende una media finale per materia che a fine ciclo scolastico si sintetizza in un unico voto.
Perché allora questo diverso sistema all’università? E’ materia per gli storici immagino. Sarà certamente l’eredità di un lontano passato accademico nel quale affondano le radici delle nostre un tempo gloriose università. Rifuggo dall’argomento “se lo fanno all’estero, deve essere senz’altro meglio” ma mi ha colpito scoprire che questo modo particolare di sostenere gli esami davvero ce lo abbiamo solo noi. Ed allora la domanda è la seguente: “mantenere questo sistema fa bene all’università”? Meglio il modello Italia o meglio quello resto del mondo? Io credo che sia meglio il secondo per diversi motivi.
Il punto di vista dell’istituzione. Con il sistema all’italiana si fanno più esami dello stretto necessario. Conosciamo tutti almeno un caso umano di studente che che si arena per anni sullo stesso esame scoglio o del perfezionista che rifiuta in continuazione il voto con il risultato di andare fuori corso di qualche anno. Ebbene, ogni esame sostenuto in più rispetto al numero necessario è un costo che potrebbe essere risparmiato. Il tempo del docente in preparazione e durante l’esame, l’impiego della struttura, l’attivazione del personale ausiliario, il coinvolgimento magari di assistenti e collaboratori a vario titolo ha un costo. Ogni studente che si sofferma più del necessario sul superamento del corso occupa la struttura, riempie le aule, ingaggia il tempo del personale dell’università. Le obiezioni che in realtà l’università non esborsi nulla, che i professori comunque non abbiano nulla da fare e che gli assistenti tanto lavorino gratis sono per ovvie ragioni non ricevibili (se non sono cosi ovvie le riprendiamo nei commenti magari). Quando tante risorse sono sprecate ne risentono indirettamente tutti, ma in primo luogo gli stessi studenti che usufruiscono di risorse (fisiche ed umane) inutilmente congestionate.
Il punto di vista dei professori. Chiedete ad ogni docente di cui avete una minima stima che cosa gli pesa di più della sua professione. Non vi risponderà certo lo stare in aula ma piuttosto tutto quello che sta fuori dal corso; i suoi “strascichi”. L’insegnamento di un corso, magari breve diventa un impegno pluriennale. Per un corso dato bisogna assicurare la disponibilità ad esaminare gli studenti per un numero incredibile di appelli, e solitamente per almeno tutto l’anno seguente. Questo ha delle forti ripercussioni ad esempio sulla mobilità in entrata ed in uscita dalle università. I professori italiani devono prendersi un anno sabbatico per staccare davvero la spina e recarsi magari all’estero per motivi di studio. La prassi diffusa in molti altri paesi di concentrare gli impegni didattici in un semestre e dedicare alla ricerca la restante parte dell’anno viene ostacolata dal ricorrere puntuale degli appelli da svolgere in sede. Questo ovviamente implica anche una grande difficoltà ad attirare professori dall’estero: vai a spiegare ad un americano che dovrà tornare dalle 6 alle 18 volte nei semestri successivi per sostenere gli appelli. Ma gli appelli infiniti ostacolano anche la mobilità interna dei professori italiani che molto spesso rinunciano ad insegnare temporaneamente altrove per evitare “gli strascichi” del corso. Ovviamente in questo modo ne risente la qualità della didattica perché meno mobilità significa meno concorrenza. Inoltre, presi per stanchezza, alcuni docenti fanno infine passare anche i peggiori pecoroni, pur di non doverli rivedere infinite volte ai successivi esami, con buona pace degli studenti meritevoli. Ed a risentire di questo stato delle cose -ne vorrete convenire- sono gli studenti in primo luogo.
Il punto di vista degli studenti. Di certo i più affezionati al sistema italiano sono gli studenti, ma vorrei argomentare che tale sistema non è nemmeno nei loro interessi. Di solito le argomentazioni addotte a difesa dello status quo sono le seguenti: l’alta frequenza degli appelli permette di dare più esami e con maggiore flessibilità e il rifiuto del voto permette di alzare la media. Vi obiettio nel seguente modo.
