Pre-pensionare i “baroni” universitari? Controproposte

di Raoul Minetti, Matteo Rizzolli e Giulio Vesperini*

Non conosciamo il dettaglio del progetto per l’Italia del PD e ci basiamo su un articolo da La Stampa che ad esso si riferisce, pubblicato anche dal sito del PD.

In esso si dice “Mandare in pensione i baroni universitari a 65 anni e non a 72, tenendo in attività solo le «eccellenze» del sapere nazionale con contratti ancorati a ricerche in corso, per fare spazio ai «giovani» ricercatori che troppo spesso entrano in ruolo a 40 e passa“. La ratio di questa misura sembra chiara: se è vero che in media gli accademici over 65 sono meno produttivi e hanno una mentalità ed un’apertura inferiori ai giovani ricercatori che entrano oggi, con questa misura ci troveremo in breve tempo con un personale accademico mediamente più giovane e quindi con una qualità della ricerca media superiore. Crediamo però che alcuni risvolti negativi di una tale proposta non siano stati considerati. Se messi sul piatto, crediamo che facciano pendere la bilancia per la revisione della proposta.

1. Mandando a casa dei “baroni”, si apriranno le auspicate opportunità per i giovani ricercatori. Senza modificare il sistema di reclutamento i “baroni” in uscita avranno tutto il tempo per l’ultimo colpo di coda, che sarà più violento visto l’imminente cambio di sistema. Organizzeranno la selezione delle succitate nuove leve sulla base dell’affiliazione, perpetrando cosi il problema per un altra generazione e con buona pace dell’incremento della qualità media della ricerca (in media i ricercatori bravi faranno più fatica ad entrare).

2. Oltre a pensionare molti “baroni” improduttivi, si metterebbero a riposo anche professori ancora attivi sul piano della ricerca e della didattica, tra cui alcuni “luminari” di cui l’università non dovrebbe privarsi. Tra questi annoveriamo anche diversi professori con importanti curricula in altri paesi che decidono di finire la loro carriera in Italia (diverse cattedre di chiara fama ma non solo) potendo usufruire di questa regola.

3. In generale anche ammesso che, grazie alla fuoriuscita dei “baroni”, entrino nel sistema dei ricercatori meritevoli, se non si modificano i meccanismi complessivi di funzionamento del sistema nulla esclude che essi non diventino a loro volta dei “baroni”. Purtroppo non è una questione generazionale (giovani vs baroni), ma piuttosto una questione di incentivi (premiare la ricerca vs dare contributi a pioggia). Se questo si avverasse, avremmo di nuovo soltanto differito nel tempo la soluzione del problema.

Alla luce di quanto sopra, avanziamo la seguenta controproposta, che rivede e integra la proposta originaria.

A. Una misura di shock una-tantum, non una misura permanente. Si sostituisca la proposta di abbassamento permanente dell’età pensionabile con la proposta di una misura una-tantum. Come per le aziende in crisi, si propone un pre-pensionamento da attuare ora per tutta la coorte di docenti over 65 (integrando pero’ il criterio “età” con il criterio “produttività” – vedi il punto B sotto). L’idea di dare uno “shock generazionale” a un sistema del tutto bloccato e’ sensata; l’idea di rendere permanente il limite di 65 anni, e di fare così dell’età e non del merito-qualità, il criterio guida di selezione del corpo docente non è invece sostenibile.

B. Produttività oltre che Età come criterio per il pre-pensionamento. Nell’ambito della misura una tantum, si integra il criterio “età ” con il criterio “produttività “. La produttività di potrà misurare utilizzando l’Anagrafe nazionale dei professori e dei ricercatori predisposta dal CUN (Consiglio Universitario Nazionale) che consentirà nel prossimo futuro di verificare l’impegno di ogni docente nella sua attività didattica, scientifica, gestionale ed accademica. Ovviamente si può dibattere sui criteri di valutazione previsti dall’Anagrafe del CUN, ma si tratta di criteri semplici, facilmente integrabili con il criterio età. I professori oltre i 65 anni che soddisfino criteri prestabiliti di produttività misurati utilizzando l’Anagrafe del CUN potranno rimanere in ruolo fino a 72 anni, gli altri saranno soggetti al pre-pensionamento.

