Ricerca: le specificità della ricerca scientifica

di Riccardo Spezia*

(foto: Pacific Northwest National Laboratory)

Per prima cosa è importante chiarire la terminologia, che spesso nel linguaggio corrente, e quindi anche nelle discussioni politiche sulla ricerca è fuorviante. Discussioni condotte troppo spesso da persone che, non avendo mai fatto ricerca scientifica o conoscendo solo l’ambito nazionale, si adeguano alla terminologia basata sul vecchio sistema universitario.

Lo spazio europeo della ricerca trova uno delle sue più facili realizzazioni nella ricerca scientifica, dove per “scientifica” intendo qui le scienze esatte (hard science in inglese o sciences dures in francese), ovvero Fisica e Chimica (con tutte le loro differenziazioni e intersezioni), cui si possono aggiungere la Biologia e la Geologia, grazie anche al loro sviluppo rigoroso di questi ultimi decenni, e la Matematica, che non è una scienza ma è la madre del discorso rigoroso.

Per queste discipline il percorso è abbastanza comune e uniforme nel mondo e consente il passaggio da uno stato all’altro senza, in genere, particolari difficoltà.
Questo è un punto di forza e chiaramente pone il “mercato” di studenti e ricercatori aperto a tutto il mondo e cosi’ anche la competizione per i fondi di ricerca, poiché gli studi non hanno mai un carattere locale ma sempre “assoluto” e internazionale.

Tutti i sistemi universitari conferiscono un diploma, in genere di 5 anni, che consente l’accesso al dottorato di ricerca. Questo diploma, che in Italia corrisponde alla laurea magistrale, non dà il titolo di “dottore” (che in Italia è ora addirittura dato dopo la laurea triennale), ma la possibilità di continuare la ricerca, sempre come studente. Chi continua non è già ricercatore, né tanto meno “assistente” (figura professionale che non esiste in Italia da circa venti anni). In genere, per avere questo diploma, si fa uno “stage” nei laboratori (la vecchia Laurea), stage che è più o meno lungo e articolato a seconda degli stati. In Italia, per esempio, termina quando il progetto è a compimento (un progetto che non ha più l’importanza della vecchia tesi di laurea, anche se il passaggio stenta ad attuarsi nella pratica), mentre in molti stati (Francia, Inghilterra) lo stage dura un numero fisso di mesi, al termine del quale si deve presentare un rapporto. Questo stage quindi si fa in quei laboratori che hanno progetti di ricerca già in corso e che possono far partecipare gli studenti ad un parte, piccola e “sicura”, di questi progetti.

Quindi si puo’, ottenuto un diploma, equivalente negli stati europei e facilmente riconoscibile anche oltre Europa, accedere al dottorato di ricerca. Anche qui, in ambito scientifico, il dottorato non è deciso dallo studente in assoluto, ma i laboratori e i gruppi di ricerca hanno dei progetti (e soprattutto dei finanziamenti per questi progetti) cui possono associare gli studenti di dottorato. Il futuro studente deve scegliere l’ambito di ricerca che lo interessa e appassiona di più, ma non si deve (né puo’) inventare un problema. Qui lo studente è motore del suo progetto, ma il quadro generale è stato deciso dal direttore del progetto che sarà il “direttore di tesi di dottorato”.

La ricerca scientifica, infatti, è oramai sempre ricerca in équipe. Questo la differenzia molto sia per la modalità di ricerca dei fondi, sia per la modalità di lavoro, sia per la tipologia di prodotti. Nella ricerca scientifica seria, infatti, il principale “prodotto” sono le pubblicazioni su riviste internazionali “peer reviewed” di lavori che non saranno quasi mai individuali, ma sempre con un numero di autori che comprende gli studenti che vi hanno partecipato, i ricercatori di progetti eventualmente in collaborazione tra diversi gruppi, i direttori di ricerca che hanno programmato la ricerca, hanno procurato i fondi e hanno seguito il suo evolversi. Atti dei congressi, articoli in lingua nazionale, monografie o altri prodotti hanno un valore scientifico molto basso, possono fare da contorno al gruppo principale degli articoli internazionali (in inglese), ma da sole sono più controproducenti (agli occhi di chi valuta la qualità del lavoro) che altro.