A che cosa serve una media alta se tutti l’hanno alta? Il voto all’esame, ci si riversa infine nel voto di laurea, ha una grande importanza in sede di colloqui lavorativi, concorsi e selezioni. Rifiutare un voto basso quindi permette di alzare la media individuale. Il problema è che se lo fanno tutti si alza anche la media generale ed il risultato è che i voti di esame e di laurea sono schiacciati tutti verso l’alto. Il 110 rappresenta il massimo dei voti possibili, ma che informazioni trasmette ai selezionatori sulla qualità del candidato se a prenderlo sono più del 30% dei laureati e se comunque oltre il 90% dei laureati sono negli ultimi 2/11 del ventaglio di voti possibili? La gara alla media alta ricorda i concerti dove qualcuno si alza sopra gli altri seduti per vedere meglio ma così facendo obbliga tutti gli altri ad alzarsi a loro volta in piedi. Alla fine le differenze relative sono più o meno le stesse (nel caso dei voti di esame peggiorano perché sono più schiacciati) ma il dispendio di risorse -per studenti, docenti e strutture- è maggiore.
Davvero molti appelli accorciano la carriera? Le statistiche ci dicono che il tempo medio di laurea degli studenti italiani è eccessivo (seppur migliorato dopo l’introduzione del 3+2). Credo che una parte della spiegazione sia da imputare al numero di appelli eccessivi ed alla possibilità di rifiutare il voto. Lungi dal rendere le carriere più spedite, questa virtuale separazione tra il momento del corso e quello dell’esame genera dei tempi morti che non facilitano il perseguimento sistematico del percorso di studio. Molti studenti, lasciati alla possibilità di pianificare gli appelli, procrastinano il momento degli esami giudicando basso il costo/opportunità del rinvio. Questo costo, come abbiamo visto, non è affatto basso ne per la collettività (che si trova con strutture inutilmente affollate e persone che entrano tardi sul mercato del lavoro) ne per l’individuo (che -per farla breve- perde tempo).
Ma gli studenti lavoratori? Un obiezione ricorrente è che gli appelli à la carte rendano possibile la frequentazione dell’università da parte degli studenti lavoratori. Credo questa sia un obiezione in massima parte pretestuosa, usata spesso da studenti a tempo pieno perdigiorno per giustificare i loro ritardi e con poco rispetto per chi lavora e studia sodo. Gli studenti lavoratori sono solitamente i più determinati; non avendo tempo da perdere, vanno all’esame a colpo sicuro e prendono tutto quello che arriva senza l’ossessione della media. Lo statuto dei lavoratori ed i contratti flessibili permettono di frequentare gli esami e tra università telematiche e corsi di laurea serali non mancano certo le occasioni per seguire i corsi in maniera costante. Se gli studenti lavoratori hanno bisogno di più tempo per laurearsi, si dispongano dei percorsi di studio più diluiti nel tempo (come ad esempio fa l’università di Trento) ma questo non ha nulla a che fare con la cadenza degli appelli e la possibilità di ripetere gli esami infinite volte e rifiutare i voti positivi.
Gli argomenti qui prodotti mi fanno ritenere il modello resto del mondo superiore a quello Italia. Certo, non risolve tutti i problemi dell’università ma nell’ambito della discussione attuale di riforma complessiva dell’università, perché non cominciare a discuterne?
Il modo più diretto per cambiare direzione è naturalmente l’introduzione della possibilità di fare un solo esame dopo il corso ed al massimo avere una possibilità di riparazione. Complementare a questo si dovrebbe impedire agli studenti il rifiuto dei voti positivi. Da valutare la possibilità che anche i voti sotto il 18, in alcuni casi ad esempio di plagio o copia durante l’esame, entrino nella media. In alternativa si possono valutare misure quali il rendere gli appelli successivi al primo finanziariamente costosi, magari incrementando le tasse universitarie per ogni esame ritentato. Oppure si potrebbero aumentare le tasse universitarie per gli anni fuoricorso in modo tale da indurre gli studenti a velocizzare il percorso sin dal principio.
Ora che le cose sono in movimento, vale la pena di parlarne, anche perchè in gran parte si tratta di intervenire dal basso nell’organizzazione di ciascuna università e facoltà. Questo permetterebbe di confrontare esperienze diverse e valutare a ragion veduta se il modello Italia è davvero il migliore dei modelli possibili.
PS. Di queste riforme ne abbiamo discusso anche in questo post qualche anno fa.