Rimane evidente che la soluzione principe non può che essere il radicale cambiamento del sistema di incentivi che stanno alla base del reclutamento universitario. Come sostiene da tempo Perotti de la Voce, ad esempio, se si premia con i soldi i dipartimenti che fanno ricerca e gli si dà la possibilità di pagare di più i propri affiliati sulla base del merito, i “baroni” diventeranno impopolari perché allontanano i fondi ed i giovani meritevoli saranno contesi perchè portano soldi.

* Articolo pubblicato in vista della giornata co-organizzata da iMille e dedicata a “Ricerca ed Università” che avrà luogo il 25 maggio, a Roma.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

26 Commenti

  1. Francesco Cerisoli

    Non sono d’accordo.
    Al punto 1 e 3 si puo’semplicemente obiettare che le regole poco trasparenti non cambiano le condizioni in cui questa proposta e’maturata (e ve lo dico da ex-presidente di quell’APRI che da due anni si e’fatta promotrice di questo provvedimento, prima ancora che si parlasse del DDL Gelmini, ricercatoriprecari.blogspot.com). Le condizioni sono quelle di un vicolo cieco: l’Universita’ spende il 90% dei tutte le risorse in stipendi, e nel giro di due anni arrivera’al 100%, trasformandosi in una super liceo che non ha soldi per fare ricerca, quindi non produce piu’cultura e conoscenza. Il provvedimento in questione libera da subito e per almeno 10 anni un miliardo di euro, ovvero quello che potremmo definire il salvagente per evitare che il sistema affondi del tutto. Una riforma generale e’ indispensabile, ma l’implementazione di meccanismi che premino il merito dei singoli e delle istituzioni necessita di anni di messa a punto (prima ancora che di lunghi iter legislativi). L’emergenza economica, fuori e dentro l’Universita’, e’ora!
    Sul punto 2 bisogna fare chiarezza: si mandino in pensione tutti i docenti, e si permetta a chi vuole continuare a fare ricerca e didattica di farlo con contratti “integrativi” a termine, usufruendo di una pensione che sara’piu’che dignitosa. Nessuna perdita quindi di quei cervelli “anziani e geniali”, ma
    un guadagno netto per il budget delle Universita’.
    Sulla proposta A e B, benissimo, si preveda una revisione del meccanismo fra 10 anni, il tempo minimo richiesto perche’un serio sistema di valutazione possa decidere chi va e chi resta. NON PENSIATE che i criteri del CUN siano sufficienti perche’ quelli partoriti di recente stabiliscono dei minimi che farebbero crepare dal ridere qualunque Universita’straniera.

  2. Francesco Cerisoli

    AH, per inciso, l’emendamento e’ stato bocciato in commissione. Con tanti saluti al governo per i giovani e per il merito…
    Va ripresentato ovviamente in aula, e dobbiamo tutti sostenerlo senza inutili distinguo che al momento sembrano solo strumentali o, peggio ancora, teorico-morali…

  3. raoul

    Non ho capito su cosa non sei d’accordo…Sei d’accordo che la soluzione di lungo periodo e’ in una modifica dei meccanismi, mentre la proposta puo’ essere utilizzata come terapia di shock temporanea. E su questo ci siamo. Circa la combinazione produttivita’-eta’, il legare il pre-pensionamento a dei criteri minimi di produttivita’ anche imperfetta, e’ un modo parziale per instaurare un regime meritocratico e non penalizzare chi ha magari un gruppo di ricerca o in generale e’ attivo. Mentre non mi e’ chiaro cosa siano i “contratti a termini” di cui parli e soprattutto sulla base di quali criteri verrebbero concessi. Se non si tratta di criteri di produttivita’, ma semplicemente ci si propone per usufruirne, come si potrebbe implementare il pre-pensionamento in modo effettivo? Infine, i criteri del CUN sono molto discutibili e molto diversi dai criteri che si adotterebbero in una rispettabile universita’ straniera, su questo ci siamo. Ma sono un primo approccio, migliorabile, e sono gia’ utilizzabili.