I diversi stati hanno diverse modalità per accedere ai dottorati, che sono il vero primo passo per iniziare a capire il mondo della ricerca scientifica: colloqui con il direttore del progetto di dottorato, seminari davanti ai docenti della scuola di dottorato, presentazione del curriculum. I diversi sistemi sono (chi più chi meno) aperti al “mercato mondiale” dei dottorandi. Diversamente, come ben sappiamo, il mercato italiano, dove “avere un dottorato” è spesso visto come un primo passo per cominciare a mettersi in coda, ad aspettare “un posto” dietro il “proprio” professore. Invece i dottorandi sono, a tutti gli effetti, degli studenti, che devono sia imparare nuovi argomenti o molto specialistici o diversi dalla formazione di base che hanno avuto, sia a “fare ricerca”, ad utilizzare le tecniche inizialmente e a porsi le buone domande (e trovare qualche risposta) alla fine. La fine del dottorato conferisce il titolo di “dottore” (tranne in Italia, dove paradossalmente lo si ha prima del dottorato).

Finito il dottorato, si continua con un “post dottorato”, che si fa in un altro laboratorio e Università rispetto a dove ci si è dottorati. Questo significa, ancora, che i progetti e i fondi sono principalmente a carico dei laboratori e del personale permanente (o dei project leaders) di questi laboratori. Si va a fare il primo post-dottorato soprattutto per imparare e, allo stesso tempo, farlo da indipendenti, ma sempre in équipe. Non si è “ricercatori precari”, ma si lavora e si impara ancora, soprattutto i primi due anni.

Dopo i primi due-tre anni di post-dottorato si inizia attivamente a cercare fondi di ricerca, sia per il proprio finanziamento sia per le attrezzature, ovvero macchinari e collaboratori (dottorandi e post-dottorandi che lavorano sul proprio progetto di ricerca). Ancora si è molto legati ai laboratori perché le attività di ricerca necessitano di strutture di base, dagli spazi veri e propri ai beni di consumo dell’attività di ricerca (che variano da campo a campo ma che esistono sempre), perché la ricerca scientifica si fa stando in laboratorio dalla mattina alla sera. Non ci sono consulenze e non ci sono libere professioni da poter affiancare. Per questo va retribuita (come lo è in tutto il mondo) adeguatamente, per un impegno massimo quotidiano di personale altamente qualificato che puo’ spesso trovare migliori condizioni sia in altri stati (poiché i temi di lavoro non sono relegati all’ambito nazionale) sia nel privato, dove, al prezzo di una ricerca meno fondamentale e libera, si hanno salari più elevati. Per questo anche non è “economico” sfruttare le energie più fresche e giovani per sostituire i loro capi nelle attività di didattica, e soprattutto negli esami (l’insegnamento ha anche un valore formativo per chi lo fa, almeno), in modo sistematico.

La ricerca scientifica è quindi, nella pratica quotidiana, caratterizzata da alcune specificità: è una ricerca che non si fa “in solitudine” ma in équipe; è basata su “progetti” che possono essere molto grandi, ovvero coinvolgere molte e differenti gruppi oppure basati su grandi installazioni uniche (per esempio gli acceleratori di particelle) che richiedono massicci investimenti statali (e che in Europa oramai si fanno principalmente al livello di Unione Europea), è portata avanti da personale molto specializzato che si occupa di quello a tempo pieno e che quindi deve essere retribuita adeguatamente, per vincere la concorrenza tra le università e del privato.

E’ anche buona pratica chiamare il personale ognuno con il proprio nome, perché a questo corrispondono diverse competenze, professionalità e aspettative lavorative. Il termine “precari della ricerca” è spesso usato in Italia in modo fuorviante. Un dottorando non è un precario della ricerca, ma è uno studente. Un post-dottorando non è un precario ma qualcuno che fa un lavoro a tempo determinato necessario per la propria carriera.

Esistono poi, soprattutto nel mondo anglosassone, i ricercatori juniors. Queste figure sono quasi misconosciute nel nostro ordinamento. Sono infatti ricercatori con un contratto a tempo determinato, ben retribuiti e che hanno i fondi per un proprio gruppo indipendente già in giovane età (intorno ai 35-40 anni). Questo significa poter pagare alcuni collaboratori (dottorandi e post-dottorandi) e le attrezzature di base. Il loro lavoro è indipendente dai “seniores”, ma con un accordo tra l’ente che eroga il finanziamento giudicando un progetto di ricerca e l’istituto che fisicamente ospita il gruppo. In Europa esistono varie forme di questo tipo, finanziate da diversi enti in diversi stati: dal Max-Planck in Germania al Fondo Nazionale Svizzero, alle diverse Lecturerships in Inghilterra alle Chaires d’Excellence in Francia. Il programma ERC della comunità europea va proprio in questa direzione: fornire a dei junior scientists (assunti a tempo indeterminato o meno), i mezzi per costituire un gruppo di ricerca indipendente. Per fare questo i fondi sono molto elevati (si parla di circa un milione di euro su cinque anni per ogni progetto) ma dati a pochi progetti ben selezionati. La proposta di legge PRIME, presentata dall’onorevole Laura Garavini l’anno scorso andava nella direzione del costituire queste dinamiche di finanziamento e ricerca anche in Italia.