* Articolo pubblicato in vista della giornata co-organizzata da iMille e dedicata a “Ricerca ed Università” che avrà luogo il 25 maggio, a Roma.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Discorso condivisibile, ma con una premessa: quale è il numero massimo di esami sostenibili in una sessione? L’ordinamento ex 509 aveva previsto tantissimi esami da quattro o perfino da due crediti, che poi si ammassavano sulle singole sessioni. Allo stesso tempo ad es. dove lavoro io i docenti tendono a concentrare gli esami in pochi giorni adiacenti per facilitare la composizione delle commissioni (lo stesso docente la mattina esamina nella sua materia, il pomeriggio è nella commissione di un collega).
Sarò un reazionario, ma il vecchio sistema degli anni ’70 funzionava meglio (Lettere: 20 esami in quattro anni, 2+2+1 ogni anno)
Comunque, il problema della valutazione non può essere separato da quello della didattica, mentre tutto il dibattito sull’università è ossessionato dalla priorità alla ricerca e la didattica è vista come una attività residuale, se non addirittura una attività impropria e dannosa
Marino hai ragione, qui infatti si parla di didattica. In ogni caso non serve inventarsi la luna ma di nuovo guardiamo a sistemi collaudati che funzionano fuori. Ad esempio in Olanda (che ho sperimentato con mano). Corsi brevi di 7 settimane. all’ottava due esami, una settimana di pausa e via di nuovo. La didattica organizzata di 4 terms ermetteva sia di fare molti esami (diversificare quindi le materie) sia di non mettere troppi esami vicini (di norma non piu di due per volta).
Cmq credo che tutti questi aspetti organizzativi (organizzazione dei terms, esami, appelli, voti) debbano (e credo che lo siano) rientrare nella sfera dell’autonomia di ciascuna università. solo vorrei vedere più coraggio da parte delle università nello sperimentare modelli diversi (magari in linea con quanto suggerito nel post). Tanto visto lo stato delle cose attuale, c’è il rischio che le cose migliorino
non capisco perché bisogna essere cosi’ repressivi nei confronti degli studenti. Quanti sono quelli che rifiutano il voto? L’1%? il 2%? davvero pochi, ma alle volte rifiutare un voto puo’ fare la differenza in una carriera accademica (e in una vita). Inoltre è l’unica arma che gli studenti hanno nel confronti dei troppi professori che valutano un po’ a casaccio. Che vogliamo fare, vogliamo mandare tutti al macello senza possibilitá di alzarsi e dire no? E’ davvero la sparuta miniranza che rifiuta un voto il problema della didattica universitaria? Davvero dobbiamo fare come al liceo e costringere tutti in percorsi didattici precostituiti e inflessibili? cosa dobbiamo sacrificare sull’altare di una presunta maggiore efficienza, tutta da dimostrare?
Gio, all’obiezione che un voto alzato di media puo fare la differenza rispondo gia nel testo.
Sul fatto che rifiutare un voto sia un modo per “evitare il macello” mi sembra non sia una grande soluzione. se ci sono problemi disciplinari dei professori vanno affrontati direttamente. rifiutare un voto di un professore stronzo rinvia solo il problema al prossimo appello (almeno che non si condivida lo spirito dell’esame come lotteria).
Sulla questione dell’università come liceo c’è in italia una retorica incredibile al riguardo. Chissa cosa hanno poi di male i licei. Ma basta semplicemente cambiare metafora: l’alternativa non è come fare al liceo bensi come fare nel resto del mondo. Certo possiamo sempre argomentare che tutte le università del resto del mondo, da Harvard in giù, sono pressapoco dei licei….
Ciao Matteo,
concordo appieno con quello che hai scritto. Mi permetto di aggiungere qualche considerazione.
- Se ci fossero due esami all’anno (l’esame e il re-sit) anche la preparazione e la correzione dell’esame potrebbe essere fatta in modo migliore. Ho studiato e insegnato per tanti anni in UK, e lì i testi degli esami vanno preparati con largo anticipo e vengono sottoposti a colleghi e professori esterni perché siano “giusti e corretti” nella forma e nella sostanza. La correzione poi spesso è doppia e senza sapere il nome dello studente. Il professore che ha preparato il testo dell’esame prepara un marking scheme cosicché il compito della correzione sia facilitato. Inoltre il peso della correzione degli esami è diviso equamente tra coloro che hanno corsi di nicchia (con pochi studenti) e coloro che hanno corsi super-popolosi.