  4. Francesco Cerisoli

    Contratti a termine possono essere cococo o contratti di docenza (come gia’accade ora, ma per gli over 70!), ad importo concordato (possibilmente basso, visto che avranno gia’la loro bella pensione). Sono dáccordo a dire che vadano concessi in base a una valutazione di merito, ovviamente. Come sono dáccrodo che fra una decina dánni si potrebbe prevedere una revisione della norma nel caso in cui una vero sistema di valutazione sia entrato a regime e permetta di mantenere in servizio effettivo gli over65 meritevoli. I criteri CUN NON sono una approccio ragionevole perche’ permetterebbero a me (che sono un pischello 34enne con un CV molto striminzito) di passare la selezione. Come minimo dovremmo prevedere 5xCUN, minimo minimo…

  5. raoul

    Moltissimi docenti sopra i 65 anni non soddisfano i criteri CUN di produttivita’, anche se sono criteri ababstanza blandi

  6. Francesco Cerisoli

    Eh, raouil, in toscana si dice : Accidenti al peggio…. Pensa te come stiamo messi….

  7. Matteo Rizzolli

    Il punto che ci premeva far valere con Raul e Giulio è che con le riforme, in questo paese, procediamo sempre mettendo delle pezze e tappando buchi. Come economisti però siamo vezzi a guardare all’eterogenesi dei fini ed a cercare le cose che possono andare storte nelle riforme. Su questa piccola misura, che pensa di mettere in un colpo solo di mettere una pezza a due problemi (baroni improduttivi e ricercatori precarizzati) ribadisco tutte le mie perplessità. Certo ha un certo appeal demagogico (abbasso i baroni, viva i giovani) ma è la solita misura calata dall’alto che impone ulteriori lacci ad un corpo -quello accademico- che di lacciuoli è già soffocato senza che abbiano prodotto grandi miglioramenti.

    Ammesso e non concesso che il prepensionamento immediato di una buona fetta di baroni liberi davvero risorse per assumere nuovi ricercatori (non vorrei fare il guastafeste, ma chi vi dice che tremonti non si tenga i soldi cosi risparmiati?),
    ammesso e non concesso che questi ulteriori reclutamenti siano meritocratici e non si mettiamo in casa altri nipoti, affiliati a clan o discepoli ossequiosi (ma come si fa a contestare i criteri dei concorsi che sono pilotati e al tempo stesso a chiedere piu concorsi?) avremo forse un risultato positivo di breve periodo.
    Nel medio lungo periodo, i problemi si ripresenterebbero tali e quali. Se non ci sono altre misure più di sistema, i giovani e meritevoli ricercatori di oggi (noi inclusi) saranno i baroni improduttivi di domani ma in più avremo ulteriori pensioni da pagare.

    Disclaimer. Ho 32 anni e sono un RTD. Avrei tutto da guadagnare da tale misura. soltanto questa misura è una toppa fatta male.

  8. raoul

    Dei 3 scriventi io sono il piu’ positivo sulla proposta, se i) interpretata come misura una tantum ii) integrata con il criterio di produttivita’. Puo’ servire a dare uno shock, ma come detto bene da Matteo non si puo’ utilizzare come misura nel lungo periodo.

