
(San Quirico d’Orcia, foto: Valeriano della Monica)
E’ vero che la chiesa cattolica non è una democrazia, né può esserlo. Da quest’affermazione, che si sente fare spesso, di solito in Italia discendono due atteggiamenti contrari. Quello di chi pensa che la chiesa possa solo nuocere al dibattito pubblico, e dunque tende a pensare che ne possa essere esclusa, prima o poi. E quello di chi pensa che le opionioni delle gerarchie non debbano passare al vaglio dell’opinione pubblica e che quindi la gerarchia ecclesiastica possa porsi nel dibattito nella forma ambigua di chi parla ma non può essere contestato. Il problema invece può essere affrontato nel modo contrario: cosa può fare la gerarchia cattolica per essere di supporto alla cultura democratica italiana e alla crescita di un vero dibattito pubblico? Riflettendo su questo per una cosa che sto scrivendo, faccio qui tre esempi di azioni che la chiesa italiana può intraprendere e che non riguardano né dogmi né dottrine: 1) Il capo della Cei in Italia oggi è scelto dal papa. Negli altri paesi invece sono i vescovi stessi che propongono al papa dei nomi, di cui il pontefice deve tenere conto. Liberare la Cei dalla nomina del papa vorrebbe dire rendere esplicite e pubbliche le opinioni, le politiche, le idee dei vescovi. Vorrebbe dire mostrare che è con le idee e con l’azione che si governano le istituzioni, e non soltanto con la stretta obbedienza e cooptazione. Vorrebbe dire dare valore al dibattito, far pensare ai cittadini italiani, cattolici e non cattolici, che la varietà e la discussione sono valori. Dello stesso principio si nutre la democrazia. 2) Le gerarchie dovrebbero accettare di mettere a concorso le cattedre di religione nelle scuole secondarie. Non solo non è accettabile che nelle scuole pubbliche, con soldi pubblici, ci siano insegnanti scelti dal vescovo, ma la qualità dell’ora di religione proprio per questo è molto bassa e viene vista come un’ora confessionale. I vescovi dovrebbero contribuire, insieme ad altri esperti e studiosi, a scrivere un programma preciso e le competenze tecniche e scientifiche per svolgerlo. Ma poi dovrebbero permettere che siano i concorsi a dare accesso all’insegnamento. Ci sono ottimi storici delle religioni, della cultura, delle idee, che potrebbero insegnare religione e finalmente contribuire a colmare l’abissale ignoranza religiosa del nostro paese. 3) “Teologia” è una parola citata spessissimo nel dibattito pubblico. Spesso viene usata per tagliare dei ragionamenti e per ricondursi al principio di autorità e di obbedienza. Ma la teologia è una disciplina interessante e non meno utile della filosofia, per esempio. Oggi la teologia è insegnata praticamente solo nei seminari vescovili, con metodi e finalità che mi paiono più rispondere all’apologetica, alla difesa, allo sviluppo di direttive gerarchiche, che di vera disciplina storica. In altri paesi, per esempio la Germania, l’Austria, la Francia, la teologia viene insegnata, in misura diversa, anche nelle università pubbliche. Una o due cattedre pubbliche in Italia, quindi con logiche di accesso non confessionali, potrebbero essere di grande valore culturale e politico, perchè consentirebbero finalmente di farne una disciplina per tutti, da non usare solo in difesa da qualcuno. Chiedere questo, insieme a tutto il resto, da parte dei vescovi, sarebbe un contributo al rafforzamento della democrazia in Italia.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Gianluca, molto interessante quello che hai scritto.
Come te, penso che non ci sia niente di male se la Chiesa prova a dire la sua all’interno del dibattito pubblico. Il problema semmai e’ della politica italiana che tende troppo spesso ad essere troppo influenzata dalle gerarchie ecclesiastiche.
Penso anche, come te, che le gerarchie possano e anche debbano essere valutate e criticate. Faccio pero’ un po fatica a capire come e con quali diritti possano i non cattolici (come me e tanti altri) influenzare il dibattito interno alla Chiesa.