-Se gli studenti finissero gli esami a giugno potrebbero farsi delle belle vacanze ma anche magari provare a fare internship estive in qualche impresa o organizzazione. Questo si che migliorerebbe il loro CV, molto più di una media leggermente più alta.
-Concordo appieno sulla non-informatività del voto di Laurea italiano. Non sta scritto da nessuna parte che tutti debbano prendere 110 e lode, ma soprattutto se lo prendono tutti non è un segnale di merito. Paradossalmente chi si laurea piu’ velocemente manda un segnale molto migliore.
-A me sembra che gli studenti italiani, almeno parlo per i miei, voglia il meglio (o il peggio) dei licei e dell’università. Vogliono la flessibilità dell’Università italiana ma con la pappa pronta come al liceo o alla scuola dell’obbligo. Questo non aiuta gli studenti, mi dispiace.
-Inoltre ci sono pochi studenti che rifiutano il voto perché ci sono moltissimi studenti che si ritirano durante l’esame soprattutto se è scritto. Io negli appelli sa settembre in avanti parto con un numero di iscritti X, se ne presentano 2/3 di X e poi consegnano 1/3 di X. Non mi sembra serio!
Buon lavoro, mi piacerebbe tanto partecipare all’incontro sull’università… ce ne sono di cose da dire!!!
Michela
Matteo
Condivido al 100%
Non mi sembra di averlo letto, e allora aggiungo: per tutti i corsi dovrebbe essere introdotto un esame scritto. Che poi ci possa essere un orale “di complemento” se ne puo’discutere, ma l’esame dovrebbe tassativamente comprendere una prova scritta.
Passare di colpo ad un sistema con un solo tentativo mi sembra davvero estremo. Bisogna trovare un via di mezzo non soluzioni estreme.
Poi la possibilità di ridare l’esame per migliorare il voto nno esiste solo in italia. Credo che è possibile, sotto alcune condizioni, anche in Belgio.
“Tassativamente scritto”. Fare sparire l’esame orale? Ripeto soluzioni radicali non mi sembrano opportune. Per me il fatto che in alcuni paesi l’orale è quasi inesistente non è una ragione di vanto (penso alla Spagna). Integrare piu`esami scritti sì. Fare sparire l’orale, no.
Filippo, non ho detto di abolire gli esami orali, ma di prevedere un esame scritto obbligatoriamente per tutti i corsi, da integrare, se si vuole, con un successivo orale. Vuoi la ratio? Servirebbe a oggettivare la prova e quindi a rendere meno aleatoria la valutazione (che se riduci il numero di tentativi possibili magari allo studente respinto e’ piu’facile opporre un foglio scritto che un “ma la sua risposta non era esaustiva”), farebbe da filtro preliminare e ridurrebbe il carico sugli esaminatori (hai presente fare 200 orali dove ne butti fuori 100?).
@ Filippo, Michela e Francesco. Ma si, un compromesso su una possibilità di re-sit mi sembrerebbe ragionevole e -come indica Michela- funzionale (anche in NL è cosi). Non comprometterei invece sulla possibilità di rifiutare il voto.
Sono d’accordo anche con gli esami scritti sempre da integrarsi eventualmente con gli orali. Sarebbe una questione di serietà verso lo studente. Combinando le disposizioni di prima infatti avremmo già studenti molto più preparati alla scritto (avendo zero o una chance di passare). Per quelli che volessero l’orale si tratterebbe di una chance ulteriore di migliorare (ed alzare la media invece di aspettare il prossimo giro).
Anche su questo punto, anzi a maggior ragione su questo punto, noto che sarebbe una misura che ciascun docente potrebbe già prendere per il proprio corso. Davvero non capisco quelli che non lo fanno.
A proposito di esami scritti, viene da citare l’esperto di strategia israeliano van Creveld: “professionals talk logistics”. Io sono favorevole alle prove scritte (ma di che tipo, testi liberi, risposte multiple…) ma, MA grosso come una casa, per gli studenti il modello introiettato è l’esame di maturità: telefonini, PC col wireless, siti specializzati e tutto un copia copia. Non è un caso che nei paesi anglosassoni dove la prova scritta è la norma ci siano l’honor system e normative contro la copia (il “plagiarism”) che qui sarebbero inconcepibili, cioè copi all’esame e ti buttano fuori dall’università.
