di Bianca Orlando

(foto: Pink Sherbet)
S ha dodici anni e mezzo. È una ragazzina molto dolce e socievole, ma basta poco per percepire la sua fragilità ed emotività. Il suo percorso scolastico non è stato semplice: già alla scuola dell’infanzia le maestre avevano segnalato una sua “immaturità”, consigliando alla famiglia di posticipare di un anno l’ingresso alla scuola primaria, dove pensavano “avrebbe fatto molta fatica”. Effettivamente, S ha imparato a leggere, a scrivere e a far di conto in ritardo rispetto ai compagni, nonostante l’impegno e la buona volontà profusa; le insegnanti hanno sempre riferito alla famiglia le difficoltà della bambina e i suoi comportamenti immaturi ed infantili, oltre alla scarsa autostima che derivava dai risultati insoddisfacenti. I genitori, però, non avevano mai ritenuto opportuno sottoporre la figlia ad accertamenti, puntando soprattutto a seguirla maggiormente nello studio a casa, affiancandole anche una studentessa che la aiutasse a svolgere i compiti alcuni pomeriggi a settimana.
La situazione si è aggravata con l’ingresso alla scuola secondaria di I grado, dove più di un insegnante aveva riscontrato lacune e grossi problemi nell’elaborazione logica e nella memorizzazione dei concetti, anche semplici; inoltre, i risultati della ragazzina erano assolutamente inadeguati sia all’età sia all’impegno che ella mostrava nello svolgere il lavoro, e tali insuccessi aggravavano in lei il senso di inadeguatezza e la frustrazione, provocandole anche disturbi psicosomatici da ansia e stress.
Solo all’inizio della seconda media, dopo molte insistenze da parte della docente coordinatrice di classe, la famiglia si è convinta a portare la ragazzina a fare degli accertamenti presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile della città. I risultati dei test, molto chiari, hanno indicato la presenza di un deficit cognitivo non grave, che però la famiglia ha rifiutato di accettare, costringendo gli specialisti a “virare” su una diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento, che avrebbe potuto consentire a S di avvalersi almeno degli strumenti compensativi e dispensativi previsti dalla normativa. Esclusivamente l’interessamento e il lavoro di convincimento della coordinatrice di classe, che, dopo aver visionato la documentazione, ha più volte avuto colloqui sia con la famiglia sia con gli specialisti, ha fatto sì che i genitori si convincessero a firmare la richiesta per il sostegno, a partire dal successivo anno scolastico. Solo a questo punto, a partire dalla terza media, finalmente S potrà usufruire di una consistente riduzione dei programmi e degli obiettivi didattici, che verranno adeguati alle sue effettive capacità, e sarà seguita, seppur per poche ore (causa tagli), da un docente di sostegno.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma quanta , quanto stress e quanto senso di inadeguatezza si sarebbero potuti risparmiare ad S, se i docenti avessero potuto agire con maggiore libertà, contattando direttamente gli specialisti senza dover passare dal veto vincolante della famiglia?
Storie come questa sono all’ordine del giorno in tutte le scuole italiane, dove quotidianamente ci si scontra col fatto che, senza la firma dei genitori, allo stato attuale delle cose, gli insegnanti non possano chiedere l’intervento nemmeno dello psicologo scolastico. Mi si obbietterà che molti genitori e insegnanti si lamentano del fatto che i docenti dei gradi inferiori di scuola non siano stati in grado di individuare tempestivamente le difficoltà di alcuni alunni. Verissimo, ma esiste – spesso – la situazione opposta: i docenti segnalano e la famiglia (per paura, vergogna, impreparazione culturale) fa orecchie da mercante.
So bene che l’argomento è delicato, e che tutti abbiamo nelle orecchie notizie allarmanti di ragazzi tolti alle famiglie dall’oggi al domani per semplici sospetti. Non è questo che si chiede, ma bensì la possibilità per la scuola, in particolari circostanze e con motivata documentazione (ad esempio una relazione del Consiglio di Classe e approvata dal Dirigente), di chiedere il supporto di psicologi, neuropsichiatri e psicopedagogisti di fronte ad alunni in difficoltà, nel momento in cui la famiglia si sia rivelata “sorda” (per i motivi più disparati e anche umanamente comprensibili) alle reali esigenze degli allievi, proprio in nome del bene dei ragazzi.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ti segnalo anche un altro caso: il fatto che gli esperti ormai da qualche anno non concedono più sostegno, se non in casi gravissimi di di sturbi di comportamento (perché se uno dà una martellata in testa a un compagno, si viene a sapere) o di handicap fisici (perché quelli nessuno li può negare. Se invece un ragazzino potrebbe migliorare e non migliora, di questo non si accorge nessuno ,vero? Da quasi anonima, ti ricopio l’ultimo atto dell’iter, con famiglia che era d’accordo, ha presentato domanda, e ha ottenuto invece il rifiuto di concedere anche una sola ora di sostegno (l’anno prossimo) a un ragazzino “con dotazione cognitiva nella norma (QI totale 88). Si segnalano tuttavia gravi difficoltà nell’area matematica, nella pianificazione mentale (!), carenze e lacune nella preparazione; sono da programmare sedute di sostegno psicologico per difficoltà emotive e problemi di impulsività”.
E adesso ce lo teniamo in una classe di trenta alunni e se non riusciamo a fare (quasi) nulla la responsabilità è ovviamente tutta nostra.
capisco benissimo la situazione.
vogliamo parlare anche alunni con DSA, che sono tutti a carico dei docenti? e la proposta di legge – ferma al parlamento dal 2007 – NON prevede l’ipotesi di supporti esterni o sostegno e dice che anche l’aggiornamento e la formazione dei docenti e l’uso degli strumenti compensativi/dispensativi devono avvenire “senza oneri per lo stato”? ma chi vogliono prender in giro?
nel caso specifico, però, il QI totale era 79, al di sotto dell’85 che è il limite inferiore, con dati ancora più bassi nei campi linguistico-verbale, della pianificazione, della capacità di astrazione e di memoria. e per non scontrarsi con la famiglia (che è una rottura, lo sappiamo) loro si mettevano l’anima in pace con la diagnosi di dislessia.
La questione è delicata assai; tanto per cominciare c’è il fatto che la Famiglia è il grande totem italiano, poi che la Famiglia-Totem è considerata responsabile (o si sente responsabile) di qualsivoglia particolarità mostrata dal figlio, per tacere del fatto che sul piano genetico è oggettivamente responsabile di certi problemi. Quindi, per non sentirsi in colpa, spesso negano tutto, facendo passare al figlio dei veri calvari e complicandogli la vita oltre ogni dire.
Sull’altro piano c’è da dire che, se le famiglie talvolta sono di fuori, servizi sociali, medici e insegnanti possono esserlo altrettanto.
Di questo comunque sono convinta: all’attuale momento storico, una legge come quella che proponi tu e che toglie alla Sacra Famiglia financo la possibilità di decidere se il figlio deve soffiarsi il naso con fazzoletti di seta, cotone, canapa o cellulosa non ha alcuna possibilità non dico di passare le votazioni in parlamento, ma nemmeno di arrivare in commissione.
Se la Famiglia smettesse di essere la fibra costitutiva, il tessuto connettivo, la pastoia e l’incubo di questo nostro paese, qualcosa si potrebbe fare, almeno un incontro a mezza strada. Ma al presente la vedo proprio grigia.