  9. Francesco Cerisoli

    @Matteo Rizzoli
    “(non vorrei fare il guastafeste, ma chi vi dice che tremonti non si tenga i soldi cosi risparmiati?)”
    Questo mi sembra un falso argomento: perche’ allora continuare a votare PD, per dire, tanto Tremonti fa tutto da solo…

  10. Andrea Ballabeni

    Mi trovo molto in accordo con le proposte di Raoul, Matteo e Giulio.
    Queste proposte individuano a mio avviso molto bene la causa reale del malfunzionamento del sistema. Il problema sostanziale e’ legato infatti agli attuali criteri di selezione e finanziamento. Il sistema potra’ funzionare ed essere competitivo solo quando i finanziamenti ed i posti verranno dati solo a chi produce bene. Ogni istituto di ricerca avra’ quindi il massimo interesse a selezionare i migliori ricercatori anziche’ parenti o offerenti di merce di scambio di altra natura.
    L’eta’ anagrafica, come anche accennato dai tre autori, c’entra poco. Con i criteri attuali di selezione vi sono e vi saranno baroni anche di trenta e quaranta anni, dove per “barone” si intende ovviamente la persona detentrice di privilegi non meritati. Una riforma del sistema che miri a selezionare e finanziare solo chi produce bene e continua a produrre bene e’ l’unico modo per arrivare ad allontanare giovani ed anziani baroni e a premiare giovani ed anziani bravi ricercatori.

    Quanto all’eta’ di pensionamento, ho forse idee piu’ radicali rispetto ai tre autori, come recentemente scritto assieme ad Emanuele Palescandolo… http://www.imille.org/2010/03/gerontofobia/ … ma penso che in una fase di transizione possa essere funzionale fissare eta’ massime di pensionamento.

  11. Matteo Rizzolli

    Andrea, condivido in pieno i tuoi ragionamenti circa l’età di pensionamento fatto in precedenza su iMille. Peraltro rispetto a quello aggiungo che c’è un evidenza empirica di economia del lavoro (di cui però non sono un esperto) che smentisce il luogo comune che facendo pensionare i vecchi si liberano posti di lavoro per i giovani. La faccenda è se volete complicata, ma la sostanza è che non c’è nessun automatismo che dice che mandando a casa vecchi in posizioni senior si crei la necessità per far entrare posizioni junior. il mondo del lavoro non è una torta a circonferenza fissa per cui se vuoi far spazio ad alcuni devi togliere qualcun’altro.

  12. giulio

    Andrea ma perchè non ripubblichiamo il tuo post? Non so se sia nelle consuetudini del sito, ma mi parrebbe molto importante riportarlo all’attenzione in questi giorni nei quali stiamo pubblicando uno speciale università.

  13. Francesco Cerisoli

    Si pero’ non si puo’ estendere all’Universita’ italiana il discorso di Andrea, per un semplice motivo: “non c’è nessun automatismo che dice che mandando a casa vecchi in posizioni senior si crei la necessità per far entrare posizioni junior” non e’ applicabile in questo caso, in quanto le new entry sono vincolate ala copertura di un servizio pubblico (didattica) e sono decise centralmente dal Ministero (che ci mette pure dei bei vincoli al turnover). La torta per ora E’ a circonferenza fissa, e lo sara’finche’ le universita’resteranno pubbliche e finanziate prevalentemente dal Fondo di Finanziamento Ordinario.
    Devo comunque sottolineare che PER UNA VOLTA che il PD fa una proposta coraggiosa e concreta al solito la stiamo demolendo per il gusto del benaltrismo e del “facciamo 100, perche’non 101?”. O, forse, peggio, perche’ stiamo toccando gli interessi di qualcuno…

  14. giulio

    Francesco, ho evitato finora di intervenire nella discussione perchè lo hanno fatto già, in replica e molto bene Andrea e Raoul, ma se introduci il discorso che la nostra posizione sarebbe a difesa degli interessi di qualcuno, sinceramente, porti la legittima differenza di opinioni su un piano per me difficile da accettare. Abbiamo detto cosa pensavamo di questa proposta. Tu legittimamente la pensi diversamente e hai argomentato la tua posizione. Se vuoi, ovviamente, puoi scrivere un post esponendo più ampiamente le tue posizioni. Ma la tecnica della dietrologia o le accuse di benaltrismo, che non mi pare sinceramente possano essere mosse al nostro post, lasciamole a contesti diversi da questo.