Forse se la didattica fosse organizzata prevalentemente su base seminariale, con gli studenti che lavorano attivamente invece di ascoltare lezioni frontali, il problema sarebbe più maneggevole. Ma ci vorrebbero l’obbligo di frequenza, gli spazi (tanto per capirsi, la Sapienza ha un sistema informatico per gestire le aule che ammette solo aule da almeno cento posti, il modello lezione frontale/conferenza domina), i docenti…
Marino sollevi aspetti assolutamente interessanti. in effetti la question scritto/orale è un po offtopic rispetto al post e meriterebbe certamente un post a se-stante. Francesco, tu hai lanciato il sasso…
Mah, siccome io non sono un docente non credo di poter dire piu’di quel che ho gia’ detto. Certo si puo’copiare, ma basta organizzarsi per contenere il fenomeno entro livelli tollerabili. Anche perché’ non e’che oggi di esami scritti non se ne facciano, eh! L’idea sarebbe estendere a tutti i corsi un esame scritto per le ragioni sopra elencate.
in francia gli esami si fanno una volta l’anno con il re-sit e sono solo orali. Non mi pare che questo aumenti la qualità.
Per due motivi:
1) fare solo scritto è un’aberrazione, una cosa è saper fare degli esercizi, un’altra è mostrare di sapere profondamente una cosa e mostrare di sapersi muovere nella materia e pensare a cose anche non standard. Questo si puo’ fare bene solo in un orale. Fare scritto+orale mi pare la soluzione spesso migliore.
2) in francia non si passano gli esami singoli, ma gli anni accademici in blocco e si puo’ quindi anche non aver passato uno (o più) singoli esami se la media è sopra il minimo sindacale. Penso che in questo il sistema italiano sia migliore. La prova ce l’ho dalla media della preparazione degli studenti …
La discussione mi interessa molto anche se ho frequentato l’università circa una trentina di anni fa.
Mi farebbe piacere sapere una cosa, è una curiosità nient’altro: nei paesi anglosassoni chi copia viene sbattuto fuori da quell’università o da tutte le università del “reame”?
per Paolo Borrello: vedi
http://en.wikipedia.org/wiki/Honor_system#Education
sembra che l’espulsione si intenda dall’università, non da tutto il sistema
Non sono un esperto di università anglosassoni (conosco più nello specifico NL e USA) però il plagio in generale è una cosa molto grave. Questo implica che se copi del testo da autori in una tesina ad esempio, le punizioni possono variare dal voto insufficiente che viene messo in media, al richiamo, all’esclusione dai corsi, all’espulsione. Copiare agli esami è una cosa più delicata perchè, vista la severità delle punizioni l’onere della prova è molto alto. Mentre è facile provare un copia incolla da wikipedia è più difficile provare un vantaggio acquisito da un suggerimento orale.
C’è però da dire che sono gli studenti stessi a copiare di meno e quindi il problema si presenta con molta meno frequenza.
Vuoi perchè le punizoni più severe creano più deterrenza, vuoi perchè l’avvantaggiarsi illegittimamente non è ancora una prassi sdoganata ed assimilata come da noi e vuoi soprattutto perchè gli studenti tendono a non far copiare per non avvantaggiare ingiustamente quelli che dopo tutto sono dei futuri avversari nel mercato del lavoro. non saprei dire però quale effetto domina.
1) Sulle prove scritte reitero quando detto: sì ad una maggiore integrazione scritto- orale. Riccardo ha illustrato il caso francese. In Belgio gli esami possono essere: solo scritti, solo orali oppure orali supportati da un lavoro (un progetto, una tesina). Oltretutto trovo inutile e poco pedagogico che dal 3º anno in poi gli esami siano solo scritti (il compitino con le domande). Una volta messi i mattoni (le materie base) lì bisogna lavorare anche il lato creativo; 2) Sulle sessioni d’esame Matteo centra il punto ci vorrebbe una soluzione di compromesso, all’Olandese od alla Belga (credo simile); 3) Sul copiare, Riccardo puo confermare, in Francia credo che in teoris è così: prima volta che ti beccano espulso dall’esame, seconda volta espulso dalla facoltà (anzui dalle facoltà).