Prima di finire, una piccola appendice su “cosa è” la ricerca scientifica. Spesso si confonde scienza con tecnologia e quindi ricerca nella scienza con ricerca nella tecnologia. Certamente le fondamenta e le grandi scoperte della scienza hanno spesso portato grandi sviluppi nella tecnologia e grandi sviluppi tecnologici applicati a strumenti di misura per problemi scientifici hanno portato grandi progressi nella scienza fondamentale, ovvero nella conoscenza. Senza entrare troppo in una discussione che porterebbe lontano, la ricerca scientifica ha come oggetto la natura e come fondamenta la comprensione dei fenomeni, indipendentemente da loro possibili applicazioni. Il motore principale è di approfondimento della conoscenza dell’uomo di cio’ che lo circonda (e di sé stesso) seguendo il metodo scientifico delle scienze dure. Quindi fermandosi dove i mezzi di investigazione propri delle scienze dure possono arrivare. Le domande pertinenti sono già abbastanza profonde ed elaborate cosi’. Per questo i principali finanziatori sono enti pubblici o grandi enti privati che investono nel futuro lontano o semplicemente nella formazioni di quadri che si siano confrontati con problemi dalla soluzione incerta. Infatti, una formazione di dottorato di ricerca crea una mente aperta e flessibile, utile anche poi in altri campi. Utili quindi indirettamente per la ricerca tecnologica. Non c’è solo la possibile interconnessione tra ricerca fondamentale e ricerca tecnologica a spingere grandi enti privati ad investire nella ricerca fondamentale, ma la possibilità di formare i propri futuri dirigenti con una mentalità e un’abitudine al rischio e all’ignoto. Abitudini e modi di ragionare che potranno essere utili anche in altri ambiti. Rendere l’accesso ai dottorati di ricerca un possibile sviluppo per la propria professionalità e non solamente l’accesso al mondo dell’Università e della ricerca è importante anche per migliorare lo spirito critico dei cittadini e quindi la qualità della vita e della democrazia.

Infine, la ricerca scientifica ha chiaramente un legame molto forte con l’Università. Anche se l’insegnamento non ha un carattere cosi’ fondante come nelle discipline “di conservazione del sapere”, la “linfa” che viene dagli studenti è essenziale. Per questo esistono sistemi totalmente basati sulle Università, ma anche sistemi dove i centri di ricerca autonomi (CNRS, Max-Planck etc …) portano avanti le attività di ricerca fondamentale in connessione ma non in totale fusione con le Università.

* Articolo pubblicato in vista della giornata co-organizzata da iMille e dedicata a “Ricerca ed Università” che avrà luogo il 25 maggio, a Roma.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Francesco Cerisoli