  15. Francesco Cerisoli

    Le mie obiezioni al post le ho scritte nei primi reply, mentre l’ultimo commento e’ sui commenti che si sono susseguiti.
    Sono dáccordo nel contemplare una revisione del meccanismo quando avremo un sistema di valutazione rigoroso e rodato, ma non possiamo apsettare che queto sia operativo, purtroppo bisogna agire ora per evitare il disastro, e la proposta del PD e’ la soluzione meno drammatica, per tutti!

  16. Matteo Rizzolli

    Per altro sul fatto che il PD abbia fatto una proposta coraggiosa e l’abbia sostenuta in commissione basta leggere il vostro sito. Per quanto facciate uno sforzo ammirevole di stendere un velo pietoso saltano subito agli occhi i distinguo che vengono proprio dalle fila del PD (3 dissensi dal PD contro 2 del Pdl).
    http://ricercatoriprecari.blogspot.com/2010/05/gelmini-parole-per-il-ricambio.html

  17. Francesco Cerisoli

    Matteo, e te lo dico da iscritto al PD, ma se al Senato abbiamo dei parlamentari BEOTI scelti da una dirigenza BEOTA che e’, colpa mia? Le argomentazioni di Rusconi, Franco e compagnia sono semplicemente strumentali: loro NON vogliono mandare in pensione gli over65 perche’ senno’qualcuno se ne ha a male. Se poi trovano sponda nel PDL e nei cervelli pensanti del PD (e ci includo ormai quelli che stanno commentando qui sopra, pure partiti da un post tutto sommato onesto), allora buttiamo l’Universita’ alle ortiche e, come per tutto il resto, aspettiamo che nel 2050 si possa finalmente affrontare il problema dello smaltimento delle macerie…

  18. Michela Cella

    In Italia manca sempre e solo una cosa “accountability”…che si parli di ricerca o di didattica.
    Finché i finanziamenti vengono dati a pioggia non cambierà nulla.
    Il gioco al ribasso dei corsi di laurea per attirare studenti è una cosa vergognosa, almeno quanto la inesistente produttività in termini di ricerca di molti accademici.
    Io sono convinta che se una parte sostanziale dei fondi (non il 7%) venisse data in base a parametri SERI di qualità sia della ricerca che della didattica molte cose migliorerebbero anche senza cambiare il sistema di reclutamento.

  19. Francesco Cerisoli

    @Michela Cella
    Certo,sottoscrivo… Ma cosa c’entra con l’argomento del topic? Quella di cui discutiamo e’ soprattutto una misura di emergenza, e solo in seconda battuta una riforma strutturale. Qullo che dici tu e’ giustissimo, ma ha effetti positivi in un periodo troppo lungo, mentre qui si tratta di affrontare una crisi gravissima ORA.

  20. Matteo Rizzolli

    Francesco se dovessimo ridurre ad un solo punto le ns divergenze le metterei cosi.

    Noi opteremmo per una misura temporanea di prepensionamento coatto della corte degli attuali over65. Temporanea per non intaccare il principio di un età pensionabile che va nel medio lungo cmq alzata e nella speranza (a bocce ferme è solo una speranza) che produca buoni risultanti nel reclutamento imminente.

    Tu opteresti per una misura permanente, casomai da rivedere tra 10 anni.

    Non mi sembra una grande divergenza in fondo, anche se resto convinto che sarebbe meglio la ns soluzione ;-)

  21. Andrea Ballabeni

    Matteo e Giulio, grazie per i vostri commenti al mio commento.
    Giulio, non e’ forse prassi rimettere un post pubblicato da poco. Tra l’altro quel post non era riferito in modo specifico ai lavoratori universitari ma a tutti i lavoratori. In ogni caso quel post e’ online e quindi se qualcuno e’ interessato a riproporre l’argomento puo sempre linkare il post.
    Pienamente d’accordo con l’ultimo commento di Giulio.
    A.