Tornando al caso Belga, è simile alla Francia ma non uguale, ossia come dice Riccardo “non si passano gli esami singoli, ma gli anni accademici in blocco e si puo’ quindi anche non aver passato uno (o più) singoli esami se la media è sopra il minimo sindacale.”. Però in Belgio anche se hai la media complessiva sufficente, l’esame insufficente lo puoi ridare durante l’anno. E così alzi la media.
Sempre a proposito di didattica, due osservazioni:
se si cercano sui siti delle università americane i “syllabi”, cioè i programmi dei corsi includono non solo gli argomenti e i libri da studiare, ma anche un calendario preciso delle attività e un profilo dei criteri di valutazione: tot per cento per frequenza e partecipazione ai corsi, tot per la tesina, tot per l’esame…
per quanto riguarda gli esami scritti, si possono usare i supporti informatici.
Le università spesso hanno costituito aule informatiche piccole e sparpagliate, ma se fossero disponibili aule da 30/50 posti sarebbe possibile fare esami scritti in modo rapido ed efficiente. I test strutturati pssono essere corretti subito, relazioni e testi liberi sarebbero comunque più leggibili per gli esaminatori. Oltretutto, gli esami scritti (stesura di testi, non risposte multiple) creerebbero un feedback positivo con la scuola secondaria: se sai che all’università incontrerai esami scritti come la norma, sarai motivato ad acquisire abilità di scrittura fin dalla secondaria. Adesso succede l’opposto
Sul copiare in Francia non so, ho solo avuto classi con pochi studenti e controllarli non è certo difficile
Pero’ posso chiedere ai miei colleghi.
Per il rifare l’esame per alzarsi la media, non credo sia possibile durante l’anno, credo che se si vuole si puo’ andare agli esami di riparazione di settembre.
Per evitare il copiare dai colleghi in Francia quello che gioca molto è il sistema di “classifiche”, ovvero non conta solamente quanto hai ma fanno una sorta di classifica all’interno di ogni annata/gruppo o similia e poi si ha il primo, il secondo etc …. Quindi chi passa un compito si svantaggia perché il suo compagno in sede di esame è un suo competitor …
La legge dello stato italiano già prevede che i voti non possano essere rifiutati e che le bocciature debbano essere verbalizzate. Non farlo è una violazione di legge. Il sistema descritto nell’articolo è quindi una prassi illegale che, in quanto tale, vedi difficile modificare per via legislativa. Mi pare una discussione accademica in tutti i sensi.
Per aggiungere un mattone, è anche utile dire che in alcuni posti quando si va in sede di tesi di laurea oltre alla media la commissione conta anche il tempo messo dallo studente per laurearsi, che quindi penalizza i rifiuti (chi rifiuta di più ci mette di più) e personalmente quando devo farmi un’idea del livello di uno studente sapere quanto ci ha messo per laurearsi è un’informazione fondamentale.
Matteo, condivido la tua analisi e le tue proposte.
Un esame dopo il corso ed al massimo una possibilita’ di riparazione mi sembra molto ragionevole come proposta.
Anche le altre proposte mi sembrano ragionevoli, anche la proposta di alzare le tasse universitarie per i fuori corso.
A proposito di tasse universitarie, queste a mio avviso andrebbero alzate anche durante il corso. Chi ha basso reddito potrebbe ricevere aiuti o prestiti. Tasse universitarie piu’ alte consentirebbero di avere piu’ soldi per migliorare le universita’ italiane (ovviamente i soldi dovrebbero poi essere spesi bene e a tal proposito dovrebbero ovviamente essere compiute alcune importanti riforme) e allo stesso tempo farebbero capire agli studenti che gli anni di universita’ sono anni di sacrificio, impegno, responsabilita’ ed investimento per il futuro.
@ Giovanni. Ma davvero è cosi come dici? casco completamente dalle nuvole….
@Andrea. Sono cosi d’accrdo con te che mi ero ripromesso di fare un post sul tema “perchè il Pd dovrebbe prendere la posizione impopolare a favore delle tasse universitarie alte”.
Si, è una prassi. Lo studente che rifiuta il voto o che viene bocciato è registrato nei verbali come “assente” o non è registrato affatto. A rigor di legge invece il voto non sarebbe rifiutabile e la bocciatura dovrebbe essere verbalizzata, quindi chi fa un esame 10 volte dovrebbe presentarsi alla laurea con 10 bocciature verbalizzate.