Venendo ai tuoi punti. Sui punti 2 e 3 sicuramente lo Stato italiano potrebbe fare qualcosa. Il problema e’ pero’ che, come detto sopra, in Italia c’e’ mediamente poca voglia, da parte della politica, di dare fastidio alle gerarchie della Chiesa e la attuale maggioranza berlusconiana e’ altamente plausibile che non abbia alcuna intenzione di togliersi dalla posizione di genuflessione.
Per quanto riguarda il punto 1, mi sembra che in questo caso lo Stato italiano non possa fare niente per via legislativa. Potrebbe al massimo tentare la strada della persuasione ma, visti i tempi che corrono, mi sembra improbabile che le attuali istituzioni possano azzardarsi a tanto. Visti i tempi che corrono mi accontenterei che la politica italiana fosse piu’ indipendente dalla Chiesa, la qual cosa non precluderebbe alcuna forma di dialogo.
Andrea
ciao andrea,
grazie mille. il post è intitolato 3 cose che la chiesa italiana può fare, proprio perchè è da lì che dovrebbe venire l’iniziativa. non è lo stato per via legislativa che può fare queste cose, ma gli italiani cattolici chiederlo (in senso lato) alle gerarchie. volevo fare un esempio di potenziamento della democrazia in un paese particolare come il nostro, vedere una potenziale opportunità di crescita culturale reciproca. ho dato il post a iMille anche perchè sapevo che ci sarebbe stato da discutere. e infatti, garibaldinamente, il tag che avete deciso è “esteri”
Ciao Gianluca, si’, hai ragione, ho fatto un salto in avanti rispetto al tuo post e mi sono messo nella situazione di pensare se a quelle tre cose possa contribuire anche lo Stato italiano.
Mi sono messo nella posizione dello Stato italiano perche’, come detto nel commento sopra, mi trovo personalmente nella posizione (in quanto non cattolico) di non poter dire molto alla Chiesa. Inevitabile per me pensare in termini di Stato italiano e va detto, tra l’altro, che sarei contento se lo Stato italiano potesse fare qualcosa per modernizzare la collocazione della Chiesa all’interno del proprio territorio.
Tornando alle tre cose. Sul punto 1 mi pare che la Chiesa possa ottenere risultati anche senza l’apporto dello Stato italiano ma sui punti 2 e 3 ho la forte impressione che lo Stato italiano sia necessario per poter ottenere quei cambiamenti.
Chiedo, piu’ che altro per curiosita’ personale (e non in modo provocatorio o sarcastico): a chi si dovrebbe rivolgere un cattolico per fare pressione sulle gerarchie ecclesiastiche? Quali sono le vie per approcciare ed influenzare le gerarchie ecclesiastiche?
Andrea
bella domanda, difficile risposta. sulla questione per esempio dell’antisemitismo dei lefevriani i cattolici si sono fatti sentire, con il fine vita in fondo anche (i sondaggi mi pare dicessero che l’80% non fosse d’accordo con le gerarchie), i vescovi stessi esprimono a volte il dissenso (nelle loro forme)e opinioni diverse, ai tempi del divorzio i cattolici votarono in massa per abrogarne la legge. soprattutto le altre chiese cattoliche hanno spesso atteggiamenti diversi su questioni precise e questo può avere un peso. e io penso che non si debba essere per forza credenti per esprimere opinioni sulle questioni cattoliche del tipo descritto nel post. il punto 2 e 3 sono per me molto importanti (e il punto 1 è praticato da tutte le chiese cattoliche degli altri paesi europei, l’eccezione italiana è data dalla presenza del papa) perchè conoscere meglio il cattolicesimo consentirebbe anche di interagire con esso, da un punto di vista di dibattito pubblico, e di renderlo da problema a specificità che può dare un contributo importante, insomma arricchisce la cultura politica e non solo (ma non che il cattolicesimo politico non abbia già fatto delle cose nella nostra storia). pensare di essere la francia (senza mai aver fatto una rivoluzione) è perdita di tempo. e la mia non è una posizione “moderata”
il tag “esteri” è una perla …