  22. Francesco Cerisoli

    La mia misura e’ 65 oggi e per almeno 10 anni. Fra 10 anni revisione se nel frattempo si e’alzata l’eta’pensionabile per tutti a 67 o piu’, e, anche, se nel frattempo e’stato posto in essere un vero sistema di valutazione al quale affidare la scelta di chi rimane e chi se ne va. Questo, in una legge, si puo’mettere nero su bianco. E se poi nel frattempo si arriva ad una liberalizzazione piu’spinta, ogni universita’decide per se.

  23. Dingo

    …che poi, diciamoci la verità, è pure un suicidio politico-elettorale. In Italia l’aspettativa di vita è attorno ai 79 anni, per cui un 65 potrà votare più nel 2013, nel 2018 e, se gli portano il seggio in ospedale, diciamo anche nel 2023.

    Un trentenne, altre 10 volte minimo ti voterà ancora. Ma il PD pensa che le elezioni le si vincano con i voti di 80 rettori… Certo, se qualcuno non avesse inventato una cosa che si chiama “suffragio universale” magari la strategia sarebbe pure vincente.

  24. raoul

    Introdurre una misura una tantum e stabilire un nuovo regime che poi forse si modifichera’ tra 10 anni sono due cose diverse…

  25. Luca Schiaffino

    Ho letto con interesse le osservazioni ed i commenti sulla proposta del pensionamento a 65 anni che, attraverso il mio impegno nell’associazione 20 maggio, ho contribuito a presentato ai responsabili del PD, peraltro riprendendo con poche modifiche l’emendamento scritto da APRI. Poiché sono uno dei sostenitori più convinti, credo possa essere utile aggiungere le mie opinioni anche perché in realtà ho l’impressione che non esistano grosse differenze fra le posizioni espresse nel post e i reali contenuti della proposta (non quelli riportati dai giornali, che sono un po’ troppo riassuntivi).

    Riguardo l’obiezione principale sollevata dal post, è vero che la proposta non implica di per se una rigida selezione in ingresso, per cui nulla assicura che i nuovi entrati siano migliori dei pensionati, ma ho l’impressione che si stiano mescolando discorsi diversi. Lo scopo della riduzione a 65 anni dell’età pensionabile non è quello di sostituire baroni con giovani eccellenti, di questo devono evidentemente occuparsi le parti di una riforma specificamente dedicate ai sistemi di valutazione e reclutamento, che possono benissimo prendere le forme illustrate nella fine del post sulle quali fra l’altro siamo un po’ tutti d’accordo. Quindi le obiezioni 1 e 3 andrebbero rivolte all’insieme di un testo di riforma e non al singolo articolo sui pensionamenti, altrimenti rischiamo di ricadere nella vecchia questione del meglio che è nemico del bene. Lo scopo del pensionamento a 65 anni è quello di liberare risorse per nuove assunzioni, e quindi consentire lo “shock generazionale”, e al tempo stesso concedere alle università, attraverso i dipartimenti, la possibilità di effettuare un’autentica valutazione della produttività dei docenti sui quali investono la quota maggiore delle proprie (scarse) risorse. Il comma 5 dell’emendamento che, sia pure in forma ancora embrionale, recepisce i contenuti della proposta, recita: “I ricercatori e i professori cessati dai loro incarichi … possono proseguire un impegno attivo … mediante la stipula di contratti di ricerca…”. Questo significa che i 65enni attivissimi potranno continuare, se davvero motivati adeguatamente, a svolgere esattamente le stesse attività di ora ed in più i dipartimenti potranno selezionare chi sta davvero continuando a fornire contributi e al tempo stesso non farsi più carico di chi ha tirato i remi in barca da un pezzo. Quindi l’obiezione 2 è più che condivisibile, ma mi sembra che il testo ne tenga adeguatamente conto e quindi contenga già il punto B della “controproposta”.