    Buon “manuale pratico”, Riccardo. Solo un ampliamento, da parte mia, riguardante, appunto, il concetto di “precari della ricerca”. Come dici giustamente, e’ un termine che non trova riscontro in altre parti del mondo, dove si e’ studenti, dottorandi, postdoc, instructors etc… Eppure in italia si finisce per catalogare fra i precari della ricerca tutti quelli che svolgono attivita’ di ricerca, dal dottorato in su, con contratti a tempo determinato. Per fare un esempio che conosco bene, io sono stato dottorando e assegnista in Italia, e poi postdoc in Olanda, e non esiterei a dire che in Italia ero un precario mentre in Olanda no, sebbene facessi ricerca con contratti a tempo determinato qui e la’. La spiegazione che mi sono dato e’ questa: la precarieta’ NON deriva dal NON avere un posto fisso, ma dal non avere diritti. Quali diritti? Per esempio non avere una retribuzione (dottorato senza borsa), avere una retribuzione non adeguata (800 euro al mese), non essere pagato regolarmente (vedere gli stipendi dopo mesi), avere contratti di durata irrisoria (la grande maggioranza degli assegnisti ha contratti di un anno), non ottenere continuita’ nei rinnovi dei contratti a termine (la burocrazia ti lascia spesso a piedi per mesi), non essere coperti fra un contratto e l’altro da nessuna forma di indennita’, non avere coperture assicurative (spesso si richiede ad assegnisti e contrattisti di stipularsi delle assicurazioni per infortuni o danni), non avere maternita’, ferie, contributi pensionistici… Tutte questi diritti sono riservati, in Italia, ad una frazione esigua dei famigerati “precari della ricerca”. Ed e’ esattamente QUESTO che fa di loro dei precari, a differenza degli omologhi europei. IN fondo non c’e’ niente di diverso fra questa condizione di precarieta’ e quella di chi lavora in altri ambiti, dal call center alla grafica pubblicitaria, dalle pulizie alla movimentazione inerti. Denominatore comune: siam tutti figli dei baby boomers, ma non divaghiamo…
    Per risolvere seriamente il problema della genesi costante del precariato non dovremmo fare altro che prendere la riforma Treu e la legge Maroni (pseudo Biagi) e dire “abbiamo scherzato”. Nella ricerca (ma in del resto anche in molti altri ambiti) si dovrebbe prevedere UN contratto di lavoro dipendente a tempo determinato per i dottorandi (ed abolire i dottorati senza borsa), e UN contratto di lavoro dipendente a tempo determinato per i ricercatori. Con durate minime e massime, retribuzioni adeguate, diritti. Il motivo per cui non si vuole adottare questo tipo di soluzione e’, banalmente, la mancanza di risorse. Eppero’ io son sempre dell’avviso che sarebbe meglio avere meno posizioni ma dignitose, che molte posizioni da schiavi moderni. E che il PD non dovrebbe barattare i diritti e la dignita’ del lavoro con una falsa piena occupazione: cosi’ come non dovrebbe scambiare il diritto al lavoro per il diritto allo stipendio…

  2. Raffaella Petrilli

    La messa a punto termonologica e concettuale di Riccardo è molto opportuna e chiara. E quindi funziona bene anche come indicatore di problemi collegati, che vorrei indicare sommariamente, almeno in parte, come promemoria per la riflessione ulteriore.
    Tipi di scienze: distinguiamo correntemente tra scienze “dure” e scienze “umane”. La distinzione non è netta però. Riccardo cita la matematica, per il metodo del discorso rigoroso. Aggiungerei la logica, che appunto norma il riscorso matematico. La quale logica, però, è disciplina filosofica. Forse, allora, rovescerei il discorso, dicendo che ogni campo di ricerca che richieda l’adozione di una metodologia esplicita, l’organizzazione cumulativa del lavoro (équipe) e aspiri a raggiungere risultati condivisibili in senso “assoluto” (internazionale) è qualificabile di scientifico. Insomma, sforziamoci di rinuciare a vecchie categorie di interpretazione della realtà, o almeno discutiamone l’adeguatezza, dato che la realtà è cambiata. La tipologia dei campi di ricerca richiede categorie più sottili e adeguate. La logica, l’epistemologia o la filologia, tanto per fare esempi, non sono letteratura (e neppure teologia) né possono essere sviluppate in solitaria.

    Segnalo il problema perché mi sembra del tutto assente dalle discussione su università e ricerca. Come ho scritto altrove, se il problema viene trascurato da Confindustria, lo capisco, ma va affrontato, credo, in una riflessione a tutto campo e il più possibile approfondita sul tema della formazione terziaria, dell’università, della ricerca e, soprattutto direi, della valutazione.

  3. @raffaella: si sono d’accordo, e grazie per aver sviluppato lo spunto che partiva da queste considerazioni. Ovviamente la logica io la consideravo parte della matematica …. ;) E’ anche comunque vero che le pubblicazioni anche di logici ed epistemologi (come peraltro dei matematici) sono spesso pubblicazioni con uno o due autori, mentre fisici, chimici, biologi etc … hanno lavori dove gli autori sono spesso di più perché l’atto dello scrivere è solo una parte del lavoro, mentre la produzione dei risultati è una grande altra parte che è spesso divisa tra le persone.

    @francesco: sono d’accordo anche con la tua definizione di ‘precario’ … e con gli effetti nefasti sulla società in generale delle riforme del lavoro treu e maroni-biagi. Solo che sembrava che l’italia fosse l’ultimo baluardo della conservazione sovietica quando aveva i contratti a tempo indeterminato e cosi’ hanno avuto facile gioco gli sfruttatori.

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