    Riguardo il punto A, devo dire che anche esso è già presente nella proposta originaria e quindi anche nell’emendamento respinto dalla commissione del Senato. Purtroppo i giornali, fra necessità di semplificare e tendenza al sensazionalismo, hanno riassunto la richiesta in un “65 anni per tutti”, ma in realtà l’emendamento recita (comma 2): “Il personale … può chiedere di essere trattenuto in servizio per un eventuale periodo necessario a maturare un’anzianità massima contributiva di 40 anni.” Questo significa che la misura prende implicitamente la forma di una “una tantum” generazionale, in quanto i 65enni attuali, fra precocità dell’ingresso in ruolo e riscatti pensionistici a costi accessibili, hanno tutti anzianità contributive superiori ai 40 anni, ma sappiamo bene che tutta la fascia più giovane dei docenti attuali, nonché a maggior ragione i precari, arriverà a 65 anni in una situazione assai differente. Forse l’obiezione che si può sollevare è che fra 30 anni i 65enni potranno chiedere di restare in servizio fino a 75-80 anni, ma mi pare che abbiamo tempo sufficiente per vedere quale sarà l’evoluzione del sistema universitario e del sistema pensionistico e poi porci il problema quando disporremo di maggiori elementi.

    La proposta prevede anche che i risparmi effettuati siano esenti dai vincoli sul turn-over imposti dalle leggi 133/08 e 1/09 (non citate nell’emendamento, ma richiamate dalle proposte del PD diffuse l’altroieri) e debbano essere integralmente riutilizzati per il reclutamento, quindi l’obiezione che si andrebbe verso lo svuotamento delle università (non sollevata da questo post, ma pronunciata in parlamento) non tiene evidentemente conto del reale contenuto della proposta, che anzi visto il rapporto di costi fra un ordinario anziano e un giovane neoassunto avrebbe come conseguenza un rimpinguamento dell’organico totale.

    Allo stesso modo, non è vero che la novità avrebbe conseguenze solo nell’immediato. Qui è sufficiente un ragionamento matematico: se la carriera viene accorciata, le risorse disponibili vengono distribuite su un intervallo di età anagrafiche minori e quindi anche a regime ogni classe anagrafica disporrà mediamente di più risorse e quindi di più opportunità di accesso.

  26. raoul

    Grazie dei precisi chiarimenti Luca. Circa il punto B, legare tuttavia la possibilita’ di permanenza a criteri anche imperfetti di produttivita’ espliciti e’ cosa diversa dal lasciare semplicemente la facolta’ ai docenti di restare. Anche se e’ auspicabile che i dipartimenti intendano privarsi di docenti inattivi e tenere quelli attivi, non mi e’ chiaro cosa impedirebbe il perpetuarsi invece di logiche di ritenzione molto diverse dalla produttivita’. Inoltre introdurre anche nel pre-pensionamento un legame esplicito con la produttivita’ contribuirebbe ad affermare in maniera chiara che il principio di eta’ non puo’ sostituire il principio di merito. Circa il punto A, se l’idea della proposta e’di avere una misura una tantum, allora conviene che la cosa sia resa esplicita, piuttosto che demandarlo indirettamente al discorso dei 40 anni di anzianita’. Che implica una serie di stranezze, come quell che hai citato tu che in teoria si potrebbe restare fino a 80 anni; o che un ricercatore brillante entrato a 27 anni in organico a 67 deve andarsene comuqnue mentre un suo collega meno brillante entrato a 37 potrebbe restare fino a 77 anni. Ovviamente l’equazione 27=brillante, 37=meno brillante e’ solo un esempietto, nessun precario se ne abbia assolutamente a male. Ci sono anche dei problemi legati alle discipline, alcune discipline ormai hanno 1 o 2 post-dottorati, si creerebbero strane asimmetrie tra facolta’.

Lascia un commento

Subscribe